Rimesso in sesto Silvio Berlusconi, resta sofferente il suo partito

 

Chissà se gli elettori a fine mese, nelle urne per il rinnovo del Parlamento Europeo e di numerose amministrazioni comunali, saranno provvidenziali come i medici dell’ospedale milanese di San Raffaele nella sala operatoria, dove hanno liberato Silvio Berlusconi dal blocco intestinale intervenuto a complicargli una campagna elettorale già difficile di suo. Anche il partito del Cavaliere soffre di un blocco, o quanto meno di un’assai fastidiosa ostruzione, specie da quando la Lega del nuovo corso di Matteo Salvini si è impennata elettoralmente sorpassandolo e conquistando sul campo, l’anno scorso, nel rinnovo ordinario delle Camere, la leadership del centrodestra.

Che poi lo stesso centrodestra a conduzione leghista, pur avendo ottenuto più voti dei solitari grillini, sia rimastoBerlusconi e Salvini.jpg praticamente alla finestra dopo le elezioni del 2018, con lo stesso Berlusconi costretto dalle circostanze ad ” autorizzare”, se non addirittura a incoraggiare, Salvini a sperimentare un governo col Movimento delle 5 stelle, pur di evitare le elezioni anticipate, è stata una ulteriore e neppure ultima complicazione per Forza Italia.

È infatti seguita una serie di elezioni regionali tutte vinte dal centrodestra, ma con un progressivo aumento delle distanze tra Forza Italia e Lega, e contemporaneamente con un capovolgimento dei rapporti di forza fra la stessa Lega e il movimento grillino. Ne è conseguito un aumento di attrazione del Carroccio agli occhi di un elettorato moderato incitato proprio da Berlusconi a considerare i pentastellati come una sciagura paragonabile a quelle dei comunisti e dei nazisti nel secolo scorso.

Salvini, “il capitano”, è tanto cresciuto rispetto a Berlusconi e contemporaneamente ai grillini che gli è sempre venuta meno la voglia, se mai l’ha davvero avuta, di rompere l’alleanza con Luigi Di Maio, magari cadendo in qualcuna delle sue provocazioni, per tornare col Cavaliere. Che è un po’ una delle provocazioni, appunto, tentate dai grillini, ora con Alessandro Di Battista e ora con lo stesso Di Maio, pensando di potere così eliminare il leader leghista come concorrente elettorale perché smascherato al servizio di un Berlusconi magari tenuto lontano da Palazzo Chigi, con la nuova geografia del centrodestra, ma ugualmente forte come ministro degli Esteri, dell’Economia o della Giustizia. Che è l’ultimo spettro evocato da Di Maio, ora che i rapporti fra la politica e la giustizia sono tornati di inquietante e persino drammatica attualità, se mai avevano smesso di esserlo. Lo scatto improvviso di impazienza del presidente del Consiglio Conte sulla strada delle dimissioni o della rimozione del sottosegretario leghista Armando Siri, prima ancora che questi sia interrogato dai magistrati che lo indagano a Roma per corruzione, non aiuta certamente a sminare questo campo, su cui sono peraltro caduti o hanno rischiato di cadere già altri governi in Italia. Ne sa qualcosa, fra gli altri, Romano Prodi sul versante del centrosinistra.

La baldanza di Salvini nei riguardi di Berlusconi, al netto di tutte le telefonate che gli fa per gli auguri personali di ogni tipo, compresi quelli prontamente formulatigli per l’operazione all’intestino, è diventata tale che “il capitano” ha colto l’occasione offertagli dalle elezioni comunali appena svoltesi in Sicilia per fare correre la Lega da sola, in concorrenza aperta con Forza Italia. Che, ormai sotto le due cifre un po’ dappertutto, in alcune località dell’isola per niente marginali è corsa ai ripari con la ricetta del coordinatore regionale, e presidente del parlamentinoMiccichè.jpg siciliano, Gianfranco Micciché. Il quale ha improvvisato riedizioni del famoso “Patto del Nazareno” stipulato nel 2014 sul terreno delle riforme fra il partito del Cavaliere e il Pd appena conquistato da Matteo Renzi: un patto che segnò una nuova rottura fra lo stesso Cavaliere e la Lega, dopo quella consumatasi nell’autunno del 2011 alla nascita del governo tecnico di Mario Monti. Che, diversamente dal Carroccio, fu sostenuto per un bel po’ da Berlusconi, sino alla vigilia delle elezioni del 2013, quando l’ultimo presidente del Consiglio di centrodestra si convinse di essere stato rovesciato da un colpo di Stato, peraltro cavalcato da un professore da lui stesso spinto al laticlavio controfirmando il decreto quirinalizio di nomina a senatore a vita

