Giuliano Ferrara fa barba e capelli agli inquilini della Repubblica di carta

Dalla prima pagina del Foglio

Fra il comitato di redazione della Repubblica, quella di carta e non del Quirinale presidiato dall’inquilino di turno eletto dal Parlamento secondo le modalità della Costituzione, e il fondatore del Foglio firmatosi con none e cognome, Giuliano Ferrara, scendendo dell’elefantino rosso che resiste da anni al suo peso, si è appena svolta una polemica che vale la pena raccontare perché smentisce come meglio non si potrebbe una doppia leggenda. Una è quella dell’editore puro, che lavora e guadagna solo del giornale di cui è proprietario, contrapposto all’editore impuro, che usa il proprio giornale per aumentare il suo potere contrattuale su altri mercati: dalla finanza alla manifattura.  L’altra leggenda, variante dell’editore puro, è quella del giornale che, vivendo solo delle copie che vende, sempre meno purtroppo da parecchio tempo, ha come suo editore questa volta purissimo semplicemente il suo lettore, in una unità immaginaria, neppure scomodatasi a costituirsi in condominio.

L’imponente testata fondata da Eugenio Scalfari

         La scintilla della polemica è stata la decisione del direttore di Repubblica, condivisa dal fondatore del Foglio, di mandare al macero centomila copie di un supplemento contenente un articolo sugli affari cui partecipa anche il suo editore non gradito, non utile, forse persino dannoso agli occhi e alla tasca all’interessato. Il comitato di redazione di Repubblica, reduce dalla sfiducia negata a larga maggioranza al direttore, ha degradato ad “anonimo”, inteso anche per vigliacco e derivati, un commento non firmato tra i vari che Il Foglio pubblica dal primo numero alla maniera inglese, ma anche americana. E ha cercato imprudentemente di dare una lezione direttamente a Ferrara, che ha risposto dandone a sua volta un’altra, nel nome del realismo, che è servita anche a smascherare il mito della cosiddetta questione morale generalmente attribuita come merito ad un incontro estivo del 1981 fra il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari e l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer. Una questione che da allora ricorre come una bandiera con la quale si combattono partiti avversari, e persino alleati ma pur sempre concorrenti. Essa domina le prime pagine dei quotidiani proprio in questi giorni.

Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi

         Ebbene, Giuliano Ferrara ha ricordato agli smemorati critici del suo realismo “la tronfia libido scalfariana dell’editore puro, contro tutti gli altri impuri” che “finì notoriamente con la vendita di Repubblica al finanziere Carlo De Benedetti allo scopo di assicurare una dote alle figlie del Fondatore”, con la maiuscola. “Poi -ha raccontato ancora l’impertinente Tacito del nostro caso- è venuta la famiglia Elkann,  gli eredi Agnelli. Repubblica, cambiata tanto, è purtuttavia sempre la stessa con il passare degli anni, Puro o impuro, ha un editore” di cui non può fare a meno, in attesa del prossimo. Così è se vi pare, pirandellianamente.  

Il salto acrobatico da Enrico Berlinguer addirittura a Giuseppe Conte

Dalla prima pagina di Libero

Per onestà verso il pubblico, secondo la scuola di Indro Montanelli che lo considerava il suo unico editore, pur in una visione utopistica uguale a quella di Papa Francesco nella immaginazione di un Inferno vuoto, debbo riferire di un simpatico avvertimento fattomi dal direttore nell’accogliere la mia proposta di intervento sulla storia immorale della questione morale. Che molti fanno risalire, a torto o a ragione, al 1981 per via di un’intervista a Eugenio Scalfari in cui Enrico Berlinguer rivendicò la diversità, superiorità e quant’altro del suo partito per giustificarne il ritiro sia dall’originario progetto del compromesso storico con la Dc sia dalla variante della politica di solidarietà nazionale. Che gli era stata concessa nel 1976 dall’ancor vivo Aldo Moro per ammetterlo solo all’appoggio esterno a governi monocolori democristiani guidati da Giulio Andreotti.

Elly Schlein

         “I voti comperati vanno puniti”, mi ha all’incirca detto Mario Sechi. Certo, pur non tagliando le mani a chi li ha dati, e neppure a chi li ha presi, ma applicando le leggi che vigono nella nostra civile, anche se non civilissima Italia. Sono d’accordo, ho risposto al direttore che per età, frequentazione e comunanza di simpatie e antipatie considero più un figlio che un collega. Ma vorrei che si aspettasse di vedere provate le accuse con regolari processi e sentenze, naturalmente definitive come prescrive la nostra Costituzione, prima di trarne le conseguenze più o meno politiche. Quali sono quelle che avverto per aria, e letto pure da qualche parte, non solo e non tanto sulla lotta a cacicchi, capibastone e simili, reclamata da Giuseppe Conte per poter riprendere i suoi alterni rapporti col Pd di Elly Schlein, ma sulla opportunità di eliminare i voti di preferenza anche a livello locale.

