La povera Bari -si fa per dire- retrocessa da città a voce del verbo barare…

         Vale in tutti i sensi il gioco di parole che Vauro Senesi fa oggi tra Bari città e voce del verbo barare nella vignetta del Fatto Quotidiano, senza scadere per fortuna nella volgarità di certi suoi colleghi sul giornale di Marco Travaglio.

Dalla prima pagina della Gazzetta del Mezzogiorno

Da una parte c’è Giuseppe Conte che rinfaccia a Elly Schlein la Bari amministrata dal Pd, e centro ormai di un ginepraio forse peggiore della Tangentopoli nazionale di una trentina d’anni fa. Dall’altra c’è la Schlein che accusa l’ex premier di barare nella partita che ha spregiudicatamente aperto approfittando del voto di scambio emerso da una delle tante inchieste giudiziarie pugliesi per fare saltare le primarie di domenica sul candidato del cosiddetto o presunto campo largo a sindaco della città. E alzare così la posta del concorrente grillino Michele Laforgia, cercando di aumentarne l’attrazione elettorale senza passare per una competizione interna regolare col piddino Vito Leccese. A favore del quale la segretaria del Pd ha voluto accorrere in piazza da Roma per tenerlo comunque in gara, anche o soprattutto dopo la mossa “sleale” di un Conte che, offeso, ha a sua volta rilanciato intimando alla Schlein di ritirare l’insulto per lasciare ancora qualche prospettiva ad un campo che ormai non è più né largo, né stretto, né lungo né corto, né giusto, secondo gli aggettivi usati sino a ieri, ma semplicemente “rotto”. Così grida il titolo di apertura scelto felicemente dalla Gazzetta del Mezzogiorno oggi per rappresentare la situazione creatasi a sinistra in vista delle amministrative baresi di giugno.

Dalla prima pagina del Foglio

A quella prova il centrodestra, pur privo di un candidato, come gli ha rimproverato a torto o a ragione Il Foglio, può arrivare vincendo senza combattere sui “più fessi dei fessi” che sono diventati i suoi avversari. Esso vincerebbe grazie alla rottura creata nel campo opposto da Conte, secondo l’altra accusa lanciatagli dalla Schlein costretta ad una polemica evitata, o lasciata sotto tono, in tante altre occasioni, persino parlamentari, di frizione e spietata concorrenza fra un Pd leggermente avanti nei sondaggi elettorali e un Movimento 5 Stelle leggermente indietro.

La vignetta del Corriere della Sera

Quello dei consensi che si contendono i due partiti maggiori del campo “alternativo” al centrodestra, come lo chiama Pier Luigi Bersani preferendo questo ad ogni altro aggettivo, non sarà il mercato del “voto di scambio” messo in bocca ad una signora sulla panchina di un giardinetto da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, ma è sicuramente il terreno inclinato su cui ormai si muove lo schieramento presumibilmente, o presuntuosamente, progressista. A capo del quale qualche anno fa Nicola Zingaretti e Goffredo Bettini, del Pd, misero imprudentemente l’ancora presidente del Consiglio Conte. Che si è affezionato al ruolo e non intende rinunciarvi, a nessun costo.

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Il discredito della politica si ripercuote anche sul mercato dei voti

Dalla prima pagina del Dubbio

Anche al netto, diciamo così, del livello locale del mercato dei voti su cui è esplosa l’ennesima bomba giudiziaria pugliese- in una regione di 4 milioni di abitanti o in un Comune di 25 mila come Triggiano, della città metropolitana di Bari- è avvilente scoprire o solo sospettare, volendo essere garantisti, che un elettore si deprezzi ormai anche a meno di 50 euro l’uno. I vecchi, anzi noi vecchi, abituati ancora dopo più di vent’anni a rimisurare tutto con la vecchia moneta nazionale, potremmo magari consolarci dicendo che in fondo si tratta di quasi 100 mila lire.

La motonave Achille Lauro

         Con queste tariffe avremmo fatto le nostre fortune a Napoli e dintorni ai tempi di Achille Lauro, anche se il “comandante” preferiva pagare i suoi elettori in merci, specie di abbigliamento, preferibilmente scarpe, potendone dare in anticipo una e poi, dopo il voto, consegnare l’altra del paio concordato al mercato nero. O azzurro, che era il colore preferito dell’armatore monarchico già prima che lo adottasse Silvio Berlusconi: azzurre come le sue navi, a partire da quella che assunse il suo nome. E diventò celebre per finire sequestrata con i suoi passeggeri e l’equipaggio nel 1985 da un commando di palestinesi nel Mediterraneo. Ci scappò pure un morto: un invalido ebreo di passaporto americano che il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, scontrandosi con l’allora premier Bettino Craxi, voleva vendicare in territorio italiano facendo sequestrare a sua volta dai marines nella base siciliana di Sigonella alcuni dei sequestratori in fuga verso Tunisi, su un aereo egiziano, dopo avere abbandonato la nave.

