Il ritorno dei rubli nelle risse parlamentari, come ai vecchi tempi….

A dispetto del cambiamento datosi come parola d’ordine nell’omonimo governo realizzato l’anno scorso con i grillini, e destinato a durare ben oltre le previsioni maturate in Silvio Berlusconi quando autorizzò il leader leghista a prendersi una libera uscita dal centrodestra per evitare che alle elezioni politiche del 4 marzo ne seguissero altre tra luglio e agosto, con tutti i nostri elettori -disse il Cavaliere- inchiodati alle vacanze, Matteo Salvini continua a far rivivere ai vecchi cronisti parlamentari scene del passato. Alla rovescia, potrebbe rispondere il “capitano” del Carroccio, cioè a parti rovesciate, e quindi senza tradire il motto o l’aspirazione al cambiamento, ma sono pur sempre situazioni e spettacoli del passato quelli ch’egli, volente o nolente, ci ripropone.

Ho appena paragonato su queste pagine, qualche giorno fa, i bacioni con cui il vice presidente vicario del Consiglio e ministro dell’Interno cerca di liquidare critici ed avversari dai banchi del governo ai bacini che nel 1987 Cicciolina, appena eletta nelle liste radicali, cominciò a indirizzare nell’aula di Montecitorio ai “cicciolini”, come li chiamava, che non ne gradivano la presenza o non ne condividevano pose e interventi: compreso Giulio Andreotti. Del quale mi sono dimenticato di riferirvi il rimprovero, da lui stesso raccontatomi con l’umorismo che lo distingueva, ricevuto una sera a casa dalla moglie per essersi lasciato chiamare in quel modo dalla pornodiva senza perdere, una volta tanto, il suo storico controllo dei nervi, limitandosi a berci sopra qualche bicchiere d’acqua.

Ebbene, quel diavolo di Salvini è appena riuscito a far tornare a gridare nell’aula di Montecitorio contro i rubli, quelli russi naturalmente, con vivaci richieste di chiarimento, nonostante le smentite da lui già opposte, le querele già presentate e le nuove che ha minacciato a chi ha preso sul serio le “rivelazioni” del sito americano BuzzFeed.com, secondo cui durante un suo soggiorno a Mosca nell’autunno scorso il quasi omonimo, amico e collega di partito Gian Luca Savoini avrebbe negoziato, concordato, tentato e non so cos’altro con quattro russi in un grande albergo finanziamenti alla Lega, in vista della costosa campagna elettorale europea dell’anno dopo. E tutto ciò all’ombra di grandi affari petroliferi.

Di questa vicenda si occupò già in Italia, fra altre smentite e querele, il settimanale L’Espresso. Che naturalmente se n’è vantato, con i ritorni americani, ed ha ripreso a intingere il pane nell’inchiostro quando, vere o false che siano, le notizie sono rimbalzate da oltre Atlantico. Dove peraltro Salvini e Putin.jpgSalvini ha il torto di essere appena andato in visita ufficiale, di avere avuto incontri di alto livello, anche se non altissimo come quello del presidente Donald Trump. Che tuttavia non nasconde certamente né direttamente né indirettamente, attraverso i suoi collaboratori, l’interesse e la simpatia per il leader leghista, che in quell’albergo di Mosca è stato addirittura definito “il Trump italiano”. Cui manca soltanto il passaggio politico, e forse anche elettorale, per diventare il capo del governo prendendo il posto di Conte, pure lui tuttavia apprezzato dal presidente americano, che gli parla chiamandolo “Giuseppi”, perché gli americani hanno problemi con la e finale dei nomi.

