Brutte sorprese dai sondaggi per la Lega e capitan Matteo a 15 giorni dal voto

            Nell’ultimo giorno consentito per la pubblicazione dei sondaggi, e a quindici dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, del Consiglio regionale piemontese e di numerose amministrazioni comunali, il leader leghista Matteo Salvini, per quanto reduce, fra un comizio e l’altro, da una sosta di devozione Salvini e Padre Pio.jpgnella Pietrelcina di Padre Pio, si deve accontentare della pur generosa, una volta tanto, Repubblica . Che gli attribuisce in due mesi, con i numeri della Demos, una perdita di quasi due punti soltanto, facendolo scendere dal 34,4 al 32,2 per cento dei voti: sempre in fortissimo aumento -per carità- rispetto al 17 per cento delle elezioni politiche dell’anno scorso ma con una frenata che potrebbe impensierire lo stesso “il capitano”, perché le tendenze sono sempre tendenze. E potrebbe essere davvero arrivata per la Lega una inversione per le crescenti difficoltà procurate dalla convivenza al governo con i grillini. Che, sempre con i numeri raccolti dalla Demos per Repubblica, sono scesi solo dal 23,2 al 22,6 per cento delle intenzioni di voto, rimanendo molto distanti, per carità, dal 32 per cento delle elezioni politiche dell’anno scorso ma con la speranza di avere quanto meno frenato la caduta.

            Il Corriere della Sera tuttavia ha altri dati, forniti dall’Ipsos, che in un mese trascorso dalle ultime rivelazioni ha fatto scendere la Lega di ben sei punti, dal 36,9 al 30,9, e fatto salire i grillini dal 22,3 al 24,9 per cento, prima forse che il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio spiazzasse mezzo Il Fatto.jpgmovimento, a cominciare dalla sindaca di Roma Virginia Raggi, schierandosi di fatto con i rivoltosi di Casal Bruciato contro l’assegnazione di una casa popolare, con tanto di graduatoria certificata, ad una famiglia di rom. Cosa, questa, di Di Maio che gli ha procurato sulla prima pagina dell’insospettabile Fatto Quotidiano il travestimento da Alberto da Giussano, sul  Carroccio targato Matteo Salvini.

            I rapporti di forza tra i due partiti della maggioranza gialloverde rimangono comunque rovesciati rispetto all’inizio della loro avventura di governo. E i grillini debbono guardarsi le spalle dal Pd di Nicola Zingaretti, che -in crescita in entrambe le rilevazioni- ambisce a soffiare al Movimento delle 5 stelle  il secondo posto nella graduatoria elettorale. In particolare, l’Ipsos per il Corriere ha fatto passare il Pd dal 18,7 al 20,05 per cento e Demos, per Repubblica, dal 19 al 20,4 per cento.

            Due parole, infine, su Forza Italia, stabile poco sotto il 10 per cento secondo Demos, ma scesa ulteriormente dalll’8,7 al 7,8 per cento secondo l’Ipsos. E ciò prima ancora -temo per il partito del convalescente Berlusconi- di risentire degli effetti della tegola giudiziaria caduta sugli amministratori lombardi in maglia azzurra.

            In ogni caso, almeno per ora, il Cavaliere non rischia  il sorpasso anche ad opera di Giorgia Meloni, dopo quello effettuato da Salvini a una velocità da turbo.  

 

 

 

 

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La rimozione del sottosegretario leghista Siri come una sceneggiata

            C’è qualcosa, anzi troppo, che non va e non convince dell’epilogo della vicenda dell’ormai ex sottosegretario leghista Armando Siri: una vicenda, francamente, più da vignetta che da cronaca, più da sceneggiata che da dramma, come era stata invece rappresentata per tanto tempo: quando si era creduto che  vi potesse inciampare con una crisi al buio il governo gialloverde del cambiamento. O della “discontinuità”, come l’ha appena definita con vanto il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio commentando la rimozione, infine, dell’esponente del Carroccio indagato per corruzione a Roma, per non parlare del rischio di riciclaggio Gazzetta.jpgche incombe come imputazione su di lui a Milano per un altro fatto. E’ l’acquisto di una palazzina  a Bresso segnalato dallo stesso notaio autore dell’atto per un mutuo senza ipoteca, a totale copertura del prezzo, ottenuto da Siri a fine gennaio da una banca di San Marino. Che non è naturalmente il santo venerato dalla Chiesa il 3 settembre, ma la piccola, materialissima Repubblica del Titano.

            Tanto lunga e ostinata è stata la difesa di Siri da parte del leader del suo partito, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, tanto dettagliata e motivata quella che a Palazzo Chigi è stata fatta nella sua doppia veste di avvocato e ministro anche dalla notissima ed esperta il manifesto.jpgGiulia Bongiorno, quanto liscia e rapida n’è stata la conclusione, senza neppure ricorrere a una votazione, come d’altronde aveva seraficamente annunciato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Tanto seraficamente e scontatamente che quegli impertinenti del manifesto hanno declassato nel solito, vistoso titolo di prima pagina il Consiglio dei Ministri a Coniglio dei Ministri. Su cui peraltro è caduta, come una ciliegina sulla torta, una clamorosa bocciatura del Quirinale troppo sbrigativamente liquidata sui giornali come una sciocchezzuola “formale”.

            In realtà, il presidente della Repubblica non se l’è sentita di firmare il decreto di rimozione di Siri predisposto dal purMessaggero.jpg professore di diritto e avvocato Conte con una lunga premessa in cui il presidente del Consiglio aveva voluto praticamente riassumere i suoi personali rapporti col licenziando sottosegretario per motivare la fine del rapporto fiduciario con lui.

            Ormai la politica del cambiamento, o della discontinuità, ha abituato in Italia persino i giuristi, viste le loro prime reazioni alla riscrittura del decreto imposta dal Quirinale, alle più curiose soprese, in un ossimoro – l’abitudine alle sorprese- che esprime da solo le paradossali condizioni anche delle istituzioni.

