Peggiore della memoria perduta è quella manipolata e/o strumentalizzata. Che non è naturalmente la memoria di Sergio Mattarella, che ci ha appena ricordato le guerre, gli stermini e tutte le altre nefandezze del secolo scorso prodotte da “capi”, cioè dittatori, avvolti nel culto tragico che li accompagnò sino alla morte.
La memoria manipolata e/o strumentalizzata, spero al di là delle sue stesse intenzioni o vocazioni polemihe, è quella di Massimo Giannini sulla Repubblica. Che in questi giorni si è rotolata nella bandiera della libertà e dell’indipendenza del giornalismo, come la magistratura immaginata dai padri costituenti con norme purtroppo prestatesi a tutt’altro uso, e tira fendenti contro la premier Giorgia Meloni e quanti altri nel governo, nella maggioranza e negli altri quotidiani vorrebbero intimidirla e tapparle la bocca.
“Usciamo subito dal solito equivoco”, ha cercato di mettere le mani avanti l’editorialista di Repubblica ed ex direttore della Stampa ancora consorella, visto che corrono voci sulla tentazione degli eredi degli Agnelli di liberarsi del quotidiano fondato nel 1976 da Eugenio Scalfari. “Nessuno -ha assicurato Giannini- vuole “tirare per la giacchetta il Capo dello Stato. Ripetiamolo a beneficio della solita Stumtruppen di servi sciocchi e squadristi digitali: nessuno pensa che le camicie nere stiano per marciare su Roma. Né che l’Italia stia per scivolare nell’abisso di una dittatura nazifascista”, in cui magari il ruolo del nazista stavolta potrebbe essere assegnato all’’ungherese Orban così tanto in buoni rapporti con la Meoni.
A dispetto tuttavia di tanto scrupolo promesso, garantito e quant’altro nei riguardi della giacca ed altri indumenti del presidente della Repubblica, che se li porta sempre così ben stirati addosso sotto gli occhi soddisfatti della figlia, Giannini ha titolato -o ha lasciato titolare- il suo commento in un modo che più galeotto non poteva francamente essere: “Il pericolo del premierato”.
Siamo insomma alle solite, da quando è cominciata questa legislatura con la vittoria del centrodestra a trazione melonana e la premier ha sfoderato il disegno di legge di riforma di cinque articoli -non di più- della Costituzione per l’elezione diretta del presidente del Consiglio, a poteri dichiaratamente invariati del presidente della Repubblica eletto invece dalle Camere.
Da quando questo disegno di legge è approdato per giunta al Senato, dove il presidente Ignazio La Russa esercita una vigilanza quasi paterna, pronto a fare il possibile e l’impossibile per accelerane e facilitarne il percorso, il cuore pulsante della democrazia custodito dalla Repubblica di carta soffre le pene dell’inferno. Ogni mattina da quelle parti debbono svegliarsi nell’incubo e correre alle finestre, scostare leggermente le tende e sincerarsi che per strada non stiano carri armati o fantocci, magari, in camicia nera, giusto per fare paura a chi li guarda.
Per favore, non lasciatemi morire affogato, per giunta alla mia età, a 85 anni dei quali quasi 65 vissuti nei giornali, in questo oceano di bugie e di ipocrisie sulla libertà di stampa minacciata dalla guerra in corso ad alta intensità politica fra la premier Giorgia Meloni e la Repubblica di carta, o viceversa. Un oceano nel quale ho visto -ahimè- galleggiare l’altra sera in un salotto televisivo anche il mio amico, e bravissimo giornalista prestatoci dalla storia che sa insegnare come pochi: Paolo Mieli. Che pure ha vissuto anche lui l’esperienza di un giornale-partito come Repubblica, prima di salire sull’Olimpo del Corriere della Sera, autentico o non che sia, dirigendolo per due volte. Dai, Paolo, sii buono.
Prima dei partiti in Italia – non importa se ammazzati dalle Procure della Repubblica o suicidatisi di loro con la pratica generale del finanziamento illegale, col quale sopperire al finanziamento ipocritamente troppo modesto assegnatosi per legge- sono moti i loro giornali ufficiali. Che pure erano stati molte volte scuole autentiche di giornalismo: dall’Avanti all’Unità. Erano morti quei giornali per mano di altri che avevano deciso di fare non solo informazione e commento ma anche politica vera e propria sotto le false insegne di testate “indipendenti”. Giornali che non a caso sottraevano copie e giornalisti ai quotidiani di partito, sino ad accelerarne la fine prima ancora che cominciassero a chiudere le edicole per un progressivo numero di copie invendute, spesso sostituite da giochi e simili.
