Sembrerà un paradosso di fronte all’accusa rivolta al suo ormai ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano di essere “senza dignità”, ma Vittorio Sgarbi questa volta si è contenuto dimettendosi in diretta da sottosegretario durante una manifestazione alla quale era stato invitato a parlare da critico d’arte. Ed ha generosamente, preventivamente assolto la premier Giorgia Meloni dal sospetto di non avere aspettato altro, o di averlo spinto alla rinuncia. No. La premier non c’entra. C’entra solo il ministro per averlo praticamente denunciato all’autorità di garanzia trasmettendole lettere anonime contro compensi percepiti per prestazioni relative alla sua attività di governo, in violazione di una legge sul conflitto d’interessi che porta il nome del compianto ministro Franco Frattini. E che Massimo Cacciari in televisione, dopo qualche ora, ha criticato polemizzando con Marco Travaglio, orgoglioso invece più di un pubblico ministero quando vede condannare un suo imputato.
In passato alla Camera
L’insolita sobrietà di questo grande dissipatore di energia e intelligenza che personalmente considero il già altre volte sottosegretario dimissionario della Cultura, come ai tempi del ministro Giuliano Urbani nel 2002, ci ha risparmiato forse repliche spiacevoli di incidenti, a dir poco, di un certo clamore. Come quando nell’aula di Montecitorio, sotto la presidenza di turno dell’allora collega di parte Mara Carfagna, egli si fece portare via di peso dai commessi, come in un quadro di Andrea Mantegna sulla deposizione di Gesù Cristo, dopo avere insolentito qualche critico o avversario, e la stessa Carfagna che lo richiamava all’ordine. Di sicuro le dimissioni hanno rimosso dal programma dei lavori parlamentari una votazione al cardiopalma sulle richieste delle opposizioni di sostanziale rimozione col ritiro delle deleghe ottenute con la nomina a sottosegretario.
Di Pietro ieri sul Fatto Quotidiano
Rimangono aperte altre questioni, a cominciare dal verdetto anticipato dell’autorità di garanzia sulle sue prestazioni durante l’incarico di governo, cui Sgarbi ha annunciato il proposito di ricorrere al Tar. Ma il giornale di Travaglio, mai stato tenero con lui, cui non perdona le prestazioni televisive contro i magistrati negli anni di Mani pulite, tornate ieri ad essere rappresentate sul Fatto Quotidiano come un’epopea dall’ex pm, ex ministro e ora coltivatore diretto Antonio Di Pietro; il giornale di Travaglio, dicevo, lo aspetta ai processi che si vanta di avere contribuito a concepire su traffici di quadri manomessi o addirittura rubati.
A qualcosa di utile dunque può servire, oom’è appena avvenuto anche al vertice europeo, il rapporto tra Giorgia Meloni e Viktor Orban tanto temuto e disprezzato a Roma e dintorni: i “Promessi sposi” sfottuti da Matte Renzi sul suo Riformista, pur riconoscendo che l’ungherese è rimasto “nell’angolo” e l’altra l’ha “spuntata”. Questo “amore”, come l’ha chiamato sfottendo anche Stefano Rollli nella vignetta del Secolo XIX, non è solo “una catena”, non so se più per l’uno o per l’altra, per l’ungherese o per l’italiana. Intanto grazie all’intesa fra i due premier L’Europa si è “ricompattata” , come ha titolato in apertura Avvenire, il giornale dei vescovi italiani .
Titolo del Corriere della Sera
“Orban vota sì” -ha titolato il Corriere della Sera- ai 50 miliardi destinati dall’Europa all’Ucraina ancora aggredita dalla Russia di Putin, Che probabilmente scommetteva sul contrario. Ed ora teme anche, fra le mura del Cremlino, che all’Ucraina il presidente americano Joe Biden riesca presto a girare gli ingenti fondi russi sotto sequestro negli Stati Uniti proprio per la guerra in corso da due anni contro Kiev. Sarebbero ancora più soldi e aiuti di quelli bloccati al Congresso americano per diatribe inter
Dal Corriere della Sera
Sarò pur vero ciò che proprio sul Corriere ha scritto e spiegato un esperto come Federico Fubini – che cioè Orban votando no avrebbe rischiato, anzi avrebbe perduto 20 miliardi di euro di fondi europei contestatigli dall’Unione ed equivalenti, per la mostra economia, date le proporzioni fa i due paesi, a 240 miliardi di euro- ma è quanto meno improbabile che senza l’opera di convinzione, pressione, condizionamento e quant’altro della Meloni, e del presidente francese Emmanuel Macron, il premier ungherese si sarebbe piegato. Era in gioco per lui anche l’ammissione chiesta per dopo le elezioni di giugno, nel nuovo Parlamento europeo, al partito e al gruppo dei conservatori. Dove la Meloni dà le carte, per ripetere un linguaggio che lei ha appena usato in Italia per ricordare il turno finito per la sinistra al tavolo del gioco nazionale.
