Dietro la protesta incompiuta di Castagnetti contro il Pd intestato a Berlinguer

La tessera 2024 del Pd decisa da Elly Schlein

         Non stupisce di certo la tempestività della reazione negativa di Pier Luigi Castagnetti al tesseramento del Pd in corso con l’immagine di Enrico Berlinguer. Di cui si sarebbe voluta celebrare -si è detto dalle parti della segretaria Elly Schlein- non il 43.mo anniversario della “questione morale”, tornata sulle prime pagine dei giornali per iniziativa di Giuseppe Conte e sollevata contro la Dc e tutti gli altri partiti dal capo del Pci in una celebre intervista a Eugenio Scalfari, ma più semplicemente il 40.mo anniversario della morte. Che avvenne un po’ sul campo, per un malore che lo colse durante un comizio e gli fece perdere la vita in poche ore.

La protesta di Castagnetti in una intervista al Giornale

         Castagnetti, dopo la morte di Franco Marini negli anni del Covid, la fuoriuscita di Giuseppe Fioroni, e nonostante l’attivismo correntizio di Dario Franceschini o Lorenzo Guerini, è nel Pd l’esponente più autorevole di quella che fu la Democrazia Cristiana. Dove era stato il capo della segreteria politica di Mino Martinazzoli, diventando poi l’ultimo segretario del Partito Popolare Italiano prima della confluenza nella Margherita, e con questa nel Pd. E’ un uomo dalla bonomia solo apparente, ed emiliana. In realtà, è uno durissimo, di convinzioni radicate. Può dunque avere stupito, semmai, il limite che si è imposto nella protesta contro un Pd che con l’immagine di Berlinguer stampata sulla tessera del 2024 è diventato più rosso e meno bianco di quanto già non fosse, o non fosse diventato con l’inatteso arrivo della pur giovane Elly Schlein alla guida. Che. aveva solo 4 anni quando Achille Occhetto, nel 1989, prese le distanze dal muro demolito a Berlino col comunismo che rappresentava e, partendo da una sezione di Bologna, avviò la “Cosa” sfociata nel Pds e nella quercia che lo simboleggiava al posto della falce e martello finiti a terra.

Il rapporto di vecchia data di Castagnetti con Mattarella

         Che cosa ha trattenuto Castagnetti -79 anni ancora da compiere, uno in più dell’ex magistrato Nicola Colaianni bocciato per la sua età da Giuseppe Conte come candidato comune del Pd, 5 Stelle e cespugli a sindaco di Bari- dal tirare le conseguenze dalla sua protesta seguendo  gli amici democristiani già andati via dal Nazareno? La speranza davvero che la segretaria superi il giro di boa delle elezioni europee di giugno e abbia il tempo e la voglia di stampare sulla tessera di partito del 2025 gli occhi o il volto e le frasi di don Luigi Sturzo, o di Alcide De Gasperi o di Aldo Moro, come ha detto conversando al telefono con un intervistatore del Giornale? O, come sospettano gli scaltri di scuola andreottiana, convinti che a pensare male si faccia peccato ma s’indovini, la paura di coinvolgere in un clamoroso annuncio di fine rapporto o appartenenza l’ex collega di partito e ora presidente della Repubblica Sergio Mattarella? Col quale egli ha conservato una frequentazione e un’amicizia notissime nei palazzi della politica, a cominciare dal Quirinale. Dove il presidente in carica ha ancora da compiere quasi  cinque dei sette anni del suo secondo mandato.

La nostalgia galeotta della pur giovane Elly Schlein al Nazareno

Dal Dubbio

Potrebbero costare cari a Elly Schlein quegli occhi di Enrico Berlinguer fatti stampare sulla tessera d’iscrizione al Pd in questo 2024, nel quarantesimo anniversario della morte del leader comunista avvoltosi nella tela della “diversità” del suo partito, ch’egli considerava moralmente superiore a tutti gli altri. Partito per il quale – disse nel suo ultimo, tormentato comizio, mentre gli mancavano le forze-  i mililtanti dovevano andare a chiedere e raccogliere i voti “casa per casa, strada per strada”. Parole anch’esse stampate sulla tessera del Pd di quest’anno. Che peraltro è contrassegnato, come allora, da una campagna elettorale europea.

         L’ormai morto Berlinguer ne raccolse in effetti di voti in quel turno, sino a sorpassare la Dc allora guidata da Ciriaco De Mita, che l’anno prima aveva dovuto cedere a malincuore la guida del governo al leader socialista Bettino Craxi, dopo averla dovuta lasciare già, per meno tempo, al repubblicano Giovanni Spadolini.

