Come Conte deve guadagnarsi “giorno per giorno” l’appoggio dei grillini

Sarà pure stato troppo generoso Eugenio Scalfari nell’attribuire a Giuseppe Conte prima una mezza discendenza politica dal conterraneo Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse nel 1978 quando poteva ancora dare molto al Paese, specie dalla postazione del Quirinale cui sembrava destinato, e poi l’appartenenza al filone politico del liberalsocialismo. Che non era stato, in verità, quello di Moro. Il futuro segretario della Dc fu attratto in gioventù dai socialisti ma rimesso bene in carreggiata dall’arcivescovo di Bari. E da democristiano ben solido fu protagonista delle stagioni del centrosinistra col Psi e infine della cosiddetta solidarietà nazionale col Pci di Enrico Berlinguer: cosa ben diversa, quest’ultima, dal “compromesso storico” che gli ho visto e sentito attribuire con avventata sicurezza anche nelle recenti celebrazioni del 42.mo anniversario della tragica fine.

Tuttavia devo riconoscere a Scalfari, a 96 anni compiuti, e a dispetto di tutte le sue crescenti ispirazioni filosofiche, poetiche e persino religiose che si avvertono nei suoi appuntamenti domenicali con i lettori di Repubblica, specie dopo l’amicizia maturata con Papa Francesco, la costanzaScalfari e la voglia -beato lui- di seguire le ingarbugliatissime cronache politiche della nostra Italia in tempi persino di coronavirus. E di seguirle con la capacità di cogliere l’istante più significativo di un passaggio o di una stagione: un istante equivalente, per chi ne scrive o ne parla, ad un aggettivo, ad un avverbio, ad un sostantivo, a due o tre parole, Che egli ha appunto scolpito nel suo editoriale di domenica scorsa per descrivere la posizione non felice, non comoda, non adeguata alle circostanze del Paese, in cui si trova Giuseppe Conte.

“Naturalmente -ha scritto del professore il fondatore e in qualche modo ancora vigilante della Repubblica, recentemente affidata dal nuovo e giovane editore John Elkann, erede degli Scalfari su ConteAgnelli, alla direzione di Maurizio Molinari- il suo governo incontra notevoli difficoltà. I partiti di centrodestra sono decisamente contro di lui e quelli di centrosinistra (in particolare i Cinquestelle) lo appoggiano giorno per giorno”. Eccole, le tre parole magiche, pari a uno scatto fotografico ben riuscito, fatto con polso fermo a dispetto del tremore spesso imposto a Scalfari dagli inconvenienti dell’età: giorno per giorno.

Questa è la frequenza con la quale il presidente del Consiglio è costretto dalla sua maggioranza -molto, ma molto più variegata di quelle di centrosinistra, con o senza trattino susseguitesi nelle varie edizioni, reali o immaginifiche, della Repubblica vera, non quella di carta- a guadagnarsi l’”appoggio”, come ha scritto Scalfari, degli alleati: “in particolare” dei Cinquestelle,  e non solo di quel corsaro che si diverte ad essere ogni tanto Matteo Renzi.

Il movimento pentastellato detiene ancora la maggioranza relativa in Parlamento conquistata con le elezioni del 2018, anche se virtualmente ha perduto quasi la metà di quella rappresentanza non dico nei sondaggi ma nei passaggi elettorali di vario livello, europeo e regionale, che si sono via via succeduti. Ciò gli ha procurato una crisi d’identità e di sopravvivenza, che produce problemi all’infinito. E che problemi, con che forza, visti i numeri parlamentari e i crediti che i grillini ritengono di avere maturato nei riguardi del presidente del Consiglio imponendolo per due volte: la prima a Matteo Salvini e la seconda al Pd di Nicola Zingaretti e ancora di Renzi, che nella scorsa estate reclamava nel passaggio da una maggioranza all’altra di segno opposto la famosa e cosiddetta “discontinuità”.

Non c’è questione, di politica interna o estera, giudiziaria o istituzionale, di economia o di scuola, di assistenza o di previdenza, di sussidi o di incentivi, di prestiti o di concessioni autostradali o d’altro tipo, su cui Conte non debba mediare non solo fra i partiti della maggioranza ma anche o soprattutto fra le varie anime .o come debbono essere chiamate le correnti del Movimento 5 Stelle. Che, in verità, a ben guardare, è sempre stato in condizione di “travaglio”, come dice Conte: sin da quando mancò l’obiettivo della maggioranza assoluta due anni fa.

Ma ora da cronica quella condizione è diventata acuta per il vuoto di potere creatosi  nel quasi partito con le dimissioni di Luigi Di Maio da capo e con la reggenza di Vito Crimi. E col garante, “elevato” e quant’altro, nella persona naturalmente di Beppe Grillo, che temo non abbia risolto per nulla il problema delle apnee notturne lamentato qualche tempo fa. O, se lo ha risolto, ne ha incontrati altri procuratigli proprio da un movimento per niente governabile, neppure con uno dei suoi applauditissimi richiami o anatemi, almeno una volta, sulle piazze e nei teatri.

Giuseppe Conte è in mezzo a questo guado, con la mascherina imposta anche a lui dall’emergenza di un coronavirus sempre subdolo e pronto a stenderci. Invidiarlo mi sembra impossibile.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Assedio al Quirinale per il marasma giudiziario da palamavirus

            L’assedio al Quirinale, diciamo la verità, è ormai frequente in Italia. Dove c’è sempre qualcuno che si aspetta dal presidente della Repubblica di turno qualcosa in più, o magari anche in meno, di quanto faccia o non faccia nello svolgimento della sua altissima funzione.