Sarà pure “inciucio”, come lo ha disprezzato Il FattoQuotidiano, che chissà quali e quante vignette o fotomontaggi aveva preparato nel caso di un fallimento del vertice europeo, ma il rapporto fra la Meloni e Orban non serve solo a far pulire in Ungheria -scusate l’ironia- le celle carcerarie dove finiscono le Salis di turno, sperabilmente in attesa che riescano anche ad uscirne e a tornare in Italia. Esso seve anche a far funzionare meglio l’Unione e a non ridurla alla groviera che farebbe comodo a Putin. E scasate se non è poco. E se dopo il 9 giugno, nel e col nuovo Parlamento europeo, potrà andare anche meglio, pur se Matteo Salvini nella maggioranza, oltre alla sinistra all’opposizione,non dovesse gradire.
Peccato che il generale Roberto Vannacci -tuoi, senza offesa- sia impegnato a scrivere un altro libro, o lo abbia già scritto e ne stia allestendo il lancio nella speranza di ripetere il successo mediatico ed economico del primo sul mondo al contrario. Di cui ormai tutti lo considerano, per scherzo o sul serio, un esperto. Egli potrebbe occuparsi del caso di Ilaria Salis per cercare di venirne metaforicamente a capo, essendo la vicenda della giovane insegnante brianzola, pur con quel nome inconfondibilmente sardo, da mondo al contrario davvero.
La cella ungherese di Ilaria Salis
Tutti ne hanno scritto e parlato come di una detenuta costretta a vivere in un carcere ungherese fra topi, scarafaggi ed altre schifezze, portata e lasciata in catene in un’aula di tribunale, eppure ripresa dai fotografi sorridente con chi la tiene al guinzaglio. Di un sorriso magari spavaldo, ma sempre sorriso. E ciò ben prima che, scoppiate le polemiche e resi roventi telefoni e telefonini fra Roma e Budapest, uno dei più alti magistrati magiari andasse di persona a verificare lo stato della sua cella, e magari a farla rimettere finalmente in ordine.
Matteo Salvini
La presidente del Consiglio usa i suoi noti buoni, comprensivi rapporti personali col collega ungherese Victor Orban per tirare fuori dai guai la connazionale, o migliorarne le condizioni, e uno dei suoi due vice, il leghista Matteo Salvini, ne prospetta la radiazione da insegnante per le sue provate -secondo lui- abitudini protestatarie e violente sperimentate a suo tempo da una sezione lombarda del Carroccio, Ma nel giro di un nanosecondo si viene a sapere che da quell’ accusa in realtà mossele in una procura la ragazza fu assolta.
Questa benedetta Salis, anti-nazifascista oltre che antileghista, va in Ungheria e s’imbatte l’anno scorso in un raduno annuale festoso di nazisti. Cerca di picchiarne, o ne picchia due secondo l’accusa finendo in galera fra inutili proteste di innocenza.
Guerra in Ucraina
Ma come? L’Ungheria non è un paese fra i pochi, per fortuna, che in Europa non se l’è presa più di tanto, diciamo così, con la Russia di Putin che da circa due anni fa bombardare l’Ucraina per “denazificarla”, come dicono al Cremlino? E perché in territorio magiaro tra un ostentato nazista e uno che cerca di prenderlo a calci, o qualcosa di simile, polizia e magistrati preferiscono proteggere il primo e fare passare i guai all’altro? L’altra, in questo caso.
Gabriele Cagliari
C’è poco o niente che torni in questa storia, né in Ungheria né in Italia. Dove peraltro di detenuti in catene per strada e nei tribunali se ne sono visti eccome, come i compianti Enzo Tortora ed Enzo Carra, per non parlare del suicida in carcere Gabriele Cagliari durante quella che per molti è ancora l’epopea di Mani pulite. E non ci fu un piantone, dico solo un piantone, a rimetterci il posto, come ora Salvini pretende che lo rimetta la Salis.
