Il green-pass va sperimentato prima di sottoporlo a verifica popolare, se non si vuole demolire il Parlamento

Titolo del Dubbio

L’immaginifico Carlo Freccero non si è certamente smentito lanciando o comunque sposando una proposta di referendum a caldo, diciamo così, su non so quale dei decreti legge riguardanti il green pass. E ciò nonostante le procedure non proprio rapide consentite dalla legge che disciplina la possibilità contemplata dall’articolo 75 della Costituzione di fare abrogare dagli elettori totalmente o parzialmente una legge o un atto equipollente

Ricordo ancora con un misto di simpatia e di perdurante stupore lo scontro che avemmo per telefono nei primi anni Novanta, quando a Freccero venne l’idea nel gruppo berlusconiano del Biscione di affidare una specie di tribuna elettorale a Gianfranco Funari. Col quale peraltro avrei poi avuto l’occasione di litigare abbandonano una trasmissione della quale ero ospite come direttore del Giorno per un processo sommario di mafia da lui tentato, con l’aiuto di un altro ospite, contro l’assente Calogero Mannino. Al quale era capitato di fare qualche anno prima il testimone di nozze alla figlia di un segretario di sezione della Dc in Sicilia, non potendo prevedere che molto tempo dopo lo sposo sarebbe incorso in un processo vero di mafia, in tribunale.

Voi capirete come ad un conduttore così, che riteneva di poter condannare in diretta, a Mezzogiorno, come si chiamava la sua trasmissione, un immaginario imputato basandosi su un articolo di giornale scelto per l’occasione, mi sembrasse quanto meno inopportuno fare condurre una tribuna elettorale nei panni -che so?- di uno Jader Jacobelli, di un Gianni Granzotto, di un Ugo Zatterin, di un Giorgio Vecchietti e di tanti altri dai quali mi era capitato di essere invitato alla Rai per fare domande a Palmiro Togliatti o Ugo La Malfa, o Amintore Fanfani, o Aldo Moro, o Bettino Craxi e via elencando i protagonisti della mai abbastanza rimpianta Prima Repubblica.

Ciò che maggiormente mi stupì di quello scontro telefonico con Freccero fu l’argomento che ritenne di oppormi quando si sentì troppo stretto fra i miei dubbi: il fatto che ne avesse parlato anche col nostro comune amico Ugo Intini, portavoce di Craxi, trovandolo “d’accordo”, come se a quel nome e a quell’annuncio io dovessi scattare sull’attenti e cambiare idea. O dovessi sentirmi imbarazzato come se a trovarsi d’accordo con Freccero fosse stato il mio amico e editore del Giorno, che era il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari. Al cui solo ricordo mi commuovo e rabbrividisco pensando alle drammatiche circostanze del suo suicidio in carcere nel 1993, del quale non ha risposto mai nessuno. Dico proprio nessuno.

Il costituzionalista Michele Ainis

Ma torniamo al referendum a caldo, ripeto, contro il green pass. Che ho trovato una freccerata nel senso più ironico e amichevole della parola, nonostante la sorpresa riservatami da un costituzionalista brillante e insieme autorevole come Michele Ainis. Il quale ha indicato in una eventuale conferma referendaria, prevedibile con i sondaggi condotti da vari istituti su vaccinazioni e dintorni, una consolante “legittimazione” delle misure tanto contestate dalle minoranze, e da una parte almeno della Lega nella maggioranza, al presidente del Consiglio Mario Draghi. Il cui treno continua per fortuna a viaggiare rispettando più le attese dei cittadini che le agende di certi partiti, correnti e quant’altro, ma soprattutto rispettando in tema di riforme gli orari concordati con chi in Europa sta finanziando il piano della ripresa da attuare entro il 2026.

Un referendum abrogativo, su qualsiasi legge, non può essere scambiato per una legittimazione né della stessa legge, né della maggioranza che l’ha approvata più o meno recentemente, né del Parlamento nel suo insieme, per il semplice fatto che il referendum non fu voluto con questa finalità dai costituenti. Fra i quali l’unico ad avvertire un timore delegittimante, e quindi ad opporvisi per la sacralità che rivestiva ai suoi occhi l’istituto parlamentare, fu Palmiro Togliatti. Dal cui parere o scrupolo dissentirono tutti gli altri.

D’altronde, nel 2016 neppure il referendum confermativo -che è cosa diversa da quello abrogativo- sulla riforma costituzionale voluta dal governo di Matteo Renzi determinò col suo esito negativo la delegittimazione della maggioranza o delle Camere nel loro complesso, che avevano evitato lo scioglimento anticipato già all’inizio della nuova legislatura, tre anni prima, proprio per il programma di riforma costituzionale che si erano dati prima il governo di Enrico Letta e poi quello di Renzi.

