Grillo scende nell’Inferno di Dante. Ma è lui il problema di Conte

Titolo del Dubbio

Scherzo ma non troppo. L’avevo scritto  -qui, sul Dubbio- che per esplorare il MoVimento 5 Stelle, specie dopo la scissione di Luigi Di Maio, occorresse ripetere il viaggio di Dante nell’Inferno della sua Divina Commedia. E Beppe Grillo in persona, il fondatore, il “garante”, tornato a casa dopo una fuga da Roma, dove aveva concluso una missione di ricognizione e d’ordine aumentando il disordine nel suo movimento, si è immerso proprio nell’opera dantesca facendosi accompagnare da un Virgilio dei nostri tempi. Che sarebbe l’autore di Marsilio e insegnante di liceo Pasquale Almirante, un cui articolo di due anni fa egli ha riprodotto sul suo blog con tanto di ringraziamenti finali e titolo – “Fenomenologia del tradimento e del traditore”- sovrastato da un’illustrazione di Gustave Dorè del nono cerchio dell’Inferno dantesco: quello dove Lucifero si gode la compagnia dei suoi simili. 

Dal blog di Beppe Grillo

    Dal singolare della fenomenologia Grillo è passato al plurale dei traditori, andando anche oltre quelli sistemati da Dante nelle quattro zone del nono cerchio dell’Inferno: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, da Giuda, “il più famoso che si vendette per trenta denari, tradendo la fiducia”. E tutti hanno pensato a Luigi Di Maio scrivendone sui giornali, qualcuno cercando anche di raccoglierne le reazioni. Che sono state infastidite, ma non rancorose. 

Oltre ai nove cerchi dell’Inferno dantesco l’erudito Pasquale Almirante ha accompagnato Grillo in una sommaria rilettura di Shakespeare, di Dickens ed altri che hanno prodotto nelle loro opere figure di traditori e occasioni di tradimento. 

Di Charles Dickens, nel famosissimo David Copperfield che i meno giovani ricorderanno nella traduzione televisiva della Rai sceneggiata e diretta nel 1965 da Anton Giulio Majano, è la figura che sembra avere maggiormente colpito Grillo: Urial Heep, recitata in quello sceneggiato dal compianto Alberto Terrani. “Mani sempre umide e appiccicaticce, che non guarda mai negli occhi il suo interlocutore, che si contorce e che alla fine, dopo aver carpito tutti i segreti del suo benefattore, ne diventa socio attraverso sempre il tradimento e il mescolamento delle carte”, racconta Pasquale Almirante a Grillo. 

Luigi Di Maio

Oddio -mi sono chiesto- chi può essere scambiato per Urial Heep fra i tanti pentastellati, usciti o rimasti nel movimento, che Grillo ha conosciuto, persino allevato, e dai quali si è sentito tradito anche nella sua recente missione a Roma, interrotta dalla delusione e dalla rabbia per essersi sentito “strumentalizzato” -ha detto lui stesso- nelle confidenze fatte loro sui rapporti prevalentemente telefonici con Mario Draghi. Che, condividendo evidentemente il giudizio di “inadeguato” affibbiatogli una volta dallo stesso Grillo, gli avrebbe chiesto di “farlo fuori” dalla guida del movimento. Ne è seguita una tragedia, anzi una tragicommedia da cui si è capito solo che il problema di Conte, più che Draghi, è Grillo stesso. 

Purtroppo, almeno per soddisfare la mia curiosità, ho scarsa dimestichezza col mondo, parlamentare e non, delle 5 Stelle. Non ho mai stretto “mani sempre umide e appiccicaticce” o notato occhi “sfuggenti” nelle interlocuzioni avute. L’unico col quale mi sono scontrato una volta alla Camera -il non ancora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per avere lui indicato anni fa alla tv  nei giornalisti parlamentari in pensione i più sospettabili di lobbismo per far passare modifiche alle leggi utili a piccoli e grandi pseudocorruttori- mi guardò fisso negli occhi per dirmi che avrebbe continuato a sostenere quella convinzione che io gli avevo contestato.

Un autorevole amico reduce dal ricevimento di giovedì scorso fa a Villa Taverna per la festa americana dell’Indipendenza,  e che ha avuto modo di salutare e parlare col ministro degli Esteri Luigi Di Maio, accompagnato dalla bella fidanzata Virginia Saba avvolta in un lungo abito colore avorio, mi ha assicurato di averne raccolto uno sguardo ben diretto e di non avere stretto mani in qualche modo umide. E mi ha anche detto di non avere visto fra i grillini presenti il pur ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. 

