La Meloni a trent’anni dall’esordio politico di Silvio Berlusconi

         Celebrati un po’ dappertutto, e giustamente, i 30 anni dalla chiusura della Dc disposta dal segretario Mino Martinazzoli “con un telegramma” -come a lungo Umberto Bossi gli rimproverò sarcasticamente,, anziché ringraziarlo per i voti che liberò  al Nord a vantaggio della sua Lega, e non del Partito Popolare riesumato dai libri di storia-  non potevano mancare all’appuntamento celebrativo i 30 anni anch’essi trascorsi da “quel video di Berlusconi che cambiò la politica”- titolo della Repubblica di oggi-  il 26 gennaio 1994. Video registrato nel cantiere di ristrutturazione di una villa a Macherio acquistata da qualche anno e diffuso, tra l’edizione integrale di nove minuti e versioni ridotte, dai telegiornali privati e pubblici. E rimasto famoso per quella calza “ammorbidente” infilata sulla telecamera dall’operatore Roberto Gasparotti, oltre che per l’incipit dell’Italia “Paese che amo”, dove “ho le mie radici”, disse il Cavaliere.   

         Fu “la fine -ha scritto Stefano Cappellini, sempre su Repubblica– di ogni mediazione giornalistica e politica. Praticamente ciò che 30 anni dopo hanno fatto e fanno tutti: il blog di Grillo, i tweet di Reni, le dirette facebook di Salvini, Giorgia Meloni che trasforma la seduta del Consiglio dei ministri in una puntata pilota di Casa Meloni e suona la campanellina a favore di telecamera, din don”. Tutto vero. Fu anche questo, prima ancora dei risultati elettorali di marzo e dell’arrivo a sorpresa di Berlusconi a Palazzo Chigi, l’ingresso nella cosiddetta seconda Repubblica. Da dove si è già tentato di uscire più volte, ancora con lo stesso Berlusconi in vita, ma si riuscirà probabilmente solo se la Meloni ce la farà a cambiare la Costituzione con l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Diretta davvero, con la sorte delle Camere legata alla sua sopravvivenza politica, e non solo con l’espediente, tante volte raggirato negli anni scorsi, di stampare sulle schede elettorali il nome del candidato a Palazzo Chigi accanto ai simboli dei partiti o delle loro coalizioni concorrenti ai seggi di Montecitorio e del Senato.

         Quell’espediente è stato in qualche modo tollerato in ogni elezione dal presidente di turno al Quirinale, in grado poi di mandare a Palazzo Chigi durante la legislatura, o addirittura sin dall’inizio, tutt’altre persone, sostenute in Parlamento da tutt’altre maggioranze. Ciò accadde, per esempio, subito dopo le elezioni del 2013 con la formazione del governo di cosiddette “larghe intese” di Enrico Letta, dopo che Pier Luigi Bersani da segretario del Pd aveva cercato di forzare la mano a Giorgio Napolitano, sottrattovisi, con la formazione di un governo “di minoranza e di combattimento” appeso agli umori grillini.

         L’elezione quasi diretta del presidente del Consiglio fu insomma un’incompiuta. La staffetta è passata, ora che Berlusconi non c’è più,  alla Meloni con quella che lei chiama “la madre di tutte le riforme”, ora in commissione  sotto la vigilanza del presidente del Senato Ignazio La Russa.

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Quel caos arbitrariamente attribuito al governo di Giorgia Meloni

         Giovanni Orsina, professore universitario di storia contemporanea, scrive oggi in prima pagina sulla Stampa: “Sono trent’anni che il sistema politico italiano si struttura intorno a una personalità dominante. Dal 1994 al 2011 è stato Berlusconi, dal 2014 al 2016 Renzi, nel 2018-2019 Salvini, adesso è Meloni. Nei periodi di interregno ha regnato il caos”.

         Probabilmente non ne sarà convinto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, per non parlare del predecessore Giorgio Napolitano dall’al di là, convinti l’uno con Mario Draghi e l’altro con Mario Monti di avere cercato di risparmiare proprio il caos al Paese ricorrendo ai loro governi. Che nacquero dalla incapacità o impossibilità dei partiti di assicurare una soluzione ordinaria, diciamo così, alle loro crisi e dalla impraticabilità, avvertita al Quirinale, di un ricorso anticipato alle urne.