            Le cronache sono piene di retroscena sulle contromosse e simili nella testa o nella pancia del leader leghista per rifarsi del sostanziale kappaò rimediato sul caso Siri, incalzando o spiazzando i suoi alleati di governo sui terreni della lotta alla droga, del fisco e d’altro ancora, utili anche ad alimentare quel che resta della campagna elettorale per le europee e le amministrative del 26 maggio. Che dovranno servire a misurare le distanze fra i due partiti della maggioranza: si vedrà per farne che cosa da parte degli interessati, per rompere o continuare a stare insieme, e in che modo, cambiando registro e forse anche qualche ministro, o lasciando tutto invariato per inseguire il traguardo addirittura del 2023, quando finirà ordinariamente la legislatura cominciata l’anno scorso. Ma con quel che è appena accaduto sul caso Siri, c’è francamente da chiedersi che cosa valgano ancora retroscena e quant’altro sulle tante partite che gioca il leader leghista.

            Salvini peraltro rischia il capogiro nei rapporti con Di Maio. Che dopo averlo piegato a sinistra, diciamo così,  sulla vicenda dell’ex sottosegretario Siri lo ha spiazzato a destra unendosi virtualmente alle proteste dei romani di Casal Bruciato contro la sindaca pentastellata Virginia Raggi, accorsa sul posto per difendere l’assegnazione di un alloggio popolare ad una famiglia bosniaca, avvenuta nel rispetto delle norme vigenti.

 

 

 

 

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Continua dopo 41 anni a produrre misteri l’assassinio brigatista di Aldo Moro

A 41 anni, quanti ne sono trascorsi proprio oggi dal tragico epilogo del suo sequestro, i misteri della vicenda Moro, che fu insieme il dramma di un uomo, di una classe dirigente e dello Stato, non si diradano ma aumentano. E costituiscono, a dispetto o proprio per i tanti processi che si sono svolti nei tribunali e per le tante inchieste parlamentari che sono state condotte, il buco nero dellaMoro morto.jpg Repubblica. Altro che Mani pulite, la successiva vicenda giudiziaria che doveva spazzare via la corruzione con quali risultati vediamo proprio in questi giorni, con retate al Nord e al Sud. O la presunta e chissà ancora se presunta o reale trattativa fra lo Stato e la mafia, su cui si sono appena aperti due processi d’appello. Sono due perché in Italia non ci facciamo mancare niente, grazie alla generosità, almeno in questo, dei nostri codici. Che consentono a vari imputati dello stesso reato di procedere sui binari separati dei riti ordinari e abbreviati, o quasi.

Quest’anno il povero Aldo Moro è stato più sfortunato del solito perché, non essendogli evidentemente bastate le disgrazie in vita, si è trovato investito da una polemica addirittura sul processo di beatificazione in corso, al pari di altri esponenti insigni della politica italiana peraltro da lui conosciuti: don Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira.

La figlia Maria Fida, la mamma di quel piccolo Luca che Moro sognava di accarezzare e baciare scrivendo le sue struggenti lettere di addio ai familiari dalla prigione in cui i terroristi l’avevano rinchiuso e gli alternavano momenti di speranza e disperazione, ha sentito puzza di deviazioni, strumentalizzazioni politiche, curiali e quant’altro sulla santificazione del padre. E ha chiesto al Papa di bloccare tutto, sapendolo comunque già al sicuro  nella parte più luminosa del Paradiso. Sono seguite le dimissioni del postulatore.

Alla vigilia di questo 41.mo anniversario della morte dello statista democristiano sono usciti sul Messaggero resoconti sommari  di una  deposizione di Raffaele Cutolo del 25 ottobre 2016 a due magistrati napoletani sconfinata nei 55 giorni di prigionia di Moro. Durante i quali il capocamorrista, per quanto latitante, grazie a informazioni ricevute da un affiliato operante  a Roma, si mise a disposizione di politici da lui avvicinabili direttamente o indirettamente per fare scoprire il posto dove il presidente della Dc era rinchiuso.

È seguita un’intervista di Miguel Gotor, espertissimo della vicenda Moro, che ha raccontato di avere incontrato anche lui, allora senatore del Pd, Cutolo nel supercarcere di Parma riuscendo a strappargli il nome dell’esponente democristiano che gli aveva fatto conoscere il disinteresse del suo partito all’aiuto offertogli: Antonio Gava. Che era già allora un pezzo da novanta della Dc e avrebbe dopo tre anni usato gli stessi canali per chiedere e ottenere un aiuto, con il consenso del segretario del partito Flaminio Piccoli, per venire a capo del sequestro di Ciro Cirillo, suo amico personale e di corrente, assessore regionale campano che si occupava del business della ricostruzione dopo il terremoto.  Tutto si concluse con quasi un miliardo e mezzo destinato alle brigate rosse e con una ripartizione degli appalti del post-terremoto in qualche modo condizionata dalla camorra.

Di questa storia di Cirillo si parla anche in un libro fresco di stampa in cui la vicenda del sequestro Moro viene raccontata e analizzata per cercare di capire se e in quale misura possa avervi avuto un ruolo un personaggio emblematico del brigatismo rosso non meno dei Curcio e dei Moretti, per quanto processato e condannato solo per fatti terroristici successivi al rapimento e all’assassinio del presidente democristiano: il criminologo Giovanni Senzani. “Il professore dei misteri”, si chiama questo libro, scritto da Marcello Altamura, un giornalista e ricercatore coi fiocchi, e pubblicato dalla casa editrice Ponte alle Grazie.

            A leggere le 441 pagine documentatissime di questo libro, costate sette anni di intenso lavoro consultando atti giudiziari e parlamentari, ricerche anche di altri, saggi, articoli, interviste, si rimane francamente esterrefatti. Credevo di sapere abbastanza della vicenda Moro, avendola brigate rosse.jpgsempre seguita anche per i rapporti di stima e di amicizia che ebbi con quel protagonista di tanta parte della storia del suo partito e del Paese. Beh, alla fine della lettura del “professore dei misteri” non solo ho scoperto di sapere in effetti molto, ma molto meno di quanto ritenessi, ma ho avuto una sensazione incolmabile di sgomento, il presagio che mai si potrà arrivare a fare piena luce, tanti e tanto incolmabili sono stati i vuoti lasciati e persino creati dalle migliaia di persone che hanno maneggiato a vario titolo questa storia terribile.

Mi chiedo chi e come potrà credibilmente spiegare, per esempio, la scomparsa, minuziosamente ricavata dai verbali e dagli inventari consultati da Altamura, dei nastri di ripresa degli interrogatori di Moro trovati fra il tanto materiale nascosto nei covi romani delle brigate rosse scoperti a Roma, anni dopo il sequestro, in occasione della cattura di Senzani. E da questi evidentemente ereditato, visto che giudiziariamente egli risulta estraneo a quella vicenda.