         Una immorale gestione della questione morale sollevata nel 1981 da Berlinguer portò dopo una decina d’anni al referendum contro le preferenze alla Camera, dove ora si arriva nell’ordine in cui i segretari dei partiti mettono in fila davanti a Montecitorio i loro candidati, scrivendone direttamente o facendone scrivere i nomi dai sottoposti nelle liste.  Si è visto e si vede con quali risultati, non foss’altro in terminì di affluenza alle urne, se non vogliamo parlare della qualità del personale selezionato dai partiti e non più dagli elettori.

Mario Segni

So che a leggermi, se gli capiterà, il mio amico Mariotto Segni, protagonista di quel referendum, resisterà a fatica alla tentazione di darmi un appuntamento al ristorante solo per togliersi la soddisfazione di rovesciarmi addosso le pietanze per protesta. Ma resto convinto della insensatezza di quella riforma, alla quale altre non meno insensate sono seguite, come la riduzione dei parlamentari fine a se stessa, per il gusto delle forbici, non nel contesto di ulteriori innovazioni pur promesse, e rimaste nei cassetti, o finte nel cestino.

         Le questioni morali – sia quella già citata del 1981, sia quella gestita nel 1992 e anni successivi dalla Procura di Milano e appendici, sia quella rispolverata nella cosiddetta seconda Repubblica contro Silvio Berlusconi, sia quella in corso fra Bari e Torino, e chissà  quali e quante altre città prima che finisca di scrivere questo articolo e di vederlo pubblicato- stanno ormai alla politica italiana come il formaggio ai topi che si vogliono intrappolare.

Giuseppe Conte e l’ex pm Roberto Scarpinato

         Nel nostro caso temo, per lei, che si tratti principalmente di una topa, intesa come femmina del topo: la segretaria del Pd Elly Schlein. Della quale vogliono forse liberarsi sia parecchi amici di partito  -si fa per dire, come ai tempi della Dc-insoddisfatti della sua gestione, sia il suo concorrete esterno più diretto. Che è naturalmente  Giuseppe Conte, non a caso insorto per primo contro il presunto voto di scambio a Bari e dintorni per complicarle la vita.

Giuseppe Conte e l’ex pm Federico Cafiero De Rhao

         Debole di suo, e dichiaratamente, nel cosiddetto territorio, dove ormai un sindaco o presidente di regione può conquistarlo solo imponendo il proprio candidato ad un Pd rassegnato o intimidito, l’avvocato di Volturara Appula pensa forse di potere finalmente attecchire senza l’incomodo del voto di preferenza, in combinazioni fatte tutte a tavolino, in una riproduzione del gioco di Monopoli. Che casualmente è anche il nome di una popolosa cittadina della nostra Puglia.

Pubblicato su Libero

La gestione alquanto immorale della questione presuntivamente morale

Dalla prima pagina del Dubbio

Ci voleva -scusate il compiacimento- il nostro vascello garantista in un mare affollato di squali e di sommergibili armati al limite della sicurezza, e dell’auto-affondamento, per rompere il sinistro incantesimo dell’ennesima campagna contro la politica, e tutto ciò che può assomigliarle. E denunciare con un ben documentato e ragionato articolo di Errico Novi, sistemato al posto che meritava, cioè in apertura del Dubbio, l’abuso che ancora una volta si sta facendo della cosiddetta questione morale.

E’ un abuso peggiore di quello immediato di 43 anni fa, quando una famosa intervista estiva di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari servì a vestire di un abito nobile che non meritava la ritirata, la fuga, la sconfessione -chiamatela come volete- dell’allora segretario del Pci dalla politica di cosiddetta solidarietà nazionale intrapresa nel 1976 con l’ancora vivo Aldo Moro come  surrogato del “compromesso storico” ancora più impegnativo, e inclusivo della partecipazione al governo con la Dc, che era stato teorizzato alle Botteghe Oscure dopo il fallimento dell’alternativa cilena di Allende, finita in un colpo di Stato e nel sangue.

Ridotto nei voti, autolesionisticamente privatosi di Moro, abbandonato dopo il sequestro alla ferocia delle brigate rosse, e intimidito dalla prospettiva di potere o dovere accettare, nella serie degli “strappi” da Mosca, anche il riarmo missilistico di una Nato superata dal Patto di Varsavia per via degli SS 20 puntati contro le capitali europee, il Pci di Berlinguer si arroccò nella sua “diversità” all’opposizione. E diede praticamente degli immorali a tutti gli altri, avversari o solo concorrenti, come aveva osato considerarsi il Psi di Bettino Craxi dopo la subordinazione teorizzata e per un po’ gestita da Francesco De Martino con la formula, o linea del “mai più al governo” con la Dc  “senza i comunisti” d’accordo.