         Ma torniamo ai nostri giorni e al miserabile mercato dei voti emerso in una regione ormai senza quiete come la Puglia. Dove il governatore Michele Emiliano e il sindaco uscente di Bari Antonio Decaro, nonché presidente dell’associazione nazionale dei Comuni, sono finiti sui palchi e sui giornali, col racconto delle loro avventure alle prese con la malavita locale, come nel secolo scorso al cinema Stanlio e Ollio.

Giuseppe Conte

         Già avvilenti di loro, le cronache giudiziarie hanno dato un altro colpo rovinoso a quelle politiche per l’uso che l’ex premier Giuseppe Conte ha voluto fare delle prime ritirando il suo partito dalle primarie -che aveva malvolentieri concordato per domenica prossima col Pd di Elly Schlein ed altre componenti del presunto campo largo alternativo al centrodestra- per la scelta del candidato alla successione a Decaro come sindaco d Bari.

Elly Schlein

         La Schlein non ha potuto fingere di non vedere e non sentire il suo partito declassato moralmente, come già i grillini del resto avevamo fatto in passato per la vicenda di Bibbiano. La segretaria del Nazareno ha quindi reagito con stizza questa volta alla reazione del presidente del Movimento 5 Stelle. E il cosiddetto campo largo è tornato a svanire in quello che il Conte di Volturara Appula sembra ormai ritenere solo il campo pentastellato. Dove sarebbe possibile far crescere, o lasciare deperire, qualche cespuglio, non di più.

Per l‘alternativa al centrodestra c’è tempo evidentemente, nonostante l’ottimismo e la fretta coltivati da Pier Luigi Bersani nei salotti televisivi dove ormai trascorre le sue serate e in qualche piazza dove la Schlein lo convince a parlare nei turni elettorali di cui è disseminato un sempre più scomodo calendario politico.

Pubblicato sul Dubbio

La Santanchè sorpassa Salvini nella corsa alla Camera contro la sfiducia

         Per quanto di due voti soltanto -213 contro 211- in una partita giocata peraltro fuori casa, essendo non deputata ma senatrice, la ministra del Turismo Daniela Santanchè ha sorpassato alla Camera il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini nei voti contro la sfiducia personale proposta dalle opposizioni.

         Anche nei voti a favore della sfiducia la Santanchè è andata meglio di Salvini: 121 i voti contro di lei, e favorevoli alla sfiducia, e 129 quelli contro il leader leghista.

         Il sorpasso era previsto anche sulla carta, essendosi i renziani schierati a  favore della Santanchè per ragioni di garantismo, non essendo stata ancora rinviata neppure a giudizio per truffa contro l’Inps. Ragioni negate invece a Salvini per le motivazioni tutte politiche dell’assalto al leader leghista. Cui i deputati di Renzi hanno continuato a rimproverare l’intesa del 2017 di cooperazione col partito russo di Putin anche dopo che il vice presidente del Consiglio, prima del voto, ne ha fatto annunciare ufficialmente il superamento, cioè la cessazione, per l’intervenuta invasione dell’Ucraina ordinata nel 2022 dal Cremlino e tuttora in corso. Aggravata anzi da una selezione ancora più feroce degli obiettivi civili, e infrastrutturali, dei missili e dei droni. E persino da ripetute minacce di ricorso ad armi nucleari, risparmiate all’inizio della cosiddetta “operaziome speciale” di denazificazione dell’Ucraina.

         Mentre Salvini ha evitato commenti alla sua “assoluzione”, come l’ha chiamata ieri Il Giornale in un titolo di prima pagina, la Santanchè in occhialoni da sole e abbronzatura rafforzata dal trucco, ha tenuto a compiacersi dell’allontanamento, quanto meno, di altri assalti parlamentari prima delle elezioni europee del 9 giugno, e magari dopo un rinvio a giudizio formalizzato, o altri intoppi giudiziari sulla strada dei suoi affari da “visibilia”, come si chiama la società che le ha procurato tanti soldi quanti guai.

