Il rimpianto della Democrazia Cristiana trent’anni dopo la scomparsa

Le celebrazioni, funerarie o di altro tipo, singole o combinate, a caso o apposta, servono anche a mettere in chiaro cose che prima erano confuse, o avvertite solo in parte.

         Arnaldo Forlani, per esempio, morto di recente a più di 97 anni, è stato solennemente e giustamente celebrato alla Camera quasi in coincidenza con i trent’anni trascorsi da una deliberazione del Consiglio Nazionale scudocrociato da molti considerata la fine della Dc. Ne fu allora autorizzato in effetti uno strano superamento con un ritorno all’indietro, all’originario Partito Popolare, formalizzato dopo qualche mese.

         Si è così ristabilito finalmente con nettezza che Forlani, l’uomo del potere discreto, che Antonio Di Pietro aveva tentato di liquidare plasticamente con quella saliva uscita dalle labbra durante un interrogatorio nel processo Enimont, fu davvero l’ultimo segretario della Dc per più di 50 anni cardine del sistema politico e istituzionale della Repubblica.

 Il Mino Martinazzoli, succedutogli nel 1992 per le spontanee dimissioni di un segretario che non era riuscito a farsi eleggere dai suoi parlamentari presidente della Repubblica, aveva già per la testa ben altro: un partito diverso nella sua apparente, fallace discontinuità. Che lo stesso Martinazzoli avrebbe poi sciolto ricorrendo ad un semplice telegramma, come gli avrebbe rinfacciato con sadismo per tutta la vita un Umberto Bossi che con la sua Lega ne aveva appena cominciato a raccogliere l’eredità elettorale al Nord.

         Ma che cos’era stata la Dc guidata per ultimo da Forlani? Solo il partito della “centralità” da lui rivendicata nel momento in cui, nel 1972, era stato costretto a rinunciare ai socialisti di Giacomo Mancini, usciti spontaneamente dal centro-sinistra per protesta contro l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale, e a sostituirli con i liberali in un governo di Giulio Andreotti? Lo stesso Andreotti che, con Forlani ministro degli Esteri e Aldo Moro presidente del partito, avrebbe realizzato quattro anni dopo il primo dei due monocolori democristiani sostenuti dal Pci di Enrico Berlinguer all’insegna della solidarietà nazionale. Più centrale di così…,verrebbe da dire. Una centralità investita dallo stesso Forlani a Palazzo Chigi nel 1980 col recupero del Psi di Bettino Craxi nella maggioranza e poi col pentapartito, comprensivo di liberali e socialisti, guidato dallo stesso Craxi, poi da Ciriaco De Mita e infine da Andreotti, sempre lui, in ultima edizione di capo del governo.

         Proprio per quella sua centralità il compianto Giampaolo Pansa coniò per la Dc il nome di “balena bianca”, non immaginandone lo spiaggiamento. Marcello Veneziani sulla Verità ha appena sfornato, alla memoria, una serie pirotecnica di soprannomi, fra i quali: “il partito metafisico e ubiquitario”, “l’ultima autobiografia della Nazione”, “un minestrone”, “il seminterrato della coscienza nazionale”, “la metropolitana nelle viscere” del Paese, “il partito più di Pilato che di Cristo”, eccetera.

Ma, nel complesso, a parte il non confortante Pilato prevalso ancora una volta nella storia su Cristo, si avverte nell’articolo del fantasioso intellettuale di destra una certa nostalgia dello scudo crociato, che ebbe il pregio,  fra l’altro, di “vivere e lasciar vivere”, anche la destra appunto, associata ogni tanto all’elezione del Capo dello Stato, come nei casi di Antonio Segni e di Giovanni Leone, ma forse anche di Giovanni Gronchi, e una volta persino alla maggioranza del governo di Fernando Tambroni, nel 1960, a costo di scontri di piazza anche sanguinosi.

         In un eccesso di ottimismo o buona volontà il mio amico Marcello ha trovato nei tempi della Dc anche il vantaggio del “caldo, della pioggia e dei venti moderati”. In un eccesso invece di cattivo gusto che forse voleva essere solo spiritoso egli ha invece chiuso le sue confidenze scrivendo di rimpiangere “a volte” la Dc “in bagno, di nascosto, nel pieno delle funzioni corporali”. Come, in verità, capitò una volta di dire al compianto Antonio Martino, in una intervista, del centrodestra post-montiano di cui il suo amico Silvio Berlusconi, chiuso nella reggia di Arcore, parlava ottimisticamente dopo avere fatto poco, secondo lui, per rivitalizzarlo davvero liberandosi di alcuni consiglieri e assumendone altri.