Paola Taverna

Dalla lista dei presunti responsabili della delusione e della rabbia di Grillo confermo -dopo il disconoscimento di un post d’attacco sul suo sito internet all’amico Beppe e la punizione del responsabile- l’esclusione di Paola Taverna. Con la quale mi scuso peraltro di averla distrattamente indicata qualche giorno fa come vice presidente della Camera, anziché del Senato. 

Pubblicato sul Dubbio

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Il fuggi fuggi da Conte nel Pd : da Letta a Franceschini. Nessun aiuto da Bettini

Goffredo Bettini con l’allora segretario del Pd Nicola Zingaretti

Ve lo ricordate Goffredo Bettini, che sussurrava ai segretari del Pd come l’uomo del romanziere inglese Nicholas Evans ai cavalli, recitato per il cinema da Robert Redford?  E’ l’eminenza grigia che Giuseppe Conte da Palazzo Chigi e dintorni aveva preso l’abitudine di consultare più volte al giorno nel tentativo prima di evitare una crisi, poi di ritardarla gestendola al posto del presidente della Repubblica, infine di succedere a se stesso o con un secondo governo e mezzo, sostituendo pezzi della maggioranza, o con un terzo governo destinato a fargli condurre tutta intera l’avventurosa, anomala, pazza legislatura cominciata nel 2018 all’insegna della “centralità” del movimento grillino. 

Beh, neppure Bettini è uscito dal riserbo impostosi da quasi un anno per dare una mano all’ex “avvocato del popolo” alla vigilia di un incontro con Mario Draghi descritto come “una resa dei conti” da chi lo rimpiange come il migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia. E lamentò, anzi denunciò il “conticidio” quando fu sostituito appunto con Draghi. 

D’altronde lo stesso Bettini, dopo essersi guadagnato, a torto -come sostenne- o a ragione, la paternità di quel “Conte o morte” che contrassegnò la resistenza dell’avvocato a Palazzo Chigi, si era lasciato scappare -prima d’imporsi il silenzio che perdura- l’ammissione che l’allora aspirante a presidente del MoVimento 5 Stelle stesse rivelando qualche problema di tenuta anche come “punto di riferimento dei progressisti”. Così lo aveva troppo generosamente indicato o proposto Nicola Zingaretti nelle ultime settimane di guida del Pd, prima di fuggire praticamente dal Nazareno e di essere sostituito da Enrico Letta. 

Enrico Letta

Quest’ultimo, incollato alle posizioni di Mattarella e di Draghi, è stato di una insolita chiarezza e durezza nell’ammonire qualche giorno fa Conte, indebolito dalla scissione di Luigi Di Maio e da una infelice missione di ricognizione e d’ordine del “garante” Beppe Grillo a Roma, che uno strappo dal governo sarebbe la fine anticipata della legislatura. E probabilmente -mi permetto di aggiungere- anche di quel ch’è rimasto del suo movimento. 

Giuseppe Conte

Ma il guaio per Conte, ancora avvolto nel “disagio” dei suoi rapporti con Draghi, cresciuto con le rilevazioni pur smentite delle pressioni del presidente del Consiglio su Grillo per “farlo fuori”, è che al monito di Enrico Letta si è aggiunto quello del ministro della Cultura Dario Franceschini, anche lui stancatosi di proteggere più o meno dietro le quinte l’ex presidente del Consiglio dai suoi errori. Se saranno crisi ed elezioni anticipate -ha avvertito Franceschini, perno di tutte le maggioranze nel partito del Nazareno- finirà anche il tanto coltivato campo “largo” con le 5 Stelle. Sarà, piuttosto, un campo del Pd -anche se Franceschini non si è ancora avventurato a dirlo esplicitamente- con la nebulosa dei centristi, o del partito di Draghi senza Draghi, come si si scrive da tempo sui giornali. 

L’editoriale del Corriere della Sera

Il navigatissimo Paolo Mieli ha previsto a questo punto in un editoriale sul Corriere della Sera -si vedrà presto se a torto o a ragione- che “il ritorno alla lotta” di Conte sarà “frenato”, sia pure tra parentesi. E ha mostrato incertezza solo sull’ipotesi che all’”abbraccio” conclusivo dell’incontro con Draghi, rinviato intanto per la tragedia della Marmolada, si accompagnerà anche “un bacio”. Ma di baci, si sa, specie se a tradimento, si può anche morire, come Grillo ha sperimentato fuggendo da Roma dopo avere alimentato -tra confidenze, risate, abbracci, baci appunto e smentite – il mezzo complotto di Draghi contro Conte. Alla cui salute politica già così malmessa dubito che gioverebbero i baci promessigli, in caso di crisi, da Michele Santoro e da Alessandro Di Battista. 