I funerali di Enrico Berlinguer l’11 giugno 1984 a Roma

Ma quello dei comunisti fu un sorpasso tanto clamoroso quanto inutile non solo perché Berlinguer nel frattempo era ormai morto -ripeto- ma anche o soprattutto perché il referendum contro i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari, da lui lasciato in eredità ad Alessandro Natta con l’obiettivo di sconfiggere il primo governo italiano a guida socialista, determinò invece l’anno dopo la sconfitta più cocente e rovinosa, politica e sociale, del Pci. Un po’ come la sconfitta nel referendum sul divorzio nel 1974 aveva danneggiato la Dc guidata da Amintore Fanfani, e segnato l’apertura di una crisi aggravata nel 1978 dalla tragica scomparsa di Aldo Moro.

         Quegli occhi -direi, quegli ultimi occhi- di Enrico Berlinguer potrebbero costare cari ad Elly Schlein, specie se accompagnati il 9 giugno prossimo da un modesto risultato delle elezioni europee, perché l’uso appena fattone sulla tessera addirittura d’iscrizione hanno aggravato la crisi d’identità del Pd. Che ora è ancora più rosso e meno bianco di prima, ricordando anche emotivamente, oltre che politicamente, più il Pci peraltro travolto dal crollo del muro di Berlino, e del comunismo, che la Dc confluita per quel che ne restava, soprattutto a sinistra, nel partito ora del Nazareno.

Dal Giornale di ieri

         “Non metto in dubbio la forza del pensiero e il profilo di Berlinguer. Ma il Pd non è la prosecuzione del Pci. Siamo altra cosa e non possiamo accettarlo”, ha immediatamente protestato in una intervista al Giornale un personaggio non certo di secondo piano di quello che fu il mondo democristiano, e notoriamente amico di Sergio Mattarella, come Pierluigi Castagnetti. Il quale ha aggiunto: “Se Elly Schlein vuole un partito che sia una versione aggiornata del Pci tanti saluti. Noi non ci siamo. E’ una scelta ma si abbia il coraggio di dirlo”, senza evidentemente coprirsi o nascondersi dietro un anniversario, per quanto importante.

Elly Schlein e Pierluigi Castagnetti

         Per riparare all’errore, o come altro si voglia definirlo, Castagnetti ha praticamente proposto di mettere sulla tessera del Pd dell’anno prossimo gli occhi di don Luigi Sturzo, o di Alcide De Gasperi, o di Aldo Moro. Ma con l’aria che già tirava e ancor più tira adesso c’è da chiedersi se la Schlein arriverà all’anno prossimo come segretaria del Pd, schiacciata com’è dalla crisi identitaria -ripeto- della sua formazione politica. E dalla concorrenza che le fa dall’esterno il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte cavalcando con destrezza pari alla spregiudicatezza politica, o disinvoltura, la famosa questione morale intestatasi proprio da Enrico Berlinguer nell’estate del 1981 parlandone con Eugenio Scalfari.

E’ una questione, quella morale, esplosa come un missile a più stadi nella Puglia del governatore piddino, e magistrato in aspettativa, Michele Emiliano. A rischio pure lui di esplosione, o di schiacciamento fra le pressioni di Conte e quelle della Schlein, concorrenti anche nell’uso, o abuso, delle indagini e cronache giudiziarie.

         Ah, che scherzi fa la politica, E che rivincite riesce a prendersi la storia. Basta che il malcapitato di turno aspetti che passi il tempo, se naturalmente ha la fortuna di sopravvivere agli eventi.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 20 aprile

Quello 0,2 per cento soltanto che rimane a Salvini sopra Tajannleyrand

         Se quei due punti scarsi che separano nell’ultimo sondaggio di Euromedia il 19,7 pe cento di Elly Shlein dal 17,6 di Giuseppe Conte aiutano a capire la difficoltà da concorrenza, diciamo così, dei loro rapporti nello schieramento contrario al governo, ancora di più può aiutare a capire i problemi sul versante del centrodestra quel misero 0,2 per cento che separa l’8,7 di Matteo Salvini dall’8,5 di Antonio Tajani, succeduto a Silvio Berlusconi alla guida di Forza Italia..

Dalla prima pagina del Riformista

         Le retrovie di Giorgia Meloni, quanto a turbolenza, sempre da concorrenza, non sono messe meglio delle prime file, o del gruppo di testa, di quel campo che non si sa più neppure come chiamare, oltre che misurare, ma fa sognare gli avversari della prima donna, e di destra, alla guida di un governo italiano in una lunga storia fatta di monarchia e di repubblica. Tutte al minuscolo per non fare torto a Tajani, che è arrivato alla vice presidenza del Consiglio, ed è immaginato da qualche amico persino come un concorrente nella prossima corsa al Quirinale, o prima ancora a Bruxelles al posto di Ursula von der Leyen, ma da giovane frequentava i pur pochi circoli monarchici dove si rimpiangeva il Re Umberto II.

