L’operazione speciale di Repubblica per defascistizzare l’Italia della Meloni

Alla Repubblica che fu di Eugenio Scalfari ed è ora diretta da un repubblicano storico come Maurizio Molinari  – allevato nel partito omonimo  ormai scomparso che fu di Ugo La Malfa e di Giovanni Spadolini- debbono avere pensato sin dal primo momento, con quel titolo di sabato scorso su tutta la prima pagina contro una Meloni che “riscrive la storia”, di dover condurre una  operazione speciale -come Putin chiama quella intrapresa contro l’Ucraina- per denazificare, defascistizzare e via dicendo l’Italia della prima presidente del Consiglio di destra dichiarata, anzi dichiaratissima. La quale ha osato definire come “soli italiani” le 335 vittime dell’eccidio nazista di 79 anni fa nelle Fosse Ardeatine. 

Con l’aria un pò di tirare fuori dai suoi depositi un’arma segreta, Molinari ha pubblicato ieri un’intervista al non più giovane figlio di Ugo La Malfa, l’ormai ultraottantenne Giorgio, per inchiodare la Meloni alle sue responsabilità, cioè ai suoi errori. Fra i quali ci sarebbe quello di avere riportato la destra indietro, agli anni di Giorgio Almirante già capo di gabinetto di un ministro del governo mussoliniano della Repubblica Sociale di Salò. Che era solito ammantare di patriottismo anche il fascismo terminale della guerra civile e dell’asservimento al nazismo, non più alleanza. Eppure -ha ricordato Giorgio La Malfa- la destra post-missina aveva avuto con Gianfranco Fini il coraggio, la sapienza e altro ancora di dichiarare il fascismo “male assoluto”. Ma lo fece quando già Giorgia Meloni faceva parte del suo partito, senza eccepire alcunché, diversamente dalla nipote del Duce, Alessandra Mussolini, e altri che pure avevano collaborato con Fini, come il suo ex portavoce Francesco Storace. Storicamente, diciamo così, La Malfa ex junior non avrebbe quindi ragione di contrapporre la Meloni di oggi a quella dei tempi di Fini con la schiena rivolta al fascismo. Invece è proprio su “Meloni come Almirante” che l’intervista di Giorgio La Malfa si è guadagnato il titolo di Repubblica, con l’aggiunta che “dietro l’italianità nasconde la storia” della democrazia italiana che dal 1945 deve tutto e solo all’antifascismo, attuale oggi come allora.

Ripeterò all’amico Giorgio La Malfa quello che, senza averlo ancora letto su Repubblica, gli ha in pratica risposto già ieri sul Foglio Giuliano Ferrara, da me citato in altra sede per un diverso passaggio del suo articolo attinto nei ricordi della propria famiglia “gappista”. “Gli italiani a disposizione di Kappler, anche secondo le liste che li designavano per il martirio, erano -ha scritto Ferrara- in grandissima parte antifascisti, partigiani, ebrei, ma furono uccisi in quanto le forze di occupazione tedesche volevano far fuori dieci italiani per ciascuno dei morti del battaglione Bozen colpito in un’azione armata in via Rasella. Letteralmente italiani, italiani da fucilare. Nessun antifascista candidato all’eccidio, e nessun ebreo, e nessun partigiano avrebbe eccepito di non essere italiano”. E’ vero.   

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L’inedita stabilità italiana targata Meloni fra la sorpresa di un numero crescente di giornali

Per quanto il buon Emilio Giannelli nella vignetta di ieri in prima paginaabbia fatto disotterrare dalla nuova segretaria del Pd travestita da indiana l’ascia di guerra, immaginando “iniziata l’era di Schlein” dentro e oltre il Nazareno, sul Corriere della Sera del giorno prima erano stati allineati, sempre in prima pagina, tre titoli per niente preoccupati e preoccupanti per il governo di Giorgia Meloni. L’Italia era stata rappresentata fra i principali paesi europei come il più stabile, in controtendenza particolare rispetto alla Francia messa a ferro e a fuoco contro la riforma delle pensioni voluta dal presidente Emmanuel Macron e alla coalizione tedesca guidata dal cancelliere Olaf Sholz, paralizzata da “veti, dispetti, leggi bloccate” ed altro. Al di qua delle Alpi -aveva osservato nell’editoriale il direttore in persona Luciano Fontana- non si avverte neppure l’ombra di un governo diverso da quello in carica, probabilmente per tutta la durata di questa legislatura cominciata nell’autunno scorso. 