         E’ tuttavia degna di una riflessione, quanto meno, l’impressione scientifica di un esperto come il professore Orsina che questo periodo in cui è “doninante” Giorgia Meloni non debba o non possa essere catalogato in quello del caos. Che è invece sospettato o denunciato, in concorrenza fra di loro, dalla segretaria del Pd Elly Schlein, dall’ex premier grillino Giuseppe Conte, da Matteo Renzi, da Carlo Calenda e dall’unica e modestissima componente dichiaratamente di sinistra dello schieramento contrario al governo. “Questa destra” -come la Stampa ha voluto titolare l’analisi del suo editorialista- sarà pure “divisa” e “aggrappata a Giorgia”, ma non nel caos. Non a caso, del resto, la premier, e con lei  il Paese che rappresenta, gode di una certa credibilità all’estero: da Washington a Bruxelles, da Londra a Istanbul, dove è sbarcata ieri per colloqui e intese con Erdogan anche sul versante, importantissimo per l’Italia, dell’emigrazione diretta verso le nostre coste, confini meridionali dell’Europa, da paesi africani come la Libia. Dove la Turchia ha un certo peso in una situazione pur caotica.

         Su un giornale gemello dello Stampa come Il Secolo XIX il pur bravo Stefano Rolli ha voluto scherzare pesantemente nella sua vignetta sul lavoro della Meloni a Istanbul, attendendosi “cose curde” -cioè tragedie- da un “accordo con la Turchia per fermare i migranti”. Speriamo naturalmente di no, a meno che non si voglia preferire e praticare il masochismo.

   Dal carattere caotico dei periodi diversi da quelli “dominati”, secondo Orsina, da Berlusconi, Renzi e Salvini alleato -per poco più di un anno- con i grillini si può dissentire pensando ai passaggi straordinari già ricordati di Monti e di Draghi. Non certo per quello di Conte, soprattutto del suo secondo governo. Non a caso si è dovuto ricorrere ad un giurì d’onore alla Camera per stabilire se Conte, appunto, avesse nelle sue disponibilità la sottoscrizione del trattato europeo sul Mes che poi, una volta all’opposizione, egli ha contribuito a bocciare nella votazione parlamentare di ratifica.

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Elly Schlein rimpiange a Gubbio la buonanima di Silvio Berlusconi

         Non per improvvisazione -come si potrebbe sospettare per il ritardo col quale si è presentata ai deputati del Pd, scusandosi di avere voluto prima godersi un bel film al cinema sul disagio mentale, di cui sotto sotto soffre anche il suo partito- ma per un preciso calcolo politico Elly Schlein ha voluto usare il suo intervento a Gubbio per alzare ulteriormente il tono della polemica contro Giorgia Meloni. Che ha accusato di essere peggiore dello scomparso Silvio Berlusconi. O ha riconosciuto alla buonanima, in qualche modo rimpiangendolo dall’opposizione, di essersi rivelato migliore della premier arrivata al suo posto quando lui era ancora in vita. E non a caso, forse, aveva cercato di contenere.  

         Il vignettista del Foglio ha subito giocato con la nota vanità di Berlusconi facendolo inorgoglire fra le nuvole dell’al di là con una domanda che probabilmente il Cavaliere si sarà davvero posta tante volte in vita, anche ad una età e in condizioni di salute poco adatte: “Ma che farò io a ste donne?”. Pure la Schlein ha finito per cedere a una certa nostalgia, riconoscendogli di avere trattato con i suoi pur famosi editti dall’Italia e dall’estero chi in televisione si occupava di lui e del suo giro meglio  o meno peggio di quanto stiano facendo adesso la leeader della destra a Palazzo Chigi e i sottoposti dalle casematte loro assegnate.

         Saremmo ormai alla “capocrazia della premier” diagnosticata e raccontata così oggi da Massimo Giannini nell’editoriale di Repubblica: “Giorgia Meloni prosegue la sua marcia trionfale verso quei “pieni poteri” che l’avventato Uomo del Papoete invocò inutilmente cinque estati fa, e che ora l’astuta Donna della Garbatella potrebbe ottenere con tanto di investitura costituzionale. Con una coalizione piegata alla sua volontà, e un’opposizione fiaccata dalle sue vacuità, la Presidente ha una strategia ormai chiara: vincere le regionali e le europee, e poi sull’onda del successo giocarsi tutte le carte sulla “madre di tutte le riforme”: il premierato, che sancirebbe finalmente il passaggio dalla democrazia alla capocrazia”, appunto. Figuriamoci se su questa strada la Meloni e i suoi possono permettersi distrazioni nella vigilanza, diciamo così, esterna e mediatica.