Il generale Vannacci
Generale Vannacci, ripeto, faccia, scriva, gridi qualcosa, in divisa o senza. Stavolta, vedrà, non incorrerà nelle ire del ministro della Difesa.
Ha impiegato un po’ di tempo a capire l’aria che tira ormai nel Pd contro di lei, tra i borbottii fra i corridoi della Camera, del Senato e del Nazareno e le tiratine d’orecchie pur metaforiche di Romano Prodi nelle interviste, ma alla fine Elly Schlein ha deciso di mandare qualche segnale reattivo. Qualche segnale cioè di stanchezza, di fastidio, di insofferenza sulla strada del sorpasso tentato dal suo concorrente o avversario, più che potenziale alleato Giuseppe Conte.
Titoli della Stampa
Titolo del manifesto
Pur a distanza, e dopo essersi scambiato un bacio di saluto con l’ex premier nella presentazione di un libro dell’ex ministro della Salute Roberto Speranza, la Schlein ha detto davanti ai taccuini dei giornalisti alla Camera: “Se qualcuno pensa di attaccare o insultare il Pd invece del governo sta sbagliando strada. Non siamo disponibili ad accettare costanti mistificazioni a attacchi che mirano al bersaglio sbagliato”. E altro ancora, facendo del Pd “bellicista”, lamentato da Conte in tema di politica estera, un partito non più disarmato nei rapporti proprio con lui. Che non riesce ancora a rassegnarsi alla perdita di Palazzo Chigi avvenuta tre anni fa. Né vi è di certo aria di trasloco per Gorgia Meloni, pur con tutti i problemi che la maggioranza di centrodestra ha e spesso si procura anche da sola.
A fare precipitare forse le cose al Nazareno e a indurre la Schlein a cambiare registro, e non solo colori ai suoi abiti con l’aiuto della solita armocromista, è stata una recente intervista di Prodi al Corriere della Sera di apprezzamento della Conferenza ItaliAfrica svoltasi al Senato sul tema del famoso piano Mattei. Conferenza sbeffeggiata da esponenti del Pd dimentichi della politica anche dei governi cui il loro patito ha partecipato o che ha guidato, compresi quelli dello stesso Prodi.
Meloni alla Conferenza ItaliaAfrica
“La scelta di guardare all’Africa -ha detto l’ex premier, nonchè ex presidente della Commissione Europea- è non solo giusta, ma anche necessaria. Dall’Africa dipende il nostro futuro” Ed ha esortato a lavorare perché quello impostato dal governo Meloni non falisca ma diventi “più ampio, portato avanti dall’Europa intera”, perché “da sola l’Italia può fare ben poco per fronteggiare la forte penetrazione sistemica, in Africa, della Cina in campo economico e della Russia in campo politico. Non so quanto in accordo tra loro”.
Romano Prodi
Diversamente dalle spallucce opposte dal Pd, Prodi ha inoltre osservato che “l’attenzione della presidente della Commissione Ue per l’Italia”, guadagnatasi dalla Meloni anche nella Conferenza sull’Africa, “è straordinariamente intensa e profonda”. “La premer italiana -ha detto ancora Prodi rispondendo sulle prospettive dopo l’elezione del nuovo Parlamento europeo- sta diventando una sorta di polizza di assicurazione per von der Leyen in caso di incidente elettorale”. In queste parole è chiaramente avvertibile l’invito al Nazareno, da parte del professore leader già dell’Ulivo e dell’Unione, ad aggiornare l’agenda di lavoro, a dir poco. Ma forse, o ancor più, delle amicizie.
Pur con tutto il sostegno che merita, per carità, e che ha ricevuto Ilaria Salis, esposta in manette, guinzaglio e altro in un tribunale ungherese, sino a sottrarre la premier Giorgia Meloni al guinzaglio -pure lei- del suo omologo di Budapest, Orban, rinfacciatole da Matteo Renzi sul suo Riformista, e a farle fare una telefonata -spero- di poco amichevole protesta; pur con tutto questo, ripeto, mi appello alla memoria della quale abbiano da poco celebrato la Giornata, con la maiuscola. E ciò per chiedermi e chiedervi se noi italiani abbiamo tutte le carte in regola per fare di questo caso il casino in corso. E tutto -temo e ripeto- solo per rimproverare meglio e di più alla Meloni il rapporto preferenziale, di tipo “sovranista” in Europa, che avrebbe con Orban. E che sarebbe solo malamente coperto o contraddetto da quello appena confermato a Roma, in occasione della Conferenza ItaliAfrica, fra la premier italiana e la presidente tedesca della Commissione dell’Unione Europea, Ursula von der Layen
Enzo Tortora
Enzo Carra
Appartengono purtroppo anche alla nostra storia giudiziaria, e direi pure politica, manette, schiavettoni e simili ai polsi sbagliati o nel momento sbagliato, o entrambi. Ci siano già dimenticati, abbiamo già rimosso dai nostri ricordi le manette, gli schiavettoni e simili -ripeto- ai polsi di Enzo Tortora? Abbiamo già dimenticato gli schiavettoni con i quali fu esposto nei corridoi e per un po’ anche nell’aula del tribunale di Milano l’ex capo ufficio stampa della Dc Enzo Carra ?