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Sfida di Conte non solo a Draghi ma ora anche a Mattarella

Di Maio al Corriere della Sera
Titolo del Corriere della Sera a un’intervista a Luigi Di Maio

A questo punto la sfida di Giuseppe Conte, alla vigilia dell’incontro con Mario Draghi a Palazzo Chigi, è una sfida non più soltanto al presidente del Consiglio ma anche al presidente della Repubblica Giuseppe Mattarella. Al quale, nei giorni scorsi, andato al Quirinale a lamentarsi appunto di Draghi, che avrebbe chiesto la sua testa nel MoVimento 5 Stelle a Grillo in una telefonata smentita da entrambi, egli aveva assicurato di non avere programmato né di volere programmare una crisi di governo. “La sua sfuriata -scrisse di Conte il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, solitamente bene informato anche degli umori e delle impressioni del capo dello Stato- prometteva più teatro che sostanza”. 

Consapevole delle esigenze di “teatro”, appunto, del capo -ancora- delle 5 Stelle e reduce da un colloquio con lo stesso presidente della Repubblica, Draghi lanciò a Conte da Palazzo Chigi, dopo l’anticipato rientro dal vertice della Nato a Parigi, una specie di scialuppa da salvataggio di scena. Disse, in particolare, di ritenere così importante l’apporto delle 5 Stelle al governo, pur non più partito di maggioranza relativa dopo la scissione di Di Maio, che se Conte avesse ritirato i ministri per appoggiarlo dall’esterno, egli avrebbe aperto la crisi lo stesso, anche a costo di costringere, diciamo così, Mattarella allo scioglimento anticipato delle Camere. Lui, Draghi, non è  infatti disponibile ad una diversa maggioranza per garantire l’arrivo della legislatura alla scadenza ordinaria dell’anno prossimo. Nè Mattarella risulta tentato dalla ricerca di un altro presidente del Consiglio.

Dal Fatto Quotidiano
Titolo del Fatto Quotidiano

Che ti fa invece Conte alla vigilia di un incontro a Palazzo Chigi atteso giustamente dal Quirinale come occasione di chiarimento e di chiusura dell’incidente in qualche modo provocato da Grillo parlando con troppe persone, e forse esagerando un pò, delle sue chiacchierate telefoniche con Draghi? Prepara addirittura una lettera o comunque un documento -a leggere Il Fatto Quotidiano, che un pò anticipa e un pò cerca di suggerire a Conte mosse o iniziative che ne facciano davvero un leader di sinistra- per andare da Draghi a porgli “ultimatum”, o arrivare a “una resa dei conti”. 

Titolo dell’editoriale della Stampa

Se veramente siamo -come ha sostenuto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in una intervista al Corriere della Sera, la prima dopo l’uscita dal MoVimento 5 Stelle con una sessantina di parlamentari- alla ricerca di un “incidente” per una pretestuosa crisi di governo, il direttore della Stampa Massimo Giannini dovrebbe un pò pentirsi dell’ottimismo col quale nel titolo addirittura del suo editoriale ha dato l’impressione di mettere l’ex presidente del Consiglio in compagnia di Draghi e Mattarella alla ricerca di una “via di fuga dall’apocalisse”. Tale sarebbe in effetti la dissoluzione degli equilibri politici di emergenza trovati l’anno scorso con la formazione dell’attuale compagine ministeriale. 

Lo stesso Giannini, d’altronde, ha finito nel suo lungo commento alla situazione politica per scrivere di Conte come dell’avvocato senza più popolo”, al quale il professore si era offerto formando nel 2018 il suo primo governo: quello con Matteo Salvini vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno e Di Maio vice presidente del Consiglio, pure lui, e pluriministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro. 

Alessandro Di Battista
Titolo di Libero

Alla ricerca del “popolo” perduto si sono spontaneamente offerti a Conte il consumato tribuno televisivo Michele Santoro -che però in una intervista al Foglio gli ha chiesto di rompere sia con Draghi sia con Grillo- e il Che Guevara dei Noantri, o di Vigna Clara, Alessandro Di Battista, per il quale d’altronde l’ex presidente del Consiglio non ha mai nascosto una certa simpatia: neppure dopo la sua uscita dal Movimento 5 Stelle per protesta contro l’accordo di governo con Draghi voluto l’anno scorso da un Grillo forse ancora convinto di quella scelta. 