         Vista forse l’imprudenza -deve avere pensato la segretaria del Pd- di avere accettato il duello televisivo propostole dalla Meloni, cui gli addetti stanno lavorando dietro le quinte, è meglio alzare i toni della polemica per non apparire o arrivare davvero debole all’appuntamento. Su cui peraltro Giuseppe Conte sparge veleno rappresentando la segretaria del Pd come l’avversaria preferita dalla Meloni a lui, che sarebbe più capace di metterla in difficoltà e di diventare davvero, alla fine anche nei sondaggi oggi ancora avari, il vero capo delle opposizioni e il federatore di quella che dovrebbe diventare alle prossime elezioni l’alternativa alla coalizione ormai di destra-centro.

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La sinistra monca del socialismo sepolto con Bettino Craxi

   Va bene ricordare -come si sta facendo in questi giorni- i 30 anni trascorsi dalla fine della Dc, i quasi 22 dalla chiusura anche del Partito Popolare Italiano, che ne aveva preso il posto e che l’ultimo segretario Pier Luigi Castagnetti portò nel movimento del post-radicale Francesco Rutelli -la Margherita- pensando di poter far crescere o sopravvivere il popolarismo di origine sturziana fra i cespugli liberali e ambientalisti. Non so, francamente, se consapevole o no che dopo cinque anni, nel 2007, sarebbero tutti finiti nel Pd con ciò che restava del Pci e edizioni successive, salvo perdere presto per strada lo stesso Rutelli.

         Vanno bene, ripeto, tutte queste ricorrenze. Ma vogliamo riflettere anche sui 24 anni appena trascorsi dalla morte di Bettino Craxi e su quelli ancora più numerosi dalla fine di quello che era stato il suo partito socialista? Ch’egli aveva restituito alla tradizione del garofano e all’autonomia perduta quando il predecessore Francesco De Martino aveva annunciato, alla vigilia delle elezioni per questo anticipate del 1976, che mai più il Psi sarebbe tornato al governo con la Dc senza la partecipazione o l’appoggio anche del Pci. Ne derivò, dopo il voto e il minimo storico raccolto nelle urne dai socialisti, un governo tutto democristiano presieduto da Giulio Andreotti e appoggiato esternamente, in due edizioni, dalle due componenti della sinistra sempre divise, persino sui tagli da apportare alla barba di Marx.

         Sono dunque trascorsi 24 anni dalla morte di Craxi, che ne aveva solo 66 ma se ne sentiva addosso molti di più per salute e morale dopo aver dovuto rifugiarsi in Tunisia, ritenendo che la sua libertà equivalesse alla sua vita, come fece poi scrivere sulla tomba ad Hammamet.  E la libertà per lui in Italia era ormai compromessa per i processi intentatigli ad esito scontato a causa del ruolo cinicamente assegnatogli di capro espiatorio del fenomeno generalizzato del finanziamento illegale della politica. “Bettino Craxi, dunque colpevole”, scrisse nel titolo di un celebre libro il suo difensore Nicolò Amato.

         A 24 anni di distanza dalla sua morte che cosa è rimasto non dico del suo ma, più in generale, del socialismo in Italia? E, ancor più, della sinistra se questa parola è stata deliberatamente esclusa dal nome del Partito Democratico oggi distanziato di quasi dieci punti dalla destra neppure sociale di Giorgia Meloni. E costretto a difendersi dal rischio del sorpasso, all’apposizione, da parte di ciò che rimane delle 5 Stelle di Beppe Grillo affidato dall’”altrove”, dove il comico si è rifugiato, all’ex premier Giuseppe Conte.

         Il Pd, che cerca di psicanalizzarsi in un ex convento di Gubbio diventato albergo di lusso, non si può o non si vuole dichiarare né di sinistra né socialista salvo quando supera i confini nazionali per partecipare a riunioni internazionali di partito, o ospitarne in Italia, come avverrà a marzo. E questo -ahimè- non senza conseguenze sul piano elettorale. E tutto in fondo solo perché inchiodati al contrasto prima e alla demonizzazione poi di Craxi. Che pure è rimasto nella storia d’Italia il primo presidente socialista del Consiglio, nominato da un presidente della Repubblica altrettanto socialista come Sandro Pertini.