Magliette di una trentina d’anni fa

Seguì l’abuso del biennio 1992-93, peraltro parallelo a quello delle stragi mafiose, quando tutto diventò o fu scoperto Tangentopoli, con tanto di cortei per le strade e di magliette inneggianti alle manette. Ma prima le gogne mediatiche e poi le condanne giudiziarie furono ben politicamente selezionate. E il “Craxi? Dunque colpevole” del libro del suo amico e avvocato Nicolò Amato divenne realtà certificata.

Il libro di Nicolò Amato sui processi a Craxi

Anche un viaggio regolare, con tanto di passaporto valido e legittimamente posseduto, verso la sua casa estiva in Tunisia, senza rubinetti d’oro o pezzi trafugati dalla fontana del Castello Sforzesco a Milano, divenne per Craxi evasione e latitanza. E le piaghe da diabete al piede al suo piede furono declassate in tribunale dall’allora sostituito procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro a banali e pretestuosi “foruncoli”, o foruncoloni, esibiti o fotografati per sottrarre l’imputato alle udienze processuali e chiederne il rinvio.

Seguì ancora l’abuso della questione morale con Silvio Berlusconi, il cui esorbitante numero di processi tentati o avviati e condotti contro di lui era il segno più evidente e, direi, anche scandaloso di un’amministrazione della giustizia a carattere se non unicamente, almeno parzialmente persecutorio nei suoi riguardi.

Antonio Bassolino

Quello in corso è l’abuso così minuziosamente e onestamente descritto, come dicevo all’’inizio, da Errico Novi ieri sul nostro Dubbio, fra Bari e Torino, con tutti i richiami di storia e di cronaca messi al loro posto giusto, compresa la storia dei 17 processi condotti contro il supercacicco prodotto dalla fantasia dei magistrati Antonio Bassolino, casualmente inviso -diciamo così- allora a Massimo D’Alema.

All’ombra dei primi abusi della questione morale montò, fra l’altro, la campagna alla fine anche referendaria, e riuscita, contro i voti di preferenza per l’elezione dei deputati. Che ora arrivano alla Camera nell’odine in cui i loro partiti li candidano nelle liste bloccate. Non vorrei che all’ombra dell’ultimo abuso, quello in corso, si arrivasse all’eliminazione delle preferenze dove sono rimaste, a livello locale, in modo da uniformare il deserto della politica, anche in termini disastrosi di fuga dalle urne.

Già quello dell’astensione, e delle schede bianche e nulle, è diventato del resto il primo partito italiano: uno scenario nel quale riuscirà magari a Giuseppe Conte di superare il Pd, che mi sembra essere il suo obiettivo principale, almeno per il momento.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 13 aprile

Tutti a misurare la temperatura dei rapporti fra la Schlein e Conte

Dai giornali sulla sciagura idroelettrica nel Bolognese

Per e in quel che resta della politica interna, fra le tragedie ormai ordinarie delle guerre estere e la “trappola  mortale”, come l’hanno definita alcuni giornali, della parte sommersa della centrale idroelettrica nel Bolognese, dove i morti dell’esplosione sono finora 3 i feriti 5 e i dispersi 4, abbiamo dovuto occuparsi delle foto scattate in un convegno a Elly Schlein e a Giuseppe Conte per misurare il grado dei loro rapporti, o temperature. E le prospettive che si aprono o si chiudono ulteriormente a quello che doveva essere il loro campo largo ma ormai diventato  ancora più piccolo di quelli del calcetto frequentati dai nostri figli o nipoti.

Da Libero

         “Stretta di mano giacchiata”, ha commentato Libero il saluto scambiatosi dalla segretaria del Pd e dal presidente del Movimento 5 Stelle dopo essersene dette e metaforicamente date di tutti i colori per le vicende giudiziarie baresi, cavalcate dal secondo per fare saltare le primarie comuni, e tutto il resto, in vista delle elezioni comunali di giugno nel capoluogo pugliese, con tutti i possibili riflessi anche altrove.

