Lezioni di stile, ed altro ancora, di Sergio Mattarella a critici e avversari

         

            Di Sergio Mattarella, salvo altre sorprese che vorrà riservarci nell’ultimo anno del suo mandato di presidente della Repubblica, credo che rimarranno significative e famose quelle foto scattategli in mascherina antipandemica scendendo solitariamente le scale del Vittoriano, nel cimitero del primo Comune colpito al Nord dall’epidemia, nel Quirinale davanti alla porta del suo studio dopo le consultazioni per la crisi di governo, mentre spiega sobriamente e drammaticamente le ragioni del no allo scioglimento anticipato delle Camere e conseguenti elezioni a pandemia ancora in corso e, infine, almeno per ora, all’arrivo all’ospedale Spallanzani di Roma e poi seduto, in attesa come altri pazienti della sua età del proprio turno per la vaccinazione anti-Covid.

           Sono stati ripresi gesti e atteggiamenti che danno la misura di un uomo che pure, nelle funzioni che esercita, potrebbe comportarsi anche diversamente. Basti pensare che una corte di giustizia che lo volesse interrogare come teste o persona informata dei fatti, deve andare da lui e non convocarlo in tribunale, anche se ci sono pubblici ministeri che muoiono dalla voglia di ben altro spettacolo, magari sperando di potere trasformare in aula il teste in imputato. Ci andammo vicini col predecessore di Mattarella, durante il mandato presidenziale di Giorgio Napolitano nell’ambito di quel processo senza fine che si trascina incredibilmente a Palermo, ormai dimenticato e smentito in tante altre sedi giudiziarie, sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia delle stagioni stragiste.

            Le foto di Mattarella allo Spallanzani, le vignette e i titoli che le hanno accompagnate sulle prime pagine di molti giornali sono la proposta più appropriata e convincente a quella campagna subdola in corso dalla formazione del governo di Mario Draghi per rappresentare un tutt’altro presidente della Repubblica, non al di sopra ma al di sotto di tutti i livelli politici e istituzionali del Paese, refrattario al rispetto delle regole, impegnato a calare la “democrazia dall’alto”, come ha scritto in questi giorni uno dei costituzionalisti non so se più giustamente apprezzati per le cariche ricoperte in passato o avventatamente presuntuosi, ad aggirare la sovranità popolare smaniosa di esprimersi col pretesto, non con la ragione dei rischi da contagio durante la campagna elettorale e le operazioni di voto, e infine impostosi sui partiti chiudendo la crisi ultima di governo con il conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio a Mario Draghi. Che, dal canto suo, avrebbe tradito la fiducia alimentata nel suo ansioso predecessore, Giuseppe Conte, apparendogli troppo stanco degli otto anni trascorsi alla guida della Banca Centrale Europea e, tutto sommato, indifferente ai problemi pur gravi del suo Paese.

            Di questo Draghi così sfrenatamente e improvvisamente ambizioso, caduto nella tentazione del diavolo Mattarella, cominciano ad uscire vignette dai tratti truci e obliqui, come quella offerta ai lettori proprio oggi dal Fatto Quotidiano -e da chi sennò- con l’accusa di essersi offerto o di essersi lasciato offrire come “salvatore della Patria” senza il consenso degli interessati più diretti al salvataggio. Che si sentivano invece così tranquilli, sicuri, rasserenati da un noto “avvocato del popolo” al quale generosamente e allegramente, per 

fortuna, un comico di professione  ha rimediato subito un altro posto o incarico degno delle sue qualità: la rifondazione di un manicomio politico.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

 

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