A quest’ultimo che reclamò le elezioni anticipate dopo la bocciatura referendaria della sua riforma, ritenendo che le Camere avessero così esaurito il compito che si erano assegnate sopravvivendo alle difficoltà dell’insediamento, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella oppose un cortese ma netto rifiuto. Disse no per quanto fosse stato proprio Renzi l’anno prima a volerne e consentirne l’ascesa al Quirinale, dopo i sette anni di Giorgio Napolitano e i due supplementari della sua rielezione.

Dirò di più a conclusione di questo ragionamento sul referendum. Quello abrogativo, secondo me, non dovrebbe mai avvenire “a caldo”, come vorrebbero Freccero e Ainis, o viceversa per competenza e autorevolezza, a proposito del green pass. Occorrerebbe una modifica della legge di disciplina del diritto referendario per imporre un periodo di attesa fra l’approvazione della legge e la sua sperimentazione prima di sottoporla a verifica popolare. E ciò proprio per evitare che un semplice referendum abrogativo possa essere scambiato e, peggio ancora, usato come occasione e mezzo di delegittimazione delle Camere in un sistema che non a caso, e orgogliosamente, è e viene definito parlamentare.

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Assolti in appello gli ufficiali e Dell’Utri condannati per la presunta trattativa con la mafia

L’appello a Palermo per la presunta trattativa fra lo Stato e la mafia si è concluso con la giusta e prevedibile assoluzione degli ufficiali dei Carabinieri e dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, condannati invece in prima istanza con criminali veri. E’ fallito dunque il tentativo della pubblica accusa di prendere metaforicamente a schiaffi i giudici di primo grado, di appello e di Cassazione che avevano assolto per gli stessi fatti l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, fattosi saggiamente giudicare col rito abbreviato.

Onore, quindi, agli alti ufficiali dei Carabinieri Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, che -contattando mafiosi nella stagione delle stragi mirando sì a prevenire altri attentati ma soprattutto a catturare i latitanti che guidavano Cosa Nostra, a cominciare da Totò Riina, morto come Bernardo Provenzano in carcere- hanno compiuto fatti che non costituiscono reati. Così hanno riconosciuto e stabilito i giudici.

L’ex senatore Marcello Dell’Utri, accusato praticamente di avere agito su Berlusconi impegnato in politica e al governo a favore della mafia, “non ha commesso il fatto”.

Chiara nelle sue conclusioni in appello, questa vicenda della presunta trattativa, che in primo grado rischiò anche di coinvolgere il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, finito intercettato con i suoi collaboratori e praticamente sospettato di avere in qualche modo cercato di influire su indagini e processo, non è forse destinata a chiudersi. Temo che la pubblica accusa si ostinerà a tenere aperto il processo ricorrendo alla Cassazione, anche se appare obiettivamente difficile ch’essa si contraddirà rispetto alle valutazioni che la portarono l’anno scorso a respingere il ricorso contro l’assoluzione in primo e secondo grado di Mannino. Dalle cui preoccupazioni, per essere entrato nel mirino della mafia, decisa ad ucciderlo, sarebbero partite le iniziative scambiate dalla Procura della Repubblica di Palermo per una trattativa neppure chiamata così ma nascosta dietro la violenza e minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.

La pretesa di riscrivere la storia del Paese con i processi è una vecchia abitudine di certi inquirenti che nei fatti non amministrano giustizia ma fanno politica, o storicismo abusivo.

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Se i cinghiali a Roma potessero anche votare, e non solo passeggiare…

Dal Corriere della Sera

Abituati ormai a trovarceli accanto fra cassonetti e auto, ma anche sulle strisce pedonali, impegnati ad attraversale con maggiore disciplina degli uomini, delle donne e dei trans, inoffensivi con chi li lascia circolare in pace, e non fa come lo scorbutico Massimo Lopez, inseguito minacciosamente da uno ch’egli aveva cercato di contrastare; abituati, dicevo a trovarceli tra i piedi dappertutto, proviamo ad immaginare che i cinghiali a Roma si siano conquistati anche il diritto al voto, naturalmente nelle modalità consentite alla loro specie. Che d’altronde si è appena guadagnata l’attenzione e la simpatia di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera, che ha offerto in prima pagina agli ungulati romani il caffè di giornata, e di Mattia Feltri sulla Stampa, col suo buongiorno quotidiano.

Dalla prima pagina del Messaggero

Fra i quattro candidati a sindaco appena messi insieme in prima pagina, anche qui, dal Messaggero di Francesco Gaetano Caltagirone, un editore ben educato che non vede l’ora di complimentarsi con chiunque di loro dovesse vincere la partita capitolina, i cinghiali almeno al primo turno dovrebbero votare per la sindaca uscente Virginia Raggi. La quale ha reso loro la vita facilissima sulle strade e nelle piazze della città, ordinando o comunque consentendo ai vigili urbani, cioè alla Polizia di Roma Capitale, come si dice ormai in gergo anche burocratico, di lasciarli  passare  e fare quello che vogliono, senza un calcio, un fischio, un colpo di pistola a salve, e tanto meno un’annotazione di targa per multarli, visto che vanno a piedi, non hanno documenti e neppure una targa appesa al codino. Caspita, una sindaca così cortese e comprensiva dove mai avrebbero potuto trovarla questi animali?