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A Conte non è ancora passato il “disagio politico” del rapporto con Draghi

Titolo della Stampa
Titolo del Corriere della Sera

Dopo le smentite quasi congiunte di Mario Draghi e di Beppe Grillo alla tentazione praticamente loro attribuita di “farlo fuori” dalla presidenza delle 5 Stelle e l’assicurazione dello stesso Draghi che il governo non sopravviverebbe ad un’uscita di quel che resta dell’omonimo movimento, per quanto non più di maggioranza relativa per la scissione consumata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, doveva essere un incontro di chiarimento e di riconciliazione quello concordato fra il presidente del Consiglio e il predecessore Giuseppe Conte per lunedì pomeriggio. Invece lo stesso Conte, come hanno titolato praticamente un pò tutti i giornali, ha voluto avvertire che il risentimento, anche a costo di sembrare a questo punto più personale che politico, non gli è ancora passato. 

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo di Repubblica

In particolare, tra cose dette chiaramente o allusivamente e cose attribuitegli, Conte continua a sospettare che dietro la scissione di Di Maio ci sia stato lo zampino del presidente del Consiglio, se non anche quello davvero paradossale di Grillo. Che ha appena diffuso sul suo blog un attacco ai “traditori”, al plurale sottolineato significativamente dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio: lo stesso giornale che ha provocato l’esplosione di tutta questa vicenda con un’intervista al sociologo Domenico De Masi. Cui Grillo avrebbe confidato le pressioni ricevute da Draghi contro il presidente del movimento di cui egli è garante, e da qualche settimana anche consulente praticamente retribuito per la comunicazione. 

Titolo del Messaggero
Titolo del manifesto

In più, oltre alla faccenda personale del tentativo o progetto di “farlo fuori”, Conte considera ancora aperti politicamente -nei rapporti fra Draghi e il MoVimento 5 Stelle- la fine del cosiddetto bonus edilizio, la revisione del reddito di cittadinanza, l’inceneritore a Roma autorizzato al nuovo sindaco ed ex ministro del Pd Roberto Gualtieri, infine ma non ultimo per importanza l’annuncio di altri aiuti militari italiani all’Ucraina. Che contrasterebbero -secondo Conte, ma anche secondo molti altri parlamentari pentastellati vogliosi di disimpegnarsi dal governo- con la necessità di spianare la strada ad una soluzione diplomatica della guerra avviata da Putin.

Titolo del Foglio
Titolo della Gazzetta del Mezzogiorno

Qualsiasi cosa volesse o dovesse dirgli lunedì Draghi per cercare di rasserenarlo maggiormente, anche a costo di contraddirsi clamorosamente, Conte si è proposto di “coinvolgere gli organi” del MoVimento nella valutazione del “disagio politico”. Potrebbe al limite verificarsi  il caso di un Consiglio Nazionale delle 5 Stelle, convocato più volte in questi giorni, più rigido di lui. E pensare che il povero Aldo Moro, di cui Conte si è detto tante volte non dico erede ma quanto meno ammiratore, non riuscì nel 1978 dalla prigione delle brigate rosse in cui era rinchiuso ad ottenere dai dirigenti della Dc la convocazione del Consiglio Nazionale di cui pure era presidente.

Mattarella conferisce ad Alfano il Cavalierato della Repubblica

A consolazione di Draghi, sospettato a torto o a ragione di avere manovrato dietro le quinte per la scissione delle 5 Stelle, potrebbero essere ricordate altre scissioni attribuite al presidente del Consiglio di turno per ricavare o cercare di ricavare vantaggi alla prosecuzione dell’esperienza a Palazzo Chigi. Accadde negli anni Settanta a Giulio Andreotti per la scissione del Movimento Sociale ad opera di Delfino, De Marzio, Nencioni ed altri promotori della “Destra Nazionale”. Riaccadde nel 2013 ad Enrico Letta per la scissione del berlusconiano Partito della libertà -con la nascita del “Nuovo Centro Destra”- ad opera dell’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Angelino Alfano. Che è poi scomparso dal panorama politico come gli scissionisti della destra missina una quarantina d’anni prima. Ma qualche giorno fa Alfano è stato nominato dal buon Sergio Mattarella cavaliere della Repubblica. 