Nel 1974 Indro Montanelli, uscitosene dal Corriere smottato per lui troppo a sinistra, sino a licenziare da un momento all’altro il suo amico direttore Giovanni Spadolini; Montanelli, dicevo, e tutti noi che ci arruolammo con lui, dallo stesso Corriere e da altre testate, non sapevamo forse di stare realizzando un giornale-partito contro la prospettiva del cosiddetto compromesso storico fra la Dc e il Pci? Un giornale che, dovendo rivolgersi ad un lettorato prevalentemente democristiano e anticomunista, il laicissimo Montanelli volle fare uscire solo dopo il referendum promosso contro il divorzio. Una campagna nella quale egli non volle impegnarsi a favore della riforma passata in Parlamento, che condivideva, proprio per non compromettere i rapporti con una parte di quelli che sarebbero stati i suoi lettori. Ai quali -mi confidò in quei giorni- volle anche offrire come gesto di rispetto il matrimonio in municipio, a Cortina d’Ampezzo, dopo la sua lunga convivenza con Colette.
La presa del Giornale di Montanelli non solo sugli elettori ma anche sui parlamentari della Democrazia Cristiana fu tale che una volta sorpresi il buon Flaminio Piccoli borbottare nei corridoi di Montecitorio contro noi del Giornale, appunto, che riuscivano a “indottrinare “i deputati del suo gruppo più di lui. Erano i tempi in cui i parlamentari democristiani dovevano praticare la tregua e la cosiddetta solidarietà nazionale col Pci dopo un turno di elezioni anticipate, nel 1976, conclusosi con quelli che Aldo Moro chiamò “due vincitori”, la Dc e il Pci: l’una incapace di fare a meno dell’altro se non tornando ricorrentemente alle urne e riducendo sempre di più lo spazio dei patiti intermedi. Dei quali invece i due partiti maggiori avevano bisogno per riprendere a lavorare per maggioranze che li rendessero uno autonomo dall’altro.
E la Repubblica portata da Eugenio Scalfari nelle edicole nel 1976, a ridosso della tregua e della solidarietà nazionale fra la Dc e il Pci, non nacque forse per contrapporsi al Giornale e sostenere quella svolta che Montanelli non vedeva l’ora di vedere finire. E sempre la Repubblica di Scalfari, nel frattempo diventata di proprietà di Carlo De Benedetti, non fu il partito dell’opposizione al ritorno dell’alleanza fra i democristiani e i socialisti con Bettino Craxi, lo sforbiciatore della barba d Marx?
Del governo Craxi, fra il 1983 e il 1987, non passava giorno senza che Scalfari non facesse annunciare con titoloni di prima pagina l’imminente caduta. Che alla fine giunse, per carità, ma al prezzo di un governo monocolore democristiano presieduto da Amintore Fanfani al quale gli stessi democristiani alla Camera negarono la fiducia per fornire a Francesco Cossiga, al Qurinale, la ragione per la quale sciogliere le Camere, come reclamato a Piazza del Gesù da Ciriaco De Mita. Non ricordo in quei giorni uno straccio di costituzionalista, fra i tanti che vi collaboravano, insorto su Repubblica contro quell’operazione.
Non parliamo poi di ciò che accadde nell’epilogo più giudiziario che politico della cosiddetta prima Repubblica. Allora i giornali-partito divennero insieme giornali-procure: tutti a inseguire l’andamento peraltro unidirezionale delle indagini sul finanziamento illegale, corruzione, concussione e quant’altro. I quotidiani si scambiavano ogni sera notizie e titoli del giorno dopo. Gli avvisi di garanzia diventavano avvisi alla gogna, le custodie cautelari anticipi di pena, i suicidi prove lodevoli di dignità, le difese degli indagati o imputati sfacciate complicità.
La cosiddetta “discesa in campo” di Silvio Berlusconi doveva servire solo a salvarlo dal carcere che meritava per essere stato aiutato dalla vecchia politica finita più o peno in manette a fare le sue fortune di imprenditore edile e editore. Ci sono voluti trent’anni da allora e quasi uno dalla sua morte, con le ceneri ben custodite nel mausoleo di Arcore, per poter leggere anche su Repubblica che non fu uno scherzo di plastica. E che quei nove minuti scarsi di registrazione del messaggio televisivo del Cavaliere una rivoluzione nella comunicazione politica. L’inizio di un nuovo percorso su cui tutti, a destra e a sinistra, si sarebbero rincorsi sino a perdere il fiato, e a volte anche la testa.
In uno scenario politico, mediatico, sociale del genere, nella proliferazione delle Repubbliche -prima, seconda, terza, quarta, almeno quella della omonima rete televisiva- a Costituzione sostanzialmente invariata, salvo la riduzione dell’immuntià parlamentare, una caotica modifica del titolo quinto sulle regioni cui si sta cercando di rimediare, e un auspicio- nulla di più- di giusto processo; in uno scenario del genere, dicevo, coi giornali-partito che ormai occupano i tre quarti dello spazio, ci scanniamo un po’ tutti a parlare della libertà di stampa conculcata, di voglie di censura, di duci, ducetti e ducette all’assalto di questa o quella testata, come se fosse una casamatta.
