Fatti e chiacchiere al di là e al di qua dell’Oceano Atlantico

La democrazia o le circostanze, come preferite, offrono agli americani lo spettacolo inedito di un ex presidente, Donald Trump, smanioso di  ricandidarsi per tornare alla Casa Bianca ma ora in “stato di arresto”, pur virtuale, con 34 casi di imputazione addosso. Da quest’altra parte dell’Oceano abbiamo lo spettacolo di una Russia ostinata da più di un anno a fare terra bruciata dell’Ucraina scommettendo ormai più sulle divisioni interne allo schieramento occidentale favorevole agli aggrediti che sulla forza delle proprie truppe e dei propri arsenali. E, per quanto ci riguarda, un’Italia ridotta al Paese delle “chiacchiere”, secondo il titolo impietoso del Foglio, che contribuisce tuttavia a produrle  con giornali più diffusi pensando di condizionare l’atmosfera, chiamiamola così. 

E’ una realtà desolante provata dai titoli dei quotidiani, magari gli stessi, sorteggiati fra quelli delle ultime 24 ore, non di più. Passiamo così da un’Europa sul punto o tentata dal negarci la terza rata di finanziamento del piano di ripresa e di resilienza, per i ritardi accumulati nella sua realizzazione, e invece “aperta” alle esigenze dell’esecutivo italiano, come dice il Corriere della Sera, o alla “più flessibilità” indicata dalla Verità del pur sempre insofferente e scettico Maurizio Belpietro. 

Siamo inoltre passati da un Matteo Salvini deciso a sfidare l’alleata Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, reclamando la rinuncia ad una parte del piano di rilancio per cogliere dai ritardi l’occasione di ridurre le spese a debito, ad un leader leghista arresosi alla stessa Meloni, come titola La Stampa,  e deciso pure lui a “spendere tutto”, secondo il già citato Corriere della Sera. 

Non parliamo della protesta di Mattarella contro il tentativo dell’opposizione, improvvisamente unitaria, di tirargli la giacchetta contro il governo: una protesta scomparsa rapidamente dalle cronache come una chiacchiera. E al chiacchiericcio ha deciso di partecipare più logorroicamente del solito Marco Travaglio ricavando sul Fatto Quotidiano “la lezione” dai risultati elettorali in Friuli-Venezia Giulia. Che hanno dimostrato come “la gente se ne freghi dei discorsi a freddo sulle alleanze ma sia molto interessata ai candidati e alle identità forti”. “Con Fedriga- -si è accorto il nostalgico di Conte a Palazzo Chigi- la destra aveva entrambe le cose. Il Pd e il M5S, sui territori, hanno handicapopposti: il primo ha troppa classe dirigente, quasi sempre detestata; il secondo non ce l’ha più, o non ancora. Schlein deve smantellarla e rinnovarla dalle fondamenta. Conte (con i nuovi referenti regionali) deve inventarla da zero”. Ma “devono farlo -ha ammonito Travaglio- separatamente, per marcare le rispettive identità, ora che l’opposizione non li obbliga ad allearsi”, come invece cercano spesso di fare più meno apertamente, o sotto traccia, come preferite. Chiacchiere pure queste, ripeto. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Il lunedì nero delle opposizioni fra le urne in Friuli-Venezia Giulia e il Quirinale.

Alla faccia del “fiasco” maliziosamente attribuito dal manifesto al governo, e più in particolare a Gorgia Meloni, con un titolo dei suoi, tra ironia, satira, goliardia e immaginazione, sovrapposto ad una foto festosa della premier alla mostra dei vini. Non vi è stata giornata più negativa per le opposizioni, e di conseguenza più positiva per il governo, di quella di ieri. In cui esse hanno raccolto insieme una sonora sconfitta elettorale in Friuli-Venezia Giulia, per quanto scontata, e una reprimenda del presidente della Repubblica, per quanto minimizzata o censurata dai “giornaloni” generalmente ostili o diffidenti, a dir poco, verso la maggioranza. 

I risultati elettorali del Friuli-Venezia Giulia -dove il centrodestra guidato dal governatore leghista Massimiliano Fedriga ha letteralmente “travolto”, doppiandolo, come ha dovuto ammettere anche Il Fatto Quotidiano, il presunto centro-sinistra o post-Ulivo sognato e realizzato in quella regione da Pd e grillini insieme- parlano da soli. Non c’è stata partita contro la coalizione di governo, che -sempre per restare al Fatto, che se n’è consolato- neppure per il “sesto”, altro che terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi, superato anche dai no-vax. 