         La stessa impietosa capacità d’analisi ho trovato -sul versante opposto- nell’articolo del direttore del Dubbio Davide Varì che ha appena raccontato della deriva giustizialista della sinistra: sia di quella rappresentata in Parlamento sia dell’elettorato del suo principale partito. Che naturalmente è ancora il Pd, per fortuna non o non ancora il movimento pentastellare o pentastellato di Giuseppe Conte, sotto sotto tentato quanto meno dall’aspirazione di prevalere anche su Elly Schlein.  Che  di tanto in tanto egli incontra e abbraccia nelle piazze, o con la quale accetta di bere una limonata in un bar, come a Campobasso di recente, prima del voto che avrebbe lasciato il Molise ancora di più nelle mani del centrodestra.

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I colpi di sole e di grandine nei racconti della politica italiana

         La notizia del giorno, il 26 luglio di questa “pazza estate” lamentata anche da Matteo Renzi  sul suo Riformista, fra un’iniziativa e l’altra per liberarsi finalmente di Carlo Calenda e contendere al povero Antonio Tajani l’eredità elettorale del compianto Silvio Berlusconi, non è la maggiore crescita del pil intravista dal Fondo Monetario Internazionale. Che ha contribuito probabilmente a quell’”Italia oasi di stabilità e pace sociale” cantata dal Foglio e contrappposta ai problemi della Francia e della Germania, per non parlare della Spagna forse destinata a un altro turno anticipato di elezioni.

         No. Non è neppure la notizia della fiducia, addirittura, che sta per ottenere in Parlamento la tanto contestata ministra del Turismo Daniela Santanchè. O l’imminente partenza della premier Giorgia Meloni. Che, pur rauca dopo la debacle elettorale degli amici spagnoli di Vox, va a farsi consolare negli Stati Uniti direttamente dal presidente Joe Biden rafforzando ulteriormente la sua immagine internaziomale, per quanto in Italia continuino a dire peste e corna di lei la segretaria del Pd Elly Schlein e il capo dei grillini Carlo Conte, trovandosi almeno su questo d’accordo.

.        La notizia del giorno è quel Matteo Salvini, il leader leghista vice presidente del Consiglio e ministro delle Infastrututture, promosso dal Foglio “ingegnere” e sorpreso a riunire imprese e costruttori ai quali sembra finalmente “diventato serio”, da quella mina vagante della Meloni che era diventato, ma rappresentato dal Fatto Quotidiano come il muovo Nerone che suona e canta davanti alle fiamme che bruciano il Sud e la grandine e il vento che devastano il suo Nord. L’una e l’altra Italia che Salvini si sarebbe proposto di salvare con la costruzione del ponte sullo stretto di Messina e di un po’ di centrali elettorali nucleari. Che farebbero ormai così poca paura da poter affrontare e superare anche un referendum preventivo.

         Mi direte che Il Fatto Quotidiano è solo un giornale, come Libero che prende in giro la sinistra attribuendole l’addebito della grandine al fascismo tornato con la Meloni al governo. Un giornale, quello diretto da Marco Travaglio, un pò pazzo come questa estate e preso sul serio in Italia solo da Conte, ancora grato di essere stato promosso sulle sue pagine nelle due versioni di presidente del Consiglio, vissute fra il 2028 e il 2021, come il migliore successore di Cavour.  Altro che la buonanima di Alcide De Gasperi, il ricostruttore dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale e quel presunto pallone gonfiato del vivente Mario Draghi, succeduto a Conte grazie al pugnale di Sergio Mattarella. Ma le stravaganze in Italia, si sa, hanno un loro fascino perverso.

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La solita corsa alle letture di parte delle elezioni stavolta spagnole

         Tutti ora, fra partiti e giornali, leader e notisti, tifosi e vignettisti, in una corsa frenetica e pericolosa nelle temperature di questa orrida estate, a ricavare lezioni e a darne in Italia dopo le elezioni spagnole. Che avrebbero fermato “l’onda nera” -ha titolato, per esempio, La Stampa- per la cocente, indubitabile debacle della destra di Vox sponsorizzata a Palazzo Chigi da una Giorgia Meloni ora afona, o quasi. La “raucedine” attribuitale sulla prima pagina del Corriere della Sera da Emilio Giannelli nella vignetta di giornata rende sicuramente bene l’idea della delusione procurata alla premier italiana dai suoi amici spagnoli.