Ma, diavola di una donna, o dell’uomo che le ha suggerito questo tipo di difesa dagli attacchi degli sprovveduti cittadini critici o arrabbiati consultando leggi, decreti, ordinanze, sentenze e quant’altro, la Raggi ha voluto cercare di scaricare responsabilità e meriti di tanta generosa accoglienza sulla regione. Al cui presidente Nicola Zingaretti, del Pd, lo stesso partito del concorrente sindaco ed ex ministro Roberto Gualtieri, sarebbe spettato e spetterebbe ancora l’onere di un eventuale intervento, chiamiamolo così, di bonifica o di prevenzione. La cui omissione dovrebbe pertanto indurre i cinghiali ad un minimo di gratitudine, se non alla gratitudine maggiore. E invece, poveretti, rischiano di trovarsi in un imbarazzo fottutissimo se nel ballottaggio del 17 ottobre la partita capitolina se la dovessero giocare proprio la Raggi e lo zingarettiano Gualtieri, alla faccia del candidato del centrodestra Enrico Michetti, sicuro invece di arrivarci con quel po’ po’ -rigorosamente staccato- di campagna elettorale che gli sta facendo Giorgia Meloni con quelle labbra dipinte di rosso chiaro giusto per smentire che le piaccia invece il colore nero.

Non parlo poi di quell’altro candidato -l’ex ministro, pure lui, Carlo Calenda- che sembra il più sfigato di tutti per un paradossale contrasto tra competenza, che è obbiettivamente altissima, e seguito elettorale, che risulta non dico scarso, ma insufficiente a fronteggiare con qualche seria possibilità i concorrenti. Capita spesso che in politica, quando ci si sottopone al voto, la competenza valga poco. Non a caso uno furbo come Mario Draghi non si è mai lasciato tentare in vita sua da una campagna elettorale. E non cercherà di farlo certamente adesso, alla scadenza ordinaria o anticipata di questa strana legislatura, la più pazza della Repubblica.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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Quante notizie premature o esagerate su Draghi consumato dai leghisti

Qualche collega spiritoso che ha la fortuna di scrivere sui cosiddetti giornaloni, tali di nome anche quando in edicola perdono molto della loro boria,  dovrebbe decidersi a inventare una rubrica quotidiana, magari di poche righe, per segnalare le notizie, diciamo così, premature di cui sono farcite sempre più spesso le cronache politiche, o simili. E scherzarci sopra, come ha appena fatto Papa Francesco con gli amici cardinali che, spontaneamente o incoraggiati da false anticipazioni di stampa, si stavano già preparando al Conclave per sostituirlo, poco importa se da morto o ancora da vivo, ma dimissionario come il predecessore Benedetto XVI. Che forse è stanco di occupare da solo il posto di Papa emerito, come lo chiamerebbero i politici di casa nostra: casa, non cosa.

Spiritoso come il Papa, che del resto lo apprezza a tal punto da esserselo portato nella Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, e per giunta formatosi a scuola dai gesuiti, Mario Draghi potrebbe cominciare a scherzare su quelli che dopo poco più di sei mesi di esperienza a Palazzo Chigi lo danno ogni tanto già finito politicamente, a dispetto o paradossalmente anche a causa di chi scommette sul suo trasferimento al Quirinale, nella speranza che in quel palazzo  i fantasmi dei Pontefici che vi lavorarono riescano a imbalsamare anche uno come lui.

L’eurodeputata Francesca Donato

I leghisti sulle cui tensioni, divisioni, umori eccetera puntano i nostalgici di Giuseppe Conte, e qualcuno anche nel Pd, vedono spacciato un giorno sì e l’altro pure persino un presidente del Consiglio dello spessore internazionale dell’ex capo della Banca Centrale Europea, non ce le fanno proprio ad accontentare le attese dei loro falsi avversari. Protestano, si distinguono, disertano alcune votazioni anche di fiducia, che continuano a sprecarsi tra Camera e Senato, ma alla fine restano nel governo e nella maggioranza. L’eurodeputata Francesca Donato scende dal Carroccio per protesta dichiarata contro il potente ministro Giancarlo Giorgetti, che pure lei cerca di contrapporre al leader della Lega, e per meglio rappresentare e difendere il cosiddetto popolo combattente dei “no vax”, trattato da Draghi come gli ebrei da Hitler, e Matteo Salvini, fra un comizio e l’altro della campagna elettorale per le amministrative e le suppletive politiche del 3 e 4 ottobre, le manda sarcasticamente “saluti” e “auguri”. Egli avrà riso di consenso vedendosi oggi sulla prima pagina del Secolo XIX nella vignetta di Stefano Rolli -non Folli, quello di Repubblica che non disegna ma scrive- nella veste  gemellare  e indivisibile “di lotta e di governo”. Che a Draghi gesuiticamente, direbbero gli avversari, alla fine sta bene, per quanto non possa piacere a Enrico Letta e a Giuseppe Conte.