La ministra del Turismo intervistata dopo la mancata sfiducia a Monteciorio

         Rivolta più ai giornalisti che l’assediavano fuori dalla Camera che ai parlamentari dell’opposizione, la Santanchè li ha esortati a lasciarla in pace, a “farsene una ragione”, letteralmente. Che è un po’ la stessa espressione usata contro la buonanima di Silvio Berlusconi, alla quale una volta lei si contrappose letteralmente, da destra, alludendo anche a corteggiamenti o desideri fisici del Cavalieri, che l’avrebbe preferita  “orizzontale” piuttosto che verticale. Era il 2008. Sostenuta da Francesco Storace, la Santanchè trovava “sbiadita” la destra anche di Gianfranco Fini confluita nel Pdl , figuriamoci quella di Berlusconi.  Ma la sua destra più lucente o illuminata dalla fiamma tricolore raccolse solo un misero 2,4 per cento dei voti alla Camera e 2,1 al Senato, rimanendo fuori dall’una e dall’altro. Dove avrebbe poi provveduto a farla entrare con i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni nel 2018, e tornare nel 2022, l’attuale presidente del Senato Ignazio La Russa.

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Imbrattato di viola Indro Montanelli a 50 anni dalla fondazione del suo Giornale

Dalla prima pagina di Libero

Non credo che sia stato il ricordo dei 23 anni dalla morte, avvenuta il 22 luglio del 2001 nella clinica milanese della Madonnina, né quello dei due anni soltanto trascorsi dall’ultima incursione, chiamiamola così, contro la statua che lo raffigura nei giardini a lui intestati a pochi passi da quella che fu la prima sede del suo Giornale, in Piazza Cavour, a ispirare i vandali che gli hanno rovesciato ieri addosso la vernice di un viola quaresimale. Peraltro fuori stagione, essendo la Quaresima bella che finita con la Pasqua di Risurrezione. Che Montanelli onorò andando a messa fino a che visse la mamma, Maddalena, per farla contenta, più che per fede o convinzione. Ad una di esse lo accompagnai io a Piazza del Popolo 50 anni fa, col comune amico Mario Castiello D’Antonio, mentre fervevano i preparativi del Giornale che aveva messo in cantiere lasciando il Corriere della Sera e portandogli via la migliore argenteria professionale per ammissione dello stesso direttore di allora Piero Ostellino.

         Poi, a messa finita, Mario e io lo accompagnavamo a casa a piedi, dalla mamma che ci aspettava a pranzo, attraversando il ponte sul Tevere più vicino che portava al quartiere Prati, dove di Montanelli è rimasta la strada dedicatagli dal Comune: la stessa dove la madre di Indro viveva.

Dalla prima pagina del primo numero del Giornale, il 25 giugno 1974

         Cinquant’anni sono tanti. Ed è stato forse questo anniversario- chissà- ad alimentare la fantasia e la vigliaccheria dei vandali a corto, stavolta, di vernice rossa. Cinquant’anni dalla rivolta del giornalista già allora più famoso d’Italia contro il conformismo politico e un po’ anche mediatico che attendeva, forse più rassegnato che davvero soddisfatto, la vittoria della sinistra. Non però su una Dc da abbattere, che aveva accompagnato con Alcide De Gasperi e i suoi successori la ricostruzione dell’Italia sulle macerie della seconda guerra mondiale, ma con una Dc sfiancata dall’ultima, sfortunata battaglia contro il divorzio, condotta da un segretario d’antan come il “rieccolo” di montanelliana memoria Amintore Fanfani. Al quale Montanelli, pur divorzista nel suo laicismo che gli aveva fatto votare sino ad allora il Partito Repubblicano di Ugo La Malfa, decise a suo modo di dare una mano nella resistenza alla vittoria della sinistra destinata ad apparire ancora più scontata dopo quel referendum. Alla cui campagna con un misto di pudore e di opportunità -o opportunismo, direbbe qualcuno- Montanelli decise di tenere fuori il suo Giornale facendolo uscire ad urne ormai svuotate e a sconfitta democristiana avvenuta. Uscì, anzi uscimmo il 25 giugno 1974, proprio nel giorno in cui in una riunione della direzione nazionale della Dc Fanfani doveva cominciare a “contare amici e nemici” -come Montanelli in persona titolò una mia corrispondenza da Roma in apertura del quotidiano- nella lunga battaglia interna che lo aspettava dopo lo smacco. Che Giorgio Forattini aveva immortalato in quella vignetta dove Fanfani era il tappo saltato dalla bottiglia di champagne stappata dai divorzisti.

La vignetta di Giorgio Forattini su Fanfani nel 1974

         La Dc avrebbe resistito ancora a lungo, oltre la stessa segreteria Fanfani, cercando di impantanare il Pci di Enrico Berlinguer nella cosiddetta politica di solidarietà nazionale, con l’aiuto di Montanelli. Che s’inventò, fra le timide doglianze telefoniche di  Giulio Andreotti, la formula non della solidarietà nazionale ma del “voto alla Dc col naso turato” per evitarne il sorpasso elettorale da parte dei comunisti. Un voto rimproveratogli per niente timidamente dagli amici liberali, repubblicani e socialdemocratici, che fecero le spese di quella pesca elettorale dello scudo crociato per forza maggiore.