Non c’è un solo giornale-partito, con tanto di campagne avviate e condotte con titoli a caratteri di scatola, che ammetta la sua natura, e i relativi inconvenienti. Che cono quelli di darle e prenderle, diciamo così. Qualcuno come l’apparentemente mite Maurizio Molinari, fra una consultazione e l’altra delle sue carte nautiche o geo-politiche, invoca una specie di diritto all’extraterritorialità, con la redazioni avvolta nella bandiera di ordinanza. Non c’è un giornale-patito che ammetta la sua natura, col diritto di criticare ma anche di essere criticato. E di non nascondersi dietro le proprietà dichiarandosene sempre e comunque estraneo Come se gli editori, peraltro, avessero politicamente il sesso degli angeli, e i cosiddetti conflitti d’interesse fossero solo e sempre quelli degli altri.
Ma chi volete prendere in giro, signori opportunisticamente scandalizzati o preoccupati? Abbiate il coraggio di essere quelli che siete e di comportarvi da uomini. Fate pure la vostra opposizione al governo o all’opposizione, fra le varie, che vi piace ancor meno del governo; mescolate pure il vero col verosimile o col falso; sostituite alla scena il retroscena di turno, magari inventato di sana pianta, e reagite alle smentite confermando tutto con l’assicurazione di averlo appreso da fonte tanto “buona” quanto indistinta. Ma per favore -direbbe persino il Papa- decidetevi a darvi finalmente una calmata, una misura. E a salvare quel poco che ancora resta della nostra vera libertà di stampa.
Per quanto reduce da uno scontro a Montecitorio con Giorgia Meloni sui temi della sanità che l’ha inorgoglita ,fra aula e buvette; per quanto sia riuscita a recuperare un rapporto più solidale, o meno scettico, con quelli di Repubblica, da lei difesi a manetta nella polemica con la premier decisa a non ricevere da loro lezioni di italianità con quell’editore che hanno, con interessi ormai più fuori che dentro i confini; per quanto decisa a rimanere al suo posto di segretaria del Pd a prescindere dai risultati delle elezioni di vario livello in programma fino a giugno, ritenendo che il suo mandato congressuale sia più lungo e sicuro di queste scomode scadenze; per quanto non abbia più film da rincorrere nelle sale cinematografiche a costo di arrivare tardi agli appuntamenti di partito; per quanto infine -e mi scuso davvero per questa lunga premessa- potrà cercare di ridurlo ad un fatto locale, temo per lei che costerà caro ad Elly Schlein l’incidente appena accaduto a Verona. Dove il segretario provinciale Franco Bonfante, svanita la misura della sospensione dal partito minacciata a botta calda fra le proteste di Graziano Delrio, ha deposto da vice segretaria la consigliere ragionale Anna Maria Bigon.
La colpa di costei è di non essere uscita dall’aula del Consiglio regionale veneto, come le era stato ordinato, quando si è votata una legge per facilitare nelle unità sanitarie locali l’applicazione di una sentenza della Corte Costituzionale per l’accesso al suicidio assistito. Rimasta in aula per astenersi, la consigliera e avvocata Bigon ha determinato la bocciatura della legge di iniziativa popolare già minacciata dai contrasti esplosi fra i leghisti, divisi tra il governatore Zaia favorevole e i salviniani di stretta osservanza contrari.
Mancata la sospensione, Delrio non ha potuto sospendersi pure lui per ritorsione o solidarietà, ma ha ugualmente criticato il declassamento della Bigon. Lo stesso ha fatto l’ex governatrice del Friuli, ex capogruppo alla Camera e ancora altro del Pd Debora Serracchiani. Proteste infine si sono levate da Pier Luigi Castagnetti, da tempo in sofferenza nel partito dove, reduce dalla Dc e dal Ppi, era confluito con la Margherita di Francesco Rutelli pensando che le sensibilità dei cattolici, diciamo così, avrebbero ricevuto più comprensione e rispetto di quanto ne stia rimanendo man mano che procede la segreteria Schlein. Che francamente il povero Castagnetti, come altri nel frattempo già usciti dal partito, non poteva neppure prevedere quando decise di mescolarsi con ciò che restava del Pci.
Il suicidio assistito continuerà ad essere un problema per i malati del Veneto e, più in generale, d’Italia a causa delle resistenze opposte dal Parlamento all’intervento legislativo chiestogli dalla Corte Costituzionale. Ma potrebbe diventare più facile il suicidio neppure tanto assistito di un Pd che non riesce a tenere insieme tutte le componenti delle quali velleitariamente si volle a suo tempo comporre.
Nei 56 anni che sta per compiere in questi giorni, 29 più di me che collaborando con lui al Tempo mi ci affezionai un po’ come al figlio maschio non avuto, ma tanto desiderato accanto all’unica figlia felicemente riservatami dalla vita, a Mario Sechi è accaduto qualcosa di rado che vale la pena raccontare mentre è impegnato a difendere e condividere da direttore di Libero la delusione e quant’altro procurati a Giorgia Meloni da quella che fu la Fiat degli Agnelli. Che poi Sechi prima di approdare alla direzione di Libero sia stato il capo dell’ufficio stampa della premier passando per la direzione dell’agenzia Italia, dell’Eni, è un puro caso, credetemi. Un caso del quale mi dispiace francamente che ogni tanto gli vedo contestare come una colpa in qualche salotto televisivo, come se ne dovesse ancora rispondere. O dovesse riscattarsene sbertucciando la Meloni, o comunque prendendone le distanze “almeno una volta”, lo ha recentemente supplicato il comune amico Antonio Padellaro, spalleggiato col sorriso d Lilli Gruber, se non ricordo male.