Ma più che per i malmessi Calenda e Renzi, e anche per i grillini, dimezzatisi per voti anche rispetto ai risultati locali delle elezioni politiche dell’anno scorso, lo smacco è stato forte per la nuova segretaria del Pd Elly Schlein. Che ha avuto la sfortuna di esordire nella regione per lei più difficile, e in più con la palla al piede -altro che risorsa sognata da molti che l’hanno aiutata nella corsa al Nazareno- di un’alleanza ripristinata , ripeto, col Movimento 5 Stelle. 

La botta arrivata da Mattarella, in qualche modo più pesante ancora sul piano tanto istituzionale quanto politico della sconfitta elettorale nella regione Friuli-Venezia Giulia, è consistita nella reazione “infastidita” del presidente della Repubblica -come ha titolato Il Foglio– al tentativo più o meno esplicito, o sommerso, come preferite, di rappresentarlo nei giorni scorsi con  una specie di frusta in mano contro il governo per i ritardi sulla strada del piano nazionale di ripresa e resilienza. Il Presidente ha avvertito gli interessati ch’egli non è il capo dell’opposizione: né al singolare, direi, né al plurale. 

Ciò da solo basta e avanza a Giorgia Meloni per andare avanti sulla sua strada, anche deludendo o contrastando a viso aperto i tentativi della Lega di metterle i bastoni fra le ruote nella maggioranza, pure o soprattutto adesso che ha smesso di farlo il partito di Silvio Berlusconi, o ciò che ne resta. Eppure ancora oggi Repubblica è tornata a scommettere sulla “rissa Meloni-Lega”, appunto, sullo sfondo dei ritardi e della necessaria ridefinizione del piano nazionale di ripresa e resilienza con la Commissione Europea. E La Stampa ha titolato sul governo che “sbanda”. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Per favore, non fate perdere la testa al presidente del Senato

Sarebbe da demente -come nella sua versione di “radicalità” è appena capitato a Carlo De Benedetti di dire di Giorgia Meloni per come governa l’Italia, rimediandosi tuttavia del “disgustoso” dalla nuora Paola Ferrari – mettersi a difendere il presidente del Senato Ignazio La Russa dopo che lui stesso ha tenuto a scusarsi pubblicamente del modo in cui ha evocato l’eccidio nazifascista di 79 anni fa alle Fosse Ardeatine.  E poco importa a questo punto se le scuse gli sono uscite dal cuore o dalla lingua, o da entrambe, del tutto spontaneamente o su pressione telefonica, come si è scritto da qualche parte, della presidente del Consiglio e collega di partito  reduce da un lungo incontro politico e conviviale al Quirinale col Capo dello Stato Sergio Mattarella. Che alla sua prima elezione alla Presidenza della Repubblica, nell’ormai lontano 2015, scelse proprio le Fosse Ardeatine per la sua prima visita nella funzione appena affidatagli dal Parlamento, senza aspettare la data dell’annuale cerimonia commemorativa di quella pagina nerissima della storia nazionale. 

Pur avendolo fatto in altre recenti circostanze, da quando Ignazio La Russa si è prestato, volente e nolente, ad accese polemiche per il modo col quale continua a vedere il passato recente e remoto dell’Italia e della propria militanza politica, non mi è mai venuta la voglia di spendere una parola a suo favore anche stavolta. Ho trovato anch’io -come del resto, ripeto, lui stesso- un pò troppo disinvolto il suo modo di maneggiare i passaggi più drammatici della storia. Quei “semipensionati” e “musicanti”, più che nazisti, caduti nell’attentato gappista del 24 maro 1944 a Roma e vendicati con 335 “italiani” -com’è stato rimproverato alla Meloni di aver detto, cadendo anche lei in furiosi attacchi- sono apparsi anche a me una troppo semplicistica rappresentazione dell’obiettivo scelto dai partigiani, particolarmente quelli di militanza comunista: i gappisti, appunto. 