         Ah, che anni. Quando si rischiava anche ad acquistare una copia del Giornale alle edicole. E noi alla redazione romana, in Piazza di Pietra, la sera delle elezioni regionali del 1975, che segnarono una forte avanzata del Pci, fummo raggiunti dai reduci da comizio di festa di Berlinguer, in via delle Botteghe Oscure, che ci sfidavano sarcasticamente al citofono a scendere in piazza a festeggiare anche noi. Anni apparentemente tanto diversi da quelli attuali per uomini, circostanze e partiti in campo.

Mattarella in Africa

         Ma apparentemente, appunto. In fondo sono anni o tempi di conformismo pure questi. Di un conformismo che all’insegna dell’antifascismo, a fascismo sepolto da un’ottantina d’anni, vorrebbe fare della Meloni -la prima donna, e di destra, alla guida di un governo- il pericolo da eliminare. Contro il quale cronisti e opinionisti dalla disinvolta, a dir poco, fantasia arruolano un giorno si e l’altro pure il presidente della Repubblica Sergio Mattarella dando in chiave antigovernativa interpretazioni a parole e gesti che lo stesso capo dello Stato smentisce nei fatti. Gli è accaduto in questi giorni in missione in Africa facendosi in qualche modo ambasciatore del cosiddetto “piano Mattei” in versione Meloni.

Joe Biden con Giorgia Meloni

         Mi sono chiesto più volte che cosa avrebbe fatto quel diavolo di Montanelli di fronte alla Meloni a Palazzo Chigi. E me lo sono sognato di recente chino, su quelle due lunghe gambe anch’esse sottili ed incerte, sul capo della premier a baciarne i capelli come un Joe Biden qualsiasi. E domani, chissà, anche come un Trump qualsiasi.

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Le opposizioni regalano a Matteo Salvini la conferma della fiducia della Camera

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

         Il “teatro” della politica, come l’ha chiamato Roberto Gressi sul Corriere della Sera raccontando “la giornata in aula” di ieri alla Camera, dove una mozione di sfiducia contro il vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini è stata bocciata con 211 voti della maggioranza compatta contro i 129 delle opposizioni, ha prodotto l’ennesima eterogenesi dei fini. Così la filosofia definisce il risultato di un’azione diverso e persino opposto ai suoi fini dichiarati.

Dalla prima pagina del Foglio

         Grazie ad una mozione “di cartone”, come l’ha generosamente chiamata Il Foglio, essendo forse sufficiente e più appropriato parlare solo di carta intestata della Camera sottoscritta per primo dal calendiano Matteo Richetti, il leader leghista rimane al suo posto di governo più forte -o meno debole, se preferite- di prima. La discussione gli ha fornito, senza neppure intervenire e non assistendo neppure alla votazione, di far cestinare dal suo partito, con tanto di comunicato ufficiale, un accordo col partito russo  di Putin risalente al 2017, decaduto nel 2022 con la decisione del Cremlino di invadere l’Ucraina. Alla cui difesa politica, economica e militare l’Italia ha contribuito e contribuisce con deliberazioni parlamentari sempre approvate dai leghisti.

Dalla prima pagina dell’Unità

         “Salvini si pente e si salva”, ha titolato l’Unità forzando un po’ la rappresentazione dei fatti perché se si è trattato di un pentimento nei rapporti con Putin, a questo Salvini ha partecipato in buona compagnia: da Romano Prodi a Matteo Renzi, da Paolo Gentiloni ad Enrico Letta, e persino a Giuseppe Conte, tutti a lungo attivatisi a favore del pur autocrate di Mosca. Il pentimento in politica è solo l’aggiornamento di una linea a fatti e situazioni sopraggiunte.

Berlusconi fra Putin e Bush jr a Pratica di Mare nel 2002

         Ora è stato politicamente vanificato dunque anche il ricordo di quell’accordo politico contestato nella mozione di sfiducia. Così come vanificò l’anno scorso nell’urna che ne contiene le ceneri nel mausoleo di casa, ad Arcore, l’amicizia di un altro leader del centrodestra, addirittura il fondatore Silvio Berlusconi, per Putin. Che l’ex premier anche dopo l’invasione dell’Ucraina mostrò ripetutamente di preferire a “quel signore” a capo del governo a Kiev, visitato, omaggiato, sostenuto da troppi occidentali in fila, o quasi, da lui singolarmente o in delegazioni europee. La buonanima del Cavaliere era rimasto quasi fermo all’illusione di avere portato Puti praticamente dentro la Nato  in una località italiana dal nome appropriato: Pratica di Mare.