La copertina di Identità
Non ha poi tutti i torti l’ex parlamentare della sinistra Tommaso Cerno sulla prima pagina-copertina della sua Identità a chiedersi e chiedere “Chi sta peggio” fra Beniamino Zuncheddu, reduce da 32 anni di carcere ingiustamente patito per un delitto attribuitogli con le solite forzature di inquirenti prevenuti e riusciti a convincere le corti dei tre gradi di giudizio, e Ilaria Salis. Della quale è lecito, oltre che augurabile, prevedere che possa uscire meglio dalla sua disavventura giudiziaria e umana in terra ungherese. Dove purtroppo -nonostante la rivoluzione che nel 1956, schiacciata nel sangue dai sovietici occupanti, aveva commosso tutto il pur impotente Occidente- i nipoti hanno smentito e tradito i nonni.
Titolo del manifesto
Guerra in Ucraina
Già, perché fra tutte le cose che ho letto e sentito contro Orban e i suoi giudici e poliziotti è mancata l’unica che a mio avviso rende tragicamente comica la situazione in cui si trova quel Paese. Che in Europa ha voluto distinguersi anche per il rapporto solidale con Putin nella guerra in corso da due anni contro l’Ucraina per “denazificarla”, dicono ancora al Cremlino, dove il fantasma di Stalin regna sovrano. In Ucraina si muore per mano russa perché sotto sotto ci sarebbero ancora troppi nazisti e in Ungheria una giovane italiana finisce in carcere e sotto processo perché in una manifestazione avrebbe sferrato qualche cazzotto e calcio -pur negato- contro idioti di dichiarate e ostentate simpatie e nostalgie naziste.
Romano Prodi, ormai sulla strada degli 85 anni da compiere in agosto, si è stancato di essere chiamato “il padre del Pd”, peraltro fondato nel 2007 da Walter Veltroni in circostanze e con finalità -la famosa “vocazione maggioritaria”- non proprio in linea col modo di governare del professore. Che era apparso “mollaccione” già nel 1998 a Massimo D’Alema nei rapporti di mediazione tra i tanti e tanto diversi alleati dell’Ulivo. Come poi avrebbe fatto dieci anni dopo con quelli dell’Unione, finendo per perdere per strada a destra Clemente Mastella. Nel 1998 invece aveva perso a sinistra Fausto Bertinotti.
Eppure era stato proprio D’Alema nel 1995 a incoronare Prodi in un cinema romano, con rito quasi medievale, capo dello schieramento alternativo al centrodestra portato inaspettatamente alla vittoria da Silvio Berlusconi l’anno prima. Inaspettatamente però -ha voluto precisare Prodi in una intervista oggi al Corriere della Sera- non per lui. Che, diversamente da Achille Occhetto alla guida della “gioiosa macchina da guerra”, aveva previsto che il Cavaliere vincesse la prima partita elettorale della cosiddetta seconda Repubblica, giocata con un sistema prevalentemente maggioritario. “Ero sicuro -ha detto il professore- che avrebbe vinto lui. Ci feci anche una scommessa con un amico, un mio futuro sottosegretario. Era troppo pervasiva e forte la sua onda. Si capiva bene che avrebbe sconvolto il sistema politico”.
Quando previde quella vittoria il professore forse non immaginava neppure che sarebbe toccato poi a lui cercare di contenere l’irruzione di Berlusconi sconfiggendolo due volte nelle urne, pur per formare poi governi della durata effimera.
Adesso, da nonno e non da “padre” del Pd com’è tornato a chiamarlo qualche giorno fa Antonio Polito, sempre sul Corriere, Prodi ritiene di potere “somministrare affetto, non influenza e comando” sul partito finito nelle mani di Elly Schlein. Che pure uscì dal quasi anonimato nel 2013 predicando l’occupazione delle sedi del partito per protesta contro i “traditori” che in Parlamento avevano impedito l’elezione di Prodi appena candidato al Quirinale.