         Eppure, come avverte sempre sulla Stampa nel suo commento Giovanni Orsina già nel titolo confezionatogli in redazione, “Vox ha perso ma la destra no” perché il partito popolare spagnolo, che non è certamente di sinistra, “ha migliorato del 50 per cento il risultato del 2019, passando da 89 a 136 deputati”. I socialisti del premier uscente Pedro Sanchez, cui la segretaria del Pd Elly Schlein si è aggrappata in Italia come ad un salvagente, hanno perso invece qualche seggio e possono sottrarsi all’opposizione solo scommettendo sull’alleannza con gli indipendentisti catalani, il cui leader è proprio in questi giorni a rischio di arresto. A meno che -all’italiana come nel 1976 con la “solidarietà nazionale” di conio moroteo ma anche in altre successive occasioni- i due maggiori partiti usciti dalle urne non si accordino per qualche soluzione di emergenza. E ciò anche  a costo di fare impazzire a Roma un Marco Travaglio che proprio oggi canta sul suo Fatto Quotidiano la contrarietà di Sanchez alle “ammucchiate”, come se quella con l’arrestando Carles Puigdemont non lo fosse.

         Tutto credo che sia prematuro dire e prevedere a proposito del voto spagnolo e delle sue ripercussioni altrove: da Roma a Bruxelles. Anche la certezza espressa sul Corriere della Sera dal mio amico Aldo Cazzullo che “non funzioni, almeno in Spagna ma probabilmente neppure in Europa” il centrodestra da esportazione sognato dalla Meloni. E ciò perché “i popoli dei grandi Paesi europei”, a dispetto del vento soffiato dalla Finlandia alla Grecia negli ultimi tempi, “non hanno tutta questa voglia di farsi stringere nella morsa tra i sovranisti e questa nuova versione, conservatrice e un po’ torva, dei popolari”. Ma “sono affezionati -ha scritto Cazzullo- ai diritti e alle libertà”.

         Più misurato, anche rispetto alla “botta per la Meloni” gridata con entusiasmo dall’Unità di Piero Sansonetti, mi sembra una volta tanto il ragionamento del Foglio nel titolo discorsivo sul “flop di Vox” che “fa bene” alla premier italiana, insegnandole che “non si può governare flirtando con gli estremismi”. “Vale in Spagna, vale in Europa. Il disastro di Vox -spiega Il Foglio- è un guaio per la Meloni di lotta ma un’opportunità per quella di governo”. Che, peraltro in partenza per gli Stati Uniti, potrebbe ora “ricalibrare l’asse e sbarazzarsi di altri fantasmi”.

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Le prediche inutili di Prodi (e Bonaccini) alla Schlein sulla radicalità “dolce”

Dalla “radicalità forte” -ricordate?-  raccomandata ad Elly Schlein da Carlo De Benedetti, non bastando  quella senza aggettivo di un suo libro recente, siamo appena passati alla “radicalità dolce”, o “soft”, consigliata da Romano Prodi. “Un ossimoro”, hanno commentato alcuni giornali, che pure avevano risparmiato questa definizione alla radicalità “forte” dell’ingegnere, considerando evidentemente la forza più congeniale, più naturale, più complementare alla radicalità che già di suo comporta un certo vigore. La dolcezza in effetti si coniuga più difficilmente con la voglia radicale di fare, o anche di non fare qualcosa.

  E’ radicale, per esempio, la voglia del guardasigilli Carlo Nordio, questa volta compatibile con le “priorità” o, più in generale, con il programma concordato fra i partiti della maggioranza di governo, e condiviso anche dal cosiddetto terzo polo, di separare le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici. E’ altrettanto radicale la contestazione dell’associazione nazionale dei magistrati, o sindacato delle toghe, che vede in una simile riforma la voglia di sottomettere i pubblici ministeri al governo di turno privandoli dell’indipendenza, autonomia d quant’altro garantita a tutti i magistrati.

Di che tipo di radicalità abbia voglia la Schlein, a prescindere dal tipo e dal colore di abito che sceglie di volta in volta di indossare, con o senza la consulenza del caso, non saprei bene. E mi pare che non lo abbia capito neppure Prodi se, al termine del suo intervento alla sostanziale nascita della corrente allargata del presidente del Pd Stefano Bonaccini, chiamata “Energia popolare”, si è infastidito alle richieste dei giornalisti di esprimere un giudizio sulla segreteria attuale del Nazareno. Ad occhio e croce, data l’indifferenza opposta a tutti gli abbandoni del Pd dopo la sua elezione, che fossero di provenienti dalla sinistra democristiana o dal Pci, direi che la radicalità della Schlein non sia proprio dolce come consigliata da Prodi. Che al posto suo avrebbe probabilmente trattenuti tutti i dissidenti, comprendendone disagi e quant’altro.

Un sola volta il professore emiliano, con i suoi due governi di cosiddetto centrosinistra formati a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, nel 1996 e nel 2006, mostrò una certa voglia di punire chi gli aveva messo i bastoni fra le rote, o disseminato la strada di chiodi. Fu nel 1998 reclamando il diritto di ottenere lo scioglimento anticipato delle Camere e di andare alle elezioni, dalle quali probabilmente sarebbe uscito con le ossa rotte Fausto Bertinotti, che gli aveva bucato le gomme fermando la corsa di governo alla quale il professore era stato autorizzato dagli elettori, prima ancora che dal presidente della Repubblica.