A supporto della stabilità un pò inedita in un’Italia guidata nella scorsa legislatura da ben tre  governi -di cui uno dichiaratamente e orgogliosamente anomalo voluto dal presidente della Repubblica e affidato a Mario Draghi nella impossibilità pandemica di elezioni anticipate nel 2021- era stata giustamente indicata dal Corriere della Sera, sempre in prima pagina, la svolta impressa da Silvio Berlusconi alla sua Forza Italia rimuovendo o depotenziando i più insofferenti verso la Meloni. Alla quale pure lui, a dire il vero, aveva creato non pochi problemi nei primi mesi, sino a contestarle personalmente e pubblicamente una certa smania di incontrare il presidente ucraino Zelensky -“quel signore”- per accentuare il significato e la portata del sostegno italiano nella guerra mossagli dalla Russia di Putin. Forse anche su questo terreno  l’ex presidente del Consiglio ha deciso di muoversi con più cautela. Si vedrà.

Al Corriere della Sera di domenica si è  aggiunto ieri Il Messaggero con un editoriale del professore Alessandro Campi sulla “forza degli italiani in un mondo in rivolta”. “Proviamo per una volta -ha scritto e chiesto Campi- a capovolgere il noioso cliché che ci accompagna come italiani da decenni, che in parte ci siamo appiccicati addosso da soli e al quale ci siamo talmente assuefatti da considerarlo una verità storica inoppugnabile. E se fossimo, almeno stavolta, un’eccezione positiva e un caso virtuoso?”. In cui è accaduto di recente, fra l’altro, che la Meloni abbia potuto ripristinare dopo 27 anni addirittura la presenza di un capo del governo al congresso del maggiore sindacato, la Cgil, scortata e protetta dal segretario generale Maurizio Landini perché potesse parlare non lisciando per niente il pelo all’assemblea, anzi sfidandola. 

Persino Giuliano Ferrara sul Foglio ha ieri scomodato la “scuola storica” dei suoi “genitori gappisti e comunisti, dei Trombadori, dei Bufalini e degli altri” per dire alla sinistra, scatenatasi contro la Meloni sul ricordo della strage nazista di 79 anni fa alle Fosse Ardeatine, che “non avrebbero eccepito con grida scandalizzate alla frase secondo cui quei martiri furono uccisi per rappresaglia solo perché italiani”.  Qui siamo a quelle che gli avversari più irriducibili della Meloni hanno definito sui giornali del gruppoquasi agnelliano Gedi, cominciando con Repubblica, alle “radici” della storia antifascista dell’Italia uscita dalla seconda guerra mondiale e liberatasi della Monarchia. 

“Basta leggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza -ha insistito impietosamente il fondatore del Foglio– per constatare che l’identificazione della guerra di Liberazione con il patriottismo fu pressocchè totale”. E sapete chi e cosa ha citato, in particolare, Ferrara per difendere Meloni dagli assalti subiti su questo terreno? Addirittura “Una scelta di vita”, il colossale memoir di Giorgio Amendola”, in cui si trova tutto il necessario “per capire che la logica del Comitato di liberazione era “nazionale”. Una logica cioè di italiani prima e soprattutto. “Allora -ricorda sarcasticamente l’elefantino rosso- non era vietato dire il paese o alla anglosassone questo paese, this, country, ma non usava”. Si diceva, come oggi Meloni con la maiuscola, Nazione. Spero, personalmente, che ora venga risparmiata a Giuliano qualche lezione di storia antifascista da professori più o meno titolati sparsi un pò dappertutto, anche sotto le cinque stelle. Nessuna delle quali è intestata peraltro a  questo tema oggi ancora così scivoloso, essendo state intestate  da Beppe Grillo all’acqua pubblica, all’ambiente, alla mobilità sostenibile, allo sviluppo e alle connettività, poi meglio precisate come beni comuni, ecologia integrale, giustizia sociale, innovazione. 

Lo stesso Giuseppe Conte -non se l’abbia a male, per favore, l’ex presidente del Consiglio e ora presidente del movimento che lo portò a Palazzo Chigi nella scorsa legislatura- quando si è avventurato sul terreno dell’antifascismo, parlando alla Camera contro “la faccia di bronzo” della Meloni, è incorso nel lapsus del “delitto Andreotti” anziché Matteotti, che fra di loro fanno solo rima, nient’altro. Lo stesso blog  ormai personale di Grillo non mi sembra si sia impegnato in questi giorni nella polemica che ha cercato di rovinare la primavera alla Meloni. 