   Già dalla sequenza di questi fatti e nomi si capisce, o si dovrebbe capire, che qualcosa a sinistra non ha politicamente e persino umanamente funzionato in questo nostro stivalone nazionale. E continua a non funzionare se uno come l’ancor convinto e fiducioso “popolare” Castagnetti, notoriamente simbiotico al capo dello Stato Sergio Mattarella, è costretto su Avvenire a riporre le proprie speranze o consolazioni in un Papa come quello regnante. Che si è dato il nome suggestivo di Francesco – invocato per un Pontefice dalla buonanima di Marco Pannella- ma non mi sembra francamente applicabile alla realtà politica italiana come sono stati tanti suoi predecessori, anche se Castagnetti non è il solo a sperarlo. Mostra ogni tanto di fargli compagnia, per esempio, la ricomparsa Unità del mio amico Piero Sansonetti. Cui non mi sembra che il Pd di Elly Schlein ispiri tanta fiducia. E ciò forse anche per lui -che ha vissuto nell’altra Unità, dove ha a lungo lavorato ed è cresciuto, il dramma della sinistra suicidatasi con la demonizzazione di Craxi- a causa dell’incapacità culturale, a dir poco, della Schlein di riprendere quella trama di sinistra tragicamente lacerata negli anni di Tangentopoli. Pur dopo la caduta del muro di Berlino, va precisato con ancora maggiore desolazione.

Pubblicato sul Dubbio

Alla ricerca del popolarismo perduto, e qualche volta anche tradito

         Parco nelle uscite anche per la sua vecchia e profonda amicizia con Sergio Mattarella, che lo espone sempre al sospetto di esprimerne opinioni e sentimenti, anche se il presidente della Repubblica è frequente alle esternazioni e non si trattiene più di tanto quando sente il bisogno di farsi sentire, Pier Luigi Castagnetti ha affidato ad Avvenire una sua lunga riflessione sul “pensiero aperto” del “popolarismo” a più di un secolo dalla fondazione del Partito Popolare di don Luigi Sturzo, a 30 anni dal ritorno della Dc a quelle origini anche nominalistiche e a quasi 22 anni dalla chiusura pure di questa formazione politica. Che ebbe proprio in Pier Luigi Castagnetti il suo ultimo segretario, confluendo nel 2002 nel movimento La Margherita. Dove Francesco Rutelli, proveniente dall’esperienza radicale di Marco Pannella, volle e riuscì a raccogliere spezzoni, cespugli e quant’altro di liberali, ambientalisti e infine cattolici. Cinque anni dopo, nel 2007, tutti sarebbero poi confluiti, con ciò che restava del Pci, nel Partito Democratico affidato alla guida di Walter Veltroni.

         Non mancano negli archivi politici fotografie di Castagnetti anche con l’attuale segretaria del Pd Elly Schlein. Dalla quale penso però che gli sia capitato più volte di dissentire, pur senza arrivare alla rottura consumatasi -senza molta sofferenza pubblica, in verità, da parte dell’interessata- con cattolici anche di una certa notorietà e importanza come l’ex ministro Giuseppe Fioroni. Che fu peraltro il primo segretario organizzativo del Pd.

         E’ francamente difficile dire che cosa e dove sia rimasto del popolarismo italiano orgogliosamente contrapposto dai suoi migliori esponenti al populismo corrente un po’ dappertutto, più dei saluti romani che la Cassazione ha appena  sdrammatizzato decidendo che non sono tutti e sempre fascismo alle porte.  

         Lo stesso Castagnetti ha citato le indagini Ipsos di Nando Pagnoncelli per ricordare che “da tempo il voto dei cattolici va di pari passo con l’orientamento politico della maggioranza degli italiani: nel 2018 il più votato era il Movimento 5 Stelle tra chi andava a messa tutte le domeniche, nel 2019 era la Lega”. Che salì quell’anno al 34 per cento dei voti nelle elezioni europee, dopo avere già sorpassato nel centrodestra l’anno prima la Forza Italia di Silvio Berlusconi. Ora è la volta del partito della Meloni che ogni tanto grida in piazza, non a caso, di essere “donna, madre, cristiana…”. Ed ha stretto ormai un’amicizia solidissima con la popolare tedesca Ursula von der Leyen, presidente uscente e forse anche rientrante della Commissione Europea.