Ma Massimo D’Alema, l’azionista di maggioranza di quello che allora era l’Ulivo, spalleggiato al Quirinale da Oscar Luigi Scalfaro, non glielo permise preferendo succedergli subito e direttamente a Palazzo Chigi con un cambio di maggioranza. Nella quale il “sinistro” Bertinotti fu sostituito dal “destro” Francesco Cossiga. In compenso -va ricordato con onestà- D’Alema si prodigò davvero per la nomina compensativa di Prodi a presidente della Commissione europea, a Bruxelles. Da dove il professore emiliano sarebbe tornato per un altro sfortunato tentativo di governare in Italia per un’intera legislatura, interrotto questa volta, al di là delle dimissioni dell’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, dall’ex vice di Prodi alla prima presidenza del Consiglio, Walter Veltroni. Il quale aveva appena fondato e assunto la guida del Pd con la famosa “vocazione maggioritaria”. Che era un’aspirazione propedeutica ad una concezione di subalternità degli alleati al partito maggiore, con o senza apparentati. Fra i quali Veltroni ebbe, purtroppo per lui, l’infelice idea di preferire ai radicali ancora di Marco Pannella  i giustizialisti, a dir poco, di Antonio Di Pietro.

Alla luce di questa storia molto, forse troppo sintetica dell’avventura politica di Prodi -con entrambi i suoi governi di cosiddetto centrosinistra caduti anzitempo, e con la solidarietà umana che merita il suo dolore per la perdita, prematura anch’essa, dell’amatissima moglie Flavia- mi è francamente apparso eccessivo il clima quasi eroico nel quale egli è stato accolto a Cesena dagli amici e compagni di Bonaccini. E  ascoltato a distanza da una Schlein non trattenutasi abbastanza per ascoltarlo, per quanto gli debba il proprio decollo politico. Che risale al 2013, quando lei da sconosciuta, o quasi, predicò l’occupazione delle sezioni e sedi del partito per protesta contro i “traditori” che avevano appena impedito in Parlamento l’elezione di Prodi al Quirinale.

E’ vero, come si è detto appunto a Cesena e dintorni, che Prodi è l’ultimo ad avere vinto a sinistra le elezioni, sconfiggendo due volte Silvio Berlusconi all’esordio del cosiddetto bipolarismo. Ma, come ho già ricordato, senza riuscire poi a governare con le carovane allestite contro l’allora Cavaliere, che almeno una legislatura riuscì a governarla tutta da Palazzo Chigi col centrodestra, mancando le altre due occasioni: la prima a causa di Bossi, praticamente sfilatogli dalla maggioranza dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro,  sempre lui, e la seconda per l’intreccio ancora misterioso, almeno in parte, fra una crisi finanziaria internazionale, la rottura interna al centrodestra con Gianfranco Fini e le spalle rivoltegli da Bruxelles e tradottesi in un sostanziale commissariamento della politica italiana gestito a Palazzo Chigi da Mario Monti.

Pubblicato sul Dubbio

Dalla Spagna non un vento, stavolta, ma un venticello di destra

         Pur contenta del successo anche personale conseguito ieri con la Conferenza euro-africana di Roma finalizzata, fra l’altro, al contenimento dell’immigrazione clandestina sulle coste dell’Ue, più ancora che italiane, la premier Giorgia Meloni ha dovuto seguire con una certa “trepidazione” -come riferisce Francesco Bechis sul Messaggero– le notizie che le giungevano dalla Spagna. Dove le elezioni anticipate volute dal premier socialista non hanno certamente premiato la destra Vox da lei sponsorizzata forse troppo appassionatamente. Un cui successo avrebbe potuto gonfiare le vele del progetto meloniano di esportare l’anno prossimo nell’Europarlamento il centrodestra al governo in Italia, pur con l’anomalo posizionamento della Lega di Matteo Salvini. Che in Europa preferisce la destra estrema a quella conservatrice.

         I parlamentari di Vox, stando ai risultati non ancora definitivi mentre scrivo, hanno perso quasi 20 dei 50 e più seggi di cui disponevano prima delle elezioni. E ad una maggioranza col Partito Popolare, tornato ad essere il primo in Ispagna, mancherebbero sulla carta almeno 7 dei 176 seggi necessari, con grande sollievo naturalmente dei socialisti di Pedro Sanchez, la cui sostanziale tenuta li mantiene in gioco.