Ora la “ragazza”, come pare che Prodi la chiami con gli amici, lo abbraccia ma non lo sta tanto a sentire. Non ne ha sinora accettato, per esempio, il consiglio di non candidarsi alle elezioni europee per un Parlamento dove non intende andare, preferendo rimanere alla Camera e al Nazareno che dista qualche centinaio di metri.
Alla Schlein il professore aveva anche detto di provare a “federare” gli oppositori della Meloni, ma se costoro avessero davvero voluto farsi federare. Invece -ha avvertito Prodi- “Conte deve ancora decidere dove sta”. E questo -è il sottinteso polemico dell’osservazione del professore -la Schlein non ha neppure il coraggio di contestarlo ogni tanto all’interessato. Finendo così anche per favorirne la concorrenza a sinistra e persino un soprasso elettorale che sarebbe la fine del Pd, e non solo della sua segretaria.
L’impegno, la promessa del “nuovo miracolo italiano” con cui Silvio Berlusconi chiuse il famoso videomessaggio della sua discesa in campo politico ricordato in questi giorni, a trent’anni di distanza da un evento che segnò più di ogni altro il passaggio dalla cosiddetta prima alla seconda Repubblica, evocava il miracolo degli anni Sessanta. Che lui aveva vissuto giovanissimo e di cui è generalmente interpretato tuttora come film evocativo “Il sorpasso”, diretto da Dino Rosi e interpretato da Jean-Louis Trintignant e Vittorio Gassman. Un film drammatico, a dispetto di ciò che doveva o voleva rappresentare, perché dei due protagonisti amici quasi per caso, e insieme inebriati dalla voglia di vita e di benessere di quegli anni uno- Roberto- muore nell’ultimo sorpasso della trama.
Mi ha fatto una certa impressione leggere in questi giorni dell’ambizione al sorpasso, appunto, attribuita ad Antonio Tajani alla guida di Foza Italia in vista delle elezioni europee di giugno. Un sorpasso che, compiuto all’interno del centrodestra sui leghisti di Matteo Salvini, dovrebbe riportare il partito azzurro -come Silvio Berlusconi voleva che fosse chiamato- alle due cifre, da quella unica cui era sceso con lo stesso Cavaliere. Che mi risulta non se ne desse pace, per nulla consolato dai volenterosi che gli ricordavano il peso avuto nella storia della Repubblica da partiti di quelle pur modeste, anzi ancor più modeste dimensioni: ad esempio, il partito repubblicano di Ugo La Malfa e poi di Giovanni Spadolini, il primo peraltro ad avere interrotto la serie democristiana dei presidenti del Consiglio.
Quelli erano partiti secondo Berlusconi -a dispetto dell’ammirazione e del riguardo avuti in particolare per Spadolini, compensato con la presidenza della sua Mondadori dopo la perdita della presidenza del Senato all’avvio della cosiddetta seconda Repubblica- adatti più al “teatrino” che al teatro al quale lui pensava di avere portato la politica italiana dedicandovisi. Un teatro nel quale Eugenio Scalfari, che notoriamente non gli voleva molto bene, considerava il Cavaliere -scrivendolo ogni tanto nei suoi fluviali articoli- non il protagonista e neppure un attore ma “l’impresario”. Cioè il proprietario, il padrone per la parte spettantegli rispetto a quello derivante dalla somma col teatro degli avversari. Fra i quali ultimi lo stesso Scalfari si considerava il grande consigliere, anzi il regolo, riuscendo spesso in effetti a influenzarli, indirizzarli e quant’altro.
Grande pertanto fu la delusione del fondatore di Repubblica quando, dopo le elezioni del 1992 e la strage di Capaci, in un Parlamento costretto dalle circostanze a mandare al Quirinale uno dei suoi due presidenti, il democristiano Oscar Luigi Scalfaro dalla Camera o il repubblicano Spadolini dal Senato, l’ormai ex Pci guidato da Achille Occhetto osò disobbedirgli. A Spadolini, che aveva già preparato il suo discorso di insediamento, tanto era sicuro dell’elezione, il Pds preferì Scalfaro. E solo perché così si liberava la presidenza di Montecitorio per Giorgio Napolitano.