         Matteo Salvini ha bisogno di tenersi ma ancor più di aumentare quel misero -ripeto- vantaggio dello 0,2 per cento sulla Forza Italia post-berlusconiana anche per fronteggiare una situazione interna di partito molto calda per la discesa elettorale in corso dal 2019. Quando egli ebbe la sfortuna -a pensarci bene- di salire come vice presidente del Consiglio di Giuseppe Conte ad un 34 per cento oggettivamente smodato e mai più replicabile, anche se in politica non si dovrebbe mai dire mai.

Dal Foglio del 12 aprile

         Antonio Tajani, dal canto suo, avrebbe bisogno di un sorpasso, e neppure tanto stentato, per non limitarsi a galleggiare, nonostante la sua importante parentela col Partito Popolare Europeo, nella coalizione di governo capeggiata dalla Meloni con i suoi fratelli d’Italia. A tenerne alto prestigio e forza contrattuale non può certo bastare il soprannome, generosamente attribuitogli qualche giorno dagli amici del Foglio, di Tajanlleyrand, evocativo di quel geniale, camaleontico cardinale francese, ma anche principe di Benevento, che a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento di due secoli fa riuscì a barcamenarsi abbastanza bene fra Luigi XVI, Napoleone Bonaparte e Luigi XVIII, tra vecchio regime, rivoluzione e restaurazione.

Dal Foglio di ieri

          Salvini invece, per quanto indaffarato fra molti cantieri, e sapientememte tollerante col malumore di Umberto Bossi da cui ricevette a suo tempo, sia pure non direttamente, una eredità alquanto malmessa, si è visto assegnato -sempre dal Foglio- il soprannome di uomo da bar.  “Un grande comunicatore -ha scritto ieri di lui Antonio Pascale replicando Umberto Smaila- che ha successo perché dice le stesse cose che sente al bar”.  Dove notoriamente se ne dicono e se ne pensano di tutti i colori. E tutti si promuovono a commissario tecnico della squadra nazionale di calcio.

Il Conte pirandellianamente uno, nessuno, centomila….se vi pare

Dal Dubbio

Uno, nessuno e centomila, si potrebbe pirandellianamente dire di Giuseppe Conte per i soprannomi e i paragoni che si è meritato al suo sesto anno di attività politica, peraltro cominciata nel 2018 già all’alto livello di presidente del Consiglio su designazione dei grillini e col tormentato consenso, al Quirinale, di Sergio Mattarella. Il quale disse pubblicamente che avrebbe preferito sentirsi proporre qualcuno che fosse passato almeno una volta per un’elezione, magari solo a consigliere comunale.

Aldo Moro

Nel 2018 Conte aveva solo 52 anni, 5 in più dei 47 che aveva avuto il suo corregionale Aldo Moro arrivando a Palazzo Chigi nel 1963, e di rimanervi o tornarvi per cinque volte, dopo essere già stato ministro, capogruppo alla Camera e soprattutto per quattro anni segretario della Dc, il maggiore partito di quei tempi. Due carriere insomma da non poter mettere neppure a confronto, anche se un estimatore un po’ smodato di Conte è arrivato a considerarlo non per scherzo, ma sul serio, scrivendone sul suo giornale, il migliore capo di governo in Italia dopo il conte, con la minuscola, Camillo Benso di Cavour.

Il celebre romanzo di Luigi Pirandello

I soprannomi o simili, compresi i paragoni, guadagnatisi in cinque anni dall’avvocato di Volturara Appula si sprecano: da Contuccio, appena affibbiatogli sul Foglio, a Camaleonte per la capacità di trasformarsi, che è poi l’essenza del diavolo spiegata in un congresso della Dc da Arnaldo Forlani chiudendo la sua prima esperienza di segretario del partito per essere sostituito dal capocorrente Amintore Fanfani, Che si era stancato e preoccupato di vederlo crescere e deciso di prenderne il posto cambiandone la linea politica.

Dal blog di Beppe Grillo

Da sciacallo, per tornare ai soprannomi di Conte, così definito pubblicamente da alcuni esponenti del Pd sorpresi dall’uso da lui fatto delle indagini giudiziarie a Bari per terremotare i progetti comuni sul municipio della città e ritirarsi dalla giunta regionale di Michele Emiliano, all’indovino o orologiaio per la capacità di prevedere, e non solo lamentare, i guai pugliesi del Nazareno. Dal conte spendaccione e fatuo, per via dei superbonus e del reddito di cittadinanza, a Raffaello  Mascetti , conte pure lui, interpretato da Ugo Tognazzi nei celeberrimi “amici miei” cinematografici. Egli avrebbe potuto meritarsi anche il Vitangelo Mascarda del già citato romanzo drammatico di Luigi Pirandello “Uno, nessuno, centomila” se di quel personaggio alla ricerca disperata della sua identità non si fosse giù appropriato nei suoi nuovi spettacoli teatrali Beppe Grillo, garante, consulente ed ex cofondatore del Movimento 5 Stelle ora presieduto dall’ex premier.