         Peccato che Castagnetti nell’intervento su Avvenire non abbia trovato lo spazio o la voglia, o entrambi, di spiegare la sua comprensibile “ambizione” di modificare la situazione attuale. Egli si è solo richiamato all’oriundo italiano ma argentino Papa Francesco. Ma, francamente, mi sembra troppo, o troppo poco.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

La vertenza sarda del centrodestra risolta dalla magistratura, come al solito

         Già barcollante, e parecchio, di suo per gli occhi e le mani per niente nascoste mosse sulla carica di governatore della Sardegna dai fratelli d’Italia, e soprattutto di Giorgia Meloni, cresciuti di parecchio anche nell’isola e perciò desiderosi di farsi valere pure sugli alleati sardo-leghisti dell’amministrazione regionale uscente, Christian Solinas è stato di fatto eliminato dalla gara con la solita “tegola giudiziaria” -come l’ha chiamata in prima pagina la Repubblica– cadutagli addosso con tempismo a dir poco sospetto.

     Accusato di abuso d’ufficio, corruzione ed  altro con sei amici o complici, e sottoposto anche ad un sequestro di beni per 350 mila euro, peraltro proprio mentre in Parlamento il ministro della Giustizia Carlo Nordio definiva “obsoleti” i reati contro la pubblica amministrazione di cui è infarcito il codice penale, Solinas potrà ormai rivedere in cartolina il suo ufficio dopo le elezioni del 25 febbraio, come Trieste nella leggenda del generale Cadorna rivolto alla regina.

         “L’indagine procedeva da qualche anno” su ben “due filoni”, ha raccontato Repubblica  riferendosi alla “compravendita di un immobile e lo scambio di un  incarico in un  ente pubblico con lezioni (ben retribuite) che Solinas avrebbe dovuto tenere in una università dell’Albania, con promessa di laurea honris causa”. La tegola giudiziaria, quindi, per rimanere nel linguaggio del giornale che si contende col Fatto Quotidiano l’accesso privilegiato alle Procure della Repubblica, può ben definirsi vecchia. Ma è caduta -ripeto- al momento giusto per produrre i suoi inevitabili effetti politici.

         A completare lo spettacolo contribuisce il già citato Fatto Quotidiano sparando in prima pagina il solito titolo di aggiudicazione del merito degli “scandali”, al plurale, di Solinas e dintorni da esso “svelati”, non so se pure agli inquirenti, oltre che ai lettori.

         Dicevo degli “inevitabili effetti politici” dell’operazione giudiziaria scattata a quattro giorni dalla scadenza dei termini per la presentazione delle liste dei candidati alle elezioni regionali sarde. Inevitabili, naturalmente, per l’abitudine che ormai accomuna destra e sinistra di giocare di sponda con le Procure per regolare anche i loro conti interni.

         Sarebbe stato bello se all’annuncio delle perquisizioni, del sequestro e altro in Sardegna  la premier Giorgia Meloni avesse trovato il tempo, interrompendo a Bologna e dintorni i suoi incontri di carattere anche internazionale, in particolare con l’ormai amica presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, per annunciare o magari solo far sapere con una certa discrezione a qualche giornalista che per rispetto della decenza istituzionale, del primato della politica e di tante altre cose la scalata del suo partito al governatorato dell’isola  s’interrompeva in quel momento. Invece il suo silenzio è caduto sulla testa di Solinas o Salvini come la scarpa nella vignetta di Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX.

   Così è se vi pare, alla Pirandello.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Da avvocato Antonio Ingroia rivaluta un pò la prima Repubblica

   Vi confesso che, a dispetto delle sue radicalità negli anni della magistratura, qualche simpatia per Antonio Ingroia era riuscito a strapparmela Maurizio Crozza con le sue imitazioni. Che ne facevano – peraltro con un pezzo di toga ancora addosso, perché lui si era candidato addirittura a presidente del Consiglio senza averla ancora dimessa del tutto- un uomo più pigro o insolente che pericoloso nell’esercizio delle sue vecchie e nuove, improbabili funzioni. No, non può essere -mi dicevo- l’uomo spietato raccontato da certe cronache a mezza strada fra il giudiziario e il politico, intrise dei soliti retroscena, anche se fra i suoi imputati -vi confesso pure questo- c’erano persone che stimavo. E con le quali avevo persino avuto l’occasione di lavorare conservandone un buon ricordo a dispetto di tutto e di tutti.