Ma cosa diavolo è successo prima, durante e dopo il sequestro Moro, fra allarmi non raccolti, omissioni, depistaggi, morti parallele, sedute spiritiche, strade scambiate per paesi, covi scoperti accidentalmente ma in tempo perché nessuno vi fosse sorpreso all’interno, pedinamenti falliti o fasulli, memorie improvvisamente perdute e quant’altro? È quanto meno curioso che in un paese come il nostro, in cui si naviga da sempre sui tappeti volanti delle trame e dei colpi di Stato si stenti ancora a riconoscere che Moro fu vittima di un complotto contro di lui e la sua politica. O di qualcosa che gli assomigliò terribilmente.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il ritorno assai sinistro delle retate di Tangentopoli e dintorni

            E’ accaduto giusto in tempo, e naturalmente solo a caso, nella solita galeotta coincidenza, perché il vice presidente grillino Luigi Di Maio potesse sventolare, diciamo così, la bandiera della emergenza corruttiva attorno al Consiglio dei Ministri chiamato a chiudere con la rimozione la pratica di governo del sottosegretario leghista Armando Siri, sotto indagine per corruzione, appunto, alla Procura dellaIl Fatto.jpg Repubblica di Roma. Parlo naturalmente delle retate, dal Nord al Sud, fra arresti e liste di indagati per corruzione, pure loro, che stanno riempiendo le cronache giudiziarie e politiche insieme, visti i riflessi inevitabili sulla campagna elettorale a meno di venti giorni dal rinnovo del Parlamento Europeo e di numerose amministrazioni locali: un test dai notevoli riflessi, a sua volta, sulle sorti del governo gialloverde, della maggioranza e forse anche della legislatura cominciata solo l’anno scorso.

            Scrupoloso come sempre, e affiancato dal solito fotomomtaggio con le inferriate e titolo incorporato sulla preda politica più grossa di tutte le operazioni, cioè il centrodestra che “ritorna a San Vittore”, mandando di traverso Travaglio.jpgla convalescenza -credo- a Silvio Berlusconi, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio con poche parole, come un redivivo Tacito, ha dato il quadro della situazione. Che è questa: 95 indagati a Milano, di cui 28 arrestati, per tangenti e altri reati, 20 inquisiti a Catanzaro per mazzette, 14 a Palermo, di cui 4 arrestati, per gli stessi o analoghi motivi.

            Questo -ha avvertito Travaglio, e probabilmente ripeteranno parecchi dirigenti del Movimento delle 5 Stelle in questa consistente e fortunata, per loro, coda della campagna elettorale- è “il vero cancro che si mangia l’Italia e ne blocca la crescita”. E così sono serviti anche i sapientoni di Bruxelles e dintorni che sono appena tornati a segnalare i nostri ritardi, con quell’impietoso ultimo posto assegnatoci nella graduatoria dei paesi dell’Unione Europea per l’andamento del pil, dandoci comunque la soddisfazione, stavolta, di rilevare qualche ritardo anche in Germania.

            E’ augurabile che questo “ritorno di Tangentopoli”, o a Tangentopoli, come si è scritto e titolato su molti giornali, se mai davvero l’Italia ne è uscita dopo le retate del 1992 e 1993, allora anche con la Libero.jpgmusica di accompagnamento delle stragi mafiose, non ci riproponga davvero tutti gli spettacoli ed effetti di quegli anni lontani: suicidi, cappi in Parlamento, linciaggi in piazza, torsioni al sistema istituzionale e via dicendo.

            Allora cadde la cosiddetta prima Repubblica e si fornì la prospettiva di una seconda anch’essa smarritasi  però per strada, tra riforme mancate o bocciate. Ora rischia di essere strangolata in culla la terza Repubblica, fra l’entusiasmo paradossale di quanti -i grillini- se ne erano assunti l’anno scorso la paternità. Essi non si rendono conto che rischiano in queste ore di festeggiare anche la loro fine, scommettendo che a pagarne le spese maggiori siano i loro provvisori e sempre più scomodi alleati, cioè i leghisti.

           Anche questo, ahimè, è uno spettacolo già visto un quarto di secolo fa, quando -per esempio- comunisti e sinistra democristiana pensarono di avere risolto tutti i loro problemi politici, identitari e di potere,  e di garantirsi finalmente un luminoso e insieme fortunoso avvenire, liberandosi di Bettino Craxi e dei socialisti con le cattive, e stendendosi come tappetini davanti alle Procure della Repubblica, sino a far perdere la testa a qualcuno che vi lavorava o ad allarmare i più avveduti.

           Non dimenticherò mai la preoccupazione pubblicamente espressa dall’allora capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli, per quelle ali di folla plaudenti, reali e metaforiche, fra cui lui e i suoi sostituiti si muovevano. All’occorrenza però essi protestavano tutti insieme minacciando dimissioni, e reclamando il favore del popolo in maglietta, ma anche in doppiopetto. Accadeva ogni volta che il governo o il ministro di turno osasse preparare o varare misure non condivise dall’ormai onnivoro potere giudiziario.

 

 

 

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I curiosi sviluppi della guerra siriana -da Siri- nel governo e nella maggioranza

            I giornali, poveretti, grandi o piccoli che siano, sono sfibrati. Non sanno più come titolare, e cosa inventarsi, per riproporre decentemente, vagando fra comizi, dichiarazioni, retroscena e quant’altro, l’interminabile e ripetitiva guerra siriana -da Armando Siri, l’ormai famosissimo sottosegretario leghista sotto licenziamento- in corso nel governo e nella maggioranza. E’ una guerra che si sta svolgendo da troppo tempo senza esclusione di colpi, alti o bassi che siano, per quanto il famoso contratto gialloverde preveda il ricorso a un comitato di conciliazione, peraltro mai istituito formalmente, per dirimere eventuali vertenze fra i due partiti della coalizione ministeriale, e loro appendici. Senza esclusione di colpi, ripeto, e risparmi di aiuti esterni, compresi naturalmente quelli giudiziari, anche se il buon Giuseppe Pignatone, in partenza per ragioni di età proprio dalla Procura di Roma che indaga per corruzioneRolli.jpg su Siri, si è doluto solo di un traffico, secondo lui, a senso unico fra politica e giustizia: con la prima che abuserebbe della seconda strumentalizzandone le inchieste per indebolire o liberarsi del tutto dell’avversario di turno. E se n’è doluto il valente magistrato, con 45 anni di carriera sulle spalle, incitando i politici a prendersi finalmente la responsabilità  di risolversi da soli certi conflitti, di  non ammantarli sempre di aspetti etici che non sanno risolvere né prevenire.