Titolo del manifesto

Pescherà pure “a strascico” nelle aule parlamentari e fuori, come hanno mostrato di dolersi nella foto e nel titolo di copertina quelli del manifesto, ma al presidente del Consiglio interessano i risultati delle sue scelte e decisioni, che alla fine sono quelle che prevalgono, a dispetto delle resistenze e dei borbottamenti. Fra i quali -sia le une che gli altri- Augusto Minzolini ha ragione sul Giornale a dolersi che sfuggano troppo spesso quelli dei grillini di tendenza contiana, a parte gli sfottò che il professore ora riceve anche dal Fatto Quotidiano, e della sinistra del Pd rappresentata al governo dal ministro del lavoro Andrea Orlando.

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Da orizzontale a verticale la breccia di Porta Pia al Fatto Quotidiano per Conte

Tititolo del Fatto Quotidiano di ieri
Titolo del Fatto Quotidiano di oggi

Da orizzontale a verticale, continua al Fatto Quotidiano quella specie di riedizione della breccia di Porta Pia consumatasi ieri, 20 settembre, con lo sfottò in prima pagina, su quattro colonne su sei, orizzontalmente e in basso, del pur adorato Giuseppe Conte. Che è un po’ per Marco Travaglio quello che al Foglio di Giuliano Ferrara, e Claudio Cerasa, chiamano ancora “l’amor nostro” Silvio Berlusconi. Che tuttavia contribuì economicamente al decollo e al sostentamento di quel giornale, diversamente da Conte che con la nascita del Fatto Quotidiano non c’entra obiettivamente nulla, essendone la fondazione avvenuta forse anche nella inconsapevolezza dell’allora semplice, quasi sconosciuto avvocato, forse già professore.

Allo sfottò di ieri -ripeto- su quattro delle sei colonne del giornale di Travaglio, in prima pagina e firmato da Selvaggia Locatelli, delusa dai toni troppo cortesi dell’ex presidente del Consiglio anche nei panni di presidente del per niente cortese MoVimento 5 Stelle, almeno quello delle origini, è seguito oggi, sempre sulla prima pagina, il richiamo -su una delle sei colonne- di un confronto di opinioni, sullo stesso temo, fra Peter Gomez e Antonello Caporale. Immagino che ne seguiranno altre, forse utili anche a dare una mano al difficile esordio del nuovo presidente del movimento grillino, già così stanco da farsi scappare recentemente la confessione della paura -subito rientrata- di non farcela a reggere la fatica , forse già dopo i temuti risultati delle elezioni amministrative o politicamente suppletive del 3 e 4 ottobre. Cui lo attendono in tanti coi pugnali neppure nascosti, sotto e sopra le cinque stelle.

Peter Gomez su Conte

Peter Gomez ha condiviso totalmente lo sfottò della selvaggia Locatelli, rincarando anzi la dose con l’equiparazione di Conte, per linguaggio e temperamento, al penultimo segretario della Dc Arnaldo Forlani: un confronto da dileggio per i lettori abituali del Fatto Quotidiano. La conclusione dell’intervento contro l’ex presidente del Consiglio è davvero impietosa: “Presentarsi moderati nei toni ma radicali nei contenuti, come dice Conte, è giusto ma a patto -ha scritto Gomez- che i contenuti coi siano. E per ora o non ci sono, o non si vedono”. Si dia quindi una mossa, il professore in aspettativa, e paghi qualche altro pranzo al “garante” Beppe Grillo per farsi insegnare, fra una spigola e un bicchiere di vino, come si fa a farsi venire delle idee anche quando non se ne hanno.

Antonello Caporale su Conte

Da difensore di Conte il buon Antonello Caporale ha cercato di fare del suo meglio, nonostante l’abitudine che ha di scorticare vivi tutti quelli che gli capitano a tiro sulla tastiera del computer. Informatissimo dell’agenda dell’ex presidente del Consiglio e documentato fotograficamente sull’accoglienza che riceve in ogni posto che raggiunge nella sua campagna elettorale, e un po’ anche cognitiva della periferia pentastellata, Caporale ha chiesto chi altri meglio di lui i grillini avrebbero potuto trovare per portare in piazza e al suo seguito tanta gente, e tanto entusiasta. E pazienza per il famoso sfogo di Pietro Nenni, dopo la scoppola del fronte popolare nel lontano 1948, sulle “piazze piene e urne vuote”.