            In questi giorni tuttavia di palamavirus, e non solo di coronavirus, l’assedio si è fatto più insistente e diffuso, spingendo il capo dello Stato anche ad emettere segnali di impazienza. Il Corriere Corriere su Mattarelladella Sera, per esempio,Brda su Mattarella ha appena diffuso una nota del quirinalista Marzio Breda per avvertire che Mattarella non ha poteri disciplinari sulle toghe né può sciogliere il Consiglio Superiore della Magistratura se non si dimette una parte sufficiente a fargli mancare il cosiddetto numero legale.

            Nella sua doppia veste di presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura, appunto, Mattarella si trova  premuto sia da destra sia da sinistra -ma in modo, come vedremo, assai diverso- sul terreno della crisi apertasiSergio Mattarella clamorosamente nel mondo delle toghe per il chiacchiericcio, a dir poco, intercettato col Trojan sul telefonino dell’ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati ed ex consigliere superiore Luca Palamara, impegnato freneticamente Palamaraa costruire e smontare carriere dei colleghi col taglierino delle correnti. E a distrarsi, in questo compito, sino a insultare un ministro allora in carica, salvo poi scusarsene, a intercettazione diffusa, invocando altre interlocuzioni dalle quali risulta persino l’opposto, cioè la sua convinzione che lo stesso ministro -parlo naturalmente di Matteo Salvini- fosse e magari sia ancora, da ex titolare del Viminale, il migliore leader sul campo.

            Da destra Il Giornale della famigilia Berlusconi e La Verità di Maurizio Belpietro hanno titolato Il Giornale su Mattarellapiù o meno vistosamente Belpietro su Mattarellacontro il “silenzio” pubblico di Mattarella, limitatosi a raccogliere rigorosamente solo Castelli sulQuirinalein privato le proteste e le preoccupazioni di Salvini. Che da imputato, indagato e quant’altro di vari sequestri di navi e immigrati, reclama non a torto giudici davvero terzi.

            Da sinistra, per quel che vale una classificazione del genere in questi tempi di grande confusione ideologica e viscerale, Sergio Mattarella ha ottenuto un curioso atto di riguardo, diciamo così, dal Fatto Quotidiano per il compianto fratello Piersanti. Che fu ucciso dalla mafia come presidente della regione siciliana nel 1980. E’ un riguardo riferito a Giovanni Falcone, di cui è stato appena ricelebrato il martirio nel 28.mo anniversario della strage di Capaci.

            Chiamato otto mesi prima della morte dal Consiglio Superiore della Magistratura a spiegare presunti ritardi o omissioni da lui compiuti nelle indagini anche sull’assassinio del fratello dell’attuale Il Fatto su Mattarellapresidente della Repubblica, Falcone spiegò praticamente la cristallina onestà antimafiosa del presidente della Regione, come se non bastasse la sua morte a testimoniarlo, per essere ormai votato fuori dal vecchio collegio elettorale del padre, Bernardo, situato in una parte della Sicilia ad alta densità mafiosa come il Trapanese.

             Ditemi voi, in questi giorni di comprensibile malumore o timore anche suo per le toghe contagiate da palamavirus, se quello del Fatto notoriamente simpatizzante di Procure e affini Piersanti Mattarellapuò considerarsi un messaggio consolante per Sergio Mattarella, custode giustamente gelosoBernardo Mattarella della buona memoria non solo del fratello ma anche del padre, iscrittosi nel 1924 al Partito Popolare di Luigi Sturzo fondato nel 1919. E fedele e apprezzato ministro anche di Aldo Moro nella cosiddetta prima Repubblica.   

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

Sanifichiamo anche i giornali, per favore, in tempi di …palamavirus

          Come il magistrato Alfonso Sabella si è vergognato dei colleghi intercettati al telefonino con Luca Palamara nella costruzione delle loro carriere, o nel boicottaggio di quelle altrui, passando per il Consiglio Superiore con logiche tutte di corrente, così mi sono vergognato di quei giornalisti catturati anch’essi dal Trojan: felici di concorrere in qualche modo a quel “mercato delle vacche”, per stare all’immagine sconsolata dello stesso Sabella.

         Non faccio nomi per carità professionale, ma la dimestichezza confermata tra chi scrive di giustizia e chi la gestisce, o amministra, specie sul fronte dell’accusa, ripropone un problema sarcasticamente sollevato più volte dall’ex presidente della Camera, e magistrato pure lui, Luciano Giovanni FalconeViolante. Che ha finito per condividere l’opportunità sostenuta dal compianto Giovanni Falcone di separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri. Ma, consapevole Luciano Violantedelle difficoltà politiche e persino istituzionali dell’obbiettivo, si accontenterebbe della separazione delle carriere fra i pubblici ministeri e i cronisti giudiziari, che ne amplificano il potere sostenendone le distorsioni e gli intrecci con la politica.