Carlo Valentini su ItaliaOggi

In ogni soprannome o controfigura c’è naturalmente del paradosso o esagerato, e persino ingiustamente offensivo, per carità, perché la polemica politica è spesso feroce, ma consentitemi di esprimere totale dissenso dal paragone che su ItaliaOggi Carlo Valentini ha fatto fra il Conte, con la maiuscola, aspirante al ritorno a Palazzo Chigi forzando mano, piedi e cervello al Pd, e il Bettino Craxi che vi sarebbe arrivato nel 1983, rimanendovi sino al 1987 e proponendosi di tornarvi dopo le elezioni del 1992, imponendosi sulla Dc  di un povero, sottomesso Arnaldo Forlani.

A parte la comune dimensione, dal 10 al 14 per cento, del Psi craxiano degli anni Ottanta e delle 5 Stelle odierne di Conte, non vi è nulla che possa avvalorare un paragone così cervellotico. Craxi fu lo statista occidentale che permise all’Italia di sbloccare e partecipare al riarmo missilistico della Nato destinato a fare crollare il comunismo, Conte vota contro gli aiuti militari all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin.

Bettino Craxi e Arnaldo Forlani

Conte non ha molto interesse, diciamo così, alla salute del Pd, Craxi ne ebbe per la Dc, fra la rabbia dei comunisti, ritardandone la fine di una quindicina d’anni dopo la tragica fine di Aldo Moro. E quanto alla buonanima di Forlani, vice di Craxi a Palazzo Chigi dopo esservi passato da presidente, egli non subì per niente il leader e amico socialista, astenendosi -unico e solo- nella votazione della direzione democristiana che sbarrò la strada di Palazzo Chigi all’amico già nel 1979, dopo l’incarico conferitogli dal presidente della Repubblica Sandro Pertini. Quell’astensione lasciò accesa la fiammella della ripresa dell’alleanza fra i due partiti dopo la fine, voluta da Enrico Berlinguer, della fase della cosiddetta politica di solidarietà nazionale prodotta dal risultato paralizzante delle elezioni politiche anticipate del 1976.

Si raccomanda di ripassare bene la cronaca – per favore, direbbe Papa Francesco- o studiare meglio la storia prima di scriverne.

Pubblicato sul Dubbio

Quei meno di due punti galeotti fra la Schlein e Conte nella corsa al vuoto

Schlein e Conte d’archivio

         In un sondaggio appena condotto da Euromedia di Alessandra Ghisleri -ma valorizzato dalla Stampa per il risultato più ovvio e scontato come quel 56,8 per cento convinto che la corruzione sia rimasta invariata negli ultimi dieci anni, pur contrassegnati da molteplici maggioranze di governo- è emerso che Pd e Movimento 5 Stelle sono separati da meno di due punti. Il primo è al 19,7 per cento delle intenzioni di voto, l’altro al 17.6. E’ una distanza galeotta che spiega la tensione cresciuta, e per niente sottaciuta, ormai  anche sul piano personale fra Elly Schlein e Giuseppe Conte dopo una lunga stagione di incontri, casuali e non, in piazza o in convegni, con tanto di immagini che li rappresentavano più o meno attratti reciprocamente, a volte persino troppo, con quelle mani dell’ex premier sulla bocca come per nascondere le parole forse troppo cordiali che si lasciava scappare.

         Una distanza di meno di due punti in un sondaggio può impaurire chi è davanti ed eccitare chi è indietro.  Un sorpasso per Conte significherebbe, nel campo dell’alternativa al centrodestra sognato ad occhi aperti dal solito Pier Luigi Bersani, una speranza in più di tornare a Palazzo Chigi, se e quando il centrodestra dovesse tirare politicamente le cuoia,

Conte alla Stampa di ieri

         Nell’ammettere e spiegare questa voglia che tutti hanno capito, nel Pd anche i più ingenui, Conte ha appena detto, intervistato proprio dalla Stampa, a proposito dell’accusa ricorrente dei suoi avversari di avere dissestato le finanze pubbliche con i bonus edilizi, oltre che col reddito di cittadinanza: “Se fossi stato al posto dei governi Draghi e Meloni, avrei fatto conferenze stampa con dati alla mano per monitorare passo passo i costi. E avrei informato i cittadini su tutti i dati ancora taciuti sui ritorni diretti, indiretti e indotti. Purtroppo dovremo aspettare parecchio per averli: anzi, dovremo tornare al governo”. Con lui a Palazzo Chigi, appunto, e con le sue conferenze stampa di giorno e di notte, al chiuso e all’aperto.

D’Alema e Conte una volta

         Il puntiglio, l’insistenza, l’animosità della scalata di Conte al primato in quello che avrebbe dovuto o dovrebbe essere il comune campo col Pd, più o meno largo che riesca ad essere o diventare, lo stanno rendendo antipatico anche in settori del partito del Nazareno che sembravano meglio disposti verso di lui. “Irritante”, per esempio, è stata appena riconosciuta la sua pretesa moralizzatrice da Massimo D’Alema.