E’ accaduto di speciale a Sechi, in particolare, di apprendere di un suo editoriale a suo tempo sull’omonimo quotidiano romano che guidava letto e condiviso davanti al Consiglio di amministrazione della Fiat da Sergio Marchionne fra la sorpresa – non dico di più per carità professionale- di parecchi colleghi giornalisti che evitarono poi di riferirne. Cosa che sospetto avesse spinto Marchionne a seguirlo ancora di più e ad apprezzarlo. Sino a chiamarlo un giorno per invitarlo a raggiungerlo di prima mattina a Torino per fare colazione insieme. Ne nacque l’offerta di responsabile della comunicazione della Fiat. Seguì un incontro a tre con Jhon Ekann, al termine del quale un commesso, accompagnando Sechi all’auto che lo avrebbe riportato in aeroporto, si spinse a dirgli “Arrivederci”, con l’esperienza che si era fatto delle persone in visita da quelle parti.
La cosa invece finì lì. Il seguito, ve lo confesso, cioè il motivo della mancata nomina non lo conosco davvero per avere sempre avuto il pudore di non chiederlo a Sechi. Se avesse voluto, avrebbe potuto raccontarmelo lui. Se non me lo ha raccontato, avrà avuto le sue buone ragioni, che neppure da padre immaginario oserei chiedergli tuttora, pur avendo ogni tanto avuto occasione di sentirci, anche nel giorno dell’insediamento alla direzione di Libero. Dove però lo leggo in questi giorni- a proposito della polemica scoppiata fra la Meloni e Repubblica, un po’ come a tempi della Repubblica di Carlo De Benedetti con Silvio Berlusconi e, prima ancora, con Bettino Craxi- finendo sempre con la memoria a quella scintilla scoppiata fra lui e Marchionne. E spenta -temo- da Jhon Elkann, il nipote del mitico Gianni Agnelli, “l’avvocato” di cui il compianto Gianfranco Piazzesi si lamentava con me delle telefonate che riceveva di prima mattina per soddisfare la sua curiosità. E io, di rimando, mi lamentavo di quelle di Sandro Pertini, che una volta mi buttò giù dal letto per coinvolgermi emotivamente nella colpa che si dava di non avere fatto o fatto fare tutto il possibile, sul posto della tragedia, per salvare dalla morte il bambino caduto in un pozzo a Roma. Era il povero Alfredino Rampi.
“Da una parte -ha scritto Sechi non più tardi di ieri, sempre a proposito della guerra dichiarata dalla Meloni alla Repubblica degli eredi Agnellio viceversa, come preferite- c’è una leadership politica che sottolinea la simbologia del produrre in Italia, dall’altra un gruppo che ha la testa smarrita in Francia. L’evento traumatico anticipatore di quello che sarebbe accaduto arriva nel 2018 con la morte di Sergio Marchionne. Un momento tragico non solo per il settore dell’auto, perché la sua scomparsa è stata uno shock che oggi è visibile nell’assenza di un punto di riferimento per l’intera industria italiana, la sua economia trasformatrice, la manifattura d’alta gamma. Non poteva esserci un successore. E non c’è stato”.
“Sergio Marchonne -ha continuato a incidere Sechi su Jhon Elkann e sul franco-portoghese Carlos Antunes Tavares Dias, amministratore delegato di Stellantis- non era solo un manager geniale, era prima di tutto un patriota, Lo feriva essere chiamato “il manager canadese”, anzi lo faceva “incazzare” per dirla con le sue parole (anche questo abbiamo visto, cercare di strappare a una persona la sua bandiera). Era un duro negoziatore, un punto di riferimento, un uomo ricco di cultura e capacità di visione. Che è oggi l’interlocutore?…..Non si sa. Tutto è sospeso a mezz’aria. Quelli che fanno finta di saperla lunga liquidano queste domande con la frase “è solo un problema di comunicazione”. No, è un tema che in realtà riguarda la qualità della leadership dell’industria dell’auto nel nostro Paese”.
E’ difficile dare torto, francamente, al mio mancato figlio maschio. E riconoscersi nel nipote per niente mancato del pur mitico avvocato che tanti in Italia imitavano mettendosi l’orologio sul polso della camicia, o ne sistemavano una foto sul comodino, come fece per un certo tempo persino Silvio Berlusconi. Altri tempi, altri uomini, altri gusti.
Uno dà soltanto un’occhiata alla prima pagina del Corriere della Sera e si illude o teme, secondo le preferenze politiche, che all’improvviso la maggioranza sia arrivata al capolinea sulla guerra in Ucraina e sia risorto in Italia il bicameralismo dalle ceneri cui era stato ridotto anche dall’ultima legge di bilancio, approvata dal Senato e ratificata a Montecitorio in poche ore con una blindatura di voti di fiducia.