Dall’ Unità

         In verità, a me è capitato di vedere foto dello stesso evento ad altro effetto. In cui, per esempio, la Schlein è abbastanza sorridente, o ipocrita agli occhi di altri,  per niente gelida come invece il solo Conte. Che non a torto, secondo me, Piero Sansonetti ha definito, in apertura dell’Unità “il macigno che blocca la sinistra”. Anzi, cerca di spingerla sempre più indietro verso la demonizzazione e il discredito della politica: quella degli altri, che poi si ritorce puntualmente anche contro se stessi perché nelle cronache giudiziarie ce n’è ormai abitualmente per tutti. Il problema è solo il cappio al quale potere appendere l’avversario, o farlo immaginare appeso in attesa delle indagini e delle sentenze che poi ne decreteranno magari l’assoluzione. O, come preferisce ancora il pur imputato Pier Camillo Davigo, la fortuna del colpevole che la fa franca.

Dal Foglio

         In questo spettacolo nuovamente o eternamente desolante -come preferite- della politica affollata di polli che si beccano come quelli di Matteo Renzi nei Promessi Sposi in attesa di finire nella mensa dell’avvocato, che per fortuna non si chiamava ancora Conte, ma semplicemente e più appropriatamente Azzeccacarbugli, viene la voglia di riconoscersi nel   ragionamento, tutto sommato, per niente paradossale, di Giuliano Ferrara sul Foglio così titolato: “Avercene di cacicchi”, così tanto invece bistrattati, insieme, dalla Schlein e da Conte : l’una promettendo ancora di farli fuori e l’altro rimproverandole di tenerseli tanto stretti da farsene soffocare.

         “Cacicchi, capibastone, ras: il disprezzo per la gente di partito, che organizza un sistema di voti e di consenso anche mediante lo scambio di interessi popolari legalmente rappresentati, è al suo culmine nell’Italia di questi anni”, ha scritto Giuliano senza timore di nuotare controcorrente in questa primavera climaticamente variabile.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Le carceri peggiori dell’Inferno, sgomberato da Papa Francesco

Dal Dubbio

Recidivo probabilmente nella “bestemmia” attribuitami di recente da un navigante internettiano per avere io dissentito da una delle ormai frequenti interviste del Papa, sono rimasto meno felicemente sorpreso o compiaciuto del suo interlocutore Fabio Fazio, sulla 9, o Nove in lettere, sentendolo riproporre l’Inferno “vuoto”. Anche se questa volta, in verità, dichiaratamente “immaginato”, e non garantito.

Papa Francesco intervistato da Fazio

         Con tutto quello che accade nel mondo, e che tanto addolora primo fra tutti lo stesso Papa, rimasto senza parole durate l’ultima messa di Pasqua, preferendo il silenzio all’omelia assegnatagli dalla liturgia, Francesco ha voluto essere più misericordioso dello stesso Cristo, o Dio, misericordissimo al quale si ispira come rappresentante in terra. Una terra, sempre al minuscolo per come l’abbiamo ridotta noi che l’abitiamo, sulla quale alcuni malvagi arrivati finalmente alla morte potrebbero farla fatta all’aldilà -direbbe Pier Camillo Davigo ripetendo la rappresentazione ch’egli solitamente fa degli assolti- e altri che tardano a lasciarla continuando le guerre che hanno cominciato, o aggravandole, o cominciandone di nuove, potrebbero o dovrebbero cavarsela con un perdòno liberatorio.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio

         Potrei paragonare il Papa ad un utopistico ministro della Giustizia -una volta anche di Grazia, oltre che di Giustizia- che non vede l’ora di svuotare le carceri, visto anche che sono sovraffollate, o di chiuderle, o di abbatterle senza neppure farne dei musei a memoria della cattiveria di chi vi era finito dentro o ve li aveva mandati persino da innocenti. Ma riconosco, per quel pò di fede che ancora rivendico da bestemmiatore occasionale, che sarebbe riduttivo per un Pontefice essere assimilato ad un Guardasigilli, anche se di nostro Signore, e non della nostra premier, signora Giorgia Meloni, com’è più modestamente Carlo Nordio. Che a carceri, non avendone a sufficienza per sistemarvi meno scomodamente quelli che vi mandano i giudici per scontare le condanne definitive, o vi spingono i pubblici ministeri già durante le indagini, in attesa anche solo di un rinvio a giudizio, cerca di trasformare un po’ di caserme abbandonate.

Dal Foglio di ieri

         E pensare che, nonostante questo gran daffare di Nordio e della sua premier, l’uno e l’altra tuttavia abbinati al vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, si sono appena guadagnati sul Foglio una strigliata dell’esigentissimo direttore Claudio Cerasa con un editoriale dal titolo che potrebbe bastare ed avanzare per darvi un’idea del contenuto: “I messaggi sbagliati di questa destra law and disorder”.