Pubblicato sul Dubbio

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Il ministro francese della Giustizia liquida come “terroristi” gli esuli italiani degli anni di piombo

Sarà un caso -come probabilmente pensano i detrattori della prima presidente italiana del Consiglio per giunta espressa da un partito dichiaratamente di destra per il quale gli esani non finiscono mai, come nell’ultima commedia scritta da Eduardo De Filippo nel 1973. Ma ha la sua rilevanza politica che alla vigilia del pronunciamento della Cassazione a Parigi sull’estradizione dei dieci sanguinari reduci degli anni di piombo rifugiati ancora in Francia, e qualche giorno dopo il lungo incontro svoltosi a Bruxelles fra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni, il ministro della Giustizia d’oltr’Alpe abbia rilasciata un’intervista al Corriere della Sera per avvertire, ribadire e quant’altro di considerare “terroristi” quanti si ritengono, si proclamano, e vengono difesi dai loro sostenitori “gli esuli italiani” che debbono scontare pesanti pene nel loro paese. Fra questi primeggia per notorietà il quasi ottantenne lottacontinuista Giorgio Pietrostefani,  condannato a 22 anni per il delitto del commissario Luigi Calabresi a Milano nel 1972, ucciso come un cane sotto casa.   

Di cittadinanza italiana per parte di madre, della quale ha voluto conservare anche il cognome abbinandolo a quello francese del padre, il ministro della Giustizia Eric Dupont Moretti non ha certamente parlato, alla vigilia- ripeto- della decisione della Cassazione, senza il preventivo assenso del presidente della Repubblica reduce -ripeto anche questo- di un incontro chiarificatore con la Meloni dopo un certo periodo di gelo provocato dal caso di una nave di soccorso volontario di migranti che la Francia l’anno scorso dovette fare approdare, una volta, tanto in un suo porto, peraltro militare, e non nel solito porto italiano. Acqua ormai passata, con grande sollievo anche o soprattutto del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, spesosi personalmente per superare la crisi, come anche per l’incidente verificatosi all’epoca del primo governo Conte, quando il vice presidente grillino Luigi Di Maio  andò a solidarizzare con i rivoltosi in gilet giallo che avevano messo a ferro e a fuoco Parigi.

Sono d’altronde lontani anche i tempi del presidente francese Nicolas Sarkozy, la cui consorte  italiana Carla Bruni non si si risparmiò parole e gesti di difesa e solidarietà con i connazionali terroristi rifugiatisi oltre’Alpe con lo scudo che portava il nome dell’ex presidente francese Francois Mitterrand. Fra quei terroristi c’era allora anche Cesare Battisti, ora al sicuro, dopo una fuga in Sudamerica, là dove doveva stare da tempo: in un carcere italiano in cui si è appena lamentato di subire dispetti. Che naturalmente non gli sono dovuti, per quanto lui ne abbia fatti ben altri alle sue vittime e ai loro familiari. 

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L’Italia finalmente controcorrente della Meloni avvertita dal Corriere della Sera

    Tre titoli e un editoriale in una stessa pagina, la prima del Corriere della Sera di oggi,  danno l’idea di un’Italia una volta tanto controcorrente: la più stabile in un’Europa peraltro alle prese con una guerra sui propri confini che è quella ostinatamente condotta dalla Russia di Putin contro l’Ucraina.

Il primo titolo è quello sulla Francia di Macron a ferro e fuoco per una modesta riforma delle pensioni, almeno rispetto a quella realizzata in Italia. Una Francia ridotta così male da dover chiedere al Re d’Inghilterra di rinviare una visita già programmata per l’incapacità di garantirne lo svolgimento in condizioni di sicurezza. Il secondo titolo è quello sui veti, dispetti, leggi bloccate che contrassegnano una coalizione ingovernabile come quella guidata a Berlino dal successore socialdemocratico della Merkel. 

Il terzo titolo è quello dell’intervista a Silvio Berlusconi che spiega il senso dell’ennesimo colpo di palazzo, chiamiamolo così, tradottosi nella rimozione di un capogruppo parlamentare e nel ridimensionamento dell’altra all’insegna della formula costante dell’ex presidente del Consiglio: “decido io”. Per la Meloni a Palazzo Chigi è un affare perché la svolta è appunto a suo favore, essendo stati accantonati, puniti, ammoniti, secondo le circostanze, quanti si erano distinti nei mesi scorsi in azioni di sostanziale disturbo nei riguardi della presidente del Consiglio, guardata per un pò con lo stesso sospetto riservato a Mario Draghi, i cui i ministri forzisti sembravano dipendere più che da Berlusconi: tutti e tre non a caso – Brunetta, Carfagna e Gelmini, in ordine alfabetico- finiti fuori dal partito. Certo, anche Berlusconi ci aveva messo del suo a infastidire la Meloni, per esempio con quelle sparate praticamente favorevoli a Putin nell’aggressione ai vicini, ma lui ha il diritto di essere mobile come la donna del Rigoletto. E pazienza se il solito Fatto Quotidiano ha ritenuto di criminalizzare, o quasi, la svolta o correzione di tiro sparando contro un “inciucio fra Marina e Berlusconi per gli affari e i processi di B”. Nulla di nuovo sotto il cielo pentastellato ammirato da gran parte dei lettori di quel giornale. 