         In pratica la Spagna che sta uscendo dalle urne ricorda in qualche modo l’Italia delle elezioni -anch’esse anticipate- del 1976. Dalle quali Aldo Moro, presidente della Dc, sostenne che fossero emersi “due vincitori”: la sua Dc, appunto, e il Pci di Enrico Berlinguer, ancora più preponderante a sinistra per il minimo storico, sotto il 10 per cento, conseguito dai socialisti allora guidati da Francesco De Martino. Ne conseguì una tregua fra democristiani e comunisti chiamata “solidarietà nazionale”, ma secondo molti poiettata, a torto o a ragione, verso il “compromesso storico” teorizzato qualche anno prima da Berlinguer pensando ad un’alleanza vera e propria fra i due maggiori partiti italiani, pur antagonisti elettoralmente.

         Diversamente però dal Moro del 1976, che negoziò con i comunisti prima l’astensione e poi l’appoggio esterno ad un governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti, il leader dei popolari spagnoli Alberto Nunez Feijoo sembra quanto meno tentato dalla costruzione di una maggioranza senza il concorrente di sinistra, anche a costo di provocare questa volta lui, come Sanchez nei mesi scorsi, lo scioglimento delle Camere e un altro turno di elezioni anticipate. Che difficilmente sembra destinato a procurare vantaggi alla destra di Vox, che ha perduto voti nelle urne di ieri soprattutto a vantaggio dei popolari. Con i quali tuttavia la premier italiana, leader del partito dei conservatori europei, è disposta ad allearsi a Strasburgo, ricambiata nelle sue speranze dal presidente del Ppe Manfred Weber e forse anche dalla presidente uscente della Commissione di Bruxelles Usrsula von der Leyen, pure  lei del Partito Popolare.

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Romano Prodi chiede a Elly Schlein l’ossimoro di un “radicalismo dolce”

         Anche se nata e cresciuta mediaticamente per la volontà mostrata nel 2013, cioè dieci anni fa, di volerne vendicare la mancata elezione al Quirinale, trafitto da almeno 105 franchi tiratori del Pd, la segretaria Elly Schlein non è riuscita a restare a Cesena, invitata dalla minoranza del partito raccoltasi attorno al presidente Stefano Bonaccini, per ascoltare anche il discorso più annunciato e più atteso: quello di Romano Prodi. L’ha apprezzato solo a distanza, non so francamente con quanta convinzione, ispirando forse la vignetta di Emilio Giannelli che oggi sulla prima pagina del Corriere della Sera propone la Schlein timorosa che “la corrente Bonaccini” finisca per investirla come “un tornado”.

         Prodi nel suo intervento, affaticato dal caldo e dal dolore della recente perdita della moglie Flavia, si è limitato a chiedere alla Schlein l’ossimoro di un “radicalismo dolce”. E in politica estera ne ha addirittura condiviso la sofferenza, chiamiamola così, per i perduranti aiuti militari all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin dicendo che “ci comportiamo da vassalli con gli Stati Uniti”, mancando di una “capacità propositiva”, al pari del resto di una “Unione Europea sbandata”. Che tale evidentemente non era quando a guidarla era praticamente lui a Bruxelles come presidente della Commissione esecutiva, dal 1999 al 2004. Eppure al termine del raduno cesenatico egli è apparso “sorprendente” a Carlo Bertini, della Stampa, per il rifiuto di rispondere ai giornalisti che gli chiedevano un giudizio sulla “gestione Schlein”. “Un no comment accompagnato da una smorfia di fastidio per la domanda”, ha scritto Bertini attribuendo al professore forse troppo generosamente solo “la volontà di non farsi trascinare nelle beghe del partito”. Come se  la decisione di correre a Cesena non avesse avuto alcun significato politico nelle condizioni in cui si trova il Pd dopo la vittoria congressuale della Schlein, gli abbandoni di esponenti di provenienza sia democristiana sia comunista e le sconfitte elettorali già accumulate, e ricordate da Bonaccini.

         Naturalmente è del tutto comprensibile, specie dopo il lutto familiare -ripeto-  che lo ha anche fisicamente segnato, l’accoglienza da padre nobile del partito e da “ultimo vincitore” elettorale riservatagli a Cesena dai convenuti e da molti giornali. Comprensibile, ripeto, ma non per questo del tutto condivisibile. In primo luogo perché la nascita del Pd avvenne anche nel tentativo di interrompere l’esperienza di vaste coalizioni di cosiddetto centrosinistra, uliviste o d’altra denominazione, volute da Prodi e tutte condizionate dagli umori delle componenti più estreme.  In secondo luogo perché, proprio a causa di quella condizione, Prodi dopo le due vittorie conseguite su Silvio Berlusconi, nel 1996 e nel 2006, non riuscì a restare più di due anni scarsi a Palazzo Chigi per governare su designazione degli elettori: la seconda volta trascinandosi  appresso nella caduta anche le Camere, sciolte anticipatamente.  