Titolo di Libero

Probabilmente esagerano a Libero ad annunciare in prima pagina che, “scaricato dagli amici” persino nella redazione una volta tutta adorante per lui, “Conte è arrivato al capolinea”. Ma temo, per il professore, che non gli manchino molte fermate. Travaglio tuttavia, fermo al “Conticidio”, troverà il modo di rendergli, male che vada, e insolitamente per lui, l’onore amichevole delle armi.

I pericoli veri, ma pure falsi, della referendite avvertita col ricorso alle firme digitali

Titolo de Riformista

La raccolta anche digitale delle firme per promuovere il referendum abrogativo in tutto o in parte di leggi ordinarie, o atti aventi valore di legge, previsto dall’articolo 75 della Costituzione, ha provocato polemiche a volte persino stucchevoli -giustamente lamentate sul Riformista dall’espertissimo Giovanni Guzzetta- sul pericolo che si finisca così per consentire un uso così facile di questo diritto da indebolire ulteriormente il sistema parlamentare. Che già soffre di suo per molte ragioni, fra le quali spicca la crisi identitaria e organizzativa dei partiti, inevitabilmente proiettata sul Parlamento.

Il pericolo di un indebolimento del sistema parlamentare da un ricorso troppo frequente all’istituto referendario -chiamiamola pure referendite- certamente esiste. Ma dubito che il rimedio migliore sia quello, subito prospettato invece anche da fior di costituzionalisti, oltre che da politici, di vanificare la digitalizzazione delle firme -appena consentita con una legge approvata all’unanimità dalle stesse Camere senza che nessuno se ne accorgesse, come ha fatto notate Guzzetta- chiedendone di più: per esempio, 800 mila contro le 500 mila richieste dalla Costituzione in vigore dal 1948. Né sarebbe il caso di tornare a difendere la partecipazione della maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto richiesta per considerare valido il risultato della conta fra i sì e i no all’abrogazione. Questo cosiddetto quorum  ha in qualche modo distorto l’astensione, trasformandola in un sostanziale voto contrario.

Esiste un modo più semplice, direi più pulito, di evitare il rischio di trasformare il referendum abrogativo in una continua, defatigante contrapposizione fra le Camere che approvano una legge e gli elettori che gliela bocciano, sconfessando così la maggioranza che essi stessi nelle precedenti elezioni politiche hanno determinato o concorso a determinare, e aumentando così la cosiddetta ingovernabilità del Paese. Cui  già ogni tanto il presidente di turno della Repubblica supplisce allestendo dichiaratamente esecutivi  estranei alle abituali o normali “formule” politiche, come quelli balneari o di solidarietà nazionale della cosiddetta prima Repubblica, o quelli tecnici della seconda.

La vignetta di Forattini del 1974

Basterebbe, a mio avviso, introdurre una modifica alla legge di disciplina del referendum abrogativo perché non si possa promuovere l’abrogazione parziale o totale di una legge prima che sia trascorso un certo periodo di tempo dalla sua approvazione in Parlamento. Se ne deve cioè consentire l’applicazione sufficiente a verificarne e valutarne gli effetti, a tutela quanto meno del buon senso. Del resto, il caso volle -ma non deve essere solo un caso, magari cercato con espedienti politici come il ricorso ad elezioni anticipate- che il referendum abrogativo disciplinato nel 1970, con 22 anni di ritardo dall’entrata in vigore della Costituzione, per consentire un tentativo di rivalsa ai cattolici, appena sconfitti in Parlamento sul divorzio, fosse indetto già nel 1972 ma rinviato al 1974. Quel tempo servì anche a valutare meglio, più consapevolmente, la legge che fu infatti confermata dagli elettori. Una famosa vignetta spumeggiante di Sergio Forattini immortalò la sconfitta dell’allora segretario della Dc Amintore Fanfani, che aveva improvvidamente cavalcato quel referendum come una crociata sottovalutando l’evoluzione laica dell’Italia.

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Il Quirinale sarebbe una graticola per Silvio Berlusconi

Titolo del Dubbio
Dalla prima pagina del Corriere della Sera del 18 settembre

Per quanto consapevole della sua diligenza professionale e delle entrature anche negli ambienti berlusconiani più stretti e accreditati, spero personalmente – e ve ne spiegherò le ragioni- che Francesco Verderami abbia toppato sabato scorso nel riferire sul Corriere della Sera del “sogno”, coltivato in persona dall’ex presidente del Consiglio e fondatore di Forza Italia, di partecipare davvero alla prossima corsa al Quirinale e di uscirne vincitore. Come nelle sue abitudini, potrebbe dire qualcuno, avendo l’uomo di Arcore già raggiunto altri traguardi importanti sorprendendo non solo avversari e concorrenti, ma anche amici carissimi che glieli avevano sconsigliati.