         Diversamente dall’altro Antonio celebre in magistratura e passato anche lui alla professione di avvocato, il “Tonino” mitico dell’indagine “Mani pulite”, il Di Pietro poi scoperto come ministro da Romano Prodi senza passare per nessuna seduta spiritica evocativa di quella celebre durante il sequestro di Aldo Moro; diversamente, dicevo, dall’altro Antonio poi diventato avvocato, Ingroia mi è piaciuto sempre di più. O dispiaciuto sempre di meno, come preferite. Vi ho sentito un certo afflato umano, persino esploso -voglio confessarvi anche questo- quando l’ho visto assumere le difese di Gina Lollobrigida. Che ritenevo, e ritengo tuttora, ingiustamente ridotta nei suoi ultimi anni di vita ad una donna raggirata, manipolata eccetera eccetera. E pazienza se finora come avvocato della Lollo, oltre che definitivamente come pubblico ministero del presunto affare delle trattative fra la mafia e lo Stato, o pezzi di esso, Ingroia ha perso.

         Ma anche sul terreno delle trattative denunciate nella stagione stragista della mafia – nonostante la certezza di avere visto o avvertito giusto recentemente mostrata in un incontro al Senato con alcuni suoi ex imputati promosso da Maurizio Gasparri- non dispero che prima o dopo anche lui possa ravvedersi. La toga dell’avvocato non si porta inutilmente addosso, senza farsi cogliere prima o poi dal dubbio. Che non a caso è il nome che si è dato felicemente questo giornale.

         Non dispero neppure che Ingroia ritrovi ancora più memoria o fantasia, come preferite, di quanta gliene abbia ravvivata di recente un giornalista facendolo parlare delle famose intercettazioni dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, fatte distruggere dalla Corte Costituzionale ed uscite pertanto dalle carte del processo sul già ricordato affare delle trattative con la mafia nella stagione delle stragi.

   Non dispero, in particolare, che oltre a parole, pensieri e opere attribuite all’allora e adesso compianto presidente Napolitano sul conto di Silvio Berlusconi che trascorreva gli ultimi suoi mesi a Palazzo Chigi alle prese con i malumori delle borse finanziarie e dei vertici dell’Unione Europea, si riescano a sapere o immaginare- ripeto-  parole, pensieri e opere attribuibili a Napolitano sul conto dei magistrati che avevano finito di occuparsi a Palermo pure di lui.

         C’è tempo, per carità, per sbrogliare le tante matasse misteriose della Repubblica, comprese quelle accumulatesi nei lunghi 55 giorni della prigionia di Aldo Moro nelle mani delle brigate rosse nel 1978, e forse aggiuntesi a quelle della vigilia: nei giorni, nelle settimane e forse persino nei mesi di preparazione del sequestro dello statista democristiano e della mattanza della sua scorta vicino casa.

         Ma lasciatami tornare all’inizio E dirvi di che cosa, più in particolare, sono rimasto colpito ultimamente dell’avvocato Ingroia, preferendolo molto di più al magistrato che fu. Ho letto di lui, senza successiva smentita o precisazione,una risposta assai illuminante a un giornalista dell’Identità che  gli chiedeva in pratica se si aspettava “dopo le fratture della Prima Repubblica un indebolimento del rapporto tra politica e criminalità”.  “Può sembrare un paradosso -ha detto Ingroia, che deve averne davvero viste di tutti i colori, con qualsiasi toga addosso- ma ci troviamo a rimpiangere la Prima Repubblica, colpevolizzata di corruzione sistemica, mentre adesso si è diffusa a monte come a valle”.

         Già all’allora capo ancora della Repubblica di Milano Francesco Saverio Borrelli sfuggirono l’impressione che non fosse valsa la pena l’avventura delle “mani pulite” e quasi le scuse, raccolte in un libro autobiografico di Claudio Martelli, peraltro dallo stesso Borrelli definito il migliore ministro della Giustizia di quegli anni. Ma le parole di Ingroia, per l’ancor più vasta e tragica esperienza dell’uomo, mi sembrano come una pietra sulla tomba delle illusioni, nella migliore delle ipotesi. Perché si visse allora non solo di illusioni. Si visse anche di calcoli, dai quali è nata la politica alquanto disertificata di oggi.

Benedetti schiaffi di Augusto Barbera dalla Corte Costituzionale

         Onore ad Augusto Barbera, presidente purtroppo di turno della Corte Costituzionale: purtroppo, perché il turno è ormai diventato per consolidata abitudine troppo breve per non ridursi spesso ad un passaggio fuggevole. I presidenti emeriti, cioè gli ex, aumentano a discapito di quelli effettivi. Ma Barbera, vecchio professore universitario, politico di sinistra passato per tutte le edizioni del Pci, arrivato alla Corte Costituzionale nel 2015 fra i cinque giudici di elezione parlamentare, sui 15 complessivi del collegio, si merita tutti gli elogi possibili per come ha saputo e voluto appena rispondere ad un’intervista di Repubblica che poteva sembrare, francamente, un agguato.