L’editoriale, infine, è quello dello stesso direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana- da non confondere con gli omonimi ai vertici della Camera e della Lmbardia- che ha aperto il suo articolo scrivendo: “Il ritorno alla guida dell’Italia di un governo composto dalle forze politiche che hanno vinto insieme le elezioni ha introdotto un elemento che sembrava scomparso dai tormentati anni precedenti: nessuno discute più di crisi imminenti, di manovre per mettere in campo governi diversi. Si dà per scontato che l’esecutivo di Giorgia Meloni durerà per un tempo non breve…”. 

Pazienza, anche qui, per chi a sinistra ha scritto, su Repubblica, di “un governo di sonnambuli” e a destra, sulla Verità, di un centrodestra che si fa dettare “l’agenda dall’opposizione”. 

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L’autorete dei partigiani nell’assalto alla Meloni per il ricordo delle vittime delle Fosse Ardeatine

Ignorata non a caso -credo- in prima pagina dal Corriere della Sera, dal Messaggero,  dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione, del gruppo Riffeser Monti, Il Mattino, Il Gazzettino, Avvenire e da altri giornali ancora, fra i quali persino Il Fatto Quotidiano, che minimizzandola non le ha dedicato neppure “la cattiveria” di giornata, la polemica dell’associazione dei partigiani contro la Meloni per avere considerato solo “italiani”, e non anche antifascisti ed ebrei, le 335 vittime delle Fosse Ardeatine nel 79.mo anniversario dell’eccidio nazista è stata sventolata come bandiera sulla Repubblica – “Meloni riscrive la storia”- ed altre testate. 

Si va, in particolare, dall’”oltraggio” contrapposto dalla Stampa al “ricordo” del presidente della Repubblica Sergio Mattarella protagonista  della cerimonia commemorativa, alla “Memoria nera” del manifesto e al rimbrotto del Riformista di Piero Sansonetti con la domanda “An-ti-fa-scisti: Gorgia, l’ha mai sentita questa parola?”. 

Più sobriamente, ironicamente o come preferite, al Foglio se la sono cavata con una vignetta nella quale si fa dire alla Meloni, ancora a Palazzo Chigi in una delle prossime ricorrenze dell’eccidio, che questi 335 martiri delle Fosse Ardeatine furono “rastrellati da migranti armati e poi trucidati solo perché gli piaceva la pastasciutta invece dei bacherozzi fritti”. Chissà se la squadra di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa è riuscita a strappare un sorriso agli indignati esplosi come una bomba ad orologeria alla lettura del messaggio inviato dalla Meloni, ieri mattina ancora a  Bruxelles, per unirsi idealmente al Capo dello Stato. 

Come tutte le frittate, la polemica della sinistra partigiana in servizio permanente ed effettivo, cui niente, proprio niente di quello che dice la Meloni andrà mai bene, neppure quando dirà alle ore 12 che siamo in pieno giorno, ha finto per essere rovesciata e ritorcersi contro chi l’ha innescata. “Quegli italiani fucilati per colpa dei partigiani”, ha titolato Alessandro Sallusti su Libero, convinto di dire “la verità su via Rasella”. “La sinistra”, non quindi la Meloni, “spacca l’Italia”, ha titolato il Giornale, come forse avrebbe fatto anche la buonanima del fondatore Indro Montanelli. 

Ma soprattutto sulla Stampa, che per fortuna non ha spostato all’interno la rubrica quotidiana di Mattia Feltri, sono stati ricordati come peggio o meglio, secondo i gusti, non si poteva “i tempi che furono”: in particolare, il giorno dell’autunno 1944 in cui nella Roma liberata una folla inviperita scambiò per un fascista fanatico il direttore del carcere di Regina Coeli Donato Carretta, apprezzato invece dall’insospettabile Pietro Nenni, e lo linciò per strada, cercò di farlo tagliare vivo sotto le ruote di un tram -il cui conducente si rifiutò salvandosi dalle bastonate solo esibendo la sua tessera d’iscrizione al partito comunista- e infine gettò ancora vivo il poveretto nel Tevere. Dove altri saltarono su barche e lo finirono a colpi di remi.

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Rappresentazione pirandelliana del Consiglio Europeo sui giornali italiani

Sotto un titolo che francamente non mi sembra campato in aria e riferisce di un’Europa che va “avanti sul piano” dei migranti, pur non essendo ancora arrivata al traguardo, il Corriere della Sera ha registrato anche una “Meloni soddisfatta”, riferendo delle dichiarazioni rilasciate dall’interessata ai giornalisti a Bruxelles. 