Ma francamente nel decidere di starmene questa volta zitto non avrei mai immaginato che a mettermi in imbarazzo sarebbero stato di lì a poco uno dei più dichiaratamente e orgogliosamente documentati contestatori di La Russa: il direttore della Stampa Massimo Giannini. Dai cui paradossi non mi lascerò tuttavia provocare sino a difendere il questa volta indifendibile e pentito presidente del Senato, per quanto assimilato dal suo critico addirittura al compianto Pio XII. Le cui ossa si rivolterebbero nella tomba se raggiunte anch’esse, come per fortuna è impossibile, da certa rilettura della tragica primavera romana del 1944. 

In particolare, il direttore della Stampa, non gradendo il sacrificio di Salvo D’Acquisto opposto dal presidente del Senato all’attentato dei partigiani comunisti in via Rasella per distinguere il bene dal male, ha accusato Ignazio La Russa di avere adottato “lo stesso registro che usò all’epoca l’Osservatore Romano, “addolorato in nome dell’umanità e dei sentimenti cristiani, quelle 32 vittime da una parte, e 320 persone sacrificate per i colpevoli sfuggiti all’arresto”. 

“Ecco, per il patriota Ignazio Benito di oggi -ha scritto Giannini come per inchiodarlo alla presunta croce di Pio XII- i tre “soggetti” della mistificazione corrispondono a quelli del quotidiano della Santa Sede del ’44: i tedeschi sono le vittime, i 335 massacrati alle Ardeatine sono le persone sacrificate, i gappisti sono i colpevoli sfuggiti all’arresto”. Ora spero solo che il presidente del Senato non si monti la testa, non si penta delle scuse e non torni a parlare come qualche giorno fa, peraltro lasciandosi trascinare in una intervista da un troppo zelante sostenitore o ammiratore che gli aveva praticamente suggerito l’immagine dei musicanti caduti in via Rasella. A proposito, presidente, si lasci dare il consiglio, per quanto non richiesto, di preferire nelle interviste gli avversari agli amici, dai quali ultimi -si sa per per un vecchio proverbio- non si è mai abbastanza capaci di proteggersi, occorrendo l’aiuto del buon Dio. 

Citazione per citazione, mi permetto di  aggiungere a quella dell’Osservatore Romano del 1944 da parte del direttore della Stampa un’altra di  Norberto Bobbio, che del giornale tornese fu autorevolissimo collaboratore, proprio a proposito della primavere del 1944 a Roma dopo che anche Marco Pannella aveva avuto qualcosa da ridire sulla rappresentazione più gradita alla sinistra. “Ci sarà lecito almeno dire senza il timore di essere accusati di essere fascisti o amici dei fascisti, che quei 32 soldati tedeschi -scrisse Bobbio, appunto, negli anni Ottanta- erano soggettivamente innocenti?”. Pio XII era già morto da parecchio e non poteva in alcun modo ringraziarlo per il pur tardivo riconoscimento al suo Osservatore Romano. 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 9 aprile

Il fascino per niente discreto del catastrofismo quando il governo non è gradito

A dispetto di tutti i segnali di apertura  e di ottimismo giunti da Bruxelles -non solo dal commissario all’Economia Paolo Gentiloni, italiano e quindi forse sospettabile di una certa partigianeria, per quanto appartenente al Pd notoriamente all’opposizione, ma anche dalla presidente tedesca della Commissione, Ursula von der Leyen, e persino da qualche “frugale” nordico recentemente incontrato da Giorgia Meloni- la stampa di cosiddetta opinione gioca al ribasso e rappresenta una situazione quasi disperata per il governo. Che Emilio Giannelli, il vignettista del Corriere della Sera, ha imbarcato sulla solita carretta del mare zeppa di migranti disperati e chiamata PNRR, l’acronimo del piano nazionale di ripresa e resilienza, lasciandola alla speranza, espressa a riva da due osservatori, di un soccorso della Guardia Costiera. Di navi del volontariato privato e internazionale manco a parlarne, naturalmente, perché non è carne gradita a quegli armatori ed equipaggi. 

Così forse, con quella barchetta disegnata da Giannelli, l’editore del Corriere della Sera Urbano Cairo riuscirà a farsi perdonare una certa attenzione riguardosa mostrata negli ultimi tempi verso il governo e la sua maggioranza di centrodestra, o di destra-centro, sino a tentare addirittura di strappare alla famiglia Angelucci l’acquisto del Giornale. Che è diventato troppo costoso per la famiglia pur non indigente dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, socio politico della Meloni ora meno sospettoso e insofferente dei mesi scorsi. 