Daniela Santanchè

         Lo spettacolo comunque alla Camera non è finito. Oggi si replica con la bocciatura di un’altra mozione di sfiducia delle opposizioni:  questa volta alla ministra del Turismo e sorella d’Italia Daniela Santanchè per tutt’altri affari, più personali che politici, che rischiano di mandarla sotto processo a Milano, se ne basterà uno.

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In viaggio un pò surreale fra i vari cantieri di Matteo Salvini

Dalla prima pagina del Foglio

Oltre a lavorare al suo Ministero per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina -di cui è convinto di poter aprire il cantiere in quest’anno alla faccia delle opposizioni, che per complicargli la vita si sono rivolte anche alla magistratura, già indaffarata con lui per sequestro di persone- Matteo Salvini ha confessato alla “belva” Francesca Fagnani, nella quasi omonima trasmissione di Rai 2, di “stare costruendo un’amicizia” con Giorgia Meloni. Della quale è uno dei due vice presidenti del Consiglio, decisamente più irrequieto e imprevedibile dell’altro, che è il forzista Antonio Tajani. Ma le ha appena fatto il piacere di chiudere pubblicamente lo scomodo rapporto con Putin, guadagnandosi dal Foglio la qualifica di “Matteo l’apostata”.

Salvini con la fidanzata Francesca Verdini

         Nelle condizioni politiche in cui si trova oggettivamente-  al di là persino delle sue intenzioni- di alleato e insieme concorrente in difficoltà, essendo forse salito troppo presto e troppo in alto con quel 34 per cento delle elezioni europee del 2019, contro l’8 per cento attorno al quale navigano i leghisti nei sondaggi di questa primavera appena cominciata, non so se sia diventato più difficile a Salvini costruire il ponte di Messina o mantenere, consolidare e quant’altro l’amicizia con la premier. E non so neppure se e fino a che punto potrà riuscirgli utile il rapporto ch’egli stesso ha raccontato fra la stessa premier e la sua fidanzata Francesca Verdini. Che sono “due faine” al tavolo da gioco del burraco- il loro preferito evidentemente- accomunate dall’odio di “perdere”.  Un odio al quale Salvini cerca di sottrarsi non partecipando alle partite, che pure si potrebbero giocare in tre. E sono più divertenti che in due o in quattro.

Dall’archivio della coppia…da belve

         Peccato che, volenti o nolenti gli interessati a quest’amicizia in costruzione, e quindi non ancora ben definita, non a caso ritratta nelle foto e pose più diverse, da quelle del sospetto a quelle dell attrazione quasi travolgente da film hollywoodiano, il cantiere melonian-salviniano finisca per essere scambiato, nelle sue incertezze, ambiguità e via dicendo, per il cantiere del governo. E quindi del Paese, come preferiscono dire i critici che contestano alla premier l’abuso che farebbe della Nazione nei suoi discorsi.  Un Paese che allo stato, e chissà ancora per quanto, non ha nemmeno un’ombra, corta o lunga che sia, stretta o larga, di alternativa all’attuale governo e relativa maggioranza. Quella offerta dall’altro versante è un’amicizia ancora più problematica, come tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, o tra la stessa Schlein e i suoi compagni del Nazareno. Per non parlare naturalmente dei soliti Carlo Calenda e Matteo Renzi, che d’altronde hanno smesso anche di chiamarsi o fingersi amici. E’ la politica, bellezza, forse neppure italiana soltanto, come la stampa di Humphrey Bogart nella storica Casablanca.  

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Le proteste dei magistrati contro i test fra ironie -qualcuna ben riuscita- e autogol

Da Libero

Ogni tanto qualche magistrato, in servizio o in pensione che sia, ma sempre attivo nella polemica, si avventura sulla strada dell’ironia e riesce ad essere davvero spiritoso. Non è il caso, certo, di Pier Camillo Davigo, su cui è inutile infierire dopo la condanna in appello a Brescia che, per quanto non definitiva, ha un po’ ammaccato quella corazza d’inviolabilità a torto o a ragione attribuitagli dagli ammiratori, anche in occasione delle sparate più clamorose. Come quella dell’innocente che l’ha semplicemente fatta franca con l’assoluzione. 

Da Libero

Felicemente spiritoso è stato Armando Spataro qualche giorno fa proponendo ai protestatari di mettere in testa ai loro documenti il test “ipotizzato” da Giacomo Eber, giudice del tribunale civile di Roma, che dice: “Solo uno che non è sano di mente trova tutto questo lavoro il più bello del mondo (vero o falso?)”.