          Conosco bene l’obiezione degli interessati, su entrambi i versanti. Uguale dimestichezza esiste anche nei rapporti fra i politici e i giornalisti che se ne occupano. I cui telefoni, se finissero controllati col metodo del Trojan applicato a Palamara, offrirebbero uno spaccato dei due mondi non meno desolante. Non lo nego di certo, anche se l’esperienza personale mi ha permesso spesso di deludere fior di politici coi quali ho avuto dimestichezza, appunto, sino a rischiare di pagarne cara la collera.

          C’è tuttavia una differenza non irrilevante fra i magistrati e i politici trattati con dimestichezza, spinta sino alla complicità, dai giornalisti che ne scrivono. Il potere dei politici fa semplicemente ridere rispetto a quello dei magistrati. Tanto aleatorio è il primo, sottoposto alle verifiche elettorali e sempre più spesso anche ai rischi delle interferenze giudiziarie, quanto solido e garantito è l’altro.

Il politico non dispone della nostra libertà, reputazione e altro ancora quanto un magistrato. Colludere col primo, e con i suoi errori, è meno rischioso, e dannoso, che colludere con l’altro. Lo provò sulla sua pelle il compianto Enzo Tortora morendone 32 anni fa, col fisico debilitato dal carcere e dallo sputtanamento subito sui giornali per l’ostinazione di magistrati che poi hanno fatto tranquillamente la loro carriera, dopo avere inseguito o coltivato pentiti di camorra da voltastomaco.

         La paura del coronavirus ha giustamente imposto sanificazioni dappertutto. Ce ne vorrebbero anche in parecchi giornali che vivono da troppo tempo all’ombra delle Procure, peraltro senza neppure Vittorio Feltririuscire a vendere più copie, come riuscì invece a fare con vanto successivo e spavaldo Vittorio Feltri col suo Indipendente negli anni di “Mani pulite”, scambiando di proposito il ruspantissimo Antonio Di Pietro per un eroe di più mondi.

            Mentre di palamerite, diciamo così, ha finito per ammalarsi e “perdere la testa” anche il vertice il manifestodell’associazione dei magistrati, come ha titolato il manifesto riferendo delle dimissioni Travagliodella giunta esecutiva, il direttore del giornale più vicino, diciamo così, ai magistrati -naturalmente Il Fatto Quotidiano- ha annunciato ai lettori il proposito di rinnovarlo. Ma non sarà certamente la sanificazione che -essa sì- mi sorprenderebbe davvero. E premierebbe il talento che certo non manca a quei colleghi che si sentono ispirati da scuole come quelle di Indro Montanelli e di Enzo Biagi.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

Bonafede in mascherina per proteggersi anche dalla…Palamerite

       Eppure verrà il giorno -temo per lui, e anche a breve scadenza- che al guardasigilli grillino Alfonso Bonafede potrà accadere di rimpiangere l’occasione perduta di dimettersi o di essere dimesso dalle mozioni di sfiducia individuale presentate inutilmente al Senato contro di lui dalle opposizioni di centrodestra e dall’europeista radicale Emma Bonino.

        Non si sa francamente  fino a quando il ministro della Giustizia, già costretto peraltro a liberarsi proprio per questo del capo di Gabinetto scelto due anni fa al suo arrivo in via Arenula, potrà continuare a restarsene praticamente alla finestra a turarsi il naso -mi auguro- davanti alla diffusione LUCA PALAMARAdelle chiacchierate telefoniche del magistrato Luca Palamara con tanti colleghi più o meno familistici o politici e giornalisti più o meno giudiziari, tutte intercettate col metodo invasivo del “Trojan”. Che -lo riconosco- potrebbe fare di chiunque di noi un mostro nei rapporti col prossimo. Ma, volente o nolente, Palamara ha mostrificato trojanamente per prima la sua categoria, peraltro da lui stesso  rappresentata per un po’ di tempo al vertice dell’associazione dei magistrati. E poi anche come esponente del Consiglio Superiore.

            “Sui giornali leggo dialoghi che mi fanno vergognare di chi veste la mia stessa toga”, ha detto in una intervista al Riformista Alfonso Sabella, cui è ispiratoTesto Sabella 2 il personaggio televisivo Alfonso Sabelladel “cacciatore” di criminali: uno che si è anche affacciato in politica, come assessore alla legalità nella giunta capitolina di Ignazio Marino, fra il dicembre del 2014 e l’ottobre del 2015, uscendone immacolato come vi era entrato. E per nulla tentato, pare, di riprovarci.

            A 57 anni compiuti e con successi alle spalle come la cattura di Brusca e Bagarella  -“li ho arrestati tutti io”, ha detto ricordando il lavoro svolto dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio- Sabella è ancora un magistrato “di primo grado”, rassegnato ad andare in pensione così, quando ne Testo Sabella 4maturerà il diritto, perché “non me ne frega niente”, ha detto spiegando di volere rimanere “un uomo libero”: anche dalle correnti della magistratura che hanno ancora il coraggio di chiamarsi così dopo essere diventateTravaglio tanto chiaramente e diffusamente conventicole di potere o “cosche”, com’è scappato oggi  di scrivere persino a Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Le loro invasioni di campo cominciano  nello stesso Ministero della Giustizia, dove un centinaio di magistrati governano ben più dei politici che si alternano al vertice e ne hanno sinora tollerato quello che può ben essere chiamato un conflitto permanente e oggettivo d’interessi, quanto meno.