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Le contromisure di Draghi, e Mattarella, per difendere il governo dalla crisi grillina

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Sul piano politico più delle nuove misure adottate dal Consiglio dei Ministri per fronteggiare il caro-bollette e tutte le altre difficoltà piovute sui ceti meno abbienti e sulle imprese per effetto anche della guerra in Ucraina scatenata da Putin, valgono le contromisure praticamente annunciate dal presidente Mario Draghi per mettere il governo al riparo soprattutto dalla destabilizzazione del MoVimento 5 Stelle. Il cui presidente Giuseppe Conte, obbligando di fatto Draghi ad anticipare il ritorno a Roma dal vertice della Nato a Madrid, dove l’Italia è stata rappresentato nella parte conclusiva dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, ha preso per buone voci, indiscrezioni, scoop autentici o presunti del Fatto Quotidiano su pressioni esercitate dal presidente del Consiglio su Beppe Grillo per “farlo fuori”. E far fuori anche il movimento dal governo profittando della sua irrilevanza numerica in Parlamento dopo la scissione consumata dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Vi sono, in verità, fibrillazioni anche leghiste nella maggioranza, nella illusione comune con Conte che un passaggio all’opposizione nella fase finale della legislatura possa ridurre i rischi di ulteriori, gravi perdite elettorali. Le contromisure di Draghi potrebbero valere pertanto anche per Salvini. 

Forte evidentemente di un incontro avuto  al rientro a Roma col presidente della Repubblica, col quale si presume che abbia concordato il modo di fronteggiare la destabilizzazione grillina, Draghi ha assicurato che in casa di uscita dei pentastellati dal governo o per passare all’opposizione o per appoggiarlo dall’esterno, egli non farà finta di nulla. Non lo farà per quanto i numeri parlamentari glielo permetterebbero, dopo che i gruppi parlamentari non sono più quelli di maggioranza relativa per l’esodo di Di Maio. e amici. Seguirebbero quindi necessariamente le dimissioni del presidente del Consiglio e degli altri ministri, cioè la crisi. Rimane troppo rilevante il ruolo del movimento capeggiato da Conte per farne a meno o solo per ridurne la partecipazione alla maggioranza con l’appoggio esterno.

Titolo del Giornale

Qui però finiscono le buone notizie, gli apprezzamenti, i riconoscimenti e quant’altro per Conte, che già avrebbe potuto o dovuto essere rasserenato dalle smentite opposte sia da Draghi sia da Grillo alle indiscrezioni, rivelazioni e quant’altro sulle pressioni dell’uno sull’altro contro il presidente del MoVimento 5 Stelle. E cominciano invece le brutte notizie, provenienti dallo stesso Draghi e dal segretario del Pd Enrico Letta parlando ieri alla direzione del suo partito. L’uno e l’altro hanno detto che questo in carica è “l’ultimo governo della legislatura”. L’apertura di una crisi porterebbe dritto allo scioglimento delle Camere e alle elezioni anticipate. Cadrebbe l’ipotesi delle elezioni praticamente ritardate a maggio dell’anno prossimo, nonostante la legislatura possa essere considerata ordinariamente conclusa a marzo. 

Giuseppe Conte

Già in agitazione per la riduzione un pò suicida dei seggi parlamentari e per il limite statutario e persino idenditario del limite dei due mandati, i deputati e senatori rimasti nel MoVimento di Conte, e del garante Grillo, si sentirebbero ancora di più in una tonnara se le elezioni fossero anticipate. E Conte si condannerebbe personalmente alla fine della sua avventura politica. 

Draghi sarà pure il “tecnico” riduttivamente descritto dal suo predecessore  rimproverandogli di essersi intromesso nelle vicende interne alle 5 Stelle, o a ciò che ne è rimasto, ma non è politicamente uno sprovveduto. Per niente, e per di più sostenuto con fermezza dal capo dello Stato, unico depositario del potere di scioglimento anticipato delle Camere. 

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La fatale Madrid di Sandro Pertini e Mario Draghi a distanza di 42 anni

Titolo del Dubbio

Mario Draghi ha un pò rivissuto a Madrid l’esperienza di Sandro Pertini nel mese di maggio del 1980, sia pure con ruoli istituzionali diversi, ma sullo stesso sfondo di una possibile crisi di governo.