Ma torniamo ai nostri più modesti giorni. Non so quante probabilità abbia davvero Tajani di fare i suo sorpasso, pur con tutta l’esposizione che gli dà il Ministero degli Esteri in questi tempi dominati dalla politica internazionale. L’ultimo sondaggio di Alessandra Ghisleri attribuisce sulla Stampa al partito azzurro il 7.5 per cento delle intenzioni di voto, con lo 0,2 per cento in meno rispetto a quasi un mese prima, contro l’8,4 dei legihisti, tuttavia in maggiore calo, avendo perduto lo 0,6 per cento. Le distanze degli uni e degli altri dai fratelli d’Italia di Gorgia Meloni sono ormai siderali, con quel 28,5 per cento della destra proiettato ormai verso il 30.
Neanche se lo volesse per un misto di generosità e opportunismo la Meloni sarebbe in grado nel segreto delle urne, chissà quanto frequentate peraltro in giugno, di dirottare qualche voto della coalizione di governo da sé verso Tajani. Che, ad occhio e croce, con tutte le riserve necessarie nelle valutazioni politiche, potrebbe poi crearle meno problemi di Salvini nella gestione della maggioranza.
Di sorpasso a sinistra, nel campo opposto a quello del governo, sarebbe possibile solo quello di Giuseppe Conte sul Pd di Elly Schlein, saliti entrambi in un mese -sempre nel sondaggio della Ghisleri- rispettivamente al 17,8 e al 19,5 per cento. Ma salendo Conte, con l’uno per cento, più della Schlein, spostatasi solo dello 0,3 per cento. Figuriamoci se, in questa situazione, al capo delle 5 Stelle verrà mai la voglia di ridurre la concorrenza che fa al Pd sul versante del populismo per diventare davvero il capo dell’opposizione che già sente di essere. Con quali conseguenze per il Pd, per le sue tensioni interne e per la salute politica della segretaria è facile immaginare.
So bene che non è sportivo ciò che sto per scrivere, ma lasciate che mi faccia prendere dalla deformazione della politica che racconto quasi da quando avevo ancora i calzoni corti per considerare doppia la vittoria davvero storica del nostro Jannik Sinner agli Australian Open di tennis. Nostro, perché italiano, europeo, occidentale. E perché il suo avversario battuto in una partita al cardiopalmo ha un nome che -poveretto- più non potrebbe ricordare e riproporre la tragedia della guerra in corso da quasi due anni in Ucraina. Dove un popolo rischia un genocidio per mano russa che nessuno vuole guardare, mentre tanti altri stanno scambiando per genocidio, persino in una corte di cosiddetta giustizia internazionale, quello al quale i terroristi di Hamas hanno condannato i palestinesi di Gaza. Che sono diventati i loro scudi umani, sotto i bombardamenti israeliani provocati dai terroristi col pogrom del 7 ottobre scorso, esso sì parte di una riedizione del genocidio consumato contro gli ebrei nella seconda guerra mondiale.
Lo sconfitto di Sinner è un russo dello sfortunatissimo, dannato nome di Medvedev, come il predecessore di Putin e ora vice presidente del Consiglio di sicurezza della federazione russa, fra i primi e i più scatenati nel sostenere la cosiddetta “operazione speciale” di presunta “denazificazione” dell’Ucraina. I due Medvedev, a guardarne le foto, non si somigliano. Probabilmente non saranno neppure parenti. E anche se lo fossero, certamente quello con la racchetta in mano ha tutto il diritto di non essere confuso con l’altro che in mano ha soltanto il ricordo del potere lasciatogli a suo tempo da Putin e il desiderio di riaverne ancora, magari prestandosi a rovesciare il despota se dovesse essere mai tentato dalla stanchezza o dalla paura. E rinunciare al suo disegno sterminatore oggi dell’Ucraina e domani di chissà chi, in una reincarnazione di Pietro il Grande e di Stalin.
Questi Medvedev -mi perdoni l’incolpevole campione piegato da Sinner- non sono imbattibili, come non lo sono tutti gli altri russi che Putin continua a mandare sul fronte ucraino per sostituire i morti, o quelli che lanciano i missili della morte sulle terre altrui. Questa guerra della quale pure tanti sono stanchi in Occidente di sostenere non è né ingiusta né perduta, come quella alla qual gli israeliani sono stati costretti a tornare per difendere il loro diritto di esistere. Il Papa ci soffrirà, anche lui stanco del realismo di Sant’Agostino, ma se ne farà una ragione pure lui.
