Aumentano con il caldo le traveggole di carta sui vari fronti della politica

Chiamatele, anzi chiamiamole pure traveggole di carta, o da caldo, viste le temperature nelle quali ci tocca di vivere pur non essendo ancora finiti da morti all’inferno. Ma quando queste traveggole si basano su fatti o circostanze reali e ci cascono fior di giornalisti, non improvvisati ma di una certa esperienza, il disorientamento diventa grande. E si è colti dal sospetto di essere caduti in qualche tranello anche noi che ci siamo sentiti presuntuosamente esenti dal rischio di scambiare lucciole per lanterne.

         Al Foglio -dove Giuliano Ferrara in persona ha intravisto di recente una “maggioranza ombra Meloni-Schlein” in funzione anti-Putin per via della guerra in Ucraina, vista la convergenza fra il governo e il Pd anche della Schlein, appunto, dopo quello di Enrico Letta, sugli aiuti militari al Paese aggredito dalla Russia- si sono accorti in pochi giorni anche loro che la nuova segretaria del Nazareno è diversa dal predecessore. “Quando Amleto avanza sulla scena e dice di “essere ….o non essere?, nella pausa fra le due alternative pensa a Elly Schlein”, dice oggi un titolo su tutta la prima pagina fogliante a proposito dell’astensione ordinata dalla segretaria del Pd ai suoi parlamentari sulla maternità surrogata, o utero in affitto. Astensione tradotta dal gruppo  in una fuga dall’aula per le sue divisioni.

         In compenso, e su un fronte che dovrebbe essere considerato opposto, pur provenendo anche Giuliano Ferrara da una consistente esperienza comunista di famiglia, Piero Sansonetti sulla Unità che è da poco riuscito a riportare nelle edicole ha scoperto, denunciato e quant’altro un “patto Meloni-Travaglio”, tradotto in “più manette”, sul terreno sempre  ingarbugliatissimo della lotta alla mafia.

         La Meloni, secondo Sansonetti, non contenta di avere stoppato il ministro della Giustizia Carlo Nordio sulla strada di una “rimodulazione” del reato “ossimoro” -come lo chiama lo stesso Nordio- di concorso esterno in associazione mafiosa, ha deciso di vanificare con un decreto legge una sentenza della Corte di Cassazione dello scorso anno che sta rendendo difficile l’applicazione dell’aggravante mafiosa a certi  delitti.

         Grazie anche a questa iniziativa la premier di destra si sarebbe messa al riparo dal sospetto di avere dimenticato i suoi giovanili o adolescenziali entusiasmi per Paolo Borsellino, magistrato di simpatie di destra assassinato dalla mafia 31 anni fa a Palermo. In ricordo del quale Meloni è corsa oggi in Sicilia per deporre corone di fiori e quant’altro, ma evitando di programmare, nel timore di contestazioni e disordini ma anche per altri impegni, la partecipazione alla fiaccolata abitualmente conclusiva delle manifestazioni celebrative. Una “fuga” da via D’Amelio, ha titolato Il Fatto, che non perdona a Meloni di avere portato Nordio in via Arenula  e, anche a costo di smentire la rappresentazione di Sansonetti, continua a tenerla sotto tiro, ritenendo evidentemente solo apparenti le  sconfessioni del suo ministro. Che d’altronde non se n’è per niente risentito.  

Caronte e Salvini accendono altri fuochi dopo quello della giustizia

Un po’ Caronte con il caldo ma forse ancora di più quel diavolo di Matteo Salvini con la sua proposta della “pace fiscale”, fatta di nuovi condoni, sono riusciti a distogliere l’attenzione dai problemi della giustizia che hanno acceso, a dir poco, per giorni il dibattito politico sino ad allarmare il Quirinale. Ora è il turno della “guerra sulla pace fiscale”, appunto, come titola Il Giornale, o del “Governo diviso sul Fisco”, come titola Repubblica.

         A non volersi distrarre dalla guerra sulla giustizia, chiamiamola così col Giornale, è solo o soprattutto il solito Fatto Quotidiano. Che tra titolo e fotomontaggio in prima pagina ha cannoneggiato contro Marina Berlusconi alla sua maniera, cioè insultandola, per la difesa della memoria del padre fatta scrivendo proprio al Giornale contro i pubblici ministeri di Firenze ancora impegnati contro di lui per le stragi di mafia che ne avrebbero preparato e favorito la vittoria elettorale del 1994.