            Deve ben essere arrivata la situazione al livello di una fogna a cielo aperto –“tra il letame e il ventilatore”, ha titolato Il Foglioin rosso Il Foglio- se il povero Sabella, strabattendosene anche dell’elezione prescritta dall’articolo 104 della Costituzione, sempre invocato dai colleghi per lasciare praticamente le cose come stanno, è rimasto col pensionato Carlo Nordio dell’idea di formare il Consiglio Superiore della Magistratura col sorteggio. Che è l’unico sistema La Repubblicaforse non controllabile dalle correnti che hanno dimezzato la giustizia, come grida un titolo di prima pagina di Repubblica prendendosela però solo con gli effetti procedurali da coronavirus.

           Una mascherina servirà ben poco Il Fattoa Bonafede per schivare “la Palamarata”, come l’ha chiamata sempre Travaglio sul suo giornale. O Palamerite, sarebbe forse meglio dire.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

 

A sorpresa, ma non troppo, Conte sabotato dai grillini in Parlamento

             E’ da manuale di sabotaggio ciò che i grillini sono riusciti a fare ai danni del governo, cui pure partecipano in modo non certamente defilato, dopo le comunicazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla Camera sugli sviluppi dell’emergenza virale e sulle misure già adottate o in cantiere per fronteggiarla e favorire la ripresa, ripartenza e quant’altro dell’Italia.

             Nel momento in cui è evidente quanto più sarebbe incisiva l’azione del governo se potesse contare su un rapporto costruttivo con le opposizioni, esplicitamente e finalmente invitate da Conte a dargli una mano, magari anche per allentarne la dipendenza dagli umori sempre imprevedibili dell’alleato Matteo Renzi, che ti fanno i grillini alla Camera? Colgono l’occasione Riccardo Ricciardidel dibattito sulle comunicazioni del presidente del Consiglio per provocare il centrodestra accusandolo, con un discorso di Riccardo Ricciardi, di amministrare, governare e quant’altro la Lombardia in modo così balordo da averne fatto la regione più colpita dal coronavirus. E di avere sperperato soldi pubblici, e privati, per allestire con la regia di Guido Bertolaso un ospedale inutile nell’area e struttura della Fiera di Milano.

          Il Fatto Quotidiano, non a caso affrettatosi a difendere l’intervento da piromane di Ricciardi, peraltro vice capogruppo, titolando Il Fattoin prima pagina sarcasticamente che la verità “non si può dire”, ha evidentemente seminato bene il terreno sotto le 5 Stelle, con tutte le maiuscole dovute al movimento o quasi partito fondato e tuttora “garantito” dal pur silente Beppe Grillo. Le sue campagne con frequenza ossessiva contro Bertolaso, sino a storpiarne il nome e a rinfacciargli anche l’udito indebolito dall’età, sono approdate nell’aula di Montecitorio come più clamorosamente non poteva accadere.

           L’effetto del discorso di Ricciardi sul centrodestra, senza distinzioni fra leghisti, fratelli d’Italia e forzisti berlusconiani, é stato dirompente E’ scoppiata in aula una bagarre conclusasi fortunatamente sul piano bagarre Camerafisico solo con la distruzione di un microfono. Anche dal Pd si sono levate proteste contro il “ricompattamento” dell’opposizione provocato dal deputato grillino e dai colleghi di movimento per nulla imbarazzati, e poi tornati alla carica al Senato, sempre dopo la cosiddetta “informativa” di Conte.

            Il Corriere Corrieredella Sera si è ottimisticamente posto il problema di “capire” quelli che ha definito “i teatrini politici” La Stampaazionati dai grillini. La Stampa ha protestato contro “la vergogna di quelle liti in aula”.

            Si ripropone più semplicemente la validità dell’aggettivo  “devastante” usato il giorno prima nell’aula di Palazzo Madama da Pier Ferdinando Casini per definire la difesa del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede fatta per conto del gruppo 5 Stelle dal senatore Marco Pellegrini, impegnatissimo Bonafede 3a renderlo ancora più indigesto di quanto il ministro non fosse riuscito di suo a diventare all’esterno e persino all’interno della maggioranza. Le cui componenti critiche o perplesse alla fine, decidendo di votare contro le sfiducie proposte dalle opposizioni, hanno mostrato più “eroismo” di quello attribuito a Bonafede dal suo difensore per il solo fatto di avere avuto il coraggio di succedere a così tanti e disonorevoli ministri della Giustizia.

         Ah, cosa non darebbe Conte per non avere dietro o attorno a lui i grillini, o gran parte di loro. Non lo sapremo mai. E non ce lo confiderebbero né lo zio frate cappuccino, che mi sembra si chiami Fortunato, di nome e di fatto, o il suo maestro di diritto e di professione forense Guido Alpa.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymkermag.it

 

Quell’abbraccio troppo stretto di Renzi a Conte nel salvataggio di Bonafede

Della lunga e intrigante seduta del Senato che ha risparmiato il guardasigilli Alfonso Bonafede è più facile indicare le vittime che i vincitori perché, obiettivamente, le brutte figure hanno prevalso sulle buone. E ciò a cominciare dalle Binafede 2opposizioni, che sono riuscite a elidersi a vicenda con due mozioni di segno opposto impietosamente denunciato, col suo accento inconfondibile, dalla elegante senatrice altoatesina Julia Unterberger. Che ha pronunciato la sua dichiarazione di voto contrario affiancata non a caso da quella volpe di Pier Ferdinando Casini palesemente consenziente, pur avendo egli pronunciato nella discussione un discorso non proprio esaltante per il pur vincente ministro della Giustizia.