Se il 27 gennaio è stato il Giorno della Memoria, con tutte le maiuscole dovute ad una ricorrenza istituita con legge in Italia nel 2000, cinque anni prima che ci seguissero le Nazioni Unite con una risoluzione dell’assemblea generale, fra le poche rispettate anche al di fuori del Palazzo di Vetro di New York, il 28 gennaio è stato il giorno degli smemorati, al minuscolo imposto dal poco edificante livello degli attori.
Fra questi si distinguono naturalmente quelli di Repubblica, che hanno trovato spazio ieri solo in sesta paginaper informare i lettori del “passetto” -testuale nel titolo- compiuto dalla premier Giorgia Meloni parlando della “vergogna nazifascista” -sempre testuale e nel titolo- costituita dalla Shoah.
Eppure il giorno prima, riferendo del discorso del Presidente della Repubblica nella ricorrenza dell’Olocausto, il giornale del Quirinale di cartone aveva sparato su tutta la prima pagina: “Fascismo radice della Shoah”. E spiegato al suo pubblico che la presidente del Consiglio e tutto il suo governo avrebbero dovuto avvertire almeno un brivido nella schiena, e un po’ di rosso in faccia, di fronte a tanta “lezione” di storia, politica e altro impartita dal capo dello Stato ricordando il contributo delle leggi razziali italiane e dei fascisti allo sterminio degli ebrei pianificato dai nazisti.
Beh, la Meloni non ha avvertito brividi e rossori e ha detto in tutta tranquillità la sua, coincidente con quella di Sergio Mattarella. E che ti fa la Repubblica? Toglie l’argomento dalla prima pagina, dominata da un nuovo fondo del direttore di autopromozione editoriale, diciamo così, inneggiante alla libertà di informazione mai così ben difesa e rappresentata dal suo giornale dopo “l’attacco della presidente del Consiglio” in evidente, clamorosa “carenza di rispetto”. Una carenza avvertita “dalla Federazione nazionale della stampa, dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione internazionale dei giornalisti”. E vià giù con la storia che comincia, secondo Molinari, con “l’attacco”, ripeto della Meoni, e non con la sua risposta all’accusa formulatale qualche giorno prima da Repubblica di “vendere l’Italia” con le privatizzazioni. Come se fosse -si è permessa di far notare o capire la premier in una intervista- un qualsiasi Jon Elkann che si vende la Fiat all’estero: non un’auto Fiat, nuova o di seconda mano, ma la Fiat tutta intera, quelle che le auto le ha fabbricate per una vita. E che la Meloni, da ingenua patriota come si ritiene, vorrebbe che continuasse a fare in Italia, anche contando sugli incentivi con la cui storia si intreccia quella della storica azienda nata a Torino.
Su questa faccenda della Meloni nata 34 anni dopo la caduta del fascismo e 32 dopo la sua sconfitta, se ho fatto bene i conti anagrafici, ma ugualmente prigioniera della memoria sua o dei suoi amici meno giovani o più anziani; di una Meloni che con la pretesa di essere un giorno eletta a Palazzo Chigi direttamente dagli italiani, e non solo nominata dal presidente della Repubblica, o di fare eleggere chi e quando ne prenderà il posto non si rende conto di essersi messa sula strada del manganello dei dittatori del Novecento; di una Meloni colpevole di avere una sorella e un cognato entrambi in politica; su questa faccenda, dicevo, della Meloni pericolo pubblico numero uno si stanno francamente superando i limiti anche della decenza, oltre che della ragionevolezza. Come si fece a suo tempo, del resto, con Bettino Craxi impiccato a testa in giù nelle vignette del pur buon Giorgio Forattini, e poi con Silvio Berlusconi, e un po’ anche con Matteo Renzi quando si mise in testa, pure lui, di guidare davvero e riformare questo Paese.
E pensare che fra gli ossessionati della o dalla Meloni ci sono fior di vecchi intellettuali cosiddetti progressisti che nella cosiddetta prima Repubblica rompevano l’anima, e anche qualcosa d’altro e di più, quando dei moderati -nient’altro che moderati- scommettevano sì sulla evoluzione dei comunisti, ma senza ubriacarsi, senza volere bruciare le tappe, o i ponti alle spalle. Persino ad Aldo Moro, che ne aveva gestito la partecipazione alla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale dopo le elezioni politiche anticipate del 1976, ci fu chi rimproverò, non solo nel Pci ma pure fuori, di non avere permesso sino a pochi giorni prima di essere rapito dalle brigate rosse di portare il partito di Berlinguer nel governo, magari con qualcuno eletto come indipendente nelle liste della falce e martello, consentendogli solo di negoziare l’appoggio esterno.