Una Rosy Bindi accigliata

“Nei rapporti tra alleati -ha osservato o ammonito in una intervista Rosy Bindi, dando ottimisticamente per scontata un’alleanza quanto meno a giorni o a zone alterne- l’unica competizione ammessa è quella su chi è più unitario, non più divisivo”, come Conte ha invece deciso di essere.

Agazio Loiero sul Quotidiano del Sud

Il più clemente rimane Agazio Loiero, tra gli ancora compiaciuti fondatori del Pd, scrivendo sul Quotidiano del Sud dell’aspirazione di Conte al ritorno a Palazzo Chigi come di “un’ambizione, non certo un reato”.

I magistrati riserve elettorali di quella che fu la sinistra italiana

Da Libero

Magari la sinistra in edizione barese, ma poco o per niente diversa da quella nazionale, si fosse limitata a corteggiare Gianrico Carofiglio – “il fico”, ha brillantemente raccontato, al solito, Pietro Senaldi ai lettori dcandidato a sindaco del capoluogo pugliese per ritrovare l’unità dopo l’aborto delle primarie, procurato da Giuseppe Conte, fra il piddino Vito Leccese e lo stellato, chiamiamolo così, Michele Laforgia.

         Carofiglio ormai è meritatamente noto più come scrittore che come ex magistrato, o ex parlamentare del Pd, ritiratosi spontaneamente dall’una e dall’altra carriera perché convintosi che in fondo non lo meritavano né le toghe né gli amici o compagni del Nazareno. E Bari lui la conosce sicuramente bene, senza bisogno di chiamarsi Nicola, come il santo protettore della città.

Nicola Vendola, Niki per gli amici

         Nicola invece si chiama l’ex magistrato Colajanni sul quale ha messo gli occhi pubblicamente – proponendolo come “il terzo uomo” provvidenziale- un altro celebre Nicola pugliese: Vendola, ex presidente della regione e ora presidente della sinistra alla sinistra del Pd. Che mi risulta sia stato tentato anche lui dal “fico” Carofiglio accertandone però rapidamente l’indisponibilità a giocare, e soprattutto accreditare, una partita troppo ingarbugliata e opaca per i suoi gusti quale è quella apertasi, peraltro a più livelli, nella sua terra. Dove non dimentichiamo che un magistrato in aspettativa, Michele Emiliano, è tuttora presidente della regione dopo essere stato a lungo sindaco del capoluogo.

Nicola Colaianni

         La scelta di Nicola Colajanni da parte di Vendola come una specie di uomo o candidato della Provvidenza  e l’attenzione che si è guadagnata  mediaticamente e politicamente dimostrano o confermano che ormai alla magistratura la sinistra -o una certa sinistra, sempre come preferite- non solo ha ormai delegato la regia della politica militante ma anche quella che una volta si chiamava “la riserva della Repubblica”. Cui attingere nei momenti del bisogno, dell’emergenza, della disperazione.

Il compianto Carmelo Patti

         Il caso ha voluto -grazie al diavolo  che notoriamente fa le pentole senza i coperchi, perché distratto dalla vigilanza di un inferno pur sgomberato generosamente dal Papa Francesco- che l’ennesimo ricorso politico della sinistra ai magistrati coincidesse con l’ennesimo caso, anch’esso, della malagiustizia italiana. E’ stata appena restituita, purtroppo da morto, cioè inutilmente, l’onorabilità contestata con ben 13 processi a Carmelo Patti, il re -ai suoi tempi buoni- della Valtur. Di lui ancora si legge nella traduzione italiana di Geoogle dall’inglese di Wikipendia che fu “un uomo d’affari italiano con stretti legami con la mafia, strettamente associato a Matteo Messina Denaro, un padrino mafioso arrestato il 16 gennaio 2023 dopo 30 anni di clandestinità”. Alcuni dei quali, magari, secondo i biografi di Wikipendia, protetti, garantiti e finanziati proprio da Patti, pur a corto di soldi dopo la confisca del patrimonio disposta dalla magistratura, così attenta poi nel gestirlo, prima di restituirne il resto agli eredi, da avere determinato il fallimento di un bel po’ di aziende.

         Il povero, compianto Patti è naturalmente l’ultimo di un lungo e sempre provvisorio elenco di malcapitati, in cui finì a suo tempo anche Enzo Tortora, uscitone vivo solo per il poco tempo che gli aveva lasciato una salute messa a dura prova dal carcere e dalla gogna mediatica.

Conte on Cafiero de Raho alla Camera

         Se la sinistra o -ripeto ancora- una certa sinistra, nonostante tutto questo, magari per riconoscenza dopo i favori ottenuti una trentina d’anni con la gestione a senso prevalentemente unico delle inchieste giudiziarie sul finanziamento illegale dei partiti, continua a considerare la magistratura la riserva della Repubblica, e non solo sua, c’è solo da accendere un cero misericordioso davanti alla sua lapide. Anzi due, uno anche per l’appendice o concorrente, come preferite, che è diventato il partito di Conte arruolando nelle sue liste fior d ex magistrati: da Roberto Scarpinato a Federico Cafiero De Rhao.