A Bonafede l’ex presidente della Camera aveva  contestato non tanto l’azione di governo rimproveratagli dalle opposizioni quanto la “difesa dissennata” riservatagli dal senatore pentastellato Marco Pellegrini. Che lo aveva preceduto avvolgendo nell’”eroismo” il ministro,  giunto a quel posto dopo una lunghissima sequenza di inetti nella migliore delle ipotesi, di criminali nella peggiore.

Il centrodestra, per tornare all’opposizione, ha chiesto la sfiducia considerando Bonafede troppo poco giustizialista e severo con i detenuti, avendo lasciato uscirne un bel po’ per paura del coronavirus prima Boninodi intervenire con due decreti legge per riportarli dentro, o troppo poco, anzi per niente garantista secondo la senatrice Emma Bonino. Che è tornata a intitolare in aula la sua mozione a quella vittima emblematica della cattiva giustizia che fu Enzo Tortora.

Curiosamente -anche questo ha fondatamente sottolineato la senatrice altoatesina- i forzisti berlusconiani sono riusciti a dividersi nelle firme fra l’una e l’altra mozione derogando all’aurea contrarietà originariamente vantata alla sfiducia “individuale”, subìta per primo nel 1995 da un ministro della Giustizia ipergarantista come si rivelò Filippo Mancuso. Sarebbe stato forse opportuno, per Berlusconi e i suoi senatori, risparmiarsi la deroga e rimanere alla finestra.

Altre due vittime del passaggio parlamentare su Bonafede sono stati, per motivi diversi e persino opposti, Matteo Renzi e Giuseppe Conte. Il primo si è esibito come un acrobata, più che come un leader, annunciando e motivando il no alle mozioni dopo averle difese dalla “strumentalità” contestata dai grillini, dal Pd e dalla sinistra dei liberi e uguali.

Perché mai allora il capo di Italia Viva ha aiutato il guardasigilli a uscire indenne dalla seduta? Per fiducia, rispetto politico e quant’altro nei riguardi del presidente del Consiglio, ha spiegato Renzi ricordandone recenti aperture al suo partito e le dimissioni sostanzialmente minacciate, con la conseguente crisi, nel caso in cui Bonafede fosse stato sfiduciato.

Da una partita contro il guardasigilli e il suo movimento, prodigo peraltro di mozioni di sfiducia individuale contro i ministri del suo ormai lontano governo, fra il 2014 e il 2016, quella di Renzi è diventata pertanto una partita personale, per ora a buon fine, col presidente del Consiglio. Del quale -avrò sbagliato con quella malizia che Giulio Andreotti si perdonava dicendo che riusciva ad “azzeccarci”- mi è sembrato di cogliere sul viso, seduto ai banchi del governo in mascherina e con le dovute distanze di sicurezza antivirale, un certo imbarazzo.

Non a caso, forse Conte al Foglooper limitare la forza di quell’abbraccio metaforico, Conte ha poi rilasciato Conte al Fogliouna lunga intervista al Foglio proponendo “un patto con le opposizioni”: quasi  un cavalcavia sulla testa di Renzi.

Un altro imbarazzo sul volto di Conte l’ho colto  alla conclusione del discorso, per conto del Pd, del senatore Franco Mirabelli, difensivo di Bonafede ma fermo nel chiedere una “discontinuità”, finalmente, nella gestione della politica della giustizia dopo il lascito del precedente governo gialloverde. Cui Mirabelli  ha rimproverato anche la fine della prescrizione all’esaurimento del primo grado di giudizio, prima ancora di una riforma del processo penale per garantirne tempi certi e davvero “ragionevoli”, come vuole la Costituzione.

A proposito di quest’ultima, non dico che il passaggio parlamentare su Bonafede, per carità, l’abbia strapazzata al punto da fare inserire tra le vittime addirittura il presidente della Repubblica. Ma dubito, francamente, che si sia avuto molto riguardo per Sergio Mattarella fuori e dentro l’aula del Senato enfatizzando una crisi di governo nel caso di sfiducia pur individuale al guardasigilli.

Una crisi si sarebbe pur aperta se davvero il presidente del Consiglio si fosse dimesso sotto la spinta e la protesta dei grillini, di cui il guardasigilli è capo della delegazione al governo. Ma sarebbe stata tutta da vedere e verificare la reazione del capo dello Stato. Che avrebbe potuto prenderne atto e aprire le rituali consultazioni, ma anche decidere il rinvio del governo dimissionario alle Camere per mettere davvero alla prova la caduta del rapporto fiduciario fra il Parlamento e il governo, al di là della persona del guardasigilli.