“Quell’attrazione irresistibile tra Salvini e Conte”, racconta appunto il Corriere riferendo delle “mosse degli ex alleati” sempre più stanchi o contrari, rispettivamente, agli aiuti all’Ucraina e smaniosi di contribuire ad uscirne per via diplomatica con un ordine del giorno competitivo, diciamo così. con gli appelli e persino le iniziative del Papa e del suo Nunzio speciale.
Che sorpasso di Conte sulla Schlein al Senato, veniva da dire, nello stesso giorno in cui alla Camera il primo era stato costretto ad unirsi alla seconda applaudendo uno scontro con la Meloni sulla sanità. Uno scontro da quale la premier era fisicamente uscita schiacciata sullo schienale della sua postazione di governo con gli occhi sbarrati verso il soffitto e l’ìepiteto di “regina dell’austerità” affibbiatale dalla segretaria del Pd. Un anticipo poco promettente, peraltro, del famoso duello televisivo diretto fra la leader effettiva della maggioranza e quella potenziale o aspirante delle opposizioni.
Poi si va a leggere bene il racconto della seduta al Senato e si scopre che tanto Salvini e Conte non ci sono entrati fisicamente. Si sarebbero mossi dietro le quinte dei loro capigruppo: l’uno, il leghista Massimiliano Romeo, autore del già ricordato ordine del giorno guadagnatosi subito la disponibilità dell’altro, il grillino Stefano Patuanelli, a votarlo per contraddire il rinnovo degli aiuti all’Ucraina approvato dalla maggioranza. Si scopre inoltre che il capogruppo leghista aveva tenuto a sottolineare il carattere pur paradossalmente “personale” del suo documento, prontamente modificato su richiesta del governo per togliere tutto ciiò che lo rendeva votabile dai grillini e infine appovato dalla maggioranza con gli stessi numeri -ma proprio gli stessi- raccolti il giorno prima dalla tanto contestata legge sulle autonomie differenziate, o “spacca Italia” nella rappresentazione opppsitoria.
“Conte e Salvini -ha raccontato il retroscenista principe del Coriere, Francesco Verderami- in via ufficiale si fanno notare poco o niente insieme, come si conviene per certe liaisons dangereuses. Ma in via delle elezioni europee usciranno ancora allo scoperto”, cioè al semiscoperto, “e fino a giungo andrà così, avvisa un cultore di manovra politiche come Franceschini. La campagna elettorale elettorale sarà lui e lui contro le altre”. Cioè i fantasmi contro le persone reali. Più che una campagna elettorale, una seduta spiritica. La Meloni si può pure ricompore e distogliere gli occhi dal lucernaio della Camera.
Si chiama diplopia il disturbo che ha afflitto le opposizioni al Senato protestando contro la minaccia all’unità nazionale costituita, secondo loro, dalla legge sulle autonomie differenziate delle regioni ordinarie approvata con 110 voti favorevoli, del centrodestra, 64 contrari e 3 astensioni. Una legge di fatto prodotta, prima ancora che dall’attuale maggioranza, da quella di segno opposto nel 2001 modificando il titolo quinto della Costituzione per guadagnarsi a fine legislatura il favore della Lega di Umberto Bossi. Che aveva rotto l’alleanza di centrodestra ma che Silvio Berlusconi, orgogliosamente concavo e convesso secondo le opportunità, diversamente dall’alleato Gianfranco Fini, non disperava di recuperare
Il piano di cattura dei leghisti ancora una volta, come già a cavallo fra il 1993 e il 1994, riuscì più a Berlusconi che ai suoi avversari. Il centrodestra tornò al governo nello stesso 2001 ma gli effetti della riforma costituzionale rimasero intasando la Corte Costituzionale con ricorsi. E ora il destra-centro sta cercando di rimediarvi discplinando appunto le autonomie differenziate con una legge ordinaria contestata dalle opposizioni cantando in aula l’inno nazionale. “Spacca Italia” la legge che passa ora alla Camera per un voto definitivo che si vorrebbe in tempo per le elezioni europee di giugno e “fratelli di mezz’Italia” quelli di Giorgia Meloni, che si considerano invece orgogliosamente tutti interi.
La diplopia accennata all’inizio sta nel fatto che le opposizioni vedono in quella appena approvata al Senato anche un’altra legge, ancora più impegnativa, non ordinaria ma di riforma della Costituzione, che è destinata a seguirla, sia pure in un percorso più lungo, per quello che la segretaria del Pd in persona Elly Schlein ha definito “odioso baratto”. E la riforma del cosiddetto Premierato, peraltro in una versione ancora più rigida di quella proposta in origine dal governo: l’elezione diretta del presidente del Consiglio alla cui caduta in Parlamento non seguirebbe altro che lo scioglimento delle Camere- Un obbligo per il Capo dello Stato e non più un’opzione evitabile, secondo la prima formulazione della proposta del governo, con la nomina di un altro governo dello stesso programma e della stessa maggioranza ma guidato da un altro parlamentare dello stesso schieramento ancora più forte del precedente perché provvisto, lui sì, di quello che una volta, nella cosiddetta prima Repubblica, si chiamava “il decreto in tasca dello scioglimento delle Camere”. Come il Fanfani del 1987 scomodato dalla Presidenza del Senato con decisione combinata di Francesco Cossiga al Quirinale e di Ciriaco De Mita a Piazza del Gesù per licenziare Craxi da Palazzo Chigi e rimandare gli italiani alle urne con un governo che aveva sarcasticamente persino un ministro per i rapporti col Parlamento, da sciogliere.