Sandro Pertini

L’allora presidente della Repubblica, in visita di Stato nella capitale spagnola, dovette smentire parole a torto o a ragione attribuitegli   contro Francesco Cossiga. Che era finito -diversamente ora da Draghi, per carità- sotto tiro alla commissione inquirente per i procedimenti d’accusa davanti alla Corte Costituzionale per la vicenda di un figlio terrorista, Marco, dell’allora vice segretario della Dc Carlo Donat-Cattin. 

Francesco Cossiga e Carlo Donat-Cattin

Sospettato dalla magistratura di Torino di avere fornito al suo collega di partito notizie utili alla latitanza del figlio, ricercato per l’assassinio del giudice Emilio Alessandrini compiuto a Milano l’anno prima per la formazione di Prima Linea, il presidente del Consiglio Cossiga rischiava l’incriminazione per favoreggiamento. 

Parlandone a Madrid, appunto, col portavoce Antonio Ghirelli, che si sentì a torto o a ragione autorizzato a riferirne ai giornalisti al seguito nella visita di Stato, Pertini espresse la convinzione che Cossiga dovesse dimettersi se la commissione inquirente non lo avesse  discolpato con la maggioranza prescritta per chiudere lì il caso, senza la possibilità di promuovere -come invece sarebbe accaduto- un passaggio in aula, a Camere riunite congiuntamente.

Nella lotta al terrorismo Pertini, cui era capitato il triste primato di funerali delle vittime a cui partecipare come capo dello Stato, era durissimo: di una durezza che lo aveva del resto portato al Quirinale nel 1978, dopo il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, e le dimissioni di Giovanni Leone da presidente della Repubblica sei mesi prima della scadenza del mandato. Per quella sua posizione egli era stato preferito dal Pci al suo compagno di partito Giuliano Vassalli.

Flaminio Piccoli

Flaminio Piccoli, allora capogruppo della Dc alla Camera, si era lasciato andare nella buvette di Montecitorio ad un assenso poco cortese, diciamo così, per Pertini prevedendone, a più di 80 anni compiuti, una presidenza breve, destinata invece allo svolgimento completo. Nel frattempo diventato segretario del partito, Piccoli reagì sprezzantemente alle dimissioni di Cossiga ventilate da Pertini. Piuttosto -disse il capo dello scudo crociato- sarebbe il caso di attendersi le dimissioni del presidente della Repubblica. 

Per quanto combattivo, Pertini replicò da Madrid smentendo di avere mai prospettato la rinuncia di Cossiga. E per rafforzare la sua smentita licenziò in tronco il portavoce Ghirelli, in soccorso del quale intervennero inutilmente i giornalisti al seguito non solo per solidarietà con un collega, ma nella convinzione che egli avesse fatto semplicemente il suo lavoro. Cosa, questa, avvertita pienamente dal presidente della Repubblica, che rispose all’appello, mentre usciva dall’albergo, confermando il licenziamento col pollice rovesciato. 

Cossiga poi -lo ricordo ai più giovani o meno anziani, come preferite- scampò alla Corte Costituzionale con un voto d’aula a Montecitorio voluto personalmente dal pur cugino Enrico Berlinguer, segretario del Pci. Ma meno di un anno dopo avrebbe ugualmente perduto Palazzo Chigi, sostituito dal collega di partito Arnaldo Forlani. 

Draghi per fortuna non ha dovuto licenziare nessuno a Madrid. Ha soltanto dovuto smentire le telefonate a Beppe Grillo attribuitegli da interlocutori dello stesso Grillo  contro Giuseppe Conte per “farlo fuori” da presidente del MoVimento 5 Stelle. O di quel che ne resta dopo la scissione di Luigi Di Maio. Una smentita, quella di Draghi, alla quale il primo a non credere è stato proprio Conte, nonostante una prima telefonata già avuta col presidente del Consiglio. Conte, anzi, ha rilanciato la polemica rafforzandola con una udienza al Quirinale. 

La vignetta del Secolo XIX
Paola Taverna, vice presidente del Senato

L’unico a rimetterci il posto, almeno sinora, è stato un collaboratore della vice presidente pentastellata del Senato Paola Taverna. La quale lo ha licenziato attribuendogli un post velenosissimo contro Grillo  -“mi ha ucciso”e “il partito non è di tua proprietà”- comparso sul suo sito internet, nella presunzione che il garante avesse sostanzialmente ceduto alle presunte pressioni del presidente del Consiglio contro Conte. Che in una vignetta sul Secolo XIX è adesso finito appeso nel vuoto alle braccia di Grillo, al posto di Draghi come lo stesso Conte forse avrebbe voluto e vorrebbe.  

Pubblicato sul Dubbio

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