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Le toghe disarmate verso la partita autunnale della separazione delle carriere

         Pur presieduta da un magistrato, Giuseppe Santalucia, che porta il nome della protettrice della vista, chissà di quanto tempo ancora avranno bisogno nell’associazione delle toghe per rendersi conto del vicolo cieco in cui si sono ficcate facendo la guerra al guardasigilli Carlo Nordio in difesa del fumoso reato di concorso esterno in associazione mafiosa. E strappando alla premier Giorgia Meloni una sostanziale sconfessione del ministro, invitato  ad essere più politico e meno conferenziere, e ad attenersi alle “priorità” del programma del governo. Fra le quali non ci sarebbero né l’abolizione del concorso esterno in associazione mafiosa, d’altronde neppure scritto nel codice ma desunto dalle sentenze, né la sua “rimodulazione”, “tipizzazione” e simili.

         Scaricato tutto l’arsenale di guerra sul terreno del concorso esterno in associazione di stampo mafioso, e le riserve in difesa del reato di abuso d’ufficio contestato dai sindaci anche del Pd, che per questo sono stati travestiti da tanti Nordio nel fotomontaggio di giornata sul Fatto Quotidiano, l’associazione nazionale dei magistrati rischia di arrivare sostanzialmente disarmata alla partita autunnale della separazione delle carriere. Che è stata praticamente annunciata dal presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, il forzista Nazario Pagano, in un convegno organizzato dall’organismo congressuale forense. Dove il presidente del Consiglio Nazionale degli avvocati, Francesco Greco, ha chiesto che il processo si svolga finalmente con la partecipazione di tre parti uguali e non di “due colleghi”, che sono il giudice e il pubblico ministero, e “un estraneo”. Che sarebbe appunto l’avvocato.

         Pagano ha precisato che le quattro proposte di legge, d’iniziativa parlamentare, per separare le carriere del pubblico ministero e del giudice modificando la Costituzione hanno subìto nei mesi scorsi una battuta d’arresto per la precedenza dovuta alla conversione di alcuni decreti urgenti, ma l’esame riprenderà spedito dopo la pausa estiva, garantito anche da lui come relatore. Il vice ministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, anche lui forzista, ha ribadito il parere favorevole del governo, rientrando la materia fra le riforme concordate tra i partiti della coalizione di centrodestra. E condivise dal cosiddetto terzo polo, almeno in questo non diviso, come al solito, fra un Carlo Calenda timoroso di trovarsi troppo a destra e un Matteo Renzi per niente imbarazzato, e desideroso di piacere all’elettorato del compianto Silvio Berlusconi. Della cui figlia Marina egli ha tenuto a condividere la recente lettera scritta al Giornale in difesa del padre ancora sospettato di avere voluto vincere le elezioni del 1994 con l’aiuto della mafia stragista.  Una lettera, quella di Marina Berlusconi, sulla quale si è immaginata una contrapposizione alla Meloni smentita da entranbe con una telefonata tradotta in un comunicato dalla figlia del fondatore di Forza Italia.  

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Il pentolone estivo dove l’opposizione di sinistra ha deciso di lasciarsi bollire

         Cinquecentodiciannove milioni di euro destinati alla realizzazione di 7500 posti letto per universitari e trasferiti -d’intesa fra Roma e Bruxelles- dalla terza alla quarta rata dei versamenti europei per il famoso piano di ripresa e resilienza, entrambe incassabili entro l’anno per complessivi 35 miliardi, sono diventati per l’opposizione di sinistra costituita dal Pd e dai grillini l’ulteriore scandalo di questa orrida estate. Di cui la premier Giorgia Meloni e il suo ministro per gli affari europei Raffaele Fitto dovrebbero vergognarsi, quasi quanto la ministra Daniela Santanchè, collega di partito di entrambi e sotto mozione di sfiducia parlamentare per i suoi guai e pasticci aziendali indagati dalla Procura di Milano. O quanto il presidente del Senato Ignazio La Russa del figlio accusato di stupro nella casa di famiglia e da lui invece assolto dopo interrogatorio domiciliare.  O quanto il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro della sua imputazione coatta per rivelazione di segreto d’ufficio. O il guardasigilli Carlo Nordio della pretesa quanto meno intempestiva di mettere finalmente nel codice, con la dovuta grammatica giudiziaria, il reato giurisprudenziale di concorso esterno in associazione di stampo mafioso applicato da anni nei tribunali.