Ho trovato curioso, divertente e non so dirvi cos’altro ancora vedere nell’aula di Montecitorio insorgere con grida e cartelli contro i presunti rubli a Salvini e alla Lega quegli stessi settori, a sinistra, contro cui negli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche oltre, insorgevano i deputati della destra e del centro contro i rubli non presunti ma veri, anzi verissimi, che arrivavano dall’allora Unione Sovietica al Pci per finanziarne in modo decisivo la grande e costosa organizzazione. Non potevano onestamente bastare allo scopo né le quote di iscrizione, né i contributi pur consistenti dei parlamentari, né i soldi pubblici forniti dalla legge cui si ricorse dopo lo scandalo dei finanziamenti privati dei petrolieri, che coinvolse pure quel partito dell’odore inconfondibile di bucato come Indro Montanelli chiamava il Pri del suo amico Ugo La Malfa. Né potevano bastare a sostenere i costi di quella potente macchina organizzativa ed elettorale del Pci i consumi di salamelle ed altro nelle pur affollate, a volte affollatissime, feste dell’Unità, dove si mescolavano passioni per i compagni e odi per gli avversari, persino nei menù dove si proponeva il piatto imperdibile della “trippa alla Bettino” Craxi.

Dei rubli arrivati lungamente, sistematicamente e abbondantemente al Pci da Mosca tramite gli affari delle Cooperative o con le valigie diplomatiche direttamente  nell’ambasciata sovietica a Roma, a poca distanza dalla Stazione Termini, si divertiva spesso a parlare, anche quando il traffico era o sembrava cessato, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che li rinfacciava, in particolare, all’ultimo e forse davvero incolpevole segretario del Pci: Achille Occhetto, da lui liquidato come “zombi”.

Nel parlarne, quell’impenitente di Cossiga si divertiva a ricordare, o precisare, che da Mosca arrivavano all’ambasciata romana solo e rigorosamente rubli, alla cui conversione in dollari, non in lire, provvedevano esperti noti alle tolleranti, anzi tollerantissime autorità di vigilanza. Ed erano anni, quelli, di guerra fredda davvero, col muro ben piantato e sorvegliato a Berlino, con i missili puntati nelle basi del Patto di Varsavia contro le capitali europee, Roma compresa: missili diventati ad un certo punto così tanti e così pericolosi da costringere la Nato ad un riarmo al cui passo l’Unione Sovietica non resse sul piano economico e finanziario.

Come se avesse sentito arrivare, anzi tornare attraverso gli Stati Uniti, le polemiche sui rubli ancora una volta incombenti  a torto o a ragione sulla politica italiana, il giornalista e romanziere Walter Veltroni, forse ancora più fortunato in questa veste che come segretario di partito, ministro, vice presidente del Consiglio e sindaco di Roma, dove pure ha fatto molto e spesso anche bene, ha appena riproposto ai lettori del Corriere della Sera, intervistando questa volta sui misteri e sulla fine della prima Repubblica il vecchio amico Aldo Tortorella, con i suoi 93 anni appena compiuti, la storia dei finanziamenti russi al Pci. E dei danni, forse superiori anche ai vantaggi, che ne derivarono al partito allora più forte della sinistra italiana, compromettendone l’automomia o ritardandone l’evoluzione, come la chiamavano quelli che la volevano pure nella Dc per liberarsi di un alleato scomodo come Craxi.

Tortorella non ha fatto numeri ma ha parlato di date, o periodi, raccontando in particolare che  a chiudere la pratica dei finanziamenti sovietici al Pci fu Enrico Berlinguer poco dopo la sua elezione a segretario, avvenuta nel marzo del 1972, e l’attentato che subì l’anno successivo,Tortorella e Berlinguer.jpg rimasto a lungo segreto e controverso, durante una visita in Bulgaria. Dove i padroni di casa gli procurarono un incidente stradale sperando di liberarsene per l’abitudine che aveva preso di parlare dei limiti, chiamiamoli così, della democrazia nei regimi comunisti. Ciò accadeva quindi ben prima del 1980, quando il leader comunista commentando in televisione il colpo di Stato militare compiuto in Polonia autonomamente dal generale Jaruzesky per prevenire il solito intervento delle truppe sovietiche, trovò il coraggio di dichiarare l’esaurimento della “spinta propulsiva” della rivoluzione comunista di ottobre del 1917 in Russia. Allora egli finì di compromettere quel poco ch’era ancora rimasto dei vecchi rapporti di scuola e di politica con Mosca.