Claudio Cerasa sul Foglio

 Ma io voglio anche offrirvene testualmente la parte conclusiva, comprensiva della ciliegia con la quale Cerasa si firma come il fondatore Giuliano Ferrara con l’elefantino rosso: “Da quando si è insediato, il governo Meloni ha scelto di correggersi su molti fronti ma non su uno: la volontà di mostrarsi agli elettori come una destra che si trova all’opposto del famoso modello law and order. Law and order sapete cosa vuol dire: avere a cuore le leggi e fare di tutto per applicare quelle leggi per mantenere un ordine nel paese. La destra modello Meloni (e Salvini) ha scelto invece d modificare questo approccio e si è riscoperta ancora una volta lontana dal modello law and order e vicina al modello law and disorder”.

E questo magari, almeno a sentire gli ultimi strepiti delle opposizioni non tutte e non sempre affini agli umori del Foglio, per quei modesti abusi, o disordini, edilizi -tra soppalchi e terrazzini chiusi- che Salvini vorrebbe sanare, neppure gratuitamente, per restituire le relative abitazioni al mercato. Dove i notai non possono redigere contratti né di vendita nè di acquisto. Che esagerazione. Qui siano oltre l’utopia dalla quale è cominciato tutto il mio ragionamento.

La falsa, o illusoria, retromarcia dei magistrati sulla strada dello sciopero contro i test

         Contrariamente a certe rappresentazioni giornalistiche delle decisioni e valutazioni espresse dall’associazione nazionale dei magistrati sui test psicoattitudinali contemplati in un decreto legislativo del governo, firmato dal presidente della Repubblica e pubblicato sabato sulla Gazzetta Ufficiale, lo sciopero di protesta delle toghe non è scomparso dall’orizzonte. Non vi è stata eclissi su questo fronte.

Giuseppe Santalucia

         Il documento approvato all’unanimità dal comitato direttivo dell’associazione sindacale presieduta da Giuseppe Santalucia ha tenuto a preannunciare “ulteriori iniziative di protesta, nessuna esclusa”, quindi neppure lo sciopero. Che è già stato indicato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, anche a costo di aumentare la sua impopolarità fra gli ex colleghi, come un’occasione eventuale di ulteriore discredito di una categoria che da anni è in costante perdita di fiducia popolare nei sondaggi.

Sergio Mattarella

         A trattenere quanto meno i vertici associativi sulla strada dello sciopero immediato, che forse si aspettavano i settori più radicali del sindacato, sono state solo considerazioni o valutazioni tattiche. Fra le quali è probabilmente prevalso il timore di tradurre una iniziativa del genere, vista la non imminente applicabilità del decreto, contemplata solo fra due anni, in uno sgarbo verso il capo dello Stato, e presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Sergio Mattarella. Il quale ha controfirmato rapidamente il provvedimento, forse non considerandolo soltanto un atto dovuto. E nella consapevolezza che la sua promulgazione non pregiudica, come per qualsiasi legge o atto equivalente, giudizi e interventi di altri organi di garanzia previsti dalla Costituzione.

Francesco Cossiga e Bettino Craxi

         E’ vero che sono stati in passato anche scioperi proclamati direttamente ed esplicitamente contro lo stesso presidente della Repubblica, in particolare all’epoca di Francesco Cossiga. Che una volta aveva minacciato di mandare i Carabinieri al Consiglio Superiore della Magistratura se, in deroga ai suoi moniti, avesse deciso di mettere nella sua agenda di lavoro una specie di processo al presidente del Consiglio Bettino Craxi, come se il Csm potesse revocare la fiducia accordatagli costituzionalmente dalle Camere. Ma erano, anzi furono appunto altri tempi. A meno che qualcuna, fra le anime -diciamo così- della magistratura sindacalizzata, se non vogliamo dire anche politicizzata, non abbia intenzione di ripercorrere vecchie strade al limite dell’eversione, magari incoraggiate anche dal degrado che continua a interessare pure la politica. Che è alle prese con edizioni sempre rinnovate della cosiddetta questione morale evocata negli anni Ottanta dalla buonanima di Enrico Berlinguer una svolta sganciatosi, o proprio per sganciarsi  dall’esperienza della cosiddetta solidarietà nazionale, scioltasi nel sangue del sequestro di Aldo Moro.  