Se il Corriere si è spinto a questo, figuriamoci i giornali da più tempo e più ostinatamente contrari al governo o diffidenti. La Repubblica, per esempio, ha titolato sulla “corsa contro il tempo” nella quale sarebbe impegnata la Meloni anche dopo il soccorso chiesto e ottenuto da un pur “allarmato” presidente della Repubblica.  Che peraltro -si è appena appreso- ha consultato, prima di pranzare con la Meloni, l’inquilino precedente di Palazzo Chigi da lui stimatissimo: Mario Draghi. 

Ancora più critico o desolato è apparso sulla Stampa il direttore Massimo Giannini. Che ha scritto letteralmente nel suo editoriale: “L’Italia pare davvero la Nave dei Folli. Ci stiamo giocando i fondi europei. Stiamo mandando in fumo almeno metà dei 191,5 miliardi che l’Europa ci ha messo a disposizione di qui al 2026. In un impeto di dissennato autolesionismo, sembriamo quasi sollevati nel riconoscere che “non c’è niente da fare”. Sembra quasi di cogliere un senso di liberazione, nel mondo politico e imprenditoriale che alza le mani e dice “non possiamo farcela…”. 

Uno legge queste parole e pensa a Marco Travaglio, che va scrivendo e dicendo da due anni che l’Italia non meritava un presidente del Consiglio così astuto come Giuseppe Conte, riuscito a suo tempo a strappare all’Europa circa duecento miliardi di euro, sia pure in grandissima parte a debito. Manca da certe parti solo l’invocazione al suo ritorno a Palazzo Chigi per un miracolo…astrologico. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Processo all’informazione: dalla salute del Papa a quella del governo

Di fronte alla consolante notizia del ritorno del Papa in Vaticano per essere “oggi in piazza per le Palme”, come ha titolato Avvenire, nella redazione del Corriere della Sera, il più diffuso giornale italiano, dove era stato annunciato un “Conclave ombra” per prepararne la successione, hanno pensato di cavarsela con l’ironia di una vignetta di Emilio Giannelli. I “fratelli cardinali”, come li chiama Francesco non so se più generosamente o sarcasticamente, sono passati dagli applausi alla notizia delle “dimissioni” del Papa alla mestizia per la precisazione delle dimissioni sì, ma “dall’ospedale”. 

Una volta tanto si può ridere o sorridere, come preferite, senza imbarazzo e tanto meno scandalo per la “cattiveria” di giornata del Fatto Quotidiano. Che riferendo delle parole del Pontefice sul ricovero subìto “senza avere avuto paura” gliene attribuisce invece per “il rientro in Vaticano”. Dove svolazzano “i corvi”, per dirla col Giornale. 

Ironia o sarcasmo a parte, fra testi, titoli e vignette, è forse il caso di partecipare alla settimana santa o di passione facendo non le bucce ma un processo vero e proprio all’informazione, che francamente contende alla politica, che pure essa mette in croce con sermoni e attacchi, la corsa quotidiana all’approssimazione, alla forzatura, all’esasperazione, alle trame e quant’altro. 

Per uscire dalle mura del Vaticano e dintorni, oggi si legge sulle prime pagine di un pò tutti i giornali delle “aperture” a Bruxelles alle richieste o attese del governo italiano di aggiornare, modificare e quant’altro, senza penalizzazioni, il piano di ripresa e resilienza per i ritardi accumulati nell’esecuzione e le complicazioni intervenute con l’inflazione e l’aumento dei costi, oltre che per le vecchie, sclerotiche deficienze della pubblica amministrazione, centrale e ancor più locale. Eppure solo l’altro ieri non si sapeva a quale giornale credere di più fra quanti dipingevano una Meloni corsa al Colle, a pranzo con Mattarella, per chiedergli e ottenere soccorso, visti i suoi buoni rapporti personali a livello europeo, e quanti dipingevano invece un Mattarella non so se più “allarmato”, secondo Repubblica, o “preoccupato”, secondo la Stampa, o smanioso di sculacciare letteralmente la premier, secondo la fantasia vignettistica del Fatto. 