            In realtà, anche se mi rendo conto che Pignatone abbia una certa difficoltà ad ammetterlo, non foss’altro per lenire la sua delusione e anche rabbia verso i colleghi che sbagliano, non sono mancati, non mancano e temo proprio che continueranno a non mancare casi di inchieste giudiziarie, fughe di notizie necessariamente provenienti da toghe e loro collaboratori in divisa, o anche in borghese, spunti investigativi e quant’altro che non sono strumentalizzati dalla politica ma ne sono alimentati, e spesso ne assecondano esigenze o occasioni di lotta.

            Ci sono quanto meno coincidenze che lasciano col fiato sospeso e alimentano, magari a torto, cattivi sospetti. Faccio un esempio che riguarda proprio quella che ho definito “la guerra siriana” in corso nel governo, nella maggioranza e dintorni.

            Nel clima della caccia all’uomo che si è aperta contro Siri da quando è finito indagato per corruzione in ordine a tentativi compiuti, e falliti, di fornire incentivi ad un troppo particolare Gazzetta.jpgtipo, diciamo così, di aziende eoliche non può certamente stupire che un giornale, o testata televisiva, venga a sapere e diffonda la notizia di una segnalazione fatta agli uffici antiriciclaggio della Banca d’Italia di un contratto di compravendita immobiliare riconducibile all’ancora sottosegretario leghista. E’ una segnalazione, peraltro, proveniente dello stesso notaio che ha provveduto a preparare e a stendere l’atto, insospettito dalla provenienza sanmarinese di un mutuo per l’intero importo, o valore, e senza copertura ipotecaria.

           Questo Siri, verrebbe da dire a botta calda con la buonanima di Giulio Andreotti, se le va proprio a cercare, visto peraltro che la palazzina di 7 appartamenti ed altro acquistata a Bresso a fine gennaio per la figlia al prezzo di 585 mila euro sembrerebbe essere stata già rimessa in vendita a un prezzo maggiore. Inoltre, l’affare risulta gestito, almeno nel suo primo passaggio, da un ex candidato sindaco a Bresso simpatizzante di Siri e padre del capo della sua segreteria.

            Calma, però. Il garantismo giustamente reclama calma, appunto. E, per quanto il solito Marco Travaglio abbia già liquidato come pregiudicato il sottosegretario Siri per una condanna pattuita nel 2015 per bancarotta, pur sapendo che una condanna pattuita è cosa diversa da una condanna non pattuita, bisogna aspettare lo sviluppo degli accertamenti di competenza degli uffici antiriciclaggio della Banca d’Italia, cui il notaio si è coscienziosamente rivolto, come dovrebbe fare ogni cassiere di banca se qualcuno di noi si presenta allo sportello e deposita una carrettata di soldi, nel senso vero della parola. Ma sull’affare ha fatto prima ad aprirsi -par di capire, e se non fosse esatto ne prenderei atto ben volentieri- un’indagine della Procura di Milano con l’annuncio suppletivo, che ho sentito non ricordo più in quale dei telegiornali capitatimi a tiro di tasto, della pronta cooperazione con l’indagine in corso a Roma su Siri.

            In questo, a dir poco, bailamme ci mancava solo la notizia anticipata in un titolo dal Messaggero che la guerra siriana -ripeto- in corso nel governo e nella maggioranza gialloverde potrebbe arricchirsi già domani, se davvero il Consiglio dei Ministri vorrà o potrà procedere alla Messaggero su Siri.jpgrimozione del sottosegretario già privato delle deleghe al dicastero delle Infrastruttura, di una querela di Siri al presidente dello stesso Consiglio Giuseppe Conte. Il quale ha deciso di sciogliere drasticamente il nodo non limitandosi a considerazioni di opportunità politica, né facendosi tentare -ha appena detto conversando con i giornalisti nella nuova sede dei servizi segreti, inaugurata alla presenza del capo dello Stato- dalla funzione di “arbitro”, ma formulando di fatto contro il suo ancora o quasi sottosegretario un’accusa da pubblico ministero: quella di essersi fatto portatore di interessi privati, “non astratti”, nella sua attività di governo. E ciò con quelle proposte di modifica a norme vigenti sull’energia peraltro non accolte dal Ministero competente a conduzione grillina, e quindi naufragata in partenza, senza che Siri personalmente né il suo partito ne avessero fatto una questione politicamente di vita o di morte. E ora, al prossimo colpo di scena.

           

Che spreco politico la guerra di Matteo Salvini a Fabio Fazio

Ogni tanto sento e leggo di assonanze, o qualcosa del genere, fra Matteo Salvini e il compianto Bettino Craxi, complici anche le simpatie leghiste vigorosamente espresse, nella franchezza del suo stile, da Maria Giovanna Maglie. Cui le simpatie allora per Craxi costarono il posto all’Unita’, lo storico quotidiano comunista fondato da Antonio Gramsci nel 1924. E purtroppo scomparso dalle edicole, nonostante tutti i tentativi compiuti di salvarlo, insieme, dalla caduta del comunismo e dalla crisi crescente della carta stampata.

Anche a Craxi, bisogna riconoscerlo, furono applicati in vignette e articoli di invettiva politica e culturale, panni, immagini e categorie del fascismo per il suo piglio decisionista. Che mai si avventurò tuttavia sul terreno dove si è spinto Salvini soprattutto per un’emergenza del fenomeno migratorio solo sfiorata  con gli sbarchi degli albanesi in terra pugliese negli anni in cui Bettino era ancora sul campo come componente decisivo di una maggioranza di governo. Ma già avvertiva, il leader socialista come delegato dell’Onu per la soluzione dei debiti dei Paesi africani, la polveriera che avrebbe potuto diventare quel continente per l’Europa e la sua capacità, oltre che volontà, di raccoglierne i fuggitivi dalle guerre e dalla povertà.