Come ai tempi non solo di Silvio Berlusconi, a 30 anni dal suo esordio politico e a meno di uno dalla morte, ma anche, o forse ancor più di Bettino Craxi, a 24 anni dalla morte e a 41 dal suo approdo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dove rimase per quasi quattro, interminabili anni agli occhi e alle viscere dei suoi avversari, è guerra ad alta intensità per fortuna soltanto politica fra la Repubblica di carta, che non è quella naturalmente del Quirinale, e Palazzo Chigi. La Repubblica che, allora diretta da Eugenio Scalfari e posseduta da Carlo De Benedetti, Ugo Intini definiva anche, per conto di Craxi, “il partito irresponsabile”. Così inteso perché non rispondeva a nessun elettore ma riusciva a portarsi appresso, nelle sue offensive, partiti piccoli e grandi, a cominciare dal Pci addirittura del mitico Enrico Berlinguer.
Ospite di un’altra Repubblica ancora, la quarta di una rete televisiva dei Berlusconi, Gorgia Meloni è sbottata contro quella di carta che l’aveva accusata qualche giorno fa di avere messo “l’Italia in vendita”, rinfacciando all’editore nipote del mitico avvocato Gianni Agnelli di avere lui sì venduto davvero la Fiat ai francesi, per cui il maggiore dei suoi giornali non è il pulpito adatto a impartire “lezioni di italianità”. In un tentativo di sobrietà tradottosi in reticenza il direttore Maurizio Molinari, evitando poco coraggiosamente di riportare esplicitamente nella sintesi della prima pagina la faccenda della francesizzazione della Fiat, ha contestato alla premier “carenza di rispetto e comprensione per la libertà di informazione”, sotto il titolo “Chi ha paura di un giornale libero”. Che non potrebbe essere “delegittimato”, specie al livello politico e istituzionale della Meloni, “a causa della proprietà”. Come se questa avesse il sesso degli angeli.
Solidale una volta tanto con la Repubblica già posseduta da Carlo De Benedetti, il nuovo giornale dell’ingegnere –Domani- deluso dei figli per la gestione delle sue eredità ha tentato di dare una mano a Molinari e al suo nuovo editore titolando contro una “Meloni senza freni”. Che, per tornare a Repubblica, oltre a “vendere” l’Italia la starebbe “spaccando” con la legge sulle autonomie differenziate il cui percorso parlamentare si integra con la riforma costituzionale per l’elezione diretta del premier.
La Meloni e alleati sarebbero senza freni naturalmente anche nelle nomine, a tutti i livelli, compresa quella a direttore adottata al Teatro di Roma per Luca De Fusco, inviso ad artisti le cui proteste sono state sostenute sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio anche per essere stato nel 2011 l’autore, in Rai, di un documentario riabilitativo di Bettino Craxi. Colpa evidentemente imperdonabile. Come quella di Giorgio Napolitano a 10 anni dalla morte del leader socialista scrivendo pubblicamente alla vedova per lamentare la “severità senza uguali” riservata ad un uomo la cui storia politica non poteva essere schiacciata da quella giudiziaria.
Furono contemporanei 30 anni fa, il 18 gennaio 1994, lo scioglimento di fatto della Democrazia Cristiana, sostituita dal segretario Mino Martinazzoli con una riedizione del vecchio Partito Popolare di don Luigi Sturzo, e l’attivazione di Forza Italia: il partito inventato da Silvio Berlusconi per pendere il posto, i voti e quant’altro anche dello scudo crociato. Non gli bastava l’aiuto fornito a Pier Ferdinando Casini e a Clemente Mastella a creare una specie di Dc bonsai. Col suo movimento Berlusconi intendeva prendersi direttamente una buona parte dell’eredità democristiana, come anche del Psi craxiano e di altri partecipi del famoso “pentapartito”, nel quale erano confluite dagli anni Ottanta le esperienze del centrismo e del centrosinistra.
Otto giorni dopo l’attivazione di Forza Italia, in vista del voto di marzo per il rinnovo delle Camere con la nuova legge elettorale a prevalente sistema maggioritario, Berlusconi diffuse il famoso messaggio televisivo di “amore” per l’Italia e di candidatura a guidarne il governo con una coalizione di centrodestra. Un messaggio che rivoluzionò nel vero senso della parola la comunicazione politica, spingendo concorrenti ad avversari del Cavaliere a imitarlo. E che l’allora operatore televisivo di Fininvest Roberto Gasparotti ha rievocato gustosamente in una intervista ieri a Repubblica con orgoglio appena scalfito dall’amarezza di non essere stato neppure invitato da Antonio Tajani alla festa rievocativa, in questa settimana, dei 30 anni di una Forza Italia ormai orfana del suo fondatore.