Uno legge sui giornali del nuovo, furiosamente “radicale” Carlo De Benedetti che, confrontandosi a Modena con la segretaria del Pd Elly Schelin, dà della “demente” a Giorgia Meloni e giustamente corre a leggere il suo nuovo quotidiano, Domani, per saperne di più. Ma non trova conferma, forse per una censura autoimpostosi dall’editore o applicatagli d’ufficio dalla redazione consapevole della eccessiva “radicalità” vantata dall’interessato in un libro di recentissima pubblicazione. Il massimo al quale Domani ha consentito a De Benedetti di spingersi è la denuncia di “un governo incompetente e ignorante”: il meno, direi, da attendersi da una forza o da un uomo di inedita opposizione. 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Due ore di pranzo, e di fantasie, al Quirinale fra Mattarella e Meloni

Per quanto si fossero appena incontrati in Piazza del Popolo per festeggiare i 100 anni dell’Aeronautica, magari concordando proprio in quell’occasione di confrontarsi più a lungo in un pranzo svoltosi ieri al Quirinale, le due ore di pur “cordiale e collaborativo” incontro fra Sergio Mattarella e Giorgia Meloni -secondo le versioni ufficiali di entrambe le parti- si sono prestate a doppie letture, come accade di frequente in politica. 

Per Repubblica la premier è salita sul Colle per raccogliere “l’allarme” o “i timori”, secondo La Stampa, del capo dello Stato ormai arrivato -si potrebbe pensare- al limite della sopportazione di fronte all’aumento e all’accavallarsi degli “ostacoli” che sarebbero stati ammessi anche dalla Meloni, pur nella sicurezza di superarli tutti: dall’immigrazione ai tempi di realizzazione del piano di ripresa e resilienza, dalla partita delle nomine al nuovo codice degli appalti intestatosi dal leader leghista e vice presidente del Consiglio Matteo Salvini e contestato, almeno a caldo, dal presidente dell’autorità di controllo e garanzia chiamata Anac. 

Spintisi, come al solito, ben oltre le peggiori rappresentazioni, al Fatto Quotidiano contemplativo delle cinque stelle di Giuseppe Conte hanno attribuito a Mattarella, rovesciando le parti, l’abituale annuncio meloniano della “pacchia finita” e hanno persino rappresentato nella vignetta di giornata la premier come una bambina sculacciata, pancia in giù, dal padrone di casa. Uno spettacolo che debbono avere immaginato anche al Riformista di Piero Sansonetti con quel titolo bianco su nero che fa dire all’”allarmato” Capo dello Stato. “Ehi, Giorgia, che combini?”. 

Secondo Il Messaggero, il giornale più vicino al Quirinale almeno in linea d’aria, quasi sottostante con la sua sede, la Meloni è  salita sul Colle per riceverne una “spinta” non certo verso il baratro inesistente di una crisi, dati i numeri parlamentari della maggioranza e le condizioni delle opposizioni anche dopo il cambio della guardia avvenuto al Nazareno con l’arrivo di Elly Schlein. Persino Repubblica, d’altronde, in un “retroscena” che un pò contraddice il titolo di apertura sull’”allarme” di Mattarella riferisce di una premier alla ricerca di “una sponda” che non risulta francamente negata con quella versione ufficiale -ripeto, da entrambe le parti- di un incontro “cordiale e collaborativo”.

Fra “le grane di Giorgia”, come le chiama  Il Foglio, ma non so se entrata anch’essa nel menù degli argomenti al pranzo fra Mattarella e Meloni, potremmo annoverare anche l’incendio acceso nel dibattito politico dal presidente del Senato Ignazio La Russa, liquidato dal manifesto come “Repubblichino di Stato”, non aprendo -in verità- ma riaprendo un’antica polemica, che in passato ha diviso anche la sinistra, sull’attentato in via Rasella nel 1944, che provocò la feroce reazione dei nazisti con la strage delle Fosse Ardeatine. Ma ne sentiremo e vedremo ancora altre sino alla festa della Liberazione, il 25 aprile. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Il Papa per fortuna sta meglio, non i suoi avversari fuori e dentro le mura vaticane

Anche se non abbastanza per lasciare già il Policlinico Gemelli, assediato dalle telecamere come Piazza San Pietro dall’angoscia del vuoto e del silenzio, Papa Francesco migliora e riceve, come si compiace Avvenire, il giornale dei vescovi italiani ,“auguri da tutto il mondo”.