         Con minore evidenza ma uguale ostinazione ha voluto continuare ad alimentare la guerra sulla giustizia Giancarlo Caselli scrivendo sulla Stampa, che si alterna al Fatto Quotidiano nell’ospitarlo, contro “il gioco delle tre carte” che starebbe facendo il guardasigilli Carlo Nordio: prima cercando di demolire il reato di concorso esterno in associazione mafiosa e poi fingendo, sempre secondo Caselli, l’allineamento alla premier Giorgia Meloni, che non considera “prioritario” questo problema. E ciò specie a ridosso delle celebrazioni del 31.mo anniversario della strage di via D’Amelio, a Palermo, dove la mafia eliminò con la scorta Paolo Borsellino facendo peraltro scattare nella quindicenne Meloni la voglia o vocazione politica per vendicare quel magistrato di simpatie di destra.

         “Sarò incontentabile -ha scritto Caselli tentando un bilancio delle polemiche del e sul ministro della Giustizia- ma a me sembra che Nordio ne esca non con la bocciatura secca che avrebbe meritato un vero e convinto sostegno dell’antimafia, ma con un semplice invito a posporre ad “altre priorità” l’attuazione delle sue “precise valutazioni”. Tanto più che a favore di Nordio si sono schierati big della maggioranza come Guido Crosetto e Antonio Tajani”: il primo, ministro della Difesa amico e collega di partito della stessa Meloni, e il secondo, vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, appena eletto segretario di Forza Italia. “Purtroppo, dunque, la vicenda non può dirsi conclusa”, ha ricavato con grande preoccupazione l’ex capo storico della Procura di Palermo.

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Forza Italia presidenzialista ma non più presidenziale dopo Berlusconi

Anche se ha qualcosa di biblico, di sacro quel “non avrai altro presidente fuori di lui” voluto da Antonio Tajani pensando a Silvio Berlusconi nel Consiglio Nazionale dal quale ha voluto farsi eleggere segretario di Forza Italia, e non appunto presidente, il partito azzurro non diventerà una religione, una Chiesa. Come invece a suo tempo alcuni democristiani immaginarono forse il proprio partito, soffrendo il gioco delle correnti che ne facevano spesso una torre di Babele, e i comunisti ritennero il loro convincendo addirittura gli avversari a considerarlo tale, ma col Cremlino al posto della Basilica di San Pietro a Roma.

         Dopo una trentina d’anni di vita sotto quella che è stata definita da fior di politologi “una monarchia assoluta” col compiacimento, in fondo, dello stesso Berlusconi, che non si lasciava scappare occasione per ricordare che a decidere era sempre lui, e lui soltanto, pur assicurando almeno a parole di sentire tutti, Forza Italia è diventata inevitabilmente un partito contendibile lasciandosi guidare da un segretario. Al quale non a caso il vice presidente della Camera Giorgio Mulè ha auspicato che già al prossimo e primo congresso, nella primavera del 2024, possano proporsi per la successione un altro o più candidati. La cui vittoria farebbe del povero Tajani, suo malgrado, un emulo del giovanissimo protagonista del famoso film svedese del 1951 intitolato “Ha ballato una sola estate”. Neppure tutta peraltro, nel caso del mio amico Antonio, essendo cominciata con un certo ritardo.

         Nel partito non più presidenziale, pur ancora presidenzialista sul piano istituzionale, Tajani è partito con una elezione all’unanimità e con la benedizione della famiglia Berlusconi, al netto dell’assenza della sua ultima compagna e quasi moglie Marta Fascina, comunque rappresentata da alcuni fedelissimi unitisi all’elezione del segretario. Ma l’unanimità nei partiti, almeno in quelli davvero democratici, come Tajani per primo dovrebbe augurarsi che sia il suo, è sempre precaria. Persino la buonanima di Aldo Moro quando preparava il centro-sinistra, col trattino, preferì liberarsene in una riunione della direzione democristiana comunicando che il documento conclusivo era stato approvato “con le consuete riserve” dei centristi di Mario Scelba.  E a quest’ultimo che protestò avendo invece votato a favore, soddisfatto delle condizioni indicate per l’alleanza con i socialisti, Moro rispose amichevolmente spiegandogli la convenienza di un suo dissenso ufficiale perché  potessero essere condotte meglio le trattative col Psi di Pietro Nenni.

         Per quanto riguarda poi la benedizione della famiglia Berlusconi, della quale Tajani si è mostrato orgoglioso sino a commuoversi, forse non pensando solo ai debiti del partito accollatisi già in vita dal fondatore, ritengo personalmente che questa sia una partita tutta da vedere o giocare man mano che passerà il tempo.  Non gioco un euro né sulla prosecuzione né sull’interruzione del legame attuale tra il partito azzurro e i figli del fondatore, conoscendo bene la volubilità sia dei sentimenti sia degli affari combinati con la politica.