L’ultima occasione che ho colto per paragoni fra Salvini e Craxi è l’offensiva aperta dal “capitano” leghista contro i compensi della Rai a Fabio Fazio Al cui salotto televisivo Salvini ha ordinato ai colleghi di partito di non affacciarsi neppure sino a quando il conduttore non si sarà rassegnato alla riduzione dei suoi emolumenti in corso di tentativo da parte degli amministratori dell’azienda pubblica. Che non sono rimasti insensibili, diciamo così, alle proteste di Salvini per un costo del contratto considerato eccessivo, in questi tempi peraltro di magra, per un ente di Stato: 2 milioni e 240 milioni di euro per la sola conduzione della trasmissione Che tempo che fa per ciascuno dei quattro anni della durata, più una decina di milioni per la società di produzione del programma co-posseduta dallo stesso Fazio.

Il precedente attribuito a Craxi è quello del 1984, quando l’allora presidente del Consiglio -peraltro alle prese con un intervento, contestatissimo dall’opposizione comunista, per tagliare di qualche punto la scala mobile dei salari anche modesti in funzione antinflazionistica- prese posizione contro un contratto triennale che la Rai presieduta dal socialista Sergio Zavoli stava negoziando con Raffaella Carrà.

Zavoli fu persino convocato a Palazzo Chigi dall’allora sottosegretario Giuliano Amato per parlarne. E si presentò, sostenuto dal direttore generale Biagio Agnes, demitiano di ferro, per difendere il contratto, non per rinunciarvi.

Fu decisivo contro l’intervento di Craxi l’invito formulato anche da Silvio Berlusconi alla Rai a ridurre i costi delle produzioni televisive calmierando in qualche modo i compensi. Il solo sospetto che il Cavaliere di Arcore, già sostenuto dai socialisti nella sua avventura televisiva, e relativa concorrenza all’azienda pubblica di viale Mazzini, potesse ricavarne un vantaggio bastò e avanzò per vanificare il tentativo craxiano di bloccare o ridurre la portata del contratto alla Carrà.

L’affare Fazio, chiamiamolo così, è ben diverso da quello dell’allora già lady dello spettacolo televisivo: ben diverso per gli importi in gioco e per l’incidenza dell’informazione delFaziojpg.jpg programma passato dalla terza alla prima rete televisiva della Rai e caduto sotto l’attenzione del leader leghista. Che, secondo me, sottovaluta il rischio di faziosità, intesa sotto tutti i sensi, cui si espone la sua ostinata azione di contrasto.

Un politico dovrebbe tenersi lontano da ogni polemica, non dico poi dal sostanziale boicottaggio che è un ordine o semplice consiglio di desistenza dalla partecipazione, quando si affaccia a una finestra informativa. Il confine tra la critica e la censura si fa allora troppo labile perché il politico, di qualsiasi livello egli sia, non ne esca danneggiato. Anzi, più lui è leader, tanto più ci rimette. Mi stupisco, francamente, che il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno non se ne sia reso ancora conto.

Dirò di più. Oltre a impedire a Fazio di rispettare la cosiddetta par condicio in campagna elettorale, rifiutando i suoi inviti, Salvini si perde l’occasione di trasmettere attraverso di lui messaggi al pubblico sicuramente più utili, ed efficaci, di quelli passati attraverso conduttori televisivi più disponibili o carini. E certamente ve ne sono, senza bisogno di farne i nomi. Sono consigli, naturalmente, non richiesti e molto probabilmente neppure graditi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Pignatone lascia la Procura di Roma lamentando l’uso politico della giustizia

            In una provvidenziale o diabolica coincidenza, secondo i gusti, fra il suo commiato dalla Procura di Roma, dopo 7 anni di guida e 45 di carriera, e la riunione del Consiglio dei Ministri di mercoledì, annunciata per rimuovere il sottosegretario leghista Armando Siri sotto indagine nei suoi uffici Corriere.jpgper corruzione, Giuseppe Pignatone ha voluto far sentire alta e forte la propria voce, affidata al Corriere della Sera, contro l’uso politico della giustizia. Cioè, contro l’abitudine dei politici di usare le indagini contro gli avversari senza aspettarne le conclusioni, cioè l’archiviazione o il rinvio a giudizio. E, in quest’ultimo caso, anche se Pignatone non si è spinto a tanto, in verità, senza aspettare una sentenza definitiva di condanna per ritenere colpevole l’imputato.

            I politici purtroppo -ha detto il capo uscente della Procura di Roma, che si onora di praticare Pignatone dice.jpg“la prudenza” nel senso cristiano indicato da Papa Francesco, “non per stare fermo ma per portare avanti le cose”- sfuggono correntemente alle loro responsabilità scaricando sui magistrati i problemi “etici” che non riescono a risolvere né a prevenire.

               Va ricordato che proprio fra gli inquirenti di Roma il cronista giudiziario del quotidiano La Verità ha raccolto recentemente la sorpresa, e smentita, per la diffusione virgolettata di una intercettazione sui 30 mila euro promessi o versati a Siri per proposte emendative di leggi a favore di un certo tipo di aziende eoliche in cui potesse rientrarne una posseduta dall’amico Paolo Arata in società con un detenuto sotto processo per mafia, sospettato di connivenza col capo latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro.

            Può darsi che sia tentato ora di appellarsi anche a Pignatone il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, contrario sino al momento in cui scrivo alle dimissioni e tanto più alla rimozione di Siri, neppure interrogato ancora dagli inquirenti e tanto meno rinviato a giudizio: un Salvini sfidato invece dal suo omologo grillino Luigi Di Maio a tirare fuori “le palle” contro il proprio collega di partito  e sbottato pubblicamente in un “ultimo avviso” agli scomodi alleati di governo a smetterla di trattarlo come un avversario. Sennò “il capitano” -par di capire- potrebbe cambiare registro e lasciarsi tentare davvero, come gli hanno attribuito sinora solo i soliti retroscena, dall’idea della crisi di governo subito dopo, o anche prima, delle elezioni europee e amministrative di fine mese. E dareGiorgetti.jpg magari ragione all’amico e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, che secondo La Stampa rimpiange l’occasione mancata dalla Lega di far cadere il governo qualche mese fa, all’apice dello scontro sulla questione della Tav: la realizzazione del progetto controverso ma concordato con la Francia per il trasporto ferroviario ad alta velocità delle merci da Lione a Torino e viceversa.