Berlinguer decise di fare a meno dei rubli in modo sostanzialmente solitario, consultandosi -ha raccontato Tortorella- solo con Gerardo Chiaromonte, e poi passando le direttive necessarie al capo dell’’organizzazione del partito Gianni Cervetti, che si occupava anche dei delicati rapporti finanziari con Mosca. Seguirono non a caso, nel 1973, i tre saggi consecutivi affidati da Berliguer alla rivista del partito Rinascita sulla lezione da trarre dal colpo di Stato militare in cui era sfociata, per reazione interna e internazionale, la svolta dell’alternativa di sinistra realizzata da Salvatore Alliende, che ne sarebbe morto.

Non l’alternativa di sinistra ma il “compromesso storico” con le forze moderate avrebbe dovuto diventare la linea del Pci, che infatti la perseguì con Berlinguer, rivestendola anche dei panni del cosiddetto “eurocomunismo”, sino a realizzare nel 1976 e a rafforzare nel 1978, con l’ultima crisi gestita nella Dc da Aldo Moro, prima del sequestro e dell’assassinio per mano delle brigate rosse, quella che è passata alla storia come “maggioranza di solidarietà nazionale”.

Berlinguer potette farlo -ha raccontato Tortorella- pur non proprio a tutte le condizioni da lui volute, viste le resistenze opposte da Moro a una partecipazione diretta del Pci al governo, che fu invece composto solo di democristiani, e guidato da Giulio Andreotti per garantire o rasserenare i sospettosissimi americani, ma anche la Chiesa; Berlinguer, dicevo, potette farlo solo per essersi nel frattempo garantita sul piano finanziario “l’autonomia necessaria al partito per essere coerente forza nazionale e di governo”.

Eppure, anche se Tortorella non lo ha ricordato né Veltroni ha voluto aiutarlo incalzandolo con qualche domanda, il Pci continuò a tenere i suoi legami con Mosca contrastando, per esempio, il riarmo missilistico della Nato, nonostante Berlinguer avesse detto in una famosa intervista a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera, censurata in questo passaggio dall’Unità, di sentirsi anche come comunista garantito sotto l’ombrello atlantico. Dovettero arrivare i già ricordati fatti polacchi del 1980 perché veramente la storia dei rapporti con l’Urss cambiasse e i rubli fossero probabilmente destinati solo a una parte del Pci, quella organizzata alla luce del sole da Armando Cossutta dopo lo “strappo” da questi rimproverato a Berlinguer. E Cossutta fece tutto intero il suo dovere di militante  filosovietico rimanendo nel Pci sino a quando Occhetto, anche a costo di piangerne, non decise di cambiargli nome e simbolo per non lasciarlo sepolto sotto le macerie del muro di Berlino,

Ora, francamente, non so come andrà a finire lo scontro, politico e forse anche giudiziario, di Salvini con quanti lo immaginano imbottito di rubli, o con qualche amico che avrà pensato di fargli un piacere cercando di procurarglieli intrufolandosi in alberghi, ristoranti e quant’altri, ma di  certo mi ha fatto una certa impressione -vi ripeto- vedere protestare contro i rubli veri o presunti della Lega parlamentari negli stessi banchi parlamentari dove sedevano i deputati appartenenti al partito che i rubli li prendeva davvero. E ne fu a lungo anche orgoglioso.

Mancano alla chiama o ai richiami, almeno per ora, i dollari che i comunisti ai loro tempi accusavano la Dc e gli alleati di prendere dagli Stati Uniti. E chissà se, coi tempi e con gli umori che corrono, Salvini non finirà per sentirsi accusare di prendere anche quelli, i dollari, e non solo i rubli.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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