La corsa al magistrato si intreccia a Bari con la corsa al sindaco

Immagini dal Medio Oriente

         Non per volervi distrarre dalla geopolitica ripropostaci dalle prime pagine dei giornali e dalle immagini televisive con gli attacchi israeliani a Israele, peraltro restituito così alla totale solidarietà degli americani nella partita del Medio Oriente, ma per riportarvi o lasciarvi con i piedi e la testa sulla nostra modestissima terra italiana, ancor più particolarmente pugliese, trovo a dir poco avvilente la somma di due notizie offerte dal Corriere della Sera a distanza di pochi centimetri l’una dall’altra, o l’una sotto l’altra.

         La prima è la restituzione, purtroppo tardiva, addirittura dopo la morte, dell’onore a Carmelo Patti, quello della Valtur, riconosciuto estraneo ai rapporti con la mafia dopo avere subito ben 13 processi. E la restituzione agli eredi di quel che è rimasto del suo ingente patrimonio confiscato e così male amministrato dai fiduciari della magistratura da avere prodotto più fallimenti che guadagni.

Da Geoogle alle ore 8 di

         Aldo Grasso, da par suo, ha raccontato l’ennesima e poco edificante storia della malagiustizia tricolore e fatto tutte le sue doverose e sacrosante proteste, lamentele e simili, incorrendo a mio avviso solo in una omissione poco onorevole, questa volta, per la nostra professione: la scarsa o nessuna evidenza data dalla generalità della stampa e, più in generale, dell’informazione alla vicenda. Poco fa -per darvene un esempio- ho sbirciato Geoogle e ho trovato la seguente traduzione dall’inglese di Wikipedia: “Carmelo Patti era un uomo d’affari italiano con stretti legami con la mafia. Era strettamente associato a Matteo Messina Denaro, un padrino mafioso arrestato il 16 gennaio 2023 dopo 30 anni di clandestinità”. Punto e basta.

Dal Corriere della Sera

         Pochi centimetri più sopra sulla prima pagina del Corriere della Sera -ripeto- c’è oggi questo titolo: “Elezioni- Vendola lancia Colaianni, l’ex magistrato – Bari, spunta il terzo nome per Pd e Cinque Stelle”. Colajanni si chiama Nicola, come il patrono di Bari.

Gianrico Carofiglio

         Qualche giorno fa, dopo l’affossamento delle primarie, ripudiate da Conte, per designare il candidato comune di piddini e grillini a sindaco di Bari fra Vito Leccese e Michele Laforgia, era stato ventilato da sinistra un altro terzo nome: quello di Gianrico Carofiglio, politicamente più noto come ex magistrato che come scrittore di meritato successo ed ex parlamentare del Nazareno.

Michele Emiliano

         I magistrati in aspettativa, come il già sindaco della stessa Bari e ora governatore della Puglia Michele Emiliano, o in pensione sono quindi la riserva cui una certa sinistra moralistica ricorre quando non sa come uscire dagli intrighi elettorali nei quali riesce a infilarsi.

         Se questo non è masochismo, per il discredito che si procura alla politica e il credito che si attribuisce, al contrario, ad una magistratura capace di produrre oggi il caso Patti come a suo tempo il caso Tortora, ditemi voi come si debba o possa chiamare diversamente. 

A Bari ormai come a Gaza, pur senza morti, feriti e macerie

Giuseppe Conte sul posto

Già degradata da città a una voce del verbo barare in una delle vignette ispirate alla polemica scoppiata fra Giuseppe Conte e la segretaria del Pd Elly Schlein sull’intreccio fra cronache giudiziarie e politiche nel capoluogo pugliese, Bari sta diventando, per fortuna sinora senza morti e feriti, e con tutti gli edifici ancora al loro posto, una specie di Gaza italiana per la confusione, l’ambiguità e un po’ anche la ferocia delle parti che se la contendono. E che non sono solo politiche perché, come al solito, partecipano alla lotta anche i magistrati. Che non fanno sconti al loro collega in aspettativa Michele Emiliano, presidente della Regione dopo essere stato sindaco della città. Egli si vede indagare e arrestare assessori e simili, in carica o appena deposti, ad orologeria, proprio perché in procinto di arresto o di altre misure.

Dal manifesto

         Saltato come uno sciacallo -quale è stato definito, a torto o a ragione, da avversari o critici- sui guai del Pd reclamando pulizie, svolte e quant’altro prima per poter proseguire la partecipazione alla maggioranza nella regione e poi, una volta interrottala lo stesso, per negoziare l’eventuale rientro o, più, in generale per rimanere interlocutore del Nazareno sul terreno di una pur improbabile alternativa nazionale al centrodestra regnante con Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, Conte si trova in concorrenza, anzi in conflitto con la Schlein sull’entità della scossa, anzi delle ulteriori scosse da dare all’amministrazione regionale.