Fedele Confalonieri

Ciò accadde anche verso la fine del 1993, quando Confalonieri -Fedele di nome e di fatto all’allora presidente di Fininvest- mi chiese amichevolmente una mano per dissuadere “Silvio” dalla tentazione sempre più forte di “scendere in politica”, come diceva, per evitare che le elezioni anticipate del 1994, ormai scontate, fossero vinte dal Pds-ex Pci di Achille Occhetto. Al quale ben pochi nella Dc erano disposti, secondo accertamenti dallo stesso Berlusconi personalmente compiuti consultandone i dirigenti, a cominciare dall’allora segretario del partito Mino Martinazzoli, di predisporre una coalizione di centrodestra in grado di battere, grazie alle possibilità offerte dalla nuova legge elettorale di stampo prevalentemente maggioritario, la “carovana dei progressisti”. Così  lo stesso Occhetto la chiamava prima di passare all’immagine della “gioiosa macchina da guerra”.  Che in effetti Berlusconi riuscì ancora più gioiosamente a sconfiggere lasciando di sasso anche l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, rassegnatosi assai malvolentieri, senza neppure nasconderlo, a nominarlo presidente del Consiglio. Inutilmente al Quirinale avevano sperato che il già allora imprevedibile Umberto Bossi rifilasse all’alleato una fregatura nelle consultazioni per il conferimento dell’incarico, dopo avergli dato beffardamente del “Berluscaz” nella campagna elettorale. Il tradimento sarebbe arrivato, ma dopo qualche mese di governo insieme, e tuttavia con recupero successivo di un’alleanza più solida.

In verità, le preoccupazioni di Confalonieri derivavano più ancora che dall’incertezza del risultato elettorale, a dispetto dei sondaggi riservati che inducevano invece Berlusconi all’ottimismo, dalle possibili conseguenze dell’impegno politico dell’amico sulle aziende che aveva saputo creare e sviluppare. Una certa, esasperata attenzione giudiziaria si era già avvertita nell’aria per le simpatie dichiarate e praticate costantemente da Berlusconi per uomini, partiti e correnti di governo che erano già entrati nella tempesta di “Mani pulite”, o stavano per entrarvi, o erano comunque destinati ad esserne colpiti, se non travolti.

Debbo dire che quelle di Confalonieri sui pericoli per le aziende, oltre che personali dell’amico, non erano infondati, visto quello che poi è successo, e non è ancora finito. Berlusconi, per quanto assolto in via definitiva dall’accusa di prostituzione minorile, è ancora alle prese con processi per presunta corruzione dei testimoni. Che, evidentemente, non creduti in primo grado, ne avrebbero invece consentito poi l’assoluzione in appello e in Cassazione ad opera di magistrati a dir poco sprovveduti, in una visione un po’ pazzesca dell’amministrazione della giustizia. Ma a rischiare di passare per pazzo è stato alla fine Berlusconi con quella “Illimitata” perizia psichiatrica alla quale -nonostante il diverso avviso espresso dal pur amico Vittorio Feltri su Libero- eglisi è giustamente, oltre che orgogliosamente, sottratto sfidando il tribunale di Milano a condannarlo in un’altra delle coincidenze alle quali ci siamo ormai abituati fra scadenze o altre evenienze giudiziarie e politiche.

Sempre sul Corriere della Sera del 18 settembre

Mi è francamente apparso più un disservizio che un servizio il sogno quirinalizio attribuito da Verderami sul Corriere a Berlusconi-con tanto di conteggi della sessantina di voti da cercare più o meno personalmente oltre il perimetro del centrodestra per essere eletto dalla quarta votazione in poi, quando gli basterebbe la maggioranza assoluta e non più quella per lui proibitiva dei due terzi, e tanto di rivelazione di incontro con Matteo Renzi in funzione di questa ricerca. Mi permetto, con un consiglio né probabilmente gradito, di suggerire all’ex presidente del Consiglio un più utile e opportuno risveglio.

Anche se non mancano illustri precedenti non di “vecchi”, come li chiamerebbe il magistrato che si è recentemente occupato di lui nel processo noto come Ruby ter, ma più rispettosamente di anziani saliti al Colle, dove Sandro Pertini, per esempio, arrivò a 82 anni, Giorgio Napolitano a 81 e Carlo Azeglio Ciampi a 79, penso che a 85 anni compiuti il 29 settembre prossimo Berlusconi possa pur spiazzare gli avversari e a deludere certi amici  trovano l’occasione e il modo di dire che ormai non ha più l’età per certi concorsi. Sarebbe una versione aggiornata della celebre  e fortunata canzone “Non ho l’età” cantata da Gigliola Cinquetti nel 1964, quando peraltro al ventottenne Berlusconi mancavano 22 anni per diventare quirinabile. Tanto, il Quirinale non aggiungerebbe e non toglierebbe nulla al protagonismo di cui egli è stato capace in ogni campo in cui si è misurato.