  “Questo governo -ha dichiarato il capogruppo piddino del Senato Francesco Boccia, pretoriano della segretaria del partito Elly Schlein- non è in grado di gestire il più grande progetto di rinascita e sviluppo del nostro Paese. Da oggi è ufficiale che siamo costretti a rinunciare a 500 milioni della terza rata”.  Che -ripeto- passano invece dalla terza alla quarta rata, entrambe di prevista erogazione entro l’anno.

Dalla reazione di Boccia Il Fatto Quotidiano ha ricavato il suo titolo di prima pagina, dove “Fitto auto-taglia mezzo miliardo”. “Gufi in crisi di nervi”, ha commentato, forse non a torto, Il Giornale mettendo tutto insieme nel pentolone estivo nel quale l’opposizione ha deciso di lasciarsi bollire durante quest’estate “militante” della Schlein.

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Quando Sandro Pertini fece al Quirinale lo “sciopero” della firma

I quindici giorni e più lasciati trascorrere da Sergio Mattarella per autorizzare con la sua firma la presentazione al Parlamento del disegno di legge contenente un anticipo della riforma della giustizia, limitato all’abolizione del reato di abuso d’ufficio, ad una rimodulazione del traffico d’influenze, all’uso delle intercettazioni e al ricorso alle manette durante le indagini mi hanno riportato alla mente le due settimane abbondanti trascorse fra il 22 gennaio e l’8 febbraio del 1985, quando al Quirinale c’era l’indimenticato e indimenticabile Sandro Pertini. Che peraltro, diversamente da Mattarella oggi, era nell’ultimo semestre del suo mandato, quando ogni atto o sospiro del capo dello Stato si presta, a torto o a ragione, anche a letture funzionali all’esaurimento davvero del settennato presidenziale o ad una conferma. Da cui -lasciatevelo dire da un testimone e cronista di tante corse al Quirinale- tutti più o meno si sono lasciati tentare, al di là e contro le smentite opposte a giornalisti scambiati per provocatori o pennivendoli.

         Pertini trasecola a gennaio di 38 anni fa leggendo sui giornali del ministro del lavoro Gianni De Michelis, socialista come lui, incontratosi cordialmente a Parigi con Oreste Scalzone e altri protagonisti o attori degli anni di piombo rifugiatisi in Francia per sottrarsi alla giustizia italiana. Il Capo dello Stato, che ha perso il conto dei funerali delle vittime del terrorismo cui ha dovuto partecipare, non crede ai suoi occhi. Telefona all’ambasciata d’Italia a Parigi per informarsi e poi all’interessato direttamente, che cerca di negare o minimizzare l’accaduto facendolo arrabbiare ancora di più.

         Dal Quirinale parte una lettera privata al presidente del Consiglio Bettino Craxi, socialista pure lui, in cui Pertini chiede la rimozione di De Michelis, pur sapendo di averlo a suo tempo nominato ma di non poterne disporre la decadenza. Craxi lo chiama cercando di calmarlo ma finisce anche lui per irritarlo a tal punto che Pertini gli dice che “formalità per formalità”, come lo stesso Craxi dopo qualche anno mi racconterà personalmente, non avrebbe controfirmato nulla come presidente della Repubblica sino a quando De Michelis sarebbe rimasto al suo posto di governo. 

         Il presidente del Consiglio -che ritiene di conoscere bene “Sandro”, come chiama affettuosamente Pertini, e presume anche di essersene guadagnata la riconoscenza per avere quanto meno contribuito alla sua ascesa al Quirinale, pur avendo inizialmente puntato su un altro candidato socialista- confida leopardianamente sulla quiete dopo la tempesta. Ma dal Quirinale continua a piovere sui provvedimenti che arrivano alla firma del Capo dello Stato. La carta è bagnata e Pertini non firma. Alla fine Craxi si arrende e telefona a De Michelis per “ordinargli” -sempre parole del suo racconto- di smetterla di “rompere i coglioni” e di decidersi a scrivere a Pertini per scusarsi, quanto meno. De Michelis obbedisce come Garibaldi e in  cambio il presidente della Repubblica riprende a firmare, pur rassegnandosi alla permanenza del riccioluto ministro al governo.

         Mattarella non è arrivato a tanto per sbloccare la firma al disegno di legge sulla giustizia accennato all’inizio, pur lasciando che certi giornali ricamassero un po’ sulla sua lunga, quasi minacciosa riflessione. Prima di firmare si è probabilmente accontentato dell’impegno assunto con lui direttamente qualche giorno prima dalla premier Giorgia Meloni che sarebbero state tenute in debita considerazione durante il cammino parlamentare del provvedimento le riserve e preoccupazioni da lui espresse sul potenziale conflitto tra l’abolizione del reato di abuso d’ufficio e, fra l’altro, una direttiva europea in tema di lotta alla corruzione. Ma proprio questa direttiva -dannata casualità, che ha procurato a Mattarella e alla Meloni derisioni e critiche del solito Fatto Quotidiano– è stata in poche ore bocciata in commissione alla Camera dalla maggioranza compatta di centrodestra, o di destra-centro.