         Il compito del primo segretario di Forza Italia non sarà facile. Egli dovrà guardarsi sia dalle insidie interne, così chiaramente emerse dall’auspicio già ricordato di Mulè che un novo segretario possa essere eletto già nella primavera prossima, sia dalle insidie esterne riconducibili agli interessi politici, in particolare, o soprattutto, di Giorgia Meloni e di Matteo Renzi.

         La premier, e leader della destra, si è affrettata a rallegrarsi -credo sinceramente- della guida di Forza Italia assunta dal suo vice e ministro degli Esteri ma la lealtà di alleata e amica non potrebbe impedirle di aspirare a raccogliere qualche frutto da un’eventuale erosione del bacino elettorale azzurro dopo questa fase in cui i sondaggi positivi risentono forse anche di un effetto emotivo.

Di certo le difficoltà incontrate nella tenuta di una linea garantista, evidenziate dalla contestazione dell’urgenza o “priorità” della rimodulazione, cara al ministro della Giustizia Carlo Nordio, del nebuloso e sempre controverso reato di concorso esterno in associazione mafiosa, hanno ridotto forse le capacità attrattive della premier nei riguardi dell’area elettorale e parlamentare di Forza Italia. Il cui segretario non a caso ha tenuto a rimarcare la condivisione sua personale e del partito azzurro delle opinioni e delle iniziative di Nordio. Ma credo assai difficile che la Meloni, al di là delle contingenze, si lascerà convincere dalla ex direttrice del Secolo d’Italia Flavia Perina, che sulla Stampa l’ha sollecitata a liberarsi dell’ormai fantasma di Berlusconi e di tornare alla sua adolescenziale venerazione del magistrato Paolo Borsellino. La cui morte nella strage mafiosa di via D’Amelio, a Palermo, 31 anni fa aveva acceso in lei, appena quindicenne, la vocazione politica. Non credo insomma che la Meloni, per quanto possa o voglia consigliarla diversamente anche il magistrato e suo principale sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, potrà e vorrà perdere il Nordio tanto voluto prima come candidato della destra al Quirinale, poi come parlamentare e infine come guardasigilli. Né Nordio mi sembra francamente tentato da una vera rottura.

Ma oltre e più ancora della difesa dello spazio forzista dalla capacità attrattiva che ha pur sempre chi guida un governo e un’alleanza, Tajani ha perseguito con una forte rivendicazione del garantismo la difesa dello spazio forzista dal già citato Renzi. Che, smanioso come sempre, ripetendo l’errore della intempestività già compiuto in altre occasioni, ha lamentato una certa “timidezza” di Tajani proprio sul fronte garantista, contrapponendosi di fatto a lui come erede di Berlusconi in questo campo: una specie di “royal baby” di ritorno, dopo quello inventato da Giuliano Ferrara nel 2014 e smentito dallo stesso Berlusconi due anni dopo schierandosi contro la riforma costituzionale renziana nel referendum del 2016.

Pubblicato sul Dubbio

Scherzi da prete, o da vescovo, alla Meloni in Tunisia per l’accordo anti-scafisti

         Annasperà pure su qualche problema interno, come quello sempre scivoloso dei rapporti fra politica e giustizia, con i quali si sono confrontati faticosamente anche altri presidenti del Consiglio di diverso colore o schieramento, ma bisogna riconoscere che Giorgia Meloni continua a cogliere successi sul piano internazionale, per quanto minimizzati o contestati dai suoi avversari. Ieri, per esempio, ha partecipato in Tunisia alla firma del memorandum d’intesa di Cartagine fra l’Unione Europea e la stessa Tunisia per una parthnership strategica e globale, per la quale la premier italiana si è spesa moltissimo trascinandosi praticamente appresso la presidente tedesca della Commissione europea Ursula von der Layen e il premier d’Olanda Mark Rutte.

         Si tratta di un tassello essenziale a quel cambio di rotta che la Meloni si vanta di avere fatto maturare in Europa facendo dell’immigrazione un problema più “esterno” che “interno”, risolvibile pensando e rimediando più alle partenze, lottando gli scafisti, che agli arrivi sui confini meridionali europei. Di cui quelli italiani sono una parte certamente non secondaria. .

         Mentre il leader leghista  Matteo Salvini da vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno del primo governo di Giuseppe Conte si adoperò, anche a costo di finire sotto processo dopo la caduta di quel governo e un cambiamento di maggioranza, per ostacolare l’accesso ai porti e alle coste italiane, la Meloni ha preferito scommettere non più sul blocco navale reclamato irrealisticamente quando era all’opposizione, ma sulla possibilità di controllare e disincentivare le partenze accordandosi con gli Stati interessati e favorendone condizioni e sviluppo. In questa prospettiva la premier persegue un piano Mattei evocando la politica di forte collaborazione con i paesi rivieraschi d’Africa, e non solo, praticata dallo storico fondatore dell’Eni.