Il Papa Francesco “umano, troppo umano” del monaco Enzo Bianchi

Enzo Bianchi su Repubblica

         “Troppo buono, anzi bonaccione Giovanni XXIII, troppo aristocratico Paolo VI, troppo intellettuale Benedetto XVI, e umano, troppo umano, Papa Francesco”, ha scritto Enzo Bianchi, il monaco fondatore e priore della Comunità di Bose sino al 2017, su Repubblica di ieri in un commento pubblicato a pagina 22, senza alcun richiamo in prima. Dove pure ci sarebbe stato bene. Esso avrebbe in qualche modo compensato l’assenza della notizia -che tale almeno avrebbe dovuto essere considerata- della nuova intervista televisiva concessa da Papa Francesco a Fabio Fazio, gratificato così dal Pontefice anche sulla nona rete, come l’altra volta sulla Rai. Le simpatie di Francesco non cambiano per fortuna con le postazioni di lavoro, chiamiamole così, della persona che ha saputo guadagnarsene la fiducia. E anche questo forse ne fa un papa “umano”, direbbe o scriverebbe Enzo Bianchi.

Il Papa intervistato da Fabio Fazio

         Il giudizio del monaco famosissimo anche per le sue vicissitudini, praticamente rimosso da priore a Bose dopo una specie di ispezione apostolica, destinato ad una filiale toscana del monastero piemontese e sistematosi invece a Torino in un appartamento messogli a disposizione da un amico, è stato espresso su Repubblica  a prescindere dalla seconda intervista a Fazio, ma a commento di precedenti esternazioni del Pontefice. Non posso quindi né sostenere né solo sospettare che di umano, anzi “troppo umano”, come lo stesso Bianchi ha scritto, debba intendersi anche lo sgombero dell’Inferno praticamente eseguito da Papa Francesco immaginandolo “vuoto”. Evidentemente grazie alla grandissima, inesauribile misericordia di Dio, per quanto continuino a morire e ad arrivare all’aldilà fior di delinquenti seriali, o stiano per raggiungerli dei peggiori, responsabili per esempio delle tante guerre in corso.

Enzo Bianchi su Repubblica

         “Non si può chiedere a un Papa -ha scritto Bianchi- di non essere umanamemte se stesso: a lui si deve chiedere di confermare i fratelli nella fede, di non contraddire il Vangelo e di ricordarlo sine glossa, nella sua radicalità, a coloro che lo ascoltano, di usare sempre misericordia. Questo Francesco lo fa e nessuno, salvo i folli che lo giudicano eretico, lo nega”.

Enzo Bianchi su Repubblica

         “Scrissi a suo tempo- ha concluso Bianchi- che con Papa Giovanni un cristiano diventava Papa, scrivo oggi che con Francesco un uomo è il nostro Papa, con limiti umani precisi, ma con una radicale obbedienza al Vangelo”.

Il Papa con Enzo Bianchi il 16 dicembre scorso

         A me che non considero -non ne avrei peraltro i titoli- “eretico” Papa Francesco ma solo un po’, o un po’ troppo utopista nella immaginazione di un Inferno vuoto di tutti quelli a suo tempo vi sistemò Dante Alighieri nel suo viaggio con Virgilio piace o preme ricordare -come preferite- l’udienza in qualche modo riparatrice concessa dal Pontefice felicemente regnante a Bianchi il 16 dicembre scorso.  Un incontro davvero felice, si può desumere. Anzi, si deve riconoscere. Un incontro anch’esso umano, evidentemente. 

Quell’Inferno vuoto immaginato o preferito dal Papa, pur fra tante mostruosità in terra

Francesco

         In una intervista curiosamente ignorata dalle prime pagine dei giornali, che ormai arrivano nelle edicole scampate alle chiusure non per vendere copie ma per passarvi prima delle rese e del riciclo della carta, Papa Francesco è tornato a parlare dell’Inferno, con la maiuscola di Dante Alighieri nella sua Divina Commedia illustrata nei secoli da fior di artisti ispirati dalle descrizioni dei dannati alle prese con le loro condanne.

Francesco

Fra il compiacimento, i sorrisi e i ringraziamenti di Fabio Fazio, giustamente orgoglioso -per carità- dell’abitudine conquistata nei rapporti televisivi e professionali, forse anche di fede ormai, nel Pontefice regnante dalla Casa di Santa Marta, Francesco ex Giorgio ha confermato la sua preferenza, se non certezza di un Inferno “vuoto”. Non affollato o solo abitato, neppure da quell’unico cristiano da lui confessato nei cinquant’anni e più di sacerdozio e non perdonato. Un cristiano, o una cristiana, di cui magari io da intervistatore avrei cercato di farmi indicare non solo il genere ma all’incirca anche la colpa commessa, tanto grave da incorrere nell’eccezionale rifiuto del perdono da parte di un Papa propostosi come rappresentante in terra di un Dio che perdona sempre e tutto, e tutti, senza mai stancarsi e pentirsene.