Eppure “in Vaticano si trama”, scrive Iacopo Scaramuzzi su Repubblica, secondo il quale “i problemi fisici di Francesco hanno rianimato i conservatori che speculano sulla sua salute”. “In Vaticano inizia il Conclave ombra”, riferisce il Corriere della Sera titolando un lungo articolo di Massimo Franco, che da anni si divide  fra le due sponde del Tevere, raccontando sia della politica italiana, e dei suoi retroscena, sia ciò che accade oltre le Mura di giorno e di notte, diciamo così, ma forse più di notte che di giorno. La Vaticanite è un pò diventata la sua specialità forse prevalente, accreditata da conoscenze, rapporti e quant’altro avviati quando egli scriveva per Avvenire e aumentati, di intensità e qualità, quando passò al Corriere della Sera. Il suo modo quasi curiale di scrivere, ricostruire e immaginare lo hanno probabilmente reso più familiare nelle sacre stanze e dintorni. 

“Il Papa -si legge oggi nell’articolo appunto di Franco fra virgolette attribuite a un misterioso informatore- sta lentamente migliorando. Ma emergerà da questo ricovero comunque infragilito. E il Conclave ombra impazzirà più che mai…”. “Il tema -continua, sempre tra virgolette, la confidenza raccolta oltre le Mura- non è questa permanenza in ospedale. Il Pontefice non è in pericolo di vita. Il tema, piuttosto, è come lui stesso analizzerà quanto gli è accaduto, e quali conclusioni ne trarrà”, cioè rimanendo o no al suo posto. Magari guardandosi  ancora di più da quelli che lo circondano come se fossero anche loro la sua malattia, o rinunciando al soglio come il predecessore, senza però rimanere in Vaticano e indossare ancora le vesti bianche di un Papa, secondo voci o confidenze già raccolte dentro le stesse Mura. 

Tutto ormai attorno a Papa Francesco si presta a più letture, interpretazioni, sospetti, chiamateli come volete. Compresa la circostanza, sottolineata da Franco, che “finora non si sono mai visti né si è mai sentita la voce dei dottori che lo stanno curando. Non ci sono bollettini ufficiali dell’ospedale -ha insistito Franco-  e questa assenza di trasparenza permette a nemici e amici di scegliere la narrativa preferita, senza che l’opinione pubblica sia in grado di capire fino in fondo come stanno le cose” dietro gli anodini comunicati dell’ufficio  stampa della Santa Sede. 

In questo contesto a dir poco misterioso è apparso di qualche significato allusivo al mio amico Franco anche la recente rivelazione di monsignor Georg Gaenswein, che fu segretario di Benedetto XVI ed è tuttora nominalmente prefetto della Casa Pontificia, che nell’ultimo Conclave vero “non pochi cardinali avrebbero vissuto bene se Angelo Scola fosse stato Pontefice” al posto dell’argentino Bergoglio. 

Ripreso da http://www.policymakermag.it e startmag.it

La grande paura per Papa Francesco ricoverato da ieri al Gemelli

“La grande paura” che non si può non condividere con La Stampa, che le ha dedicato il titolo di apertura di prima pagina, non è naturalmente da ieri quella augurata a Giorgia Meloni dagli avversari di “non riuscire più a nascondere i suoi errori”, come ha gridato Domani, il nuovo giornale di Carlo De Benedetti, con lo stesso compiacimento dell’ex quotidiano dell’ingegnere, La Repubblica. Secondo il quale “la realtà rovina lo spettacolo” della presidente del Consiglio impegnata a distrarre gli italiani, come una prestigiatrice, con “lo spauracchio dei migranti dal Nordafrica”, finalizzato a nascondere, fra l’altro, i ritardi sulla strada del piano di ripresa e il rischio di perdere la nuova rata di finanziamento europeo. 