Tutt’altro spettacolo è stato raccontato da Repubblica con quella “Meloni a mani vuote” annunciata con compiacimento su tutta la prima pagina e rafforzata da “Una convitata fuori posto”, a ulteriore commento.

Ancora più negativa è la rappresentazione dello spettacolo di Bruxelles sulla prima pagina di un altro giornale, come Repubblica, del gruppo editoriale del nipote di Gianni Agnelli: Il Secolo XIX. Dove si sono risparmiati persino i titoli, offrendo ai lettori una vignetta di Stefano Rolli in cui la Meloni è davanti ad una porta sbattutale in faccia dall’Unione Europea. Sulla stessa linea naturalmente Il Fatto Quotidiano con quella “Meloni gabbata in Europa” in un “altro flop a Bruxelles”.

“E’ la stampa, bellezza”, diceva Humphrey Bogart a Casablanca in un film del 1942 che ha fatto storia. Ma dovrebbe pur esserci un limite a questa bellezza se alla Stampa, altro giornale del gruppo editoriale del nipote di Gianni Agnelli, è potuto accadere non più tardi dell’altro ieri questo episodio in fondo modesto, per carità, ma pur sempre indicativo di certi rapporti tra i fatti e le opinioni, o convenienze.

In una prima pagina dominata dal “gelo” procurato alla Meloni nell’aula del Senato dal discorso del capogruppo leghista Massimiliano Romeo sostanzialmente contrario ad altri aiuti militari all’Ucraina, pur votati poi nella mozione della maggioranza conclusiva della discussione in vista del Consiglio Europeo a Bruxelles, non poteva né doveva trovare posto il commento quotidiano dell’ex direttore Marcello Sorgi. Il cui “taccuino” è solitamente valorizzato, tanto più perché l’autore si divide col direttore in carica, Massimo Giannini, i salotti televisivi di giornata. 

Nel taccuino, appunto, dell’altro ieri 22 marzo Sorgi riduceva di parecchio il gelo della Meloni scrivendo che il capogruppo leghista al Senato aveva sì dissentito praticamente dalle armi che continuiamo a mandare agli ucraini ma “a bassa voce, per il chiaro timore di dissipare il manovratore (in questo caso la manovratrice)”. “Ed anche se i suoi sospiri -aveva scritto ancora Sorgi da Roma non immaginando evidentemente l’aria che tirava in redazione a Torino- sono bastati alle opposizioni per denunciare divisioni nella maggioranza….la distinzione voluta sui rischi del prolungamento della guerra senza credibili iniziative di pace aveva l’aria di un atto dovuto, come se il Capitano” di Romeo “non potesse far altro rispetto a elettori e osservatori esterni, ma non volesse turbare più di tanto il clima”. Per leggere tutto questo però i lettori della Stampa hanno dovuto spingersi sino a pagina 6. In prima non era stato il caso neppure di un richiamo. 

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Le vite parallele di Giorgia Meloni oggi e di Bettino Craxi quarant’anni fa…

Un pò per come stanno davvero le cose in una maggioranza salda nei numeri ma non proprio compatta nell’intimo delle componenti, un pò per come le rappresentano, forzate, gli avversari cercando di far coincidere fatti, sintomi e quant’altro con le loro speranze, Giorgia Meloni sta rivivendo a Palazzo Chigi i giorni, i mesi e gli anni -durerà, durerà anche lei- di Bettino Craxi fra il 1983 e il 1987. 

Il quadro politico, certamente, è ben diverso anche per attori, comparse e simili, ma la durezza della partita è la stessa. Non a caso, del resto, Craxi finì presto nelle vignette di Giorgio Forattini sulla Repubblica di Eugenio Scalfari con gli stivaloni ai piedi e la testa in giù, come Mussolini appeso in Piazzale Loreto, a Milano. E la Meloni è già finita con la testa  in giù, anche lei, su qualche muro di Milano. 

Non c’è nessun Matteotti rapito e ucciso di cui Meloni possa non dico vantarsi ma assumersi la “responsabilità” in un discorso di stile e contenuto mussoliniano citato di recente da un poveretto -a dir poco- che vi si era ispirato a capo di un’azienda pubblica affidatagli dal nuovo governo, e per fortuna dimessosi prima ancora che la stessa Meloni glielo chiedesse, ma Giuseppe Conte ha già avuto la poco brillante idea di tentare l’evocazione del martire socialista nell’aula di Montecitorio parlando contro la presidente del Consiglio e la sua “faccia di bronzo”. Ma, come purtroppo gli capita spesso, è caduto in un lapsus scambiando Matteotti con Andreotti, morto per fortuna nel suo letto e con abbastanza anni sulle spalle. Così è capitato al capo ora delle 5 Stelle -che continua a contendere al Pd, anche a quello di Elly Schlein, la guida dell’opposizione- di cadere in una gigantesca, metaforica, silenziosa risata nell’aula dove sta cercando di farsi le ossa anche da deputato, dopo essersele fatte, per quanto non eletto ancora al Parlamento, da presidente del Consiglio fra il 2018 e il 2021. 