Fabio Fazio

         Nei panni di Fazio, anche a costo di farmi mandare a quel paese, con la minuscola, e di precludermi ogni altra intervista, in collegamento col Vaticano o direttamente col Papa nello studio televisivo della Nove, avrei interrotto l’augusto ospite per chiedergli non solo qualche particolare -ripeto- sull’unico perdono negato nella sua funzione di confessore, ma anche se non ritenesse di esagerare in carità, generosità eccetera eccetera di fronte a tutto quello che accade nel mondo. E che fa disperare pure lui, tanto da averlo ammutolito nella recente messa pasquale al momento dell’omelia, preferendo il silenzio del dolore e dello sconcerto in una Terra affollata -diversamente dall’Inferno “vuoto” che lui immagina e preferisce- di criminali che hanno appena tirato le cuoia, o ai quali manca poco per tirarle pure loro. Ma nel frattempo disseminano di morti e atrocità quasi ogni angolo di questo pianeta.  Magari, tanto per fare qualche nome, dal Putin che sta facendo rovesciare sugli ucraini più bombe di sempre a quel regista, ben nascosto in qualche albergo di lusso nel Medio Oriente, del terrorismo palestinese che ha cinicamente  fatto della popolazione di Gaza il proprio scudo.

Giovanni Paolo II nel 1993 in Sicilia

         Santità, non se l’abbia  a male per la mia sincerità forse da infedele, non più fedele, ma preferisco modestamente il ricordo di quel Suo, in fondo, non lontano o lontanissimo predecessore Giovanni Paolo II. Che una volta parlando in Sicilia e intimando ai mafiosi la resa li mandò in largo anticipo all’Inferno.  Dove credo, a dispetto del vuoto immaginato e preferito da Francesco, che qualcuno di loro stia scontando quello che si è meritato.

Dalla mucca all’elefante nell’angusta sede del Pd al Nazareno

Goffredo Buccini sul Corriere della Sera

Per quanto ristretta in un vecchio palazzo del centro a Roma dove, a furia di ristrutturazioni gli spazi si sono più ridotti che allargati, ricavando per esempio più stanze da un salone, la sede nazionale del Partito Democratico è affollata di animali alquanto ingombranti. Alla destra travestita da mucca, e resa famosa dall’ex segretario Pier Luigi Bersani parlandone nei salotti televisivi ben prima della vittoria di Giorgia Meloni nelle elezioni politiche anticipate del 2022, possiamo aggiungere una presunta sinistra travestita da elefante in cui si è riconosciuto con un certo compiacimento il governatore della regione pugliese Michele Emiliano in una intervista al Corriere della Sera. E pazienza se Goffredo Buccini, l’ìntervistatore, lo ha visto e descritto, in dimensioni più modeste, come “un grosso gatto dal pelo arruffato”. Quale in effetti sembra vedendolo, per esempio, in una foto recente che lo ha ripreso su un palco a Bari col sindaco della città e compagno di partito Antonio Decaro, da lui messo in imbarazzo descrivendolo come una specie di figlioccio politico raccomandato a suo tempo alla benevolenza e protezione della malavita imperante nella città vecchia e sfidata dal giovane assessore ai trasporti con una forte limitazione al traffico. Una rappresentazione che Emiliano ha riconosciuto nell’intervista come infelice, ma che ha politicamente arricchito di un’altra rappresentazione scomoda, diciamo così: di un sostanziale profugo del Psi, ai tempi del dissolvimento di quel partito sotto l’incalcare delle Procure della Repubblica, da lui soccorso e portato in alto nell’amministrazione comunale e nel partito.

         Ma non solo dell’adozione di socialisti sbandati o impauriti negli anni, chiamiamoli cosi, del terrorismo giudiziario, quando ne venivano arrestati all’alba davanti a truppe televisive tempestivamente allertate, può vantarsi Emiliano. Egli ha raccontato alll’intervistatore del Corriere della Sera  di avere portato dalla sua parte, prima da sindaco e poi da presidente della regione, gente di destra attratta semplicemente da “passione politica”, compresa quell’assessora quasi primatista di preferenze appena dimessasi dopo l’arresto del marito, e il suo coinvolgimento personale nelle indagini, per mercato di voti al prezzo di 50 euro ciascuno.

Conte e la segretaria del Pd

         Con questa specie di autobiografia politica Emiliano non si è forse accorto di poter essere scambiato per uno dei tanti “cacicchi” e “capibastone” dei quali Giuseppe Conte ha appena invitato Elly Schlein a liberarsi nel Pd per poter continuare ad aspirare ad un’alleanza con i grillini. Che Emiliano sostiene e non ritiene irrimediabilmente compromessa dai pasticci baresi. E neppure da quelli emersi in Piemonte, o in arrivo da altre parti d’Italia.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Il cappio suicida della questione morale non risparmia nessuno….