Armando Spataro a Repubblica

         Un test breve, quasi fulminante. Di quelli che la buonanima di Indro Montanelli avrebbe trasformato nel controcorrente di giornata dopo averne cestinati tanti altri venutigli spontaneamente, o suggeriti dai collaboratori che, su sua richiesta, ne sfornavano a decine. E lui si limitava a perfezionare, magari solo con una virgola, quando decideva di ammetterli alla selezione finale. Bei tempi, quelli del Giornale con i corsivi di prima pagina che creavano i maggiori problemi all’editore di turno: Eugenio Cefis prima, nella sostanza, e Silvio Berlusconi poi.

         Si capisce dallo spreco di aggettivi che non c’è stato lo zampino di Spataro nel documento firmato e spedito al Csm da 108 magistrati contro la misura contenuta in un decreto legislativo già firmato dal presidente della Repubblica. Che non deve averlo poi trovato così scandaloso perché -conoscendolo- non avrebbe apposto la sua firma pur considerandola dovuta, non preclusiva comunque di contestazioni nelle sedi consentite, a cominciare dalla Corte Costituzionale, dove arrivano leggi tutte promulgate grazie al consenso del capo dello Stato.

         Definire il test tanto sgradito a tante toghe, come si fa in quella lettera, “inutile, dannoso, incoerente, insidioso, pericoloso, preoccupante, offensivo” è almeno prolisso, converrebbe probabilmente il pur contrario Spataro. Sette aggettivi -Dio mio- quanti sono i vizi o peccati capitali. Che sono notoriamente la superbia, l’avarizia, l’ira, l’invidia, la lussuria, la gola e l’accidia. Chi di noi non vi è incorso, almeno parzialmente, qualche volta nella vita, con o senza la toga addosso?

         Tanto sono comunque ammirato dell’ironia di Spataro quanto meravigliato della “convinzione” da lui espressa, o ribadita, della legittimità di un ricorso allo sciopero “come in occasione -ha detto in una intervista a Repubblica- di vari altri “assalti” alla Costituzione per difenderla con le unghie e i con i denti”.

Francesco Cossiga

         Sono lontani purtroppo gli anni di Giuseppe Saragat e di Giovanni Leone. Che in veste di presidenti della Repubblica e dei Consigli Superiori della Magistratura di turno concordarono, rispettivamente nel 1967 e nel 1974, sulla “inammissibilità giuridica” dello sciopero dei magistrati considerando le loro particolari prerogative e condizioni. Poi, si sa, con altri presidenti che praticamente tollerarono, pur essendo anche feroci nelle loro polemiche persino con i magistrati, come la buonanima di Francesco Cossiga, le toghe finirono per comportarsi come altre componenti del mondo del lavoro subordinato.  Scioperarono una volta addirittura contro lo stesso Cossiga, al quale manifestò pubblica solidarietà, e dissenso dai colleghi, con tanto di cartello affisso sulla porta del suo ufficio, un sostituto della Procura della Repubblica di Milano di nome Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici.

         I magistrati hanno ampliato anche con lo sciopero la loro forza contrattuale, chiamiamola così, nei rapporti con gli altri poteri o ordini dello Stato. Ma a scapito, a mio avviso, della loro credibilità e autorevolezza. Che non a caso -basta consultare i sondaggi- erano molto più alti prima che cominciassero a scioperare. Tanto che  Guido Calogero, commentando nel 1974 il no allo sciopero delle toghe ribadito da Leone, si chiedeva allibito su Panorama: “Potranno scioperare per analogia anche i giudici della Corte Costituzionale? Perché allora non anche il presidente della Repubblica?”. E perché non anche -aggiungo io- i deputati e i senatori e via via sino ai consiglieri comunali e circoscrizionali? Giù, giù, sempre più giù, in tutti i sensi.

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Una carica di 108 magistrati contro il test psicoattitudinale

La carica dei 101 al cinema nel 1996

I 108 magistrati, tra pensionati e in servizio, che hanno sottoscritto una lettera di protesta contro i test psicoattitudinali che fra due anni dovrebbero essere effettuati a carico delle toghe all’inizio della carriera sono sette in più della carica dei 101 cani dalmati approdata nelle sale cinematografiche nel 1961. Ed evocata dalle cronache politiche già nel 2013, quando tanti apparvero, pressappoco,  a prima botta i parlamentari che a scrutinio segreto affondarono come “franchi tiratori” la candidatura al Quirinale di Romano Prodi.