D’altronde lo stesso Renzi, una volta terminata la seduta del Senato, in una intervista a Repubblica ha Renzi a Repubblicadetto che pur di evitare le elezioni anticipate “in questo Parlamento la maggioranza si forma in un quarto d’ora”. E’ ciò che avvenne già nell’estate scorsa, d’iniziativa dello stesso Renzi, dopo la caduta del governo gialloverde.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Renzi oscilla tra voti e posti, e grazia al Senato il guardasigilli Bonafede

            Peserà molto su Matteo Renzi, si vedrà se a torto o a ragione, l’accusa procuratasi al Senato dalla pur soccombente opposizione di centrodestra -ma anche da quella di Emma Bonino, per quanto personalmente apprezzata dall’ex presidente del Consiglio nel suo intervento- di avere inseguito “più poltrone che voti” nella gestione della partita del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede. BonafedeChe Renzi ha contribuito a salvare dalla sfiducia “individuale” non per averne apprezzato il discorso di difesa e replica in aula, che pure si era riservato di valutare, ma semplicemente e dichiaratamente per riguardo “politico” verso il capo del governo presente in mascherina ai banchi dell’esecutivo. Di cui egli ha ricordato la sostanziale minaccia delle dimissioni, e di una conseguente apertura di crisi, in caso di bocciatura del ministro della Giustizia e capo della delegazione grillina al governo.

            Non risulta, francamente, che Conte avesse mai mostrato segni di cedimento o di indifferenza verso il suo amico guardasigilli dall’esplosione del caso, in particolare dopo lo scontro televisivo a distanza fra il consigliere superiore della magistratura Nino Di Matteo, mancato capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria due anni fa, e Bonafede.

            Renzi conosceva insomma quale fosse la posta in gioco sin dall’inizio della partita e non è mai apparso davvero tentato dall’idea di mettere alla prova la determinazione del presidente del Consiglio puntando, per esempio, sulla carta del Quirinale. Dove il presidente della Repubblica, in presenza di una crisi sullo sfondo addirittura di un ricorso anticipato alle urne, da lui stesso messo nel conto nelle scorse settimane con informazioni giornalistiche di senso univoco, avrebbe ben potuto rinviare il governo dimissionario alle Camere. E ciò per verificare se davvero Renzi a Repubblicacon la sfiducia “individuale” a un ministro, pur importante come quello della Giustizia, dovesse e potesse ritenersi esaurita la legislatura. “In questo Parlamento la maggioranza si forma in un quarto d’ora”, ha dichiarato proprio Renzi in una intervista a Repubblica dopo la seduta al Senato parlando di una eventuale crisi.

            Forte pertanto è rimasto il sospetto che la partita appena conclusa senza danni sul guardasigilli sia servita al senatore toscano come occasione per instaurare una nuova e meno conflittuale fase di rapporti col presidente del Consiglio. Cui non a caso l’ex segretario del Pd ha riconosciuto segnali di novità o di apertura lanciati in questi ultimi giorni nei riguardi della sua parte politica su vari problemi, esterni e interni all’emergenza da virus, trattati con emissari qualificati.

            Lo stesso Renzi, d’altronde, ha mostrato di essere ben consapevole delle interpretazioni non esaltanti alle quali si è prestata la sua tattica politica, a mezza strada fra l’acrobata Il Fattoe il corsaro, o fra “il solito bluff” contestatogli dal Fatto Quotidiano e “i belati del lupo” derisi Liberoda Libero. Egli ha definito il proprio discorso fra i più difficili, se non il più difficile, della sua ormai non breve carriera politica. Ora è ancora più esposto di prima agli sberleffi, specie se dovesse davvero incassare qualche nuova postazione di potere.

             Ha tuttavia problemi anche Conte, cui così vistosamente e astutamente l’ex presidente del Consiglio si è in qualche modo aggrappato. Anche lui deve pagare pegno, a questo punto, alla richiesta esplicita del Pd, formulata da Franco Mirabelli e dal capogruppo Andrea Marcucci, di una “discontinuità” nella gestione della controversa e non proprio lineare politica del governo sulla giustizia in Italia.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

Quello sgarbo a Mattarella nella gestione della partita al Senato su Bonafede

            A prescindere da come finirà la partita aperta al Senato, mentre scrivo, contro il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede – sottoposto alle mozioni di sfiducia “individuale” presentate dal centrodestra e dall’europeista e garantista Emma Bonino a 90 anni dalla nascita di Marco Pannella e a 32 dalla morte di Enzo Tortora- lasciatemi dire che logica politica e logica costituzionale dovrebbero coincidere in tempi normali. Che non sono evidentemente Geremicca su Bonafedequesti che viviamo, e non solo per colpa dell’epidemia virale, come ha sospettato invece Federico Geremicca sulla Stampa preannunciando il salvataggio di Bonafede appunto grazie al covid 19, e all’emergenza da esso provocata anche in sede politica e istituzionale. Da qui la fine positiva, non so se più auspicata o prevista, della “lunga” e insonne Titolo Sudnotte del guardasigilli, stando rispettivamente a un titolo del Quotidiano del Sud e alla vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Logica politica e logica costituzionale sono entrate in conflitto nella partita di Bonafede precisamente quando i grillini ma, ancor più di costoro, il Pd hanno minacciato di crisi di governo Matteo Renzi, tentato nella maggioranza almeno dalla mozione della senatrice Bonino. Eppure in gioco era in quel momento Titolo del Fattola sfiducia appunto “individuale” al guardasigilli e non all’intera compagine ministeriale guidata da Giuseppe Conte. Al Fatto Quotidiano, sempre all’erta sotto le 5 Stelle, non è parso verso trasformare il monito del Pd, secondo partito della coalizione giallorossa, come una bandiera, o bandierina, in un titolo di prima pagina.