Dalla prina pagina del Fatto Quotidiano del 19 settembre

Pensate un po’ che colpo sarebbe una rinuncia di Berlusconi per i suoi avversari irriducibili, per esempio, del Fatto Quotidiano. Che già domenica scorsa, allertati dal Corriere della Sera, si allenavano contro di lui con la cattiveria di giornata in prima pagina scrivendo, per scherzare ma non troppo: “Mediaset, la sede legale trasloca in Olanda. Quella illegale resta in Italia e punta a traslocare al Quirinale”. Mi sembra francamente meglio saltare giù dalla graticola del Colle prima che qualcuno appicchi il fuoco al carbone.

Pubblicato sul Dubbio

Dal Conticidio al Contesuicidio, addirittura sul Fatto Quotidiano….

Può dunque capitare anche a Marco Travaglio di essere smentito da uno che gli scrive accanto in prima pagina, come a un Matteo Salvini qualsiasi smentito un giorno sì e l’altro pure dal suo ministro Giancarlo Giorgetti, o dai suoi governatori, su vaccini, green pass e altro.

Accanto all’abituale, direi canonico, editoriale del lunedì sfottente con i soliti giornalisti di regime che onorano Mario Draghi dimenticando i meriti del predecessore Giuseppe Conte, senza la cui intelligenza, capacità di persuasione e quant’altro mai l’Italia avrebbe ottenuto duecento e più miliardi di finanziamento europeo per il piano della ripresa, si è potuto leggere oggi sul Fatto Quotidiano uno sfottò di Selvaggia Lucarelli -si spera senza conseguenze- all’ex presidente del Consiglio. Che si muoverebbe e parlerebbe come un Veltroni qualsiasi degli anni in cui l’allora segretario del Pd praticava il cosiddetto “manchismo”, inteso come “ma anche”.

“Chiedi che ora è” a Conte e lui risponderà che sono le otto, ma ha il massimo rispetto anche per il resto dei fusi orari”, ha scritto, e sfottuto, la selvaggia, con la minuscola. Che è stata simpaticamente -una volta tanto- servita anche con un bel titolo in cui il “Conticidio” scritto da Travaglio è diventato più correttamente “Contesuicidio”. Finalmente. Anche Il Fatto si rifonda, come il MoVimento 5 Stelle dopo la spigola, o non  ricordo quale altro pesce, pagato da Conte a Beppe Grillo sulla spiaggia di Marina di Bibbona?

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Il conto alla rovescia per gli imputati, in appello, della trattativa con la mafia

Da oggi comincia, con la Camera di Consiglio finale al processo d’appello di Palermo, il conto alla rovescia in tutti i sensi, con inizio certo e termine che risulterà alla fine, per la conferma o la smentita, parziale o totale, delle condanne comminate nel 2018, in primo grado, per la cosiddetta, fantomatica trattativa fra lo Stato e la mafia, o pezzi dello Stato e della mafia. Che doveva servire, secondo l’accusa, a ridurre o fermare le stragi mafiose svoltesi o tentate fra il 1992 e il 1994, a cavallo non casuale fra la prima e la seconda Repubblica. Cioè quando la mafia potette in qualche modo giocare un ruolo anche in quel passaggio, puntando sulla debolezza della Repubblica cadente, quella del sistema elettorale proporzionale, e scommettendo sulla nuova, prodotta dall’incrocio fra la demolizione giudiziaria dei vecchi partiti di governo e un sistema elettorale prevalentemente maggioritario.

Scrivo di “cosiddetta” e “fantomatica” trattativa perché non di trattativa sono stati formalmente accusati gli imputati condannati in primo grado dopo cinque anni di processo, e che la pubblica accusa ha chiesto di ricondannare in appello, ma di “minaccia a corpo politico o amministrativo o giudiziario dello Stato”, come dice l’articolo 338 del codice penale, “per impedirne, in tutto o in parte, anche temporaneamente, o per turbarne comunque l’attività”. Già in questa formulazione dell’accusa, senza che si parli appunto di trattativa, questa vicenda processuale è equivoca agli occhi della gente, diciamo così, comune.

Mario Mori

Fra i condannati ci sono il boss mafioso Leoluca Bagarella, sopravvissuto alla morte di Totò Riina e Bernardo Provenzano avvenuta durante la vicenda processuale, il medico mafioso Antonino Cinà, l’ex comandante del reparto speciale dei Carabinieri Angelo Subranni, l’ex vice comandante Mario Mori, l’ex colonnello Giuseppe De Donno e l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. Per calunnia è stato invece condannato il pur testimone usato dall’accusa Massimo Ciancimino, figlio di Vito, l’ex sindaco mafioso di Palermo. Anche questa può essere considerata dalla gente comune la classica ciliegina su una torta dal sapore assai strano. Un calunniatore di solito non è attendibile.