         Per quanto sia riuscita in più occasioni a stabilire un rapporto di simpatia col Papa in persona, la Meloni si è trovata a fare i conti in questa sua visione e gestione del problema dei migranti con i vescovi italiani. O almeno con il loro giornale, Avvenire, che ha così titolato ieri in prima pagina precedendo la missione della premier: “Un patto discutibile”. Discutibile perché “il governo tunisino -ha titolato ancora il quotidiano cattolico- manda i profughi a morire nel deserto e aizza la piazza contro i neri”, ora anche con l’aiuto politico e finanziario dell’Unione Europea, sempre secondo Avvenire. Con i cui scherzi da prete, anzi da vescovo, concorda una sinistra dimentica che le premesse della politica perseguita oggi dal governo italiano risalgono all’’azione di un esponente del Pd come Marco Minniti, ministro dell’Interno del governo di Paolo Gentiloni. Che non  è un omonimo, ma proprio il commissario europeo in carica per gli affari economici e monetari. Che un aiuto alla Meloni per far passare la sua linea a Bruxelles l’ha sicuramente dato.

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Fiandaca tradisce Nordio sul concorso esterno in associazione mafiosa

         Bel colpo per un giornale come Repubblica –anche se pubblicato ieri con insolita discrezione all’interno, senza uno straccio di richiamo in prima pagina, magari sotto il titolo dedicato al “governo diviso su Nordio”- l’intervista nella quale il professore emerito di diritto penale Giovanni Fiandaca, un mito per i garantisti, ha dissentito dal proposito del ministro della Giustizia di “rimodulare”, riscrivere e quant’altro, pur senza abolirlo, quel reato misterioso che è sempre stato il concorso esterno in associazione mafiosa. Un ossimoro, lo considera il guardasigilli, che deve essersi sentito tradito da Fiandaca più ancora che dal sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, intervenuto per escludere un intervento su quel reato fra le “priorità” del governo.

         Intervistato da Liana Milella- della quale non mi è mai capitato di cogliere un sorriso sul volto, e che di solito interroga come un pubblico ministero l’interlocutore, sino a procurarsene qualche volta reazioni di fastidio- il professore Fiandaca ha detto che “ora non è il momento” di un intervento legislativo sul concorso esterno in associazione mafiosa perché “troppo forte la contrapposizione politica, anche se si tratta da sempre di un intervento necessario”.

         Piuttosto che “aggravare la nevrosi politico-istituzionale determinata dal conflitto tra politica e giustizia…..è meglio che sia la Cassazione -ha detto il giurista- a cercare di migliorare per via giudiziaria la tipizzazione del concorso”. Non ho mai sentito formulare così chiaramente una richiesta alla politica di rinunciare alla propria sovranità per lasciare ai magistrati la sostanziale formulazione delle leggi. E’ qualcosa che assomiglia alla resa della politica alla giustizia avvenuta ai tempi di Tangentopoli, o “Mani pulite”, con la rinuncia del Parlamento alle autorizzazioni a procedere contro i suoi esponenti richieste dall’originario articolo 68 della Costituzione.

         Bel colpo, ripeto, per un giornale come Repubblica, ma bruttissimo per quanti giustamente aspirano a riequilibrare i rapporti fra politica e magistratura “bruscamente cambiati” fra il 1992 e il 1993, secondo una famosa e per niente entusiastica osservazione di Giorgio Napolitano nel 2010 al Quirinale.

         Meno clamoroso per il livello dell’intervento, senza volere offendere l’interessata, ma pur sempre significativo è l’invito rivolto sulla Stampa di ieri, in prima pagina, a Giorgia Meloni dall’ex direttrice del Secolo d’Italia Flavia Perina a liberarsi del fantasma, ormai, di Silvio Berlusconi per affrontare i problemi della giustizia in una chiave praticamente più consona alle posizioni originarie, per niente garantiste, della sua parte politica. E ciò specie a pochi giorni dalla celebrazione del 31.mo anniversario della strage di via D’Amelio, a Palermo, dove fu ucciso il magistrato Paolo Borsellino. La cui fine scosse tanto la pur quindicenne Meloni da farle venire la voglia o la vocazione politica.