In un dibattito radiofonico cui partecipavo per Il Giornale di Montanelli mi sentii dare dell’”osceno” da un intellettuale di quelli che ora contestano l’evoluzione della destra meloniana per non avere preso per buona e definitiva la famosa “sicurezza sotto l’ombrello della Nato” annunciata da Enrico Berlinguer a Giampaolo Pansa. Eppure avevo osato solo osservare che quell’annuncio avrebbe dovuto essere verificato se la Nato avesse deciso di recuperare lo svantaggio accumulato nel riarmo missilistico del patto di Varsavia. Come, guarda caso, l’Alleanza Atlantica avrebbe poi deciso di fare mentre Berlinguer, guarda caso, si ritirava spontaneamente dalla maggioranza.
Dite pure quello che volete, signori intellettuali di una certa sinistra, ma l’evoluzione della destra meloniana non è stata sinora interrotta da nessun emulo di Armando Cossutta. Che ai tempi di Berlinguer e dell’”esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre”, annunciata a una tribuna politica televisiva rispondendo ad una mia domanda sulla Polonia militarizzata, corse a Perugia per contestare “lo strappo”.
“I suoi non la seguono”, ha titolato ieri all’interno la Repubblica dopo la “vergogna nazofascista” dell’Olocausto lamentata dalla Meloni all’unisono col presidente della Repubblica. Ma i “suoi” chi? Ne aspetto l’elenco.
All’indomani della Giornata dellaMemoria, politicamente caratterizzata dal richiamo del capo dello Stato alla matrice non solo nazista ma anche fascista della Shoah, usato dalle opposizioni politiche e mediatiche contro il governo in carica, il più a destra nella storia della Repubblica, più di quello democristiano di Fermando Tambroni del 1960 appoggiato esternamente dai missini fra sanguinose proteste di piazza; all’indomani, dicevo, di questa Giornata della Memoria solo il minore dei giornali del gruppo Gedi, cioè degli eredi degli Agnelli, ha ritenuto di dovere titolare sulla pronta e onesta reazione di Giorgia Meloni. E’ stato Il Secolo XIX, di Genova, la città peraltro in cui in quel 1960 il Movimento Sociale volle tenere provocatoriamente il suo congresso nazionale per vantarsi del maggiore ruolo assunto nella politica italiana partecipando alla maggioranza.
“Meloni: la Shoah fu un crimine nazifascista”, ha titolato in apertura della prima pagina il quotidiano genovese dedicando il secondo rigo alla senatrice a vita Liliana Segre e al suo ricordo dei bimbi uccisi il 7 ottobre scorso in Israele dai terroristi di Hamas. Che adesso per le reazioni provocate dal loro pogrom si sentono sfrontatamente vittime di genocidio, con la popolazione di Gaza che essi continuano a usare come scudi umani.
Il secondo giornale degli Agnelli, la storica Stampa di Torino, ha infilato solo nel cosiddetto sommario del titolo la “malvagità nazifascista” riconosciuta dalla Meloni, come anche il Corriere della Sera che ha preferito privilegiare le “tensioni” della giornata.
Il primo giornale del gruppo, l’ammiraglia della flotta Gedi, la Repubblica di carta un po’ concorrente di quella vera del Quirinale, ha avuto altro di cui occuparsi a scopo, diciamo così, promozionale, continuando ad arrotolarsi con un editoriale del suo direttore Maurizio Molinari nel lenzuolo della vittima di un governo che ha osato dissentire dai suoi attacchi e dalle scelte del suo editore. “In difesa della libertà di informare”, è il titolo assegnatosi da Molinari, che intanto si è dimenticato -diciamo così-di informare i lettori in prima pagina delle dichiarazioni della premier che hanno smentito la contrapposizione attribuitale nei riguardi del discorso pronunciato dal presidente della Repubblica. Un’informazione alquanto distratta, direi per non scrivere di peggio, come forse meriterebbe.
Anche al manifesto, che di solito riesce a darsi una misura nella polemica, hanno voluto lamentare “la memoria selettiva della destra” perché “il governo -hanno stampato in rosso ignorando le parole della Meloni- celebra il 27 gennaio aggirando la condanna del fascismo”.
La ciliegina sulla torta della sfrontatezza è stata, come al solito, quella della vignetta del Fatto Quotidiano con la Meloni a braccio teso sotto il titolo della “brutta bestia la memoria”. E’ la stampa bellezza, diceva a Casablanca Humphrey Bogart già nel 1942.