Craxi arrivò a Palazzo Chigi all’età di 49 anni, contro i 45 della Meloni nell’ottobre scorso, a dispetto dei santi politici che erano allora Ciriaco De Mita, a capo della Dc, ed Enrico Berlinguer, a capo del Pci. Vi arrivò per le perdite elettorali di un De Mita che si era fatto eleggere segretario democristiano col proposito dichiarato proprio di impedire che il leader socialista potesse riuscire dove non era  arrivato nel 1979 con l’incarico ricevuto a sorpresa dal presidente socialista della Repubblica Sandro Pertini. Solo Arnaldo Forlani nella direzione della Dc aveva allora  cercato di lasciato uno spiraglio aperto astenendosi nella votazione con la quale lo scudo crociato ancora guidato da Benigno Zaccagnini gli aveva sbattuto invece  la porta in faccia. 

Insediatosi alla guida del governo col proposito di rimanerci il più a lungo possibile, per quanto De Mita avesse ricavato, a torto o a ragione, l’impressione di avergli strappato una promessa di staffetta con la Dc a metà legislatura, poco più o poco meno, Craxi dovette dal primo giorno guardarsi più dallo stesso De Mita, il suo principale alleato, che da Berlinguer, il suo principale e irriducibile avversario. Che non gli perdonava l’ambizione di strappare al Pci il primato nella sinistra perduto dal Psi nel 1948, quando nel cosiddetto fronte popolare la disciplina dei comunisti, a loro modo, nell’uso delle preferenze ridusse di parecchio la rappresentanza parlamentare dei socialisti. 

Per quanto aiutato a guardarsi le spalle da un discreto ma vigile Forlani in veste di vice presidente del Consiglio e presidente della Dc, Craxi dovette subire dal segretario dello scudo crociato -un pò come ora la Meloni dalla Lega di Salvini, che non a caso al Nord ha ereditato l’elettorato una volta democristiano- parecchi sgambetti. Il più clamoroso dei quali fu tentato nel 1985 con la mancata partecipazione diretta e personale del leader dc alla campagna referendaria promossa dai comunisti contro gli storici tagli alla scala mobile, grazie ai quali l’inflazione finì di galoppare a due cifre. “De Mita -si sfogò la sera dei risultati Craxi con me al telefono- è riuscito a far vincere il no ai tagli solo nella sua Nusco”. 

Ma, oltre che da De Mita -come oggi Meloni dalla Lega fra assenze  dei ministri e dello stesso Salvini nelle aule parlamentari e dichiarazioni di voto ambivalenti, a favore delle armi all’Ucraina ma anche di allarme per l’aggravanento della guerra aperta dalla Russia- Craxi dovette guardarsi anche dal suo ministro della Difesa e leader repubblicano Giovanni Spadolini. Che dopo la famosa notte di Sigonella, che aveva obbligato i comunisti ad applaudire il presidente del Consiglio nelle aule parlamentari, si dimise accusando Craxi di avere non solo contraddetto ma anche umiliato gli  alleati americani impedendo ai marines di catturare gli autori e la mente del dirottamento terroristico della nave Achille Lauro.  I cui passeggeri e il cui equipaggio, fatta eccezione per l’ebreo americano Leon Klingoffer, erano stati salvati per l’intervento strappato ad Arafat da Craxi e dal ministro degli Esteri Giulio Andreotti. 

Dopo il chiarimento intervenuto direttamente fra Craxi e l’allora presidente americano Ronald Reagan, con tanto di scambio di lettere e successivo incontro alla Casa Bianca, al dimissionario Spadolini non rimase altra scelta che rimanere al suo posto. 

Chissà se e quante sorprese è destinata a procurare ad avversari e amici, e a noi giornalisti, Meloni nella prosecuzione del suo lavoro a Palazzo Chigi, come Craxi ai suoi tempi. Si abituerà di sicuro, come il suo predecessore di tanti anni fa, così diverso per appartenenze partitiche, studi, formazione e quant’altro, ma appassionato di politica come lei, un “professionista” secondo il linguaggio un pò critico di Silvio Berlusconi, a sfogliare i giornali la mattina alzando le spalle alla lettura dei necrologi del governo o dell’annuncio del suo ricovero in qualche pronto soccorso di quella grande città ospedaliera dell’informazione.  