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Renzi all’assalto di Tajani per l’eredità politica ed elettorale di Berlusconi

         Proprio nel giorno in cui Antonio Tajani da vice presidente e reggente diventa segretario di Forza Italia e si apre anche formalmente il dopo- Berlusconi nel partito avviato verso il congresso dell’anno prossimo, Matteo Renzi lo attacca dalle colonne del “suo” Riformista dandogli del “timido” sul fronte della riforma della giustizia. Che interesserà pure ai cittadini meno degli scioperi nei trasporti -come insinua una vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera- ma costituisce il maggiore tema del dibattito politico.

         Sotto il titolo “Il prezzo della libertà” Renzi scrive dall’alto o dal basso, come preferite, del suo terzo polo coll’eterno dissidente Carlo Calenda che si possono pure comprendere le difficoltà nei rapporti tra i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e i leghisti di Matteo Salvini, che vivono male la stagione del garantismo provenendo entrambi da un passato giustizialista, forcaiolo, manettaro e quan’altro. Ma “la vera sorpresa è Forza Italia…contro Forza Italia”, scrive l’ex presidente del Consiglio lamentando una certa “timidezza” di Tajani. Che -scrive ancora Renzi- “non nasce solo dal carattere accomodante ma soprattutto dalla paura di disturbare il manovratore, cioè la premier: paura che dalle parti di Forza Italia è diventata ormai la bussola per qualsiasi decisione politica”.

         Unita a una “lettera” diffusa ieri al suo pubblico internettiano per difendere la buonanima di Berlusconi dai tentativi ancora in corso alla Procura di Firenze di coinvolgerlo nelle stragi mafiose di una trentina d’anni fa come mandante, interessato,  beneficiario politico e quant’altro, avendo vinto le elezioni del 1994 nel clima creato da quegli eventi, la sortita di Renzi segna il rilancio della sua neppure tanto nascosta ambizione di raccogliere l’eredità elettorale del Cavaliere in concorrenza con Tajani oggi o chissà con chi altro domani.

         Il guaio di Renzi, in questo assalto all’eredità di Berlusconi come un nuovo “royal baby”, dopo la prima edizione immaginata e scritta da Giuliano Ferrara sul Foglio dei tempi in cui lo stesso Renzi era presidente del Consiglio; il guaio del senatore toscano, dicevo, è che la “timidezza” di Tajani, pur apparendo chiara a lui, sia contraddetta dalla cronaca, diciamo così.  Proprio oggi Il Fatto Quotidiano titola che “anche sulla mafia”, oltre che sull’abolizione del reato di abuso d’ufficio, “Nordio e FI se ne fregano del no del Colle”. Un no peraltro che a proposito della cosiddetta “rimodulazione” del reato di concorso esterno in associazione mafiosa propostasi dal guardasigilli è stato condiviso per conto della Meloni dal suo principale sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano ma decisamente rifiutato da Tajani. Il quale si è allineato a Nordio, come anche sulla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici. Di concreto e reale rimane quindi solo la volontà o l’interesse di Renzi di contrastare la leadership forzista di Tajani, a prescindere.

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Il traffico sulla giustizia al Quirinale nell’incontro fra Mattarella e Meloni

         Va bene che “il fumetto è divenuto arte di governo” in una “politica delle nuvolette”, come ha scritto sul Foglio Giuliano Ferrara nell’augurabile consapevolezza che vi contribuisce con le cronache e i retroscena anche il suo giornale. Ma ho la sensazione che si sia davvero esagerato riferendo dell’incontro di ieri al Quirinale tra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo la riunione del Consiglio Supremo di Difesa svoltasi all’indomani del vertice della Nato a Vilnius.

         Dei “dieci minuti” dedicati alla giustizia dell”’ora scarsa” di colloquio – insufficienti, come ha avvertito Marzio Breda sul Corriere della Sera per la “troppo bollente materia e i toni del conflitto tra governo e magistratura”- si trovano sui quotidiani le versioni più disparate. Si passa dalla “frenata” di Mattarella annunciata dallo stesso Corriere alla più cauta “mediazione” attribuitagli dal Secolo XIX in una posizione quindi di equidistanza fra le due parti, per quanto preceduta da un incontro di conforto o sostegno avuto al Quirinale dal capo dello Stato con i vertici della Corte di Cassazione.

         L’Unità di Piero Sansonetti si è avventurata ad attribuire a Mattarella, sempre nel colloquio con la premier, queste parole in tanto di titolo sulla prima pagina a proposito delle critiche, attacchi e quant’altri giunti da Palazzo Chigi ad una certa “fascia” della magistratura fiancheggiatrice, a dir poco, dell’opposizione più dura al governo: “Per favore, non morderli sul collo”. Che è cosa alquanto diversa dalla “strigliata” o “gelata” annunciata dal Fatto Quotidiano con particolare riferimento all’abolizione del reato di abuso d’ufficio contenuta in un disegno di legge alla firma proprio del capo dello Stato per l’autorizzazione di rito all’accesso parlamentare.