In questi 30 anni il partito azzurro, come Berlusconi preferiva che venisse chiamato dai giornali non gradendo l’aggettivo “forzista” che gli veniva spesso assegnato, non è neppure paragonabile a quello originario. Intanto è ormi stabilmente ad una sola cifra, contro le due di una volta. E il centrodestra è diventato destra-centro con la premier Gorgia Meloni, che ha ereditato le due cifre appunto da Berlusconi, dopo che Matteo Salvini si era illuso con la sua Lega di averne preso il posto fra il 2018 e il 2019 nella trasferta, chiamiamola così, con i grillini pemessagli dallo stesso Berlusconi nel primo governo di Giuseppe Conte. E ciò un po’ nella speranza di logorare entrambi e un po’ per evitare elezioni anticipate, dalle quali il Quirinale era talmente tentato da avere prenotato Carlo Cottarelli per fargliele gestire. Esse avrebbero potuto andare ancora peggio per Forza Italia.
Di quel messaggio televisivo di Berlusconi, registrato in uno studio televisivo ricavato nel cantiere di ristrutturazione della villa di Macherio destinata alla moglie Veronica, il buon Gasparotti ha naturalmente ricordato la calza fatta infilare nella telecamera dallo stesso Berlusconi “per rendere più morbida l’immagine, più patinata, creando l’effetto skin tone”. “Poteva venire in mente solo a lui una simile genialata”, ha ammesso il tecnico, anche a costo di deprezzarsi un po’. Ma riconoscendo a mezza voce che forse i nove minuti voluti dal Cavaliere furono eccessivi. Neppure il suo Tg5, diretto da Enrico Mentana, volle trasmetterli per intero, diversamente da Emilio Fede naturalmente nel Tg4.
Poi Berlusconi, vinte le elezioni e approdato a Balazzo Chigi nonostante le resistenze dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, che gli concesse l’incarico molto malvolentieri, cercando con una lettera inusuale di tracciargli il programma di governo, si portò appresso Gasparotti come consulente e poi anche “dirigente.”.
Fedele e ancora devoto, ma politicamente poco accorto preferendo la sincerità all’astuzia tattica, Gasparotti ha respinto o smentito, come preferite, il tentativo offertogli generosamente dall’intervistatore di ridurre le responsabilità di un Berlusconi troppo osteggiato e “divisivo” per potere realizzare interamente quello che si era proposto e promesso agli italiani. Quel “divisivo” -ha detto Gasparotti- “era lui che l’aveva voluto, scatenando il qua o il di là”. “Ma è la democrazia”, si è infine consolato.
In effetti, Berlusconi visse n tutto il suo carattere paradossale nel quasi trentennio di esperienza politica il contrasto fra il desiderio di piacere a tutti e l’inevitabile animosità di una politica fortemente bipolare come quella da lui voluta scendendo in campo a capo di una coalizione contro l’altra. E già prima che lo scontro fosse avvelenato -in tragica continuità con la fase finale della cosiddetta prima Repubblica- dalle interferenze della magistratura nella lotta politica.
Tuttavia il lascito maggiore di Berlusconi a chi gli è successo alla guida del centrodestra non è più o non tanto, come molti ritengono anche tra i forzisti che reclamano la riforma prioritaria della giustizia, il rapporto ancora patologico con la magistratura. E’ la realizzazione davvero di una democrazia in cui al corpo elettorale tocchi il compito non solo di rinnovare le Camere ma anche di esprimere consapevolmente una maggioranza e il suo conseguente governo. Ciò in un sistema rafforzato dall’elezione diretta del presidente del Consiglio, non dalla sola designazione del candidato col nome stampato sulle schede elettorali. Di questo lascito si è astutamente appropriata Meloni con la riforma del premierato che, sotto la vigilanza attiva del presidente Ignazio La Russa, è all’esame del Senato. Sarebbe il passaggio vero dalla seconda alla terza Repubblica, se non dalla prima alla seconda illusoriamente cominciata 30 anni fa.
Celebrati un po’ dappertutto, e giustamente, i 30 anni dalla chiusura della Dc disposta dal segretario Mino Martinazzoli “con un telegramma” -come a lungo Umberto Bossi gli rimproverò sarcasticamente,, anziché ringraziarlo per i voti che liberò al Nord a vantaggio della sua Lega, e non del Partito Popolare riesumato dai libri di storia- non potevano mancare all’appuntamento celebrativo i 30 anni anch’essi trascorsi da “quel video di Berlusconi che cambiò la politica”- titolo della Repubblica di oggi- il 26 gennaio 1994. Video registrato nel cantiere di ristrutturazione di una villa a Macherio acquistata da qualche anno e diffuso, tra l’edizione integrale di nove minuti e versioni ridotte, dai telegiornali privati e pubblici. E rimasto famoso per quella calza “ammorbidente” infilata sulla telecamera dall’operatore Roberto Gasparotti, oltre che per l’incipit dell’Italia “Paese che amo”, dove “ho le mie radici”, disse il Cavaliere.