Marco Lillo sul Fatto Quotidiano

La strada per la conferma delle condanne di primo grado, dopo due anni di processo d’appello, è tutta in salita per ammissione anche di un giornale come Il Fatto Quotidiano, ultraconvinto che lo Stato si fosse piegato in quel negoziato, anziché decapitare, per esempio, la mafia con l’arresto di Totò Riina. “L’ostacolo più grande -ha scritto Marco Lillo sul giornale di Marco Travaglio- è il giudicato definitivo della Cassazione che assolve l’ex ministro democristiano Calogero Mannino per gli stessi fatti”. Che è stato giudicato col rito abbreviato, su sua stessa richiesta, ed è stato appunto assolto in primo e in secondo grado. L’accusa ha rimediato una terza sconfitta con un ricorso in Cassazione improponibile.

Calogero Mannino

Mannino, peraltro, secondo l’accusa originaria sarebbe stato il promotore principale, o quasi, della trattativa, o della “minaccia ad un Corpo…eccetera eccetera”, per sottrarsi alla morte alla quale la mafia lo aveva davvero condannato: un’accusa “non solo infondata, ma anche totalmente illogica e incongruente con la ricostruzione complessiva dei fatti” da parte della Procura di Palermo, hanno scritto i giudici. E’ su uno specchio del genere che ha voluto continuare ad arrampicarsi l’accusa nel processo contro gli altri imputati. E’ difficile da credere ma è avvenuto realmente.

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Il sorprendente suicidio elettorale del centrodestra a Milano, e altrove

Titolo del Corriere della Sera

C’è solo l’imbarazzo della scelta fra titoli e titoletti di prima pagina dei vari giornali per farsi un’idea dei guai nei quali si è ficcato da solo il centrodestra a Milano per perdere la partita delle elezioni comunali di ottobre, cioè per suicidarsi. “Centrodestra nel caos”, hanno titolato al Corriere della Sera, immagino con quanto sforzo per non scrivere casino, riferendo del candidato sindaco Luca Bernardo che “evoca il ritiro”, stretto tra i fondi che ritardano dai partiti della coalizione per finanziare la campagna elettorale, che per ora si sta pagando da solo, e le “frasi” con le quali ne ha liquidato la corsa, proclamando di fatto la conferma del sindaco uscente Giuseppe Sala, il capolista addirittura dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Che è Vittorio Feltri, divisosi tra un’intervista al Fatto Quotidiano in cui ha definito “una coalizione del cazzo” quella di centrodestra e la promessa, l’impegno, come preferite, assunto con gli elettori e lettori di Libero di partecipare ai lavori del Consiglio Comunale, a questo punto da posizioni di minoranza, solo per “rompere le scatole ai comunistelli di risulta”. Vasto programma, direbbe la buonanima di Charles De Gaulle.

Titolo di Reoubblica
Intervista di ieri

Su Repubblica, forse per non fare pubblicità più di tanto al direttore editoriale di Libero, che peraltro accredita ogni tanto le voci secondo le quali sarebbe costretto ad una difficilissima convivenza col nuovo direttore responsabile Alessandro Sallusti, entrambi provenienti dal Giornale della famiglia Berlusconi, hanno preferito dare maggiore rilievo alle proteste dell’ormai inutilmente aspirante sindaco Bernardo per “i soldi” negatigli sinora dai partiti della presunta coalizione, che gli debbono, in particolare, cinquantamila miserabili euro ciascuno. Il primo a rispondere per placarne le proteste almeno con un anticipo, e farlo recedere per ora dalla minaccia del ritiro, sembra essere stato il capo della Lega Matteo Salvini, non a caso quello espostosi maggiormente  in piazza a favore del pediatra. Che  forse non immaginava di incontrare così tanti bambini da curare anche fra gli adulti della pur sua parte politica, impegnata tuttavia a dare i numeri anche altrove in questo turno di elezioni amministrative.  I cui risultati, riguardando una ventina di milioni di elettori in tutta Italia, produrranno effetti politici nazionali. E’ la prima volta, fra l’altro, dopo tanto tempo di pandemia e di sospensione elettorale, che i partiti si misurano, singolarmente o in coalizione, nelle urne e non nei soliti sondaggi.

A Roma, la Capitale d’Italia finita cinque anni fa nelle mani dei grillini per la rappresentazione, fattane dalla Procura di Giuseppe Pignatone e smentita dalle conclusioni processuali, di una terra conquistata ormai dalla mafia, con tanto di coppola quindi assumibile come simbolo della città al posto della lupa che allatta Romolo e Remo; a Roma, dicevo, una Giorgia Meloni con più rossetto del solito sulle labbra  ha praticamente imposto al centrodestra un candidato più da rovine archeologiche che da futuro. Egli vorrebbe applicare la grandezza di Augusto imperatore ai guai odierni di chi abita a Roma o solo viene a visitarla da sfortunato turista.

A Napoli, tanto per andare ancora più giù, il centrodestra ha affidato le sue fortune, anzi sfortune, ad un pur famoso e valoroso pubblico ministero dopo avere detto peste e corna, giustamente, della commistione fra magistratura e politica. E non è neppure riuscito sul piano organizzativo a garantire al candidato una presentazione regolare delle liste di sostegno.

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