         Dove non arrivano i retroscena scritti si avventurano i fotomontaggi, come quello del Fatto che traduce il proposito annunciato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio di una “rimodulazione” del reato di concorso esterno in associazione mafiosa in una sostanziale solidarietà all’ex senatore Marcello Dell’Utri, a suo tempo condannato proprio con questa imputazione. Un progetto peraltro, questo del guardasigilli, su cui è caduta come una scure la precisazione del magistrato e principale sottosegretario della Meloni a Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano, che non rientra nelle “priorità” del governo.

         Nordio, dal canto suo, ha incassato riconoscendo che la materia non fa parte del programma concordato fra i partiti del centrodestra, anche se sta molto a cuore di Forza Italia, ma ha avvertito in una intervista al Corriere che non intende “fermarsi”, e forse neppure rallentare, sulla strada della separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici, ben condivisa dalle componenti della maggioranza e dal cosiddetto terzo polo, o di quel che ne rimane al netto degli scontri continui fra Carlo Calenda e Matteo Renzi.

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La Meloni divide i giornali nella lettura dei suoi messaggi da Vilnius

         Alla faccia della “retromarcia” nei rapporti tesi con i magistrati attribuita a Giorgia Meloni, sia pure in seconda pagina, dal Riformista di Matteo Renzi. Che è pronto sia a saltare in groppa alla premier sia, quando gli serve, a lamentarne ripensamenti, indecisioni, contraddizioni pronto e a promettere più o meno esplicitamente agli elettori del più o meno fantomatico centro che lui, al suo posto, saprebbe fare meglio e di più. Solo se l’ex presidente del Consiglio riuscisse davvero a decollare col terzo polo, magari liberandosi di quella zavorra che ogni tanto mostra di considerare, ricambiato, il fratello-coltello Carlo Calenda.

         “Meloni riaccende lo scontro tornando ad accusare i magistrati di fare politica, titola La Stampa con gli stessi occhiali della consorella Repubblica. Che registra il “non ci fermeremo” della Meloni mentre il guardasigilli Carlo Nordio annuncia o conferma, come preferite, l’intenzione di “riscrivere” pure “il concorso esterno mafioso”.

         Anche sul più prudente Corriere della Sera – con “i paletti” attribuiti alla premier come per volere farle delimitare lo scontro con la magistratura accusata di fare politica in alcune sue frange, sino ad essersi sostituita alle opposizioni aprendo con largo anticipo la campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo l’anno prossimo- Massimo Franco ha avvertito in prima pagina che certe parole di apparente disponibilità ad abbassare i toni pronunciate dalla Meloni a Vilnius, rispondendo alle domande dei giornalisti dopo la partecipazione al vertice della Nato, “non significano che le tensioni non esistano, né che scompariranno presto”. Magari su consiglio, pressione e quant’altro di Mattarella al Quirinale, dove la premier è attesa per riferire su Vilnius e dintorni. Dove peraltro, incontrando Biden, la Meloni ha potuto completare con la data del 27 luglio la preparazione della sua visita alla Casa Bianca.

         Nelle risposte date ai giornalisti che l’hanno seguita al vertice della Nato Il Foglio ha visto, questa volta non a torto, un po’ di “sassolini” che la premier ha voluto togliersi dalle scarpe. Che peraltro le hanno davvero dato fastidio, come ha raccontato lei stessa spiegando certe smorfie sul viso sfuggitegli mentre parlava. Il principale di questi sassolini è stato sicuramente quello del pur amico, cofondatore dei “fratelli d’Italia” e presidente del Senato Ignazio La Russa. Dal quale si è dissociata come di più non poteva fare, solidarizzando istintivamente con la vittima, per la funzione da lui assunta, sia pure come padre, di giudice assolutorio del figlio minore accusato di uno stupro avvenuto per giunta a casa sua, cioè della famiglia. Per questa dissociazione la premier si è guadagnata la “brava” gridatagli sull’Unità da Piero Sansonetti generalmente severo e critico nei suoi riguardi, soprattutto a causa della sua posizione fortemente atlantista sulla guerra in Ucraina.

Stefania Craxi difende il padre e finisce nella posta del Corriere della Sera

Vi racconto la storia di una curiosa polemica -vi spiegherò poi perché curiosa- trovata fra le pagine del pur prestigioso, autorevole, diffuso e quant’altro Corriere della Sera. Nei cui riguardi Vittorio Feltri ha scritto anche di recente che i giornalisti si dividono fra chi vi ha lavorato, lui compreso naturalmente, e chi avrebbe voluto lavorarvi non riuscendoci.