            All’”ultimo avviso” lanciato da Salvini il vice presidente grillino del Consiglio Di Maio, ospite di Massimo Giletti in quella curiosa arena televisiva che è e non è su La 7, ha reagito rinfacciando al “capitano” del Carroccio tutte le richieste di dimissioni avanzate dai banchi dell’opposizione contro i ministri e i sottosegretari di turno indagati, e qualche volta neppure raggiunti da avvisi di garanzia. L’argomento- bisogna riconoscerlo- c’è tutto in una polemica fra persone e partiti dai trascorsi e/o dal presente lamentati, o denunciati, dal capo uscente della Procura di Roma. Ma va anche detto, dalle posizioni garantiste  imposte dalla Costituzione col principio della non colpevolezza, che il giustizialismo non cessa di diventare discutibile quando è praticato con coerenza.

            Intanto il già quasi sottosegretario leghista è finito sotto un’altra inchiesta mediatica, prima che ne risulti avviata una nei competenti uffici antiriciclaggio della Banca d’Italia, per un’operazione immobiliare di fine gennaio segnalata dallo stesso notaio che l’ha tradotta in un contratto d’acquisto di una palazzina a Bresso, in provincia di Milano, intestata alla figlia di Siri e comprensiva di sette appartamenti, un laboratorio e cantine.

          L’acquisto è stato fatto per l’ammontare complessivo  di 585 mila euro con un mutuo bancario di San Marino e con la mediazione di un ex candidato sindaco di Bresso, amico e simpatizzante politico di Siri, nonché padre del capo della sua segreteria ed esponente qualificato della Lega. Il che è bastato e avanzato perché Salvini riprendesse le difese del sottosegretario di fronte al caso sollevato dalla trasmissione televisiva Report, di Rai 3, e rilanciato dal Fatto Quotidiano Fatto su Siri.jpgin prima pagina come un altro buco nero, a dir poco, tanto più inquietante dopo la condanna pattuita nel 2014 da Siri per bancarotta fraudolenta e già contestata, sia pure a scoppio ritardato dai grillini, compreso Di Maio. Che, sempre da Giletti, ha spiegato il consenso ugualmente espresso l’anno scorso alla nomina di Siri a sottosegretario, per non parlare della sua candidatura a ministro dell’Economia nelle trattative per la formazione del governo gialloverde, sostenendo che quel reato fu commesso quando  l’autore non era al governo.

 

 

 

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Il Conte inedito che spacca…quanto meno il Corriere della Sera

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pur sollecitato dal primo momento e pubblicamente dal capo dello Stato a usare tutte le prerogative costituzionali del suo ruolo e a contare proprio in questo sull’aiuto del Quirinale, ha dato a lungo l’impressione di non avere se non la capacità, la voglia di rispondere alle attese e sollecitazioni di Sergio Mattarella. Di cui egli ha dovuto anche subire di recente, pur simulando poi una smentita al solito giornalista impertinente che gliene aveva chiesto conferma, una protesta tanto cortese quanto ferma per l’abitudine presa di licenziare in Consiglio dei Ministri provvedimenti complessi con la cosiddetta “riserva d’intese”. E ciò per cercarle o farle cercare, queste intese, dai ministri dietro le quinte, ma in un tempo così lungo da spazientire anche Giobbe sul colle, e da complicare, anziché dirimere, gli originari contrasti fra leghisti e grillini.

            Amici comuni mi hanno raccontato del sollievo quasi festoso avvertito e mostrato perciò da Mattarella in due occasioni: quando Conte sciolse d’autorità il nodo della Tap, sbloccando il gasdotto con approdo pugliese per il quale lo stesso presidente della Repubblica si era impegnato visitando il Paese da cui partiva l’impianto, e assunse in prima persona la conduzione delle trattative con l’Unione Europea per ridurre di quasi quattro punti nel bilancio del 2019 il rapporto fra deficit e prodotto interno lordo annunciato sul balcone di Palazzo Chigi dal suo vice grillino Luigi Di Maio come la soluzione, finalmente, della povertà. Ma anche per l’intervento a favore della Tap il presidente del Consiglio aveva dovuto mettere in serie difficoltà il suo vice a cinque stelle. Che, già espostosi di suo per la conferma della produzione di acciaio a Taranto, ancora non può rimettere piede in Puglia senza rischiare contestazioni fisiche, oltre che perdite di voti effettivi o potenziali, da urne o da sondaggi.

            Si deve probabilmente più a questi pur pochi precedenti ma tutti a scapito del partito che maggiormente sponsorizzò la sua nomina a presidente del Consiglio, e ne fu ripagato dopo un po’ con l’annuncio dell’adesione anche formale del professore al Movimento delle 5 Stelle, in occasione di un raduno nazionale al Circo Massimo, con tanto di presenza e discorso di Beppe Grillo; si deve probabilmente, dicevo, più a questi precedenti che ad una improvvisa esplosione muscolare la sorpresa che Conte ha voluto riservare questa volta ai leghisti con i modi e i tempi in cui ha praticamente messo alla porta del governo il loro sottosegretario  Armando Siri. Di cui egli aveva già permesso silenziosamente che il ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli ritirasse le deleghe ai trasporti  perché indagato per corruzione dalla Procura di Roma.

            Nonostante l’equidistanza vantata con la richiesta ai grillini di “non cantare vittoria”, essendo questa evidentemente già chiara, Conte non si è limitato ad avanzare ragioni di opportunità politica a sostegno della decisione di portare nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri la revoca del sottosegretario. Egli è entrato a gamba tesa anche nel merito delle indagini giudiziarie contestando di fatto, come un pubblico ministero, interessi di parte in atti di ufficio a Siri, con o senza corruzione, per avere soltanto proposto, senza neppure riuscirvi, modifiche alle norme vigenti destinate a procurare vantaggi addirittura retroattivi a un certo tipo di società eoliche, comprensivo di un’azienda che poi si scoperta posseduta da un amico, il professore Paolo Arata, e da un detenuto sotto processo per mafia.