            Pur non contemplata dalla Costituzione repubblicana in vigore dal 1948, che parla solo di fiducia e sfiducia al governo nella sua interezza, la sfiducia “individuale” vi è stata introdotta come una supposta dalla Corte Costituzionale con una sentenza nel 1996 respingendo il ricorso presentato dall’ormai ex guardasigilli, pure lui, Filippo Mancuso. Che ne aveva fatto le spese l’anno prima per avere osato mandare un’ispezione ministeriale nella inespugnabile fortezza, diciamo così, del tribunale di Milano e della relativa Procura. Dove si era consumata la cosiddetta prima Repubblica per i finanziamenti illegali della politica.

            I giudici del Palazzo della Consulta, dirimpettaio del Quirinale dove sedeva il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, voglioso di scaricare il ministro della Giustizia da lui stesso voluto nella formazione del governo di Lamberto Dini, decisero allora che un ministro, non potendo essere rimosso costituzionalmente né dal presidente della Repubblica che lo aveva nominato né dal presidente del Consiglio che formalmente gli era stato proposto, poteva ben essere licenziato dal Parlamento senza provocare una crisi di governo. Che è l’esatto opposto di quel che hanno sostenuto grillini e Pd facendo quadrato in questi giorni attorno a Bonafede, peraltro anche capo della delegazione del suo movimento nel secondo esecutivo di Conte.

            A nessuno -tutti presi dai riflettori puntati sulla vera o presunta “spada” non delle opposizioni ma Titolo Gazzettadi Renzi sulla testa di Bonafede, come ha titolato La Gazzetta del Mezzogiorno- è venuto in testa un po’ di riguardo per il presidente della MattarellaRepubblica e per le sue competenze in caso di crisi. E’ a lui infatti che spetta di decidere quando un governo si dimette se accettare o no l’apertura della crisi, avviando o proseguendo le consultazioni per cercare di risolverla o rimandando il governo alle Camere per verificare che davvero gli manchi la fiducia formalmente non ritiratagli. Non bisogna essere cattedratici di diritto costituzionale per sapere e capire una cosa del genere.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

             

I grillini contestano i 500 miliardi per la ripresa proposti da Parigi e Berlino

             I nodi in politica sono come le ciliegie: una tira l’altra, dice un vecchio proverbio. Non si è ancora sciolto nella maggioranza giallorossa di governo il nodo, appunto, del guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, su cui il Senato voterà domani la sfiducia proposta dalle opposizioni di centrodestra e da un’ Emma Bonino avvolta nella significativa memoria di Enzo Tortora, sinonimo del garantismo in Italia per la sua drammatica vicenda umana e giudiziaria, e un altro non meno insidioso sopraggiunge o si aggroviglia ulteriormente sul versante europeo.

            L’annuncio dell’accordo franco-tedesco su un fondo comunitario di 500 miliardi di euro per la ripresa in tempi di coronavirus, da cui l’Italia potrebbe attingerne 100, è stato salutato a Roma come “un buon punto di partenza” dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte in persona, senza consultare evidentemente la componente grillina numericamente e politicamente ancora decisiva della maggioranza. Di cui invece si è fatto prontamente portavoce, o Fatto 1 su fondoispiratore, come si preferisce, il solito Fatto Quotidiano, il più vicino di tutti alle 5 Stelle. Che ha lamentato o denunciato, sempre come Fatto 2 su fondosi preferisce, il “dimezzamento” del fondo rispetto alle previsioni o ai desideri avvertendo che “all’Italia (e all’Europa) serve ben altro, e Repubblica su fondodi più”. Altro, quindi, che l’”aiuto per l’Italia” sventolato in prima pagina da Repubblica, o la “scommessa” La Stampa su fondosalutata dalla Stampa, entrambe adesso di proprietà di John Elkann, o lo Gazzetta su fondo“scongelamento” della Merkel “per Conte” in persona visto a Bari dalla Gazzetta del Mezzogiorno.

            Neppure a fondo perduto, come sono stati messi sul tappeto delle trattative, i 500 miliardi proposti dalla Francia e dalla Germania, che hanno così ritrovato il vecchio asse trainante dell’Unione Europea, hanno ammorbidito sospetti, pregiudizi e quant’altro che ancora accomunano, anche dopo la rottura dell’alleanza gialloverde stretta dopo le elezioni del 2018, buona parte dei grillini ai leghisti di Matteo Salvini, e ai fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

            Vi chiederete a questo punto se la riduzione della torta del fondo europeo per la ripresa o ricostruzione, salvo aumenti successivi, non avrà indotto o indurrà i grillini nella maggioranza ad aprirsi ai 36 miliardi di prestito a tasso vicino allo 0 destinati al sistema sanitario italiano e  disponibili col famoso Mes, acronimo del meccanismo europeo di stabilità. Manco per sogno. Rimane il no già annunciato dal reggente del movimento grillino, Vito Crimi, dopo il recente e ribadito affidamento del pur titubante Conte alle decisioni che prenderà il Parlamento quando sarà investito della questione.  Il problema -ha avvertito Crimi- è estraneo  al “patto di maggioranza”, per quanto il Pd di Nicola Zingaretti e il partitino di Matteo Renzi muoiano dalla voglia di attingere a quei soldi condizionati solo alla loro destinazione, diversamente da tutti gli altri interventi effettuati sotto quell’egida in passato.