         Collegata anche graficamente ad un’altra intervista recente a Repubblica, quella dell’ex presidente della Consulta Giuliano Amato sul “rischio” autoritario che l’Italia governata da Giorgia Meloni correrebbe seguendo o inseguendo “Polonia e Ungheria”, la risposta di Barbera è stata laconica: “Non condivido l’accostamento. Questo risultato non sarebbe possibile in Italia. Non lo consentirebbero le nostre norme costituzionali ed ordinarie”.

         La circostanza rivendicata dalla prermier, in polemica con Amato, che le Camere a maggioranza di centrodestra potranno rinnovare quest’anno quattro dei cinque giudici costituzionali di elezione parlamentare? “Ma questa -ha spiegato Barbera- non è una novità. Nessuna maggioranza ce l’ha fatta da sola perché saggiamente le leggi in vigore prevedono che per eleggere un giudice, o una giudice, è necessaria almeno la maggioranza dei tre quinti, cioè 363 voti, mentre l’attuale maggioranza non supera i 350 circa”. E il progetto governativo dell’elezione diretta del premier? Ma già siano arrivati -ha ricordato Barbera- “all’introduzione nella scheda elettorale del nome del candidato alla presidenza del Consiglio. Una sorta di legittimazione elettorale, se non proprio la più audace elezione diretta”.

         E il pericolo che la politica prevarichi sulla Corte Costituzionale? “Ma è vero anche l’inverso”, ha risposto Barbera ricordando che “le Corti”, al plurale, quindi anche quelle della magistratura ordinaria, “non devono soverchiare il potere politico”. E una tosta di destra alla guida del governo non deve far paura? “L’elezione di Nilde Iotti alla presidenza della Camera -ha risposto Barbera vantandosi di avervi contribuito- rappresentò la fine, o meglio l’inizio della fine, della conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti e oggi non posso che essere favorevole al superamento di analoga convention a destra”.

   E le braccia alzate in via Acca Lametia e altrove? Barbera ha raccontate di vederne ogni tanto anche agli stadi, senza cadere -credo- nel panico. E la Costituzione più bella del mondo, che non vale la pena toccare? “Per le virtualità multiple -ha risposto il presidente della Corte- la Costituzione italiana è fra le migliori al mondo”, ma “non sempre” riesce a garantire davvero la libertà e l’uguaglianza garantite dall’articolo 3.  

Il compleanno di Giorgia Meloni tra feste e qualche parura

   Diversamente da Silvio Berlusconi, che prima di essere tradito dalla salute si sentiva addosso meno anni di quanti attribuitigli dall’anagrafe, la pur giovane Giorgia Meloni, arrivata a Palazzo Chigi a 45 anni.  ha confessato il logoramento procuratole dalla guida del governo. Nel “giorno da pecora” simpaticamente  offertole dalla Rai per festeggiare i suoi 47 anni la premier ha raccontato di sentirsene addosso cinque in più, tanto gravosi sono stati evidentemente i primi 16 mesi trascorsi al comando della sua squadra ministeriale di centrodestra. O destra-centro, come qualche alleato non si rassegna ancora ad accettare cercando ogni tanto di contare di più.

   Più frequenti e rumorosi sono i tentativi di resistenza di Matteo Salvini impietosamente costretto proprio oggi nella vignetta di Emilio Giannelli sul Corriere della Sera a vedere saltare come un tappo dalla bottiglia dello spumante  della premier la testa del suo candidato Chtistian Solinas alla presidenza della Sardegna. Come Giorgio Forattini fece schizzare nel 1974 la testa del povero Amintore Fanfani dalla bottiglia stappata dai laici per festeggiare la sua sconfitta nel referendum contro il divorzio. Che segnò un po’ l’inizio della fine della Dc, poi accelerata dall’assassinio di Aldo Moro e dall’uragano giudiziario di Tangentopoli. Meno frequenti e rumorosi ma ugualmente sofferti sono i tentativi di resistenza di Antonio Tajani alla pur faticosa scalata della Meloni alla posizione centrale, nel panoramico politico italiano, che fu a lungo dello scudo crociato.