            Ora che ha mostrato i muscoli nei riguardi anche della Lega, non limitandosi, come altre volte, a dissensi da dialettica politica Conte.jpgo ad arbitraggi come quello raffigurato su un ring da Emilio Giannelli sul Corriere della Sera, consentendo colpi bassi “da contratto” a entrambi i pugili, il presidente del Consiglio è stato gratificato di elogi forse da lui stesso inattesi per tono e provenienza. Che neppure Aldo Moro, lo statista conterraneo preso a modello da Conte nei giorni dell’insediamento a Palazzo Chigi, riuscì o cercò di guadagnarsi negli anni del suo maggiore potere.

            “L’arte del comando gli piace quanto lo studio”, ha scritto del presidente del Consiglio, per esempio, sul Corriere della Sera il buon Marco Galluzzo riscattandolo dalla lunga rappresentazione di un uomo indeciso, generalmente sottomesso ai due vice presidenti del Consiglio, insieme o a turno, o di un “quasi presidente”. Così lo ha definito, in particolare, Francesco Merlo nella settimana di conduzione della rassegna stampa di Radio Radicale assuntasi in onore e memoria di Massimo Bordin. “Un quasi presidente come il quasi sottosegretario Siri”, ha maliziosamente precisato l’editorialista di Repubblica.

            Con la stessa avventatezza, forse, che proprio Conte rimprovera ai giornalisti, a volte non a torto, quando riferiscono di liti nel Consiglio dei Ministri non verificatesi, o sfuggite all’attenzione di chi pure lo presiedeva, o attribuiscono al vice presidente di turno duri giudizi su di lui, come il “non me ne fido più” attribuitogli da tutti i giornali e smentito l’indomani da Salvini con un “me ne fido ancora, certo”, pur dissentendo dall’affondo contro Siri; con la stessa avventatezza, dicevo, sempre il buon Galluzzo ha riferito di Conte quest’affermazione: “Mi scoccia se qualcuno ne sa più di me”. Che sottintende la pretesa o l’aspirazione a saperne sempre più degli altri, francamente eccessiva anche sulla bocca di un professore di mestiere lasciatosi prestare alla politica addirittura per “restituire ai cittadini” – o al “popolo” di cui si autonominò avvocato assumendo la Presidenza del Consiglio- “la fiducia” nella stessa politica e “nelle istituzioni”. Vasto programma, per riandare al mai abbastanza citato generale Charles De Gaulle.

            Tuttavia su Conte, e sempre sul Corriere della Sera, stavolta però di domenica e in prima pagina, Aldo Grasso ha mostrato meno sorpresa o entusiasmo di Galluzzo. Ne ha scritto come dell’Antonio Ferrer di manzoniana memoria, il gran cancelliere dello Stato di Milano che salvò dal linciaggio il vicario di Provvisione Ludovico Melzi d’Eril con la formula del “Pedro, adelante con juicio”. Il professore rimarrebbe “una frase fatta di questa stagione politica”, una espressione di “inerzia”. O, peggio ancora, del “luogocomunismo subentrato al comunismo”, con l’effetto di “svendere il carattere nazionale al pensiero immobile del luogo comune”.

 

 

 

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Conte rimette in gioco Di Battista scontrandosi con Salvini su Siri

            Nella galleria delle immagini prodotte dagli sviluppi della situazione politica, dopo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha iscritto nel libro dei licenziandi il sottosegretario leghista Armando Siri, indagato a Roma per corruzione, spicca la vignetta di Vauro Senesi sull’insospettabile Fatto Quotidiano. Dove la relazione politica fra i capi dei due partiti di governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, già oggetto di murali da gossip, finisce tra le fiamme appiccate appunto da Conte col preannuncio della rimozione di Siri. Mancando la quale, visto che Salvini ha a sua volta annunciato di volere resistere, per quanto in Consiglio dei Ministri i grillini dispongano della maggioranza assoluta prontamente Giannelli.jpge pubblicamente vantata da Di Maio, il presidente Conte ha minacciato di dimettersi. E così è servita anche la vignetta di Emilio Giannelli, che sulla prima pagina del Corriere della Sera, fa dire a Conte travestito da Gioconda sulle pareti del Lourde: “Non sono immortale, ma vi assicuro che durerò tutta la legislatura”. Che a sua volta però non si sa proprio quanto potrà durare, col vento delle elezioni anticipate che si fa più forte ogni volta che aumenta la temperatura nell’altoforno gialloverde.

            Dal Colle del Quirinale, dove di solito non si muore dalla voglia di sciogliere anticipatamente le Camere, giungono voci sempre più insistenti di un Sergio Mattarella ormai rassegnato a questa evenienza, specie dopo che il no di Matteo Renzi a intese alternative di governo con i grillini è stato condiviso dal nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti, almeno in questa legislatura. Si parla addirittura di elezioni politiche in autunno, per la prima volta nella storia della Repubblica. E in questo caso dalle cinque stelle è già arrivato l’annuncio della disponibilità, se non addirittura della smania, di Alessandro Di Battista di tornare pienamente in campo, candidandosi. Ma di volerlo fare -ha precisato subito- non al posto dell’amico Di Maio alla guida del movimento: evidentemente, o forse, al posto di Conte, di cui pure Dibba, come l’aspirante viene affettuosamente chiamato dai suoi, ha apprezzato la forza dell’intervento contro Siri parlandone sulla rete televisiva Nove, intervistato da Andrea Scanzi e Luca Sommi per la trasmissione Accordi e disaccordi.

               E così Conte, accelerando lo scontro con Salvini su Siri, proprio mentre il capo leghista ne aprivamanifesto.jpg uno con la magistratura di Bologna che ha disposto l’iscrizione all’anagrafe di due migranti impedita invece dalle nuove norme sulla sicurezza fortemente volute dal  ministro dell’Interno, ha fatto il miracolo, diciamo così, di risvegliare Di Battista. Il quale era stato costretto nello scorso inverno nel suo stesso movimento a mettersi un po’ da parte per avere contribuito, con le sue sortite, a fargli perdere voti nelle elezioni regionali via via succedutesi.

            Tornato sulla scena, non so francamente se in tempo per completare nel Viterbese il corso avviato di apprendimento del mestiere di falegname, Di Battista ha colto l’occasione anche per rinverdire la memoria sulla formazione del governo in carica, dove egli rifiutò di entrare preferendo un viaggio in Sudamerica, quasi sulle tracce del mitico Che Guevara.