No. “La grande paura” in queste ore è per la salute del Papa scelto dieci anni fa dai “fratelli cardinali”, come lui stesso disse affacciandosi alla loggia della Basilica di San Pietro, “alla fine del mondo”, provenendo dall’Argentina, per succedere al dimissionario Benedetto XVI. All’età che ha, con  i problemi di salute accumulati e per niente nascosti, fra inviti a pregare per lui e la possibilità non esclusa di potere anch’egli lasciare anzitempo il trono di San Pietro in caso di sostanziale impedimento, Papa Francesco ci ha dato motivo di temere dopo il ricovero al Policlinico Gemelli e la comunicazione ufficiale dell’infezione delle vie respiratorie e degli scompensi cardiaci pur sotto controllo, come hanno assicurato i sanitari. 

“Forza Francesco!”, viene voglia di gridare con Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, pensando anche al ruolo che forse solo lui, più dei presidenti americano e cinese, turco o d’altro Paese ancora, e della nostra sempre un pò zoppicante Unione Europea, può ancora svolgere per porre termine alla guerra che più da vicino ci minaccia tutti: quella in Ucraina inopinatamente scatenata da Putin per “denazificare”, pensate un pò, il paese vicino. Una guerra che ha messo a dura prova il cuore di un Pontefice che sarà stato pure pescato dai suoi “fratelli cardinali alla fine del mondo”, ripeto, ma nelle cui vene scorre sangue di origine europea e, più in particolare, italiana. “Forza Francesco”, ripetiamo insieme.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Sui terroristi rossi italiani salvati dalla Francia la reazione migliore è stata di Gian Carlo Caselli

Scusatemi se la metto quasi sul piano personale, ma lasciatemi scrivere che nel graziare, praticamente, i dieci terroristi rossi italiani che per un pò hanno rischiato, sulla carta, di essere estradati in Italia per espiare le condanne procuratesi negli anni di piombo la Cassazione francese ha compiuto il miracolo di farmi risentire quasi del tutto in sintonia con Gian Carlo Caselli. Col quale avevo perso il conto delle polemiche avute, in modo diretto e indiretto, nella mia non breve attività professionale, specie per l’ostinazione da lui avuta contro Giulio Andreotti, anche da morto, sostenendone la collusione con la mafia. Che, a mio modestissimo parere, se vi fu per i rapporti personali o di corrente politica, nella Dc, con esponenti di Cosa Nostra o parti di essa, fu quanto meno comune a tutti -dico tutti, anche quelli che si rivolteranno nella tomba- i presidenti del Consiglio o capicorrente che lo precedettero. O addirittura gli sono succeduti. Non si può letteralmente immaginare in Sicilia, forse ancora oggi, un uomo di potere o d’affari non destinato quasi dall’aria a vivere più o meno consapevolmente sul confine tra mafia e antimafia.  

Essersela presa solo con Andreotti, a dispetto dei provvedimenti peraltro presi dal suo ultimo governo contro la mafia e osteggiati in Parlamento dall’opposizione enfaticamente antimafiosa; essersela presa, dicevo, solo con Andreotti distinguendo quasi con la precisone di un orologio svizzero il prima e il dopo dell’assoluzione ottenuta nel processo intentatogli proprio dalla Procura di Palermo retta da Caselli, mi è sempre sembrato discutibile. Si può dire almeno questo? 

Ebbene, di fronte all’”arroganza francese” lamentata da Caselli sulla prima pagina della Stampa di ieri scrivendo della magistratura d’oltr’Alpe alle prese con i dieci terroristi rossi italiani alla fine -ripeto- praticamente graziati, mi sono idealmente levato giù il cappello. Mi sono anche riconosciuto nell’ironia da lui riservata alla “grandeur” dei suoi e nostri cugini, e nel sarcasmo di quel finale in cui ha contrapposto la ”premurosa e zelante assistenza” fornita ai dieci terroristi -che non posso chiamare ex per lo stesso motivo per il quale non posso chiamare ex le loro vittime- al trattamento che viene riservato ai “poveracci extracomunitari che cercano di oltrepassare la frontiera italo-francese per sfuggire alla fame e alla persecuzione”. Non avrei saputo e non saprei scrivere meglio. 

Ancor più efficacemente di altri magistrati dei quali mi è capitato di condividere interviste e articoli sui processi degli anni di piombo Caselli ha ricordato che nella sua Torino “i capi storici delle Brigate Rosse” ottennero un tale “riconoscimento della  loro identità politica” da essere “ammessi persino a contro-interrogare personalmente le vittime….ancora vive”. Altro, quindi, che abusi e quant’altro lamentati dagli imputati, latitanti e non, e condivisi più o meno esplicitamente dai loro protettori francesi in toga o in cattedra. 