Romano Prodi

L’ex premier poi fece sapere di avere invece contati di suo molti più franchi tiratori per informazioni assunte direttamente o indirettamente presso i gruppi parlamentari formalmente contrari alla sua elezione ma in realtà attraversati da un bel po’ di persone ben disposte verso di lui sul piano personale, sino  a votarlo per supplire ai voti contrari che si sapevano in arrivo dai banchi soprattutto del Pd. Dove la rivolta contro Prodi era scoppiata per la fretta, quanto meno, con la quale il segretario Pier Luigi Bersani aveva cambiato candidato dopo la prima e unica votazione sfavorevole al presidente del partito Franco Marini, pur gradito -o proprio per questo- anche a buona parte, se non a tutto il centrodestra per la sua provenienza dalla sinistra democristiana del compianto Carlo-Donat Cattin. Che era stata fra le più anticomuniste delle componenti dell’ormai dissolto scudo crociato.

Sergio Mattarella

         Sette in più, dicevo, rispetto ai 101 cani della carica cinematografica, sono i firmatari della protesta contro il test psicoattitudinale sulle toghe inserito in un decreto legislativo delegato varato dal Consiglio dei Ministri e giù firmato peraltro dal presidente della Repubblica, nonché presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Che si deve ritenere non dico d’accordo ma quanto meno non del tutto contrario, perché altrimenti avrebbe fatto avvertire in qualche modo le sue riserve

Giovanni Leone e Giuseppe Saragat

         D’altronde, per quanto firmato dal capo dello Stato, il decreto ha un percorso ancora carico di incognite. Nei due anni prima della sua applicazione il test potrebbe essere, per esempio, impugnato davanti a un tribunale amministrativo per eccesso di delega, provenendo da una legge delega, appunto, che non ne conteneva esplicitamente il ricorso, chiesto invece dalle commissioni parlamentari competenti di cui il governo ha ritenuto di tenere conto. E questo per non parlare dello sciopero, dal quale sono tentate alcune parti del sindacato delle toghe. Dove tuttavia sembra che si sia per fortuna consapevoli, o si cominci ad esserlo, di quanto l’uso dello sciopero da parte dei magistrati, ritenuto “giuridicamente inammissibile” dai presidenti della Repubblica Giuseppe Saragat e Giovanni Leone, rispettivamente, nel 1967 e nel 1974 parlando al Consiglio Superiore di turno della Magistratura, abbia contribuito a ridurre il credito dell’ordine giudiziario presso l’opinione pubblica.

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La difesa ad oltranza di Cafiero de Rhao da parte di Conte

Dal Dubbio

L’ultimo grido di dolore di Giuseppe Conte è stato a Pasqua, in una intervista a Repubblica, per difendere il vice presidente della Commissione parlamentare antimafia Federico Cafiero De Rhao, da lui portato in Parlamento nelle ultime elezioni, dagli “attacchi ignobili” che avrebbe ricevuto da esponenti della maggioranza per i dossieraggi, o simili, di Pasquale Striano, il sottufficiale della Guardia di Finanza di cui si è perso il conto delle intrusioni nei sistemi informatici finite poi sui giornali. “E’ di tutta evidenza -ha detto l’ex presidente del Consiglio- che gli accessi abusivi alle informazioni personali sono avvenuti al di fuori della Dna negli anni della sua gestione”: quella cioè di de Raho.

Giuseppe Conte e Dederico Cafiero De Raho

         Eppure è del 15 febbraio 2019, quando l’attuale parlamentare pentastellato era capo della Procura Nazionale Antimafia, questa valutazione scritta di De Rhao sul sottufficiale della Guardia di Finanza rivelata dal direttore della Dia Michele Carbone alla Commissione parlamentare antimafia poco prima dell’intervista di Conte: “Pasquale Striano ha evidenziato notevoli doti di riservatezza e lealtà, un’elevata ed approfondita preparazione tecnico professionale, piena disponibilità ed alto senso del dovere, instaurando ottimi rapporti interpersonali sia con i magistrati dell’ufficio che col restante personale amministrativo e delle forze di polizia”. Si vedrà anche se al di fuori di questo ambito, viste le indagini ancora in corso nella Procura di Perugia, dove la vicenda è approdata per la dipendenza del sottufficiale dal magistrato Antonio Landolfi operante a Roma.

Pietro Grasso alla Presidenza del Senato

         Si capisce, per carità la solidarietà politica di Conte ad un magistrato ch’egli personalmente ha voluto fare arrivare alla Camera all’esaurimento della sua carriera giudiziaria, come anche per Roberto Scarpinato, reduce dalla Procura Generale della Corte d’Appello di Palermo, sull’esempio di altri politici. Come fece, per esempio, Pier Luigi Bersani al vertice del Pd con Pietro Grasso, arrivato non solo al Senato ma direttamente alla presidenza, seconda carica dello Stato. direttamente alla presidenza del Senato. Dove, senza avvertire disagio alcuno, egli seguì Bersani anche nell’esodo dal Pd, in rotta con Matteo Renzi.