         Mercoledì 5 luglio scorso il turno dell’editoriale spetta al famosissimo e apprezzatissimo Angelo Panebianco, che ragionando fra “storia e futuro” si occupa dei problemi non pochi né facili del Pd guidato da Elly Schlein in tempi fortunati non più per la sinistra ma per la destra.

         Al professore scappa di scrivere con la mente rivolta al passato, pur non volendosene compiacere, per carità, che “il partito comunista, senza possibilità di andare al governo, fu la forza dominante dell’opposizione durante la Guerra fredda”. E che “gli esperimenti socialdemocratici (da Saragat a Craxi) volti a ridimensionarlo fallirono”.

         Pur o proprio perché abituale lettrice di Panebianco, e “sovente” d’accordo con le sue “analisi” e simili, la senatrice di Forza Italia e presidente della Commissione Esteri Stefania Craxi ha qualcosa da ridire sul fallimento attribuito al padre Bettino. In difesa del quale scrive al direttore per proporre a lui e all’editorialista “un approfondimento”.

         In particolare, Stefania -che chiamo così per i nostri amichevoli rapporti, che onestamente confesso ai lettori- ricorda che “nell’orizzonte” del padre eletto nel 1976 segretario di un Psi che “aveva toccato il minimo storico in termini di consenso elettorale (9,6%) a fronte del picco fatto registrare dal Pci di Berlinguer (34,4%)” si profilò “la sfida più difficile”. Che fu quella di “emancipare il socialismo italiano dalla condizione di parente povero del comunismo, restituendogli dinamismo programmatico e centralità politica”. Una sfida destinata, fra l’altro, a portarlo a Palazzo Chigi tra la confessata meraviglia del suo predecessore alla segreteria del partito Francesco De Martino, responsabile di quel misero 9,6% dopo aver promesso che i socialisti non sarebbero più tornati al governo con la Dc senza i comunisti. A noi -confessò De Martino di fronte alle condizioni alle quali Craxi decise invece di riprendere l’alleanza con i democristiani avendo i comunisti all’opposizione- non era mai venuto in mente di rivendicare la guida del governo, neppure quando proprio lui reclamava “equilibri più avanzati” facendo il vice presidente del Consiglio dell’ultradoroteo  Mariano Rumor.

         A Craxi invece toccò Palazzo Chigi fra il 1983 e il 1987 avendo come vice presidente del Consiglio il presidente della Dc Arnaldo Forlani, e alla segreteria della stessa Dc un Ciriaco De Mita che si era fatto eleggere a quella carica l’anno prima  promettendo che non avrebbe mai ceduto la guida del governo al leader socialista affacciatosi metaforicamente a Palazzo Chigi già nel 1979, su imprevisto incarico del presidente socialista della Repubblica Sandro Pertini.

         Ma il problema sollevato da Panebianco -mi direte- è quello dei rapporti di forza fra il Psi e il Pci, non fra il Psi e la Dc. Quelli col Pci -risponde praticamente Stefania Craxi nella lettera al Corriere– furono in effetti più duri da cambiare. Avvenne “una crescita lenta, che scontava il fatto di maturare in un contesto ancora segnato dal peso delle ideologie”, ma fu una crescita “costante fino al dato del 1987, termine dell’esperienza craxiana di governo (14,3%)” dal 9,6 del già ricordato 1976 rimediato con De Martino.  “Dopodichè, il crollo del muro di Berlino e la fine della Guerra fredda -scrive sempre Stefania- rimodularono gli spazi e cambiarono gli imperativi. E Craxi affrontò quel tornante storico decisivo investendo sull’Unità socialista”, sino ad arrivare nelle elezioni politiche del 1992 a un 13,6% distante meno di tre punti dal “partito di Occhetto e D’Alema precipitato al 16%” con un nuovo nome e un nuovo simbolo.  “Il riequilibrio dei rapporti di forza a sinistra fu davvero ad un passo”, mancato per la coincidenza col “ciclone di Mani pulite”, che spazzò la cosiddetta prima Repubblica. Coincidenza diabolica, direi contenendomi con fatica nella contestazione anche di una recente intervista nella quale un generoso Pier Ferdinando Casini ha detto proprio al Corriere che la fine della prima Repubblica “non è stata determinata da Tangentopoli, come molti pensano, ma dalla caduta del muro di Berlino” perché “il mondo che cambiava richiedeva interpreti nuovi”. Ed ha aggiunto: “Inutile vivere di nostalgia: tutto nella vita ha un inizio e una fine”.