Da Libero

“Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”, scrisse Aldo Moro alla moglie -la “dolcissima Noretta”- nella sua ultima lettera, incompiuta, prima che gli aguzzini lo ammazzassero dopo 55 lunghi, penosi giorni di prigionia. Chissà se in quel desiderio di “vedere dopo” ci fossero solo le immagini struggenti dei familiari e non anche quelle meno o per niente struggenti dei cosiddetti amici di partito per rilevare di cosa sarebbero stati capaci di fare senza di lui, dopo averlo abbandonato ai brigatisti rossi in nome della cosiddetta linea della fermezza.

Il Moro restituito dalle brigate rosse

Certo, quegli “amici” non furono capaci di molto se non riuscirono a fare sopravvivere il partito più di 15 anni, quasi tutti solo grazie alla ritrovata alleanza politica con i socialisti di Bettino Craxi. Altrimenti la Dc, abbandonata a sua volta dopo la morte di Moro dai comunisti pur avendone ottenuto la fine nella vicenda del sequestro, sarebbe morta anche prima.

Elly Schlein e Giuseppe Conte

         I comunisti e i loro eredi, con tutti gli aggiornamenti anagrafici, sono sopravvissuti soprattutto nel Pd. Ma a che prezzo? Assai alto, penso, vista anche la nemesi della cosiddetta questione morale -evocata ieri da Mario Sechi combinando il ricordo di Eugenio Scalfari e quello di Enrico Berlinguer- che si è ritorta contro di loro per mano dell’ultimo Conte della politica: quello che non ha voluto condividere le primarie a Bari, per le comunali di giugno, col Pd compromesso nel cosiddetto voto di scambio. E la Schlein, questa specie di Giovanna d’Arco del Nazareno, non ha potuto neppure lamentarne la “slealtà” senza rimediare dall’ex premier l’invito perentorio alla ritrattazione per lasciare aperto lo spiraglio a qualche accordo futuro in sede locale attorno al candidato grillino di turno, e a livello nazionale attorno alla sua personale, arcinota aspirazione a tornare a Palazzo Chigi.  

Pietro Nenni

         Eppure Pietro Nenni non ebbe bisogno di assistere alla Tangentopoli ferale della prima Repubblica per ammonire, alla sua alba, sui rischi di certe rincorse. C’è sempre uno più puro che ti epura, avvertì inutilmente il leader socialista.

         Craxi, l’erede di Nenni nel Psi , si starà godendo dall’aldilà lo spettacolo riparatore dei suoi avversari- compagni di un tempo, come fratelli-coltelli, che stanno subendo il trattamento riservatogli più di trent’anni fa. Quando dopo le elezioni del 1992 cavalcarono la campagna giudiziaria e mediatica di “Mani pulite”, come vennero chiamate le indagini giudiziarie sul pur generalizzato fenomeno del finanziamento illegale dei partiti, per liberarsi di lui come capro espiatorio di quella vecchia pratica.  

Bettino Craxi e Achille Occhetto

         Eppure “il cinghialone”, come il segretario socialista veniva chiamato anche negli uffici della Procura di Milano, aveva offerto al Pds-ex Pci guidato da Achille Occhetto alle Botteghe Oscure, e da Massimo D’Alema al gruppo della Camera, una svolta sorprendente per parecchi suoi amici: l’offerta di memoria demartiniana di andare insieme al governo o insieme all’opposizione. Ma Occhetto pose la cosiddetta questione morale contro i socialisti per la vicenda di Tangentopoli, che pure aveva coinvolto anche Botteghe Oscure. Dove Raul Gardini era entrato con una borsa piena di soldi svuotata non si riuscì, o non si volle mai capire e scoprire in quale ufficio esattamente, di quale dirigente.  Per Craxi invece venne adottata la formula del “non poteva non sapere”. “Craxi, dunque colpevole”, fu il titolo scelto dall’amico e avvocato Nicolò Amato per un celebre libro pubblicato nel 2013 sui suoi processi.

Silvio Berlusconi

         Non deve passarsela male, nell’aldilà, neppure Silvio Berlusconi di fronte allo spettacolo terreno, e tutto italico, dei magistrati a rischio più che concreto, dopo un decreto legislativo varato dal Consiglio dei Ministri e firmato dal presidente della Repubblica, delle prove psicoattitudinali all’inizio della carriera. Ma -spero- anche nel proseguimento, man mano che crescono le loro funzioni, e la disponibilità che hanno della libertà e altro ancora dei cittadini. Berlusconi per avere sospettato pubblicamente che fossero matti i magistrati che l’avevano scambiato per un delinquente seriale dovette moltiplicare le spese per i legali, allungandosi ulteriormente l’elenco delle sue… pendenze giudiziarie.

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