            A smuovere o far tirare un sospiro di sollievo ai grillini non è riuscita neppure la presidente francese della Banca Centrale Europea, Christine LagardeLagarde, proponendo una riforma di quello scorsoio e persino “stupido” patto di stabilità, come lo definì Romano Prodi, prima che torni in vigore dopo la sospensione decisa dalla Commissione di Bruxelles al sopraggiungere della crisi da emergenza virale.

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Anche il fantasma di Enzo Tortora irrompe sulla scena di Bonafede al Senato

Complice addirittura la buonanima di Enzo Tortora, nel 32.mo anniversario della morte, si è terribilmente complicato il pasticciaccio di via Arenula. Di cui il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede può essere visto, secondo i gusti o le opinioni, come vittima o colpevole e quindi, rispettivamente, da assolvere o da sfiduciare mercoledì prossimo nell’aula del Senato. Dove all’originaria mozione del centrodestra -una volta tanto, e a sorpresa, ricompattatosi ai vertici per la deroga decisa, sembra personalmente da Silvio Berlusconi in Provenza, alla contrarietà Boninoper principio alla sfiducia individuale- se n’è aggiunta una della radicale ed ultraeuropeista Emma Bonino. Che, firmata anche da alcuni forzisti evidentemente dissidenti rispetto all’adesione a quella dei leghisti e dei fratelli d’Italia, è stata intestata dalla stessa Bonino alla memoria appunto di Tortora, protagonista della vicenda più emblematica di una cattiva amministrazione della giustizia in Italia.

Il popolare conduttore televisivo, accusato di camorra, riuscì ad essere alla fine assolto ma rimettendociTortora col pappagallo la salute, e la vita stessa. Sotto la spinta del suo dramma si svolse  nel 1987 un referendum, stravinto dai promotori ma poi contraddetto in gran parte da un intervento legislativo, contro le norme protettive dei magistrati in ordine alla responsabilità civile per i loro errori.

La mozione della Bonino è stata studiata apposta -lamentano e temono in modo speciale nel Pd- per tentare nella Bonafede e renzimaggioranza i renziani, da sempre in polemica con Bonafede per non aver voluto condizionare ad una riforma concreta e operante del processo penale quella della prescrizione, che dal 1° gennaio scorso cessa con la sentenza di primo grado.

Oltre o più ancora della mozione della senatrice Bonino e di quella del centrodestra, ad agitare le acque, volente o nolente, è stata tuttavia una intervista a Repubblica della presidente del Senato CasellatiMaria Elisabetta Alberti Casellati. Che ha lamentata la “opacità” dell’ inedito scontro consumatos, sia pure a distanza, tra un ministro della Giustizia e un consigliere superiore della magistratura. Quest’ultimo è il notissimo magistrato d’accusa del processo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia della stagione stragista Nino Di Matteo.

Il consigliere nel pieno delle polemiche sulle scarcerazioni di centinaia di detenuti di mafia e simili disposte durante l’emergenza virale dai magistrati competenti per ragioni di salute e rischio di contagio, che avevano investito -secondo me- a torto il guardasigilli,  difesosi poi -sempre secondo me- a torto, pure lui, con un decreto legge dichiaratamente finalizzato a far recedere i magistrati dalle loro prime deliberazioni, ha contestato a Bonafede una vicenda di due anni fa.

Risale infatti a giugno del 2018 un’offerta fatta dal guardasigilli ancora fresco di nomina a Nino Di Matteo, ancora in servizio come magistrato e molto popolare fra i grillini, la guida del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, salvo ripensarci dopo una notte a favore di un altro magistrato. Che è stato dimesso di recente proprio per le polemiche sulle scarcerazioni.

Disgraziatamente per Bonafede, che si è sentito offeso dalle insinuazioni alle quali si è quanto meno prestata la sortita di Di Matteo nella lettura fattane dagli avversari politici o critici del guardasigilli, quel ripensamento di due anni fa coincise con le proteste levatesi nelle carceri fra i detenuti di mafia al solo arrivo delle voci che davano incombente lo stesso Di Maio, ben prima quindi che egli ricevesse l’offerta dal ministro.

Probabilmente nell’avvertire la “opacità”, ripeto, di tutta la vicenda e nel sollecitare un pronunciamento del Consiglio Superiore della Magistratura in veste anche di ex esponente di quel Di Matteoconsesso, la presidente del Senato ha voluto riferirsi alla posizione di Di Matteo. Che è stato del resto pubblicamente criticato per il suo scontro col ministro da autorevoli magistrati, fra i quali l’ex capo della Procura della Repubblica di Torino Armando Spataro, non certamente sospettabile di lassismo giudiziario o di indulgenza verso il governo di turno nell’espletamento delle proprie funzioni, quando e dove le svolgeva.

Tuttavia, pur interpretabile in questo modo, cioè più a favore che contro il ministro della Giustizia, l’intervento della presidente del Senato ha obiettivamente contribuito ad aumentare l’esposizione politica del passaggio parlamentare che attende il guardasigilli. Il cui ruolo anche di capo della delegazione grillina al governo, dopo la sostanziale rimozione di Luigi Di Maio successiva alle sue dimissioni da capo politico del movimento, espone la maggioranza ad un supplemento di rischi se essa non dovesse reggere allo scontro con le opposizioni. O, se preferite, se i renziani dovessero davvero farsi tentare dalla mozione della senatrice Bonino, che creerebbe loro minori problemi, o imbarazzi, della mozione del centrodestra.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Blog su WordPress.com.

Su ↑