Bravissimo, ripeto, Caselli per la “grandeur a corrente alternata” denunciata sulla Stampa. Dove questa volta egli ha trovato più ospitalità e visibilità dell’altro giornale al quale collabora spesso: Il Fatto Quotidiano, astenutosi ieri  -chissà perché- dal portare in prima pagina l’affare dei dieci terroristi rossi messi al sicuro in Francia dal rischio di estradizione, salvo ricorsi di qualche familiare delle vittime alla Corte Europea, con effetti tuttavia tutti da verificare. L’unica cosa dalla quale dissento nel leggere e rileggere l’articolo di Caselli è un “anche” infilato nel penultimo capoverso, dove egli ha scritto, con la solita puntigliosità, che “il nostro sistema giudiziario ha sempre rispettato i diritti degli imputati anche”, appunto, “nei processi per terrorismo”. Ma convengo, per carità, e nella speranza che il buon Caselli non se la prenda, che non si può avere tutto dalla vita. Bisogna pur accontentarsi. 

Pubblicato sul Dubbio

I dieci terroristi rossi italiani che l’hanno fatta davvero franca…in Francia

Nell’assordante e solitario silenzio del Fatto Quotidiano –che non se l’è sentita evidentemente di condividere l’opinione del suo pur autorevole e frequente collaboratore e magistrato in pensione Gian Carlo Caselli, espressosi sulla prima pagina della Stampa contro “l’arroganza francese sugli ex Br”- abbiamo quindi appreso della sostanziale grazia concessa dalla Cassazione d’oltr’Alpe a dieci terroristi italiani di sinistra. Che il presidente Emmanuel Macron ha inutilmente tentato di consegnare alla nostra giustizia, avendo condanne da espiare per i delitti commessi nei pur lontani anni di piombo nel loro Paese. 

Un’ostinazione, quella di Macron, e del suo guardasigilli italofrancese Eric Dupond Moretti, che Adriano Sofri -condannato anche lui come l’amico e compagno di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani per il delitto Calabresi del 1972- ha oggi definito “petulante” sul Foglio. Dove lo hanno sempre difeso e annoverato fra i più assidui collaboratori. Ancora più avanti di Sofri, diciamo così, nella soddisfazione per quello che è stato definito su alcuni giornali “lo schiaffo di Parigi” è stata Tiziana Maiolo sul Riformista con quel “NO” in rosso gridato “all’Italia della vendetta”.

Con la grazia ricevuta dalla magistratura francese -che evidentemente considera quella italiana una schifezza nel silenzio, ripeto, assordante del giornale nostrano che generalmente la scambia per la più bella del mondo, come si dice anche della Costituzione sino a fare insorgere di recente Gustavo Zagrebelsky- i dieci che io continuo a chiamare terroristi per il semplice fatto di non poter considerare ex le loro non poche vittime, si troveranno nella condizione descritta nella vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX. Saranno cioè “gli unici, in Francia, che si godranno la pensione” da tanti considerata minacciata mettendo a ferro e a fuoco il Paese. E magari potranno rileggersi ad ogni rateo incassato l’annuncio del loro compagno in Italia Chicco Gelmozz, che ha commentato ieri per i naviganti internettiani così il verdetto giudiziario di Parigi: “Quanto mi fa godere la Cassazione francese…”. Pazienza per “l’indignazione” dei familiari delle vittime registrata con una certa condivisione dalla maggior parte dei giornali.

Riferisce una corrispondenza di Repubblica da Parigi che ieri “nel pomeriggio il ministro della Giustizia francese ha chiamato Nordio”, cioè l’ omologo oltre le Alpi, per “ribadire la sua piena fiducia nella giustizia italiana” smentita e derisa invece dalle toghe cugine, chiamiamole così. Beh, spero che Dupond non si fermi a questa telefonata. In una intervista rilasciata al Corrieredella Sera  alla vigilia del pronunciamento della Cassazione, un pò temendone il contenuto e confermando un giudizio pesante sui dieci terroristi sotto esame, aveva detto: “Quale che sarà la decisione, invierò un messaggio agli italiani”. Lo aspettiamo, signor ministro. 

Ripreso da http://www.startmag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