Certo, ci sono tante differenze fra il vecchio, si fa per dire, Patto nazionale del Nazareno e quello siculo improvvisato da Micciché per rendere pan per focaccia a Salvini e indicare a Forza Italia un’uscita dalle difficoltà opposta a quella della resa o di un sostanziale asservimento alla Lega attribuita, a torto o a ragione, al governatore ancora azzurro della Liguria Giovanni Toti, già consigliere politico di Berlusconi. Il Pd non è più nella disponibilità di Renzi, se mai lo  è stato davvero.  Ora Renzi è il senatore di Scandicci, ridotto a battersi nel suo partito, finché non cederà alla voglia di andarsene, per scongiurare un accordo con i grillini. E le persone che gli sono rimaste più vicine nella diaspora congressuale della gara fra i candidati alla segreteria Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti, per esempio l’ex ministra Maria Elena Boschi, parlano con linguaggio cossighiano della posizione o linea di Berlusconi “distinta e distante” dalla sinistra pur riformista di Renzi. Per il quale sarebbe più comodo, specie in caso di rottura col Pd,  cercare di assorbire l’elettorato berlusconiano piuttosto che inseguire o corteggiare personalmente l’indomito Cavaliere.

Ma le cose in politica, si sa, evolvono. Esse cambiano sempre più in fretta e in modo sempre più imprevedibile, specie da quando sono cadute le ideologie e tutto è diventato dannatamente pragmatico, cioè liquido. Chi poteva immaginare una trentina d’anni fa, prima dei marosi di Tangentopoli, nel pur grandissimo frastuono ancòra della caduta del muro di Berlino, la nascita di Forza Italia con un grido da stadio? E chi, nel giro di qualche lustro, l’esplosione e forse adesso già l’implosione del grillismo? O come diavolo finirà per chiamarsi il movimento di Grillo se il disamorato comico genovese se ne distaccherà del tutto e, magari, ci chiederà scusa della confusione che ha provocato mescolando teatro e piazza, riso e pianto.

 

 

Le distanze di Mattarella dal governo anche nella festa del lavoro

              Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che non si lascia ormai scappare occasione per farsi sentire, forse più dalle forze politiche, e dal governo in particolare, che dal Paese cui pure si immagina ch’egli invece preferisca rivolgersi per tenersi al di sopra delle parti, ha partecipato a suo modo anche  alla festa del lavoro. Lo ha fatto al Quirinale, davanti ai Maestri del Lavoro del Lazio appena insigniti, con cenni allusivamente critici agli euforici annunci grillini e leghisti di una uscita ormai dell’Italia dalla recessione in base ai dati del primo trimestre dell’anno anticipati dalla Banca d’Italia e confermati in misura doppia dall’Istituto Centrale di Statistica: dal +0.1 al +0,2 per cento del prodotto interno lordo.

              Il capo dello Stato, pur concedendo al governo l’attribuzione della “congiuntura debole” e delle “incertezze” a “vari fattori internazionali e a tensioni sulle politiche commerciali”, ha attribuito agli ultimi dati, compresi quelli sull’occupazione, il significato di “qualche segno di ripresa”. E quello dell’occupazione, in particolare, come “un livello che non ci può soddisfare”.

            Intervenuto dopo il discorso del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio e ministro del Lavoro, oltre che dello Sviluppo Economico, Mattarella Di Maio.jpgnon ne è sembrato francamente entusiasta, colpito da chissà quale annuncio. Si è limitato a riconoscere all’ospite di avere “illustrato l’impegno del governo”: formula che, volendo, potrebbe anche essere interpretata con una certa ironia, avendo più volte parlato Di Maio, come d’abitudine del resto, in primissima persona: “ho fatto”, “ho detto”….

            Il capo del Movimento delle  5 Stelle, oltre che- ripeto-  vice presidente del Consiglio e pluriministro, è in questi giorni anche visibilmente affaticato per il continuo scontro a distanza con l’omologo leghista Matteo Salvini , pure quando gli capita di essergli seduto accanto, come di recente a Tunisi assistendo insieme ad una conferenza stampa di Giuseppe Conte. Gli è appena capitato, ad esempio, davanti a qualche microfono di scambiarlo  per il contestato e indagato sottosegretario Armando Siri chiedendone le dimissioni, e parlando di parlamentari del Carroccio smaniosi anch’essi di vederle sfogandosi con lui. Poi naturalmente, accortosi della gaffe da fretta e animosità, il dichiarante ha cercato con i giornalisti di scherzarci sopra, non foss’altro -nuova gaffe- per il presunto sfogo dei leghisti contro il loro “capitano”.

           Nonostante l’opinione dei pochi, o molti che siano,  osservatori convinti che le polemiche “h 24”  fra i due vice presidenti del Consiglio  siano un gioco delle parti, destinato ad esaurirsi con la fine della campagna elettorale per il rinnovo, a fine mese, del Parlamento Europeo e di numerose Savini e Di Maio.jpgamministrazioni comunali italiane, salvo magari riprendere già in estate per le elezioni regionali previste o in programma fra l’autunno prossimo e la primavera del 2020; nonostante, dicevo, questa opinione sdrammatizzante, ma pur sempre negativa per l’immagine di un governo, e per il suo stesso funzionamento, i rapporti fra Di Maio e Salvini sembrano obiettivamente e seriamente compromessi. Anche sui muri di qualche strada o piazza italiana, dove i due l’anno scorso furono rappresentati in amorosi sensi.  