   Secondo i suoi stessi calcoli di un anno equivalente a cinque, poiché ha ottimisticamente previsto, e forse non a torto, di potere festeggiare ancora a Palazzo Chigi nel 2027, quando finirà la legislatura uscita dalle urne autunnali del 2022, i suoi 50 anni anagrafici, non vorrei che la Meloni dovesse davvero sentirsene addosso 70, cioè venti in più. Che non saranno moltissimi, per carità, in un mondo in cui la vita si è tanto allungata da compromettere la tenuta del sistema previdenziale, ma insomma saranno sempre 70, e non i 50  della carta.

   Gli auguri alla Meloni sono naturalmente dovuti, non foss’altro per galanteria avvertita persino da chi si ritiene il suo principale e vero avversario: l’ex premier grillino Giuseppe Conte. Che ne dice peste e corna in Parlamento e fuori, dandole persino della vigliacca: a lei che non si lascia sfuggire occasione per rivendicare il suo coraggio, la sua non ricattabilità e tutto il resto dell’armamentario di una leader da primato. Auguri, quindi, signora presidente del Consiglio. E figli maschi, dopo la bellissima Ginevra ottenuta dall’ex compagno Andrea Giambruno, non potendosi o dovendosi escludere un altro amore, o il recupero del vecchio. Ma attenta alle spalle, perché temo francamente che a furia di forzare l’andatura la premier possa  finire per tenere  più gli alleati che gli avversari sparsi fra campi sempre più evanescenti,  per niente larghi come li sogna la segretaria  del Pd.  

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Le sorprese di Papa Francesco intervistato da Fazio in televisione

   Francesco, il Papa che ha voluto seguire Fabio Fazio anche sulla 9, la rete che riesce a pagare più della Rai, gli ha concesso un’intervista non so dirvi francamente se più promozionale per sé, con tutti i problemi che ha, o per l’intervistatore di laicissima fede, immagino. Che si è disobbligato con un pò di avarizia -spero involontaria- riconoscendo all’augusto ospite da remoto la qualifica di “massima autorità morale del pianeta”, escluso quindi tutto il resto dell’immenso mondo che pure esiste. E al quale credo che Dio non sia estraneo. Come sotto sotto, pur parlando dall’”altrove” in cui si è rifugiato, ha riconosciuto persino Beppe Grillo interrompendo il lungo silenzio impostogli forse dalla sorpresa di vedere il suo Giuseppe Conte ancora impegnato nella politica italiana.

         Consapevole evidentemente dei confini ben più estesi di un magistero così modestamente rappresentato qui dal Papa di “una Chiesa in crisi”, ha detto lo stesso Grillo,  il comico genovese si e ci ha chiesto nella rappresentazione improvvisata del suo ultimo, anzi penultimo spettacolo, prenotandoci per il prossimo, perché Dio si diverta a “giocherellare” tanto con noi. Che siano obbligati a vivere fra le tante guerre, grandi e piccole, che ci assediano anche da vicino e che non si spengono per quanti ceri anche metaforici accenda il Papa, per quanti appelli lanci, per quanti inviati mandi in giro per le terre messe a ferro e a fuoco dai soliti, ostinati, ricorrenti piromani comunque esonerati dall’Inferno: quello con la maiuscola che ha fatto, quanto meno, le fortune di Dante Alighieri come narratore.

         Già, proprio di questo Inferno, con tutti i suoi gironi e anfratti, il Papa un po’ troppo generosamente -mi permetto di osservare- ha detto a Fazio che gli piace immaginarlo “vuoto”.  Non ha voluto lasciarvi uno spazio non dico a quell’impenitente che in 54 anni d sacerdozio, sugli 87 compiuti il mese scorso, lo sfidò con una confessione insincera, “ipocrita”, e si vide giustamente rifiutare l’assoluzione. Se non a questo peccatore falsamente penitente, se non a quelli che gli rendono la vita difficile nella Curia romana, se non a chi lo ha fatto appena sentire solo o isolato nella benedizione agli omosessuali, o a chi dubita della sua pubblica devozione per il compianto Benedetto XVI, un posto nell’Inferno -dico io- se lo sarà pure meritato uno come Hilter. Di cui purtroppo esistono epigoni qua e là nel mondo: per esempio, quelli che praticano anche il terrorismo per uccidere gli ebrei ovunque vivano o si nascondano.

         Santità, La prego, visto che per fortuna ci ha appena assicurati, ispirando i titoli dei giornali, che non è questa, né sembra vicina l’ora delle sue dimissioni per stanchezza o delusione, non mi faccia tentare addirittura  da quel diavolo di Beppe Grillo che col dito alzato si sente preso in giro, diciamo così.

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