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 26 marzo

Alla Camera come al teatro, in uno spettacolo con Meloni mattatrice

Neppure alla Camera, quindi, il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, come il giorno prima al Senato, diversamente dal collega forzista Antonio Tajani, è riuscito a trovare il tempo, o la voglia, di affiancare Giorgia Meloni ai banchi del governo nella discussione d’investitura, diciamo così, per la missione al Consiglio Europeo di oggi e domani a Bruxelles.

Non è bastata la presenza, a turno, di un ministro leghista organizzata all’ultimo momento dal gruppo del Carroccio a placare sospetti, polemiche, accuse in sede politica e mediatica. “La Lega lascia sola Meloni in aula e alza la tensione nel governo”, ha titolato su tutta la prima pagina Domani, il giornale dell’ingegnere Carlo De Benedetti nella sua ultima versione di “radicalità”, necessaria a rinvigorire un Pd che all’indomani della sconfitta elettorale del 25 settembre gli sembrava ormai perduto, solo da sciogliere e liquidare, per le condizioni alle quali lo aveva ridotto il pur amico Enrico Letta. Che non aveva voluto sentirne i consigli telefonici di non lasciare la porta vuota della sinistra alla destra della Meloni rompendo con i grillini. 

Proprio i grillini, dal canto loro, ieri alla Camera non hanno saputo profittare della “tensione”, vera o presunta, nel governo per prendersi la scena dell’opposizione, vista anche la rinuncia della nuova segretaria del Pd ad intervenire nella discussione. A dispetto dell’enfasi con la quale il solito Fatto Quotidiano ha sparato sulla “faccia di bronzo” gridata personalmente da Giuseppe Conte alla Meloni, l’ex presidente del Consiglio è finito rovinosamente, in aula e sui social, per l’ennesima gaffe oratoria della sua carriera politica. In particolare, egli ha immerso il biscotto del governo di destra-centro nella melma del fascismo all’indomani non del delitto Matteotti ma del “delitto Andreotti”. Che col martire del socialismo italiano fa solo rima. 

Si chiede oggi il buon Massimo Gramellini sulla prima pagina del Corriere della Sera, offrendo il suo quotidiano caffè ai lettori, se “può bastare un lapsus a impiccare un uomo, un politico, uno statista”. Si, ormai può bastare, credo, considerando la frequenza -documentata poi dallo stesso Gramellini- con la quale anche da capo del governo il presidente attuale del Movimento 5 Stelle storpiava la realtà, persino parlando una volta del capo dello Stato per ricordarne il fratello ucciso  dalla mafia. 

Non migliore fortuna ha avuto, sempre nella discussione di ieri a Montecitorio, il verde  Angelo Bonelli con i sassi prelevati dal letto asciutto dell’Adige e ostentati in aula per denunciare la crisi della siccità. La Meloni gli ha efficacemente chiesto se non l’avesse scambiata per Mosè, che fu capace di prosciugare addirittura il mare. Tutta l’aula ha giustamente riso, con la Meloni, del deputato di opposizione. Forse ne avranno riso anche al Quirinale, dove poi la Meloni si è recata con un bel pò di ministri in vista della missione a Bruxelles. 

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Meloni infreddolita, fuori stagione, dagli alleati leghisti sulla guerra in Ucraina

Spero che, fragile come lei stessa una volta  si dichiarò al freddo o ai colpi d’aria, Giorgia Meloni non debba disertare il Consiglio Europeo di domani per il “gelo” che -stando ai titoli e titoletti sulle prime pagine della Stampa e di Repubblica– le ha procurato ieri al Senato la Lega. Che prima non ha trovato un ministro, dico uno, che potesse  raggiungere i banchi del governo nella discussione sul vertice di Bruxelles. Il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, recentemente festeggiato dalla premier in persona per il cinquantesimo compleanno con tanto di karaoke in coppia, è stato trattenuto altrove chissà da quali impegni più urgenti: magari la contemplazione del plastico del ponte sullo stretto di Messina. Poi La Lega  ha  ritenuto di intervenire nella discussione con un discorso del capogruppo Massimiliano Romeo a dir poco distonico rispetto alla linea esposta dalla presidente del Consiglio sulla guerra in Ucraina, di cui si occuperà il Consiglio Europeo con altri temi. 

Poi ancora, è vero, i senatori leghisti -come ha tenuto a ricordare il ministro meloniano dei rapporti col Parlamento, Luca Ciriani- hanno votato con gli alleati di centrodestra, o di destra-centro, e col cosiddetto terzo polo, la mozione di sostegno, indirizzo e quant’altro al governo per il vertice di Bruxelles, dove è scontata la conferma degli aiuti militari all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin. Ma quelle assenze leghiste dai banchi del governo e le parole del capogruppo del Carroccio rimangono certamente una macchia vistosa, anche per il sarcastico invito dell’oratore ai colleghi del partito della Meloni di “non distrarsi” durante il suo intervento, cioè di starlo a sentire ben bene. E di cose a sorpresa, diciamo così, Romeo ne aveva in mente: per esempio, l’avvertimento che “la corsa ad armamenti sempre più potenti” all’Ucraina “porta al rischio di un incidente da cui non si può tornare indietro”. 