Sandro Pertini alla Presidenza della Camera

Alla buonanima di Sandro Pertini era bastata e avanzata una scissione -una delle tante- del suo partito socialista per dimettersi dalla presidenza della Camera e guadagnarsi la conferma, a quel punto voluta e non imposta ai deputati. Altri tempi, si dirà, anche se coperti dalla dannazione neroniana della memoria perché risalenti alla cosiddetta prima Repubblica. Tempi con i quali certamente non vorrà confondersi il successore di Beppe Grillo alla guida di un movimento propostosi di rivoltare il Paese, e le istituzioni,  come un calzino più di quanto non si fossero messi in testa  di fare i magistrati di Milano con l’inchiesta enfaticamente chiamata “mani pulite” sull’abituale, generalizzato finanziamento illegale dei partiti e, più in generale, della politica. Abituale, generalizzato ma colpito “con durezza senza uguali” nel caso del Psi di Bettino Craxi, secondo l’ammissione poi fatta al Quirinale da Giorgio Napolitano procurandosi anche per questo, ancora da morto, le critiche del solito Marco Travaglio ogni volta che cronache o rievocazioni gliene danno l’occasione.

Pubblicato sul Dubbio

Quel Bonaccione di Bonaccini nei rapporti con Elly Schlein al Nazareno

La segretaria del Pd Elly Schlein non se la passa bene nel Pd, per quanto i sondaggi elettorali la diano generalmente attorno, se non sopra il 20 per cento delle intenzioni di voti, distanziandola con qualche margine di sicurezza in più dal Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Che le contende sia il primato elettorale nel campo delle opposizioni al governo sia il ruolo di federatore, cioè di leader, se e quando si potrà davvero federare qualcosa da quelle parti per proporsi come alternativa al centrodestra, o destra-centro, alle prossime elezioni politiche.

         La situazione del Pd, tuttavia, è talmente paradossale che superiore alla crisi della segreteria è quella dell’opposizione interna che sembrava dovesse o potesse essere capeggiata dal presidente del partito Stefano Bonaccini, eletto a quel posto dopo essere stato battuto come candidato alla segreteria della Schlein nelle primarie condizionate non dagli iscritti -altro paradosso nel paradossi- ma dagli esterni, in gran parte elettori neppure tanto nascosti di altri partiti. Un paradosso persino statutario che sconsigliò a suo tempo all’indimenticabile Emanuele Macaluso di iscriversi a un partito dove erano confluiti quasi tutti i compagni politici della sua vita, orfani del Pci dopo la caduta del muro di Berlino, cioè del comunismo, e i cambiamenti di nomi e di simboli con cui si tentò di rimediarvi.

Dal Foglio del 30 marzo

         Dopo meno di un anno di opposizione interna, mentre la Schlein si è mossa con ostinazione zigzagando fra le sue contraddizioni persino cromatiche, e lasciando uscire dal Pd esponenti anche di un certo peso provenienti dalla Dc come l’ex ministro Giuseppe Fioroni o dall’area liberale come l’ex capogruppo del Senato Andrea Marcucci, deluso dalla segretaria non meno che da Matteo Renzi qualche anno prima, Bonaccini si è guadagnato persino fra gli amici il soprannome facile come quello di Bonaccione, ricavato dall’aggiunta di una semplice vocale e la variazione di un’altra. Un Bonaccione, raccontato impietosamente qualche giorno fa dal Foglio, fattosi imprudentemente infilare dalla furbissima Schlein in un clamoroso conflitto d’interessi sul terreno assai scivoloso, e controverso, delle candidature alle elezioni europee. Con le quali la segretaria del Pd tenta, quanto meno, di scardinare ulteriormente equilibri e rapporti persino personali nel partito preferendo gli esterni -tipo Tarquinio, Annunziata e Strada- agli  interni,  nella logica delle primarie che l’hanno d’altronde portata al Nazareno.

Pina Picierno

A Bonaccini, dal quale gli scontenti o preoccupati, a cominciare dalla vice presidente uscente dell’Europarlamento Pina Picierno, si aspettavano un deciso intervento a gamba tesa per mettere la Schlein con le spalle al muro, sembra essere bastato ottenere il riconoscimento del diritto di fare il capolista nella propria circoscrizione elettorale se continuerà a lasciarsi tentare da Strasburgo. “Cicero pro domo sua”, si diceva a Roma già nel 57 avanti Cristo.

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