Dalla Stampa

         In particolare, ad un Conte che sembra disposto, dopo un incontro avuto con un Emiliano in persona mostratosi poi fiducioso e ottimista con i giornalisti, ad un sostanziale rimpasto della giunta regionale per sostituire gli assessori rimossi e aggiungerne uno significativamente preposto alla legalità, onestà, trasparenza e simili, tutte compromesse con il mercato dei voti, delle assunzioni e degli appalti emersi dalle indagini giudiziarie; ad un Conte, dicevo, disposto a una specie di restauro della giunta Emiliano si è opposta la Schlein reclamando in una furiosa telefonata allo stesso Emiliano un’operazione ben più consistente e traumatica, Alla quale il presidente della regione prima ha resistito e poi, nel suo stile, sembra abbia ceduto, come aveva già fatto con le richieste originarie di Conte, impegnandosi a salire sulla ruspa col pieno del carburante.

Salvatore Merlo sul Foglio

         L’obiettivo sarcasticamente immaginato o indicato da Salvatore Merlo sul Foglio è di “stagionare, verniciare, rendere bello, solido e aperto” il Pd “quasi come una cassa da morto”. Da sistemare -si presume- in quel “campo” di dimensioni e qualità indefinite alla cui costruzione, coltivazione e vigilanza dovrebbero provvedere piddini e grillini, uomini, donne e omosessuali del Nazareno e delle 5 Stelle. Non si sa se sia più una tragedia o una commedia, alla Shakespeare o alla Pirandello.

Quando Enzo Bettiza mi spiegò la scelta del voto per la Lega

Da Libero

Nel quarantesimo anniversario della fondazione di una Lega diventata il partito più anziano di quelli rappresentati in Parlamento, dove ci sono solo tracce più o memo sommerse della Dc, del Pci eccetera in altre formazioni politiche protagoniste o attrici di questa incerta edizione della Repubblica, fra la seconda nella quale molti credono di vivere e la quarta proposta ogni settimana da Nicola Porro su una rete del Biscione; nel quarantesimo anniversario, dicevo, della fondazione della Lega mi sovviene il ricordo di uno degli ultimi incontri da me avuti col fraterno amico, e maestro, Enzo Bettiza.

Giancarlo Pajetta

         Enzo, che sarebbe scomparso dopo qualche mese all’età di 90 anni, aveva appena rivelato di votare da qualche tempo per la Lega: lui che, profugo  in Italia da quella che oggi è la Croazia, era stato da giovane attivista del Pci, promosso all’esame -diciamo così- da Giancarlo Pajetta, poi liberale, nelle cui liste divenne senatore, poi ancora europarlamentare delle liste laiche unitarie, poi ancora socialista e teorico, con Ugo Intini in un celebre saggio, del famoso “Lib lab”. Da cui era nato praticamente il pentapartito comprensivo di socialisti e liberali, incompatibili invece nelle prime edizioni del centro-sinistra realizzate dalla Dc fra gli anni Sessanta e Ottanta.

Una spilla della Lega

         Perché voti la Lega?, gli chiesi pranzando insieme vicino casa sua, a Roma, in un ristorante al quale era affezionato. Glielo chiesi  ricordandogli, fra l’altro, i tempi in cui Umberto Bossi mi aveva trattato da “terrone” all’arrivo alla direzione del Giorno e mi aveva denunciato addirittura per associazione a delinquere con altri colleghi del quotidiano allora dell’Eni che ne avevano criticato anch’essi i comizi troppo eccitati, a dir poco, a Pontida e dintorni. Quei suoi insulti urbi et orbi sarebbero diventati carezze al confronto con quelli di Beppe Grillo, ma erano apparsi allora urla barbariche: un po’ come anche quei manifesti fatti affiggere sui muri di Milano attorno alla sede del Giorno per contestare l’archiviazione della sua denuncia  contro di me e i miei colleghi disposta da un magistrato, guarda caso, meridionale pure lui.

Gianfranco Miglio

         Bettiza, che pure in quelle occasioni mi era stato solidale come nel 1983 andandocene insieme dal Giornale  per l’ostilità di Indro Montanelli a Bettino Craxi, rispose opponendo a quei miei ricordi l’abitudine del professore leghista Gianfranco Miglio di contare in tedesco le galline del suo orto mentre lo attraversava con l’ospite di turno, che fu più volte lo stesso Bossi, prima che i due rompessero. E mi disse che ormai, destinati tutti noi europei -secondo lui- a stare sempre più insieme, avremmo avuto sempre meno da fare nei nostri orti nazionali, al di là di una semplice, o quasi, amministrazione degli affari correnti. In cui i leghisti, come dimostravano le amministrazioni locali che guidavano, sapevano fare meglio e più degli altri perché, consapevoli o no, eredi delle tradizioni che lui definiva “asburgiche”.