Peccato, per lui, che a distrarsi in quel momento non erano gli alleati meloniani ma gli oppositori grillini, ai quali è sfuggita pertanto l’occasione di un applauso che avrebbe soddisfatto quanto meno la vanità del capogruppo leghista.  O lo avrebbe ringiovanito, riportandolo all’anno o poco più della maggioranza grigioverde della scorsa legislatura. Non si è distratta invece la capogruppo del Pd, che poi ha rilasciato dichiarazioni per chiedere, praticamente, a che titolo la Lega faccia ancora parte del governo e della maggioranza,  

Fuori dall’aula del Senato non si sarà certamente distratto -se non era dentro in qualche tribuna riservata agli ospiti- l’attivissimo ambasciatore russo a Roma Sergej Razov. Che conosca bene i leghisti italiani e il loro capo, cui anticipò i soldi per un viaggio non proprio turistico  a Mosca, l’anno scorso, annullato all’ultimo momento. Razov fa rima col nome assegnato al capogruppo della Lega oggi dal Foglio in un titolo di prima pagina a titolo di aggiornamento anagrafico di tipo rigorosamente politico: Romeozov. 

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Giuseppe Conte cade subito nella trappola del presunto asse Mosca-Pechino

Temo, almeno per chi l’ha usata con una certa enfasi non so se più compiaciuta o fiduciosa, che l’immagine dell’asse Mosca-Pechino sia un pò esagerata per rappresentare quella specie di incontro invece di terzo tipo che mi sembra svoltosi al Cremlino fra il cinese Xi Inping, reduce da una conferma a Pechino che sembra averlo ulteriormente impettito, e il russo Vladimir Putin ricercato peggio di un criminale comune dalla Corte Internazionale dell’Aja per ciò che ha combinato in Ucraina. Un incontro di terzo tipo, dicevo, per le tante ambiguità che coprono o caratterizzano intenzioni, progetti, interessi dei due interlocutori. Uno dei quali, il cinese, si considera -o viene considerato- portatore di un piano di pace così poco convincente nella dichiarata difesa della “sovranità” anche dell’Ucraina da essere stato trovato interessante, degno di attenzione dall’altro che considera il paese limitrofo un’escrescenza tardo-nazista da eliminare, cominciando col distruggerne il territorio e deportare i bambini per rieducarli alla civiltà russa. 

Non può stupire di certo che in Italia siano subito caduti nella trappola della recita moscovita i soliti pacifisti rossi, cespugli cui il Pd di Enrico Letta e ora anche di Elly Schlein consente di arrivare col suo aiuto in Parlamento e poi di muoversi in piena libertà e rrilevanza, e i pacifisti di nuovo conio, chiamiamoli così, quali sono i grillini di Giuseppe Conte. Il quale prima da presidente o ex presidente del Consiglio e ora da capo del Movimento 5 Stelle, come con i porti chiusi di fatto ai migranti nel suo primo governo con i leghisti e riaperti nelle successive alleanze politiche, anche con le armi d’aiuto all’Ucraina aggredita dai russi è passato disinvoltamente dal si al no, per giunta nell’arco di una stessa esperienza o parentesi politica quale la partecipazione al governo di Mario Draghi, nella scorsa legislatura. Figuriamoci adesso, all’opposizione del governo di Giorgia Meloni, che già quando contrastava, quasi unica in Parlamento, il governo Draghi ne condivideva però la linea di difesa militare dell’Ucraina. 

“Conte va alla guerra contro Schlein” sugli aiuti militari appunto agli ucraini condivisi dalla nuova segretaria del Pd, annuncia oggi in prima pagina Repubblica riferendosi ai voti parlamentari imminenti in vista dei vertici europei ai quali sta per partecipare la presidente del Consiglio. “L’Ucraina detonatore dello scontro tra M5S e Pd”, scrive e commenta realisticamente Massimo Franco sul Corriere della Sera. 

Voi pensate che a Mosca il cinese e il russo dell’asse decantato dal Fatto Quotidiano, e di così funesta memoria ricordando quello del secolo scorso fra Roma, Berlino e Tokio, abbiano trovato o troveranno il modo, la voglia, l’interesse di occuparsi, a proposito della guerra in Ucraina, anche di Giuseppe Conte come sponda su cui contare per dividere il fronte occidentale? Ne dubito assai. 

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