La sfida continua fra Renzi e Conte, o viceversa, sulla strada della crisi

                La sfida fra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, ma anche al contrario per chi preferisce l’ordine alfabetico, è un po’ diventata una riedizione di quella che negli anni di piombo si autodefinì Lotta Continua. Ma per fortuna non siamo in tempi di terrorismo, a meno di non arruolarvi il Covid 19 alle prese adesso con una pasticciata -al solito- campagna di vaccinazione. Siamo solo in tempo di crisi virtuale di governo, congelata negli ultimi giorni del 2020, quando si interruppe la verifica subìta dal recalcitrante presidente del Consiglio, e ora scongelata nonostante il freddo e la neve.

               Renzi è irriducibile quanto il Conte che il manifesto ci propone in rosso col “pallottoliere” di nuovo fra le mani, alla ricerca di senatori “responsabili” e transfughi da varie parti disposti a sostituire nella maggioranza e persino nel governo il partito dell’ex presidente del Consiglio. Il quale in una lettera a militanti e simpatizzanti della sua Italia Viva ha liquidato come “chiacchiere” quelle raccolte dai giornali sul rimpasto, ed anche sul “rimpastone”, per placarne la presunta sete di potere. O più banalmente o meschinamente, come gli attribuisce sul Fatto Quotidiano il solito Marco Travaglio, per placarne la rabbia di fronte ad un presidente del Consiglio che sta per sorpassarlo nella classifica della durata a Palazzo Chigi. “Magari -ha scritto invece Renzi- avessimo un problema personale: noi abbiamo un problema politico con Conte”, che non potrebbe quindi cavarsela spostando ministri e nominandone di nuovi.

            Per uscire dall’assedio Conte -par di capire- dovrebbe o sottoporsi alle forche caudine di una vera e propria crisi per una nuova investitura, concordando la formazione di un suo terzo governo, o cercare un cambio di maggioranza con i “i responsabili di lady Mastella”, li ha ironicamente definiti Renzi. Che così si è procurato dalla moglie dell’ex ministro e attuale sindaco di Benevento, la senatrice Sandra Lonardo, l’accusa di “sessismo” o il rimprovero di non essere “né Sir né gentleman”.

            Ma alla sfida di Renzi di provarci con quel pallottoliere si è aggiunto un monito a Conte da parte del segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che, pur nella “doppiezza” rimproveratagli in un titoletto dal  Foglio, ha affidato un messaggio d’avvertimento significativo in un articolo del Corriere della Sera firmato da Maria Teresa Meli simile a un’intervista. Con tanto di virgolettato, salvo smentite ovviamente, egli da una parte ha sollecitato Conte ad assumere “un’iniziativa” per sbloccare la verifica, lamentandone quindi  l’attendismo, e dall’altra lo ha diffidato dal gioco del pallottoliere, appunto, perché il Pd è contrario a “cambi di maggioranza o confuse soluzioni da condividere con la destra”.

            L’unico incondizionato appoggio a Conte è arrivato in una intervista a Repubblica da Massimo D’Alema. Che, “rottamato” con una spavalderia mista a doppiezza da Renzi dopo avergli fatto coltivare nel 2014 la speranza di un approdo alla presidenza della Commissione Europea, ha detto che “non si manda via l’uomo più popolare del Paese”, quale sarebbe appunto Conte, “per volere del più impopolare”, quale sarebbe appunto il senatore di Scandicci, o Rignano. Ma di quante “truppe” dispone oggi D’Alema?, chiederebbe forse la buonanima di Giuseppe Stalin con l’aria beffarda usata a proposito del Papa ridisegnando  a Yalta l’Europa del dopo-Hitler.

 

 

 

 

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