Ecco perché egli aveva dunque cominciato a votarli, chiudendo il suo lungo e variegato percorso politico legato solo dal filo della “devozione alla libertà”, concluse sorridendo, come per farsi scusare quell’illusione giovanile che gli aveva procurato la promozione -o la tolleranza, chissà- di uno come Giancarlo Pajetta. Che non era stato certamente un comunista all’acqua di rosa, un migliorista alla maniera di Giorgio Napolitano.

Umberto Bossi e Matteo Salvini d’archivio

  Grande, grandissimo Enzo. Quanto mi manchi a distanza di quasi sette anni dalla tua morte. E quanto forse avevi saputo interpretare o prevedere il futuro, nonostante la tua fede europeistica possa sembrare oggi in contrasto con certe intemperanze di Matteo Salvini. Al quale forse, dopo averlo cominciato a votare pure tu, essendo lui già diventato il capo della Lega, ripeteresti oggi quello che avevi detto da giovane alla tua figliola Michela.  Che a Mosca, dove tu lavoravi come corrispondente della Stampa, rispondeva orgogliosamente “italiana” ai coetanei dei giochi scolastici e condominiali che ne chiedevano la nazionalità. E tu, Enzo, dopo averla personalmente sentita, le consigliasti  una volta di dichiararsi europea, più semplicemente o completamente europea. Come europarlamentare saresti poi diventato nel 1979 e rimasto sino al 1994, eletto prima nell’Italia nord-occidentale e poi in quella nord-orientale.

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Tutte le guance del Pd schiaffeggiate da Giuseppe Conte

La titolazione comune del Corriere della Sera e di Repubblica

         Ma di quante guance è fatta la faccia del Pd di Elly Schlein, visti gli schiaffi -o “strappi”, secondo il Corriere della Sera e la Repubblica in comunanza insolita di titoli- che riesce a prendere da Giuseppe Conte incassandoli senza sottrarvisi? Una faccia ben rappresentata dal presidente della regione pugliese Michele Emiliano dopo l’incontro nel quale l’ex premier gli aveva personalmente comunicato e spiegato il ritiro del suo assessore e mezzo dalla giunta, e la rinuncia ad ogni altro spuntino istituzionale per ragioni di moralità. Cioè per rivendicare quella che Enrico Berlinguer chiamava “la diversità” dei comunisti imprudentemente offertisi con la proposta del “compromesso storico” ai democristiani e poi ancora più imprudentemente accontentatisi di sostenerne dall’esterno i governi monocolori.

Il titolo dell’Unità

         Più che dolersi della decisione di Conte, peraltro non determinante per la sopravvivenza in regione, Emiliano si è mostrato soddisfatto con i giornalisti, fiducioso, ottimista, grato dei “consigli” ricevuti da chi ormai lavora alla luce del sole, senza eclissi né totali né parziali, contro il partito dello stesso Emiliano, oltre che della Schlein. Del quale partito il presidente del Movimento 5 Stelle insegue “la demolizione”, secondo l’Unità di Piero Sansonetti”, o più semplicemente il sorpasso già nelle elezioni europee del 9 giugno per meglio aspirare al ritorno a Palazzo Chigi, se e quando ne uscirà Gorgia Meloni.

   In attesa di questo improbabile avvicendamento, Conte si tiene ben stretta sul capo la corona, senza spine,  di capo dei progressisti italiani infilatagli con generosità autolesionistica a suo tempo dallo stesso Pd con le mani dell’allora segretario Nicola Zingaretti e di quella specie di allevatore di cavalli della sua scuderia che era e un po’ ancora si sente, sostenendo la Schlein, l’ingombrante Goffredo Bettini. Ingombrante in tutti i sensi.

Michele Emiliano dopo l’incontro con Conte

         In quelle due immagini fotografiche di Conte schierato con i suoi come il presidente di una mezza corte marziale e di Emiliano che, fiducioso, si allontana in auto dal palazzo della Regione dopo un incontro con lui c’è tutto il dramma di un Pd che lo vive come una divertente o addirittura tonificante commedia. Un partito che non entra ma esce, ristabilito, da un reparto di rianimazione, vista anche la centralità del tema dell’assistenza sanitaria avvertita dai grillini nell’inseguimento fra gli aspiranti al primato nell’alternativa coltivata nei salotti televisivi, fra le sue parabole, da un altro che si fida di Conte:  l’ex segretario del Pd e mancato presidente del Consiglio Pier Luigi Bersani, trattenuto a stento nel 2013 dall’allora presidente della Repubblica e compagno di partito Giorgio Napolitano sulla strada avventurosa di un governo “di minoranza e combattimento” appeso agli umori, o risate, di un Beppe Grillo che peraltro non aveva ancora scoperto la risorsa di un Conte sottraendolo alle professioni di avvocato d’affari e docente pugliese  di diritto a Firenze.

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