Fu “la fine -ha scritto Stefano Cappellini, sempre su Repubblica– di ogni mediazione giornalistica e politica. Praticamente ciò che 30 anni dopo hanno fatto e fanno tutti: il blog di Grillo, i tweet di Reni, le dirette facebook di Salvini, Giorgia Meloni che trasforma la seduta del Consiglio dei ministri in una puntata pilota di Casa Meloni e suona la campanellina a favore di telecamera, din don”. Tutto vero. Fu anche questo, prima ancora dei risultati elettorali di marzo e dell’arrivo a sorpresa di Berlusconi a Palazzo Chigi, l’ingresso nella cosiddetta seconda Repubblica. Da dove si è già tentato di uscire più volte, ancora con lo stesso Berlusconi in vita, ma si riuscirà probabilmente solo se la Meloni ce la farà a cambiare la Costituzione con l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Diretta davvero, con la sorte delle Camere legata alla sua sopravvivenza politica, e non solo con l’espediente, tante volte raggirato negli anni scorsi, di stampare sulle schede elettorali il nome del candidato a Palazzo Chigi accanto ai simboli dei partiti o delle loro coalizioni concorrenti ai seggi di Montecitorio e del Senato.
Quell’espediente è stato in qualche modo tollerato in ogni elezione dal presidente di turno al Quirinale, in grado poi di mandare a Palazzo Chigi durante la legislatura, o addirittura sin dall’inizio, tutt’altre persone, sostenute in Parlamento da tutt’altre maggioranze. Ciò accadde, per esempio, subito dopo le elezioni del 2013 con la formazione del governo di cosiddette “larghe intese” di Enrico Letta, dopo che Pier Luigi Bersani da segretario del Pd aveva cercato di forzare la mano a Giorgio Napolitano, sottrattovisi, con la formazione di un governo “di minoranza e di combattimento” appeso agli umori grillini.
L’elezione quasi diretta del presidente del Consiglio fu insomma un’incompiuta. La staffetta è passata, ora che Berlusconi non c’è più, alla Meloni con quella che lei chiama “la madre di tutte le riforme”, ora in commissione sotto la vigilanza del presidente del Senato Ignazio La Russa.
Giovanni Orsina, professore universitario di storia contemporanea, scrive oggi in prima pagina sulla Stampa: “Sono trent’anni che il sistema politico italiano si struttura intorno a una personalità dominante. Dal 1994 al 2011 è stato Berlusconi, dal 2014 al 2016 Renzi, nel 2018-2019 Salvini, adesso è Meloni. Nei periodi di interregno ha regnato il caos”.
Probabilmente non ne sarà convinto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per non parlare del predecessore Giorgio Napolitano dall’al di là, convinti l’uno con Mario Draghi e l’altro con Mario Monti di avere cercato di risparmiare proprio il caos al Paese ricorrendo ai loro governi. Che nacquero dalla incapacità o impossibilità dei partiti di assicurare una soluzione ordinaria, diciamo così, alle loro crisi e dalla impraticabilità, avvertita al Quirinale, di un ricorso anticipato alle urne.
E’ tuttavia degna di una riflessione, quanto meno, l’impressione scientifica di un esperto come il professore Orsina che questo periodo in cui è “doninante” Giorgia Meloni non debba o non possa essere catalogato in quello del caos. Che è invece sospettato o denunciato, in concorrenza fra di loro, dalla segretaria del Pd Elly Schlein, dall’ex premier grillino Giuseppe Conte, da Matteo Renzi, da Carlo Calenda e dall’unica e modestissima componente dichiaratamente di sinistra dello schieramento contrario al governo. “Questa destra” -come la Stampa ha voluto titolare l’analisi del suo editorialista- sarà pure “divisa” e “aggrappata a Giorgia”, ma non nel caos. Non a caso, del resto, la premier, e con lei il Paese che rappresenta, gode di una certa credibilità all’estero: da Washington a Bruxelles, da Londra a Istanbul, dove è sbarcata ieri per colloqui e intese con Erdogan anche sul versante, importantissimo per l’Italia, dell’emigrazione diretta verso le nostre coste, confini meridionali dell’Europa, da paesi africani come la Libia. Dove la Turchia ha un certo peso in una situazione pur caotica.
Su un giornale gemello dello Stampa come Il Secolo XIX il pur bravo Stefano Rolli ha voluto scherzare pesantemente nella sua vignetta sul lavoro della Meloni a Istanbul, attendendosi “cose curde” -cioè tragedie- da un “accordo con la Turchia per fermare i migranti”. Speriamo naturalmente di no, a meno che non si voglia preferire e praticare il masochismo.
Dal carattere caotico dei periodi diversi da quelli “dominati”, secondo Orsina, da Berlusconi, Renzi e Salvini alleato -per poco più di un anno- con i grillini si può dissentire pensando ai passaggi straordinari già ricordati di Monti e di Draghi. Non certo per quello di Conte, soprattutto del suo secondo governo. Non a caso si è dovuto ricorrere ad un giurì d’onore alla Camera per stabilire se Conte, appunto, avesse nelle sue disponibilità la sottoscrizione del trattato europeo sul Mes che poi, una volta all’opposizione, egli ha contribuito a bocciare nella votazione parlamentare di ratifica.