         “Schiaffo al Quirinale”, ha gridato non il giornale di Marco Travaglio, sbizzarritosi col solito fotomontaggio per rappresentare Meloni e soci in allegro approccio ad una valigia di soldi provenienti o destinati alla corruzione, ma la più compassata Stampa. Che si è rifatta del successo che ha dovuto riconoscere al governo per la grazia a Patrik Zaki appena strappata al presidente egiziano Al Sisi rinfacciando alla Meloni un “doppio gioco” con Mattarella e dintorni sui temi della giustizia. Siamo ormai ai materassi. E la partita parlamentare dell’anticipo della riforma Nordio, bloccato davvero solo sulla strada della “rimodulazione” e simili del concorso esterno in associazione di stampo mafioso, è solo all’inizio, o addirittura al preambolo.

Alla fine il presidente della Repubblica, avvalendosi dell’articolo 74 della Costituzione compreso in una parte riguardante non i suoi poteri ma “la formazione delle leggi”, riconosce al capo dello Stato che “prima di promulgare la legge può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione”. Ma nel capoverso o comma successivo lo stesso articolo stabilisce che “se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata”. A meno che il presidente della Repubblica si rifiuti violando o tradendo la Costituzione: sarebbe un ossimoro per uno come Mattarella. Ossimoro come Nordio considera il reato, non scritto nel codice, di concorso esterno in associazione mafiosa, anche se sembra rassegnato, almeno per ora, a dirlo senza intervenire per rimuoverlo o scriverlo finalmente rispettando la grammatica giudiziaria.

Pubblicato sul Dubbio

La Camera dissente da Mattarella contrario all’abolizione dell’abuso di ufficio

         Non sarà stato lo “schiaffo al Quirinale” gridato dalla Stampa con l’aggravante del “doppio gioco della premier”, che avrebbe promesso attenzione e rispetto per le riserve, preoccupazioni e quant’altro espostele personalmente dal capo dello Stato qualche giorno fa, ma non è stata neppure una carezza quella che la Camera, sia pure solo in commissione per ora,  ha riservato a Sergio Mattarella bocciando una direttiva europea contro la corruzione. Che era fra gli ostacoli o ragioni opposte dal presidente della Repubblica all’abolizione del reato di abuso d’ufficio contenuta in quella specie di antipasto della riforma della giustizia costituto da un disegno di legge varato dal Consiglio dei Ministri. E a lungo trattenuto, non a caso, da Mattarella sulla sua scrivania prima di autorizzarne la presentazione al Parlamento.

         In mancanza delle modifiche che si aspettava e forse ancora si aspetta, anche dopo il segnale giuntogli dalla Camera, che esaminerà in seconda lettura il provvedimento arrivato al Senato per l’esame, il capo dello Stato potrà rimandarlo al Parlamento per un altro voto. E’ un diritto riconosciutogli dalla Costituzione in un articolo che però l’obbliga alla firma e alla promulgazione nel caso di una conferma della precedente deliberazione. Alla quale il capo dello Stato o si arrende e firma o si dimette, se vuole continuare a dissentire rifiutando un atto a quel punto dovuto, cioè violando, tradendo e quant’altro la Costituzione.

         Qui non siamo più nelle acque delle chiacchiere che hanno sinora contrassegnato, tra polemiche, messaggini e altri segnali sul tema da più di trent’anni scivoloso della giustizia, ma navighiamo, o cominciano a navigare tra fatti concreti. Quel voto alla  Camera non è stato e non è uno dei soliti fotomontaggi che Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, tra gli applausi o i sorrisi compiaciuti dei grillini, regala ai lettori per raccontare a suo modo avvenimenti e desideri. Proprio oggi i numeri della Camera si trovano tradotti nelle risate di soddisfazione e di sfida di Antonio Tajani, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Matteo Renzi e Carlo Calenda -da sinistra a destra e dall’alto in basso- sopra a una valigia di euro guadagnati o spesi in corruzione.

         Il guardasigilli Carlo Nordio in questo fotomontaggio è stato risparmiato, e lasciato dal Fatto e da altri giornali di vario colore, tendenza o area nell’umiliazione infertagli, tra realtà e immaginazione, dalla premier diffidandolo praticamente sul versante per niente prioritario della rimodulazione, o come altro si voglia chiamare, del reato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso. Un reato peraltro contenuto non nel codice penale -o non ancora- ma in alcune sentenze confermate sino alla Cassazione mescolando altri articoli dello stesso codice, come se si potesse usarli come i barman fanno con i liquori o simili.

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