         L’aspetto curioso della polemica avviata da Stefania Craxi ricostruendo fatti incontrovertibili è costituito dai tempi e dalla sua collocazione, o evidenza, come preferite. Dalla prima pagina dell’editoriale di Panebianco del 5 luglio -ripeto- si è passati alla pagina 27, quella delle lettere, del 10 luglio.

“Interventi e repliche” è il titolo sotto il quale si è trovato sistemato l’intervento appunto di Stefania Craxi sugli “esperimenti  socialdemocratici”. Ma di repliche di Panebianco, o del direttore del Corriere, o del curatore della posta del giornale pur più diffuso e autorevole d’Italia non si è vista neppure l’ombra. Spazzata via anche questa dal “ciclone di Mani pulite” non ancora passato, perdurando il “brusco cambiamento” nei rapporti intervenuti allora fra la politica e la giustizia, secondo la denuncia mai sufficientemente ricordata di Giorgio Napolitano al Quirinale nel decimo anniversario della morte di Bettino Craxi in una lettera alla vedova diffusa integralmente dalla Presidenza della Repubblica. Un cambiamento dal quale anche Giorgia Meloni e il suo guardasigilli Carlo Nordio, e forse anche Sergio Mattarella dal Quirinale, stanno sperimentando quanto sia difficile tornare indietro per ristabilire la normalità immaginata dai costituenti 75 anni fa.

Pubblicato sul Dubbio

I numeri buoni di Gorgia Meloni e quelli meno buoni del suo partito

         I numeri personali di Giorgia Meloni, col 40,6 per cento di fiducia popolare appena rilevato dall’istituto di ricerca di Alessandra Ghisleri, che ne riferisce oggi sulla Stampa, continuano ad essere buoni anche dopo la polemica da lei aperta contro “le frange” della magistratura fiancheggiatrici o addirittura sostitutive delle opposizioni nella lunga campagna elettorale per il rinnovo, l’anno prossimo, del Parlamento europeo. Polemica della quale, a leggerne i critici nelle cronache e nei commenti giornalistici, la premier sarebbe quasi pentita o preoccupata, sino a non vedere l’ora di rimediarvi con qualche discorso o iniziativa distensiva, anche a costo di spiazzare il suo guardasigilli Carlo Nordio. Che ha appena avvertito evidentemente anche lei che per fare una vera riforma della giustizia, ben oltre l’anticipo del disegno di legge già predisposto dal Consiglio dei Ministri, bisogna smetterla di “chinarsi” alle toghe, e ripristinare finalmente la sovranità della politica. E del Parlamento che fa le leggi, non lasciandole scrivere o cambiare dall’associazione nazionale dei magistrati, che considera “punitiva” ogni norma correttiva dei cambiamenti intervenuti nei rapporti fra politica e giustizia una trentina d’anni fa, con le indagini sul finanziamento illegale dei partiti, se non già prima, come sostiene l’ex presidente della Camera Luciano Violante parlando degli “anni Ottanta” e della lotta al terrorismo e alla mafia delegata, ben oltre i processi, al potere o ordine giudiziario.

         Ma se continuano ad essere buoni per la Meloni, supportata dalla sua intensa attività sul piano internazionale, i numeri cominciano a calare per il suo partito. Che in soli dieci giorni ha perso quasi due punti, scendendo al 29,7 per cento dei voti, di cui quasi uno e mezzo, all’interno della stessa maggioranza, a favore della Lega di Matteo Salvini. Che fa ai “fratelli d’Italia” della premier una concorrenza neppure tanto nascosta nel ricordo dei tempi in cui il centrodestra divenne a trazione appunto leghista. Ciò avvenne, in particolare, nelle elezioni del 2018, quando Salvini investì il suo successo entrando nel governo a trazione, a sua volta, grillina con  Giuseppe Conte a Palazzo Chigi.

         La Ghisleri chiama “grane d partito” quelle che avrebbero penalizzato di quasi due punti in dieci giorni -ripeto- i “fratelli d’Italia”. Che poi sono anche le grane giudiziarie della ministra del Turismo Daniela Santanchè e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, da cui la premier ha ricavato l’impressione di una certa magistratura all’opposizione. Ma sono, a mio modesto avviso, soprattutto le sopraggiunte grane, sempre giudiziarie, della famiglia di Ignazio La Russa, che ha difeso e assolto dopo un interrogatorio personale il figlio Leonardo Apache, facendogli una lavata di testa solo per avere consumato un presunto stupro a casa sua.  Non il massimo, bisogna riconoscerlo, per un presidente del Senato, e un co-fondatore del partito della Meloni.

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