            Ebbene, egli ha ricordato o confermato, come preferite, che l’anno scorso “Luigi”, cioè Di Maio, gli confidò che nelle trattative per formulare la lista dei ministri si pensò di mandare all’Economia Dibba.jpgsenza alcun problema, per sfuggire al conflitto esploso al Quirinale sul nome di Paolo Savona, indovinate chi? Armando Siri: sì, proprio lui, il leghista adesso sotto sfratto come sottosegretario. Che già allora era il “pregiudicato” ritirato fuori in questi giorni dagli archivi giudiziari e mediatici per avere patteggiato nel 2015 una condanna a un anno e otto mesi per bancarotta fraudolenta.

            Non so, francamente, quanto abbia voluto e potuto apprezzare “Luigi” questa rievocazione dell’amico Dibba. Non debbono però averla apprezzata al Fatto, che nella riproduzione dell’intervista televisiva, con tanto di richiamo in prima pagina, hanno omesso di sottolineare nel titolo questa parte. Che pure non mi sembra secondaria per valutare la coerenza o incoerenza, come preferite, di certi comportamenti e campagne grilline di apparente o strumentale moralizzazione.

 

 

 

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Conte perde la “pazienza” su Siri e ne avvia la rimozione da sottosegretario

             Debbono essere state molto più forti delle pur notevoli apparenze le pressioni politiche esercitate dai grillini se il presidente del Consiglio, contraddicendo la “pazienza” che si era imposta e aveva raccomandato pubblicamente ai suoi interlocutori qualche giorno fa, ha bocciato il comportamento del sottosegretario leghistaSiri.jpg Armando Siri, indagato per corruzione alla Procura di Roma. E, liquidando come prive di senso le dimissioni promesse dallo stesso Siri entro 15 giorni se non si fosse rivelato risolutivo il suo primo interrogatorio in Procura, non ancora fissato, ne ha avviato il procedimento di rimozione con una conferenza stampa. Nella quale Giuseppe Conte ha annunciato la decisione di portare il problema nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri con due curiose postille o motivazioni, come si preferisce.

            La prima è il rimprovero fatto a Siri, nei panni un po’ impropri, a indagini aperte, più di un pubblico ministero che di un presidente del Consiglio, di non essersi fatto portatore dei dovuti “interessi generali e astratti” raccogliendo come sottosegretario, con proposte di modifica a norme vigenti, “le istanze” di aziende operanti nel settore delle energie alternative, come quella eolica.

            Visto che ci siamo, c’è qualcuno che politicamente non ha visto interessi “generali e astratti” nella decisione presa e tradotta nel bilancio dal governo, in particolare dal sottosegretario grillino alle Comunicazioni Vito Crimi, di interrompere, diciamo così, la convenzione che consente da tanti anni al pubblico di usufruire di una radio così particolare e apprezzata come quella Radicale, con la maiuscola. La cui chiusura, anche per il modesto risparmio finanziario che comporta rispetto alle spese generali dello Stato, potrà fare comodo solo agli insofferenti verso una informazione davvero libera, come unanimemente viene riconosciuta quella di Radio Radicale, col supporto peraltro di un’imponente e unico archivio di voci e immagini della storia politica, parlamentare, giudiziaria, culturale  degli ultimi quarant’anni d’Italia.

            La seconda postilla, o motivazione, è la presunta -assai presunta- equidistanza politica e mediatica vantata dal presidente del Consiglio nel suo affondo contro Siri:  da una parte invitando i leghisti a desistere da una reazione e difesa “corporativa” del sottosegretario già privato delle deleghe per decisione del ministro a cinque stelle delle Infrastrutture Danilo Toninelli, e dall’altra i grillini a “non cantare vittoria”. Si spera, per l’intelligenza di cui dispone, che il professore Conte non avesse contato solo sul puntuale annuncio del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio: “Non esulto”.

            Hanno Fatto.jpgesulato, eccome, tutti i giornali che hanno più o meno condiviso e sostenuto le pressioni grilline per la rimozione di Siri: dalla “lezione etica a Salvini”, più ancora che allo stessoSchermata 2019-05-03 alle 06.43.11.jpg Siri, sparata in prima pagina dal solito Fatto Quotidiano alla “frattura scomposta” diagnosticata a caratteri di scatola dalla Repubblica, dal “ciao Siri” beffardo del manifesto alle vignette di giornali grandi e piccoli.

            Di Maio non ha voluto “esultare”, per stare al suo linguaggio, ma non si è risparmiato, al pari di altri esponenti del suo movimento, di sfidare più o meno chiaramente i leghisti a fargli adesso anche il piacere elettorale di contrastare la rimozione del sottosegretario Rolli.jpgdisertando il Consiglio dei Ministri che dovrà occuparsene, o partecipandovi per dissentire, magari votare contro e mettere in qualche difficoltà il presidente Conte. La cui firma al decreto di rimozione non potrà bastare, occorrendo anche manifesto.jpgquella del presidente della Repubblica, di recente intervenuto per ricordare il carattere per niente formale dei passaggi dell’azione del governo per le sedute del Consiglio dei Ministri, prendendosela in particolare con l’abitudine di approvare decreti e quant’altro “con riserva d’intese”, cioè senza intese.

            Il giurista e costituzionalista Sabino Cassese si è affrettato a ricordare e spiegare, nel salotto televisivo di Corrado Formigli, a Piazza pulita de la 7, il carattere dovuto e per niente formale del passaggio della pratica di rimozione del sottosegretario Siri al Quirinale. E lo ha fatto dopo avere chiaramente e vigorosamente dissentito dalla posizione assunta da Conte.

            E Salvini ? Il “capitano” leghista, raggiunto dalle notizie romane in Ungheria, ospite del ministro dell’Interno e poi anche del presidente Orban, ha forse indirizzato verso l’Italia il cannocchiale impugnato su una torrettaSalvini.jpg di vigilanza dei confini rafforzati in difesa dai migranti. E ha avvertito: “A me va bene qualsiasi cosa se me la spiegano”. Un po’ meglio, evidentemente, di quanto avesse cercato di fare a Roma nella sua conferenza stampa il presidente del Consiglio facendo ulteriormente salire la temperatura nell’altoforno del governo e della relativa maggioranza.

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