Ricordando Massimo Bordin e la sua vittoria postuma nella guerra di Radio Radicale

Fra qualche giorno, il 19 settembre, saranno trascorsi già quattro mesi dalla morte di Massimo Bordin. Del quale mi manca ancor più di quando smise di condurla, piegato dalla malattia che l’aveva aggredito, quella personalissima, inconfondibile rassegna stampa mattutina su Radio Radicale, di cui era stato a lungo anche direttore riuscendo peraltro a polemizzare con Marco Pannella senza mai rompere davvero: cosa che da sola ne aveva fatto un mito, a cominciare dagli occhi, dalla mente e dal cuore dello stesso Pannella.

L’ultima battaglia condotta da Massimo fu per il salvataggio di Radio Radicale, che sembrava condannata da una curiosa guerra dichiarata dai grillini e condotta dall’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio con la delega dell’editoria: il già capogruppo del Movimento delle 5 Stelle al Senato Vito Crimi. Si voleva la fine dell’emittente in nome della lotta agli sperperi e alle sovvenzioni pubbliche ad una informazione incapace di vivere dei propri mezzi.

Eppure Radio Radicale non era e non è un’emittente qualsiasi. Era ed è particolarissima nel suo genere, forte di una convenzione approvata dalle maggioranze politiche dei più diversi colori, succedutesi per decenni, per lo svolgimento di un servizio pubblico costituito dalle trasmissioni in diretta e differita dei lavori parlamentari. Ma è stato servizio pubblico, anche se non da convenzione, pure quello reso da Radio Radicale al pubblico italiano trasmettendo congressi di partito, senza discriminazione alcuna, altre loro manifestazioni, convegni di studio e quant’altro. Il suo archivio, fonico e televisivo, può ben essere considerato un patrimonio di interesse e valore inestimabile, come alla fine hanno riconosciuto anche quelli decisi sostanzialmente a farla chiudere.

L’ostinazione dei grillini in questa -ripeto- curiosa offensiva contro Radio Radicale aveva resistito a tutto, anche all’azione di persuasione svolta dietro le quinte dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Mi colpì l’improvvisazione -permettetemi di dirlo- con la quale nella conferenza stampa di fine dell’anno scorso, rispondendo ad una domanda sull’argomento, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte liquidò il problema di Radio Radicale sostenendo che avrebbe potuto provvedere al suo sostentamento, senza la convenzione pubblica, ricorrendo alle tradizionali risorse dell’editoria, a cominciare dalla pubblicità e dalle sponsorizzazioni. Ma la forza distintiva di Radio Radicale era ed è proprio quella di rifuggire dalla pubblicità e mezzi similari. Bastava avere seguito una sola giornata della sua programmazione per capirlo. Forse l’avvocato e professore approdato inusualmente a Palazzo Chigi non aveva mai avuto il tempo o l’occasione di sintonizzarvisi.

Poi Conte -si sa- è cresciuto di suo politicamente, come ha dimostrato riuscendo a succedere a se stesso in una crisi di governo che è stata generalmente definita, e non a torto, come la più pazza del mondo, o quanto meno delle non poche crisi della nostra storia repubblicana. Oso credere, o sperare, che il presidente del Consiglio non si avventurerà più a parlare come allora di Radio Radicale, nel frattempo del resto da lui stesso lasciata in qualche modo sopravvivere con un espediente provvisorio passato in Parlamento, secondo me, anche per la forte emozione provocata dalla morte di Massimo Bordin. A sostituire il quale nella conduzione delle rassegne stampa mattutine di Radio Radicale vi è stata una commovente e solidale gara dei colleghi più qualificati, e delle più diverse testate, anche della nostra nella persona del direttore Carlo Fusi,  sentitisi giustamente in debito con lui.

Pungente, abrasivo, sarcastico come solo lui sapeva essere nei suoi appuntamenti col pubblico, e incredulo di fronte all’ostinazione con la quale Vito Crimi da Palazzo Chigi conduceva la suaCrimi.jpg battaglia contro Radio Radicale con la totale copertura del Ministero dello Sviluppo Economico da cui materialmente dipendeva la sorte della convenzione, guidato d’altronde dal capo in persona del suo Movimento, Luigi Di Maio, il mio amico Massimo coniò per l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio la definizione di “gerarca minore”. Me ne sono ricordato quando ho visto rimuovere Crimi da quell’incarico nel nuovo governo di Conte, sia pure promosso a vice ministro dell’Interno, per essere sostituito da Andrea Martella, del Pd.

Mi sono chiesto come avrebbe reagito alla notizia della nuova destinazione di Crimi nella sua conduzione di “Stampa e regime” Bordin parlandone ai suoi ascoltatori. Forse si sarebbe limitato, per non infierire, a fingere una volta tanto uno di quei suoi colpi di tosse, uno degli attacchi della sua raucedine per tanto, troppo tempo -ahimè- sottovalutati. E che ce l’hanno portato via troppo presto. Ciao, Massimo. Ce l’hai fatta a salvare la tua e nostra Radio Radicale,  anche da lassù.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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