 

 

 

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L’Istat dà una mano al governo, compreso il sottosegretario Siri

              C’è un po’ anche lo zampino dell’Istat, pur se casuale, nella decisione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte di darsi e di imporre allo scalpitante vice presidente grillino Luigi Di Maio un supplemento di “pazienza” sul caso del sottosegretario leghista Armando Siri, indagato per corruzione dalla Procura di Roma. Ch’egli ha incontrato senza chiedergli, proporgli, consigliargli o imporre le dimissioni attese, a dir poco, sotto le cinque stelle per dare un colpo più a Matteo Salvini, il leader del Carroccio e vice presidente del Consiglio impegnato dal primo momento a difenderlo, che allo Conte e Siri.jpgstesso Siri. Del quale d’altronde i grillini accettarono l’anno scorso senza fiatare la designazione leghista a sottosegretario alle Infrastrutture, dopo averne peraltro adombrato la nomina a ministro dell’Economia, per sapendo della sentenza di condanna a un  anno e otto mesi pattuita nel 2015 per bancarotta e sottrazione di fondi al fisco, come va ricordando, o rinfacciando, da giorni sul Fatto Quotidiano il direttore Marco Travaglio. E come ha rilanciato in una intervista a Repubblica con senso di sgomento e stupore il magistrato Nino Di Matteo, fra i più famosi in Italia e all’estero, sognato proprio dai grillini come un ideale ministro della Giustizia e dell’Interno in un loro governo monocolore, prima che i risultati delle elezioni del 4 marzo 2018 non li costringessero a cercare un alleato, e a trovarne uno sulla sponda del centrodestra staccandone la Lega.

            Nell’incontro con Conte l’ancora sottosegretario leghista, per quanto privato delle deleghe dal suo ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, ha potuto riferire o addirittura mostrare particolari, utili alla sua difesa, della famosa intercettazione del professore di ecologia Paolo Arata, a colloquio col figlio Francesco, depositata presso il tribunale del riesame di Roma e contenente tracce, allusioni e quant’altro di una tangente promessa o versata a Siri in cambio di tentativi, peraltro non riusciti, di introdurre modifiche alle norme in vigore per garantire incentivi alle aziende eoliche. E ciò  in modo da farvi rientrare anche una società posseduta dallo stesso Arata insieme con un presunto prestanome, o qualcosa del genere, del capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

            Da avvocato, oltre che da presidente del Consiglio, il professor Conte si è reso conto di un “percorso” giudiziario ancora troppo lontano dalla “fine” per contraddire, pur sul piano della opportunità politica, il principio costituzionale della non colpevolezza sino a condanna definitiva. E Di Maio, di cui è risultato evidente un certo malumore nelle immagini televisive accanto a Salvini durante la conferenza stampa del presidente del Consiglio a conclusione di una visita in Tunisia, ha dovuto interrogarsi sulla pazienza chiesta dal capo del governo dicendo: “Mi fido di Conte”.

            Dicevo dello zampino dell’Istat in questa frenata del presidente del Consiglio sulla strada della rottura con Salvini su cui lo spingevano i grillini. Conte non ha voluto guastare al suo governo, e a lui manifesto.jpgpersonalmente, l’occasione di partecipare senza imbarazzo, o con meno imbarazzo del previsto, alla festa del 1° maggio, la festa cioè del lavoro. E non del “lavoretto”, al singolare o al plurale preferito con la solita, pungente ironia dal manifesto, il quotidiano orgogliosamente comunista che vigila e racconta la politica da sinistra.

            Con generosità persino maggiore di quella anticipata di recente dalla Banca d’Italia, l’Istituto Centrale di Statistica ha certificato un aumento dello 0,2 per cento del prodotto interno lordo, il famoso Pil, nel primo trimestre del nuovo anno: il doppio della previsione della Banca centrale. Il Fatto.jpgCiò è stato salutato  dal governo, pur con qualche cautela dello stesso Conte, come l’uscita dell’Italia dalla recessione “tecnica” emersa dal segno negativoGiannelli.jpg dei due trimestri precedenti. In più, l’Istat ha rivelato una riduzione della disoccupazione giovanile e un aumento, o quanto meno un miglioramento, dell’occupazione: tutte cose di non poco conto, peraltro, a meno di un mese dalle elezioni europee e amministrative del 26 maggio, anche se le opposizioni e, in verità, i vignettisti di molti giornali, hanno continuato a “gufare”, come dicono a Palazzo Chigi.

            Per il resto la cronaca politica deve registrare un curioso Consiglio dei Ministri convocato, e svoltosi di notte, con un ordine del giorno unico e inedito -credo- nella storia, di solito collocato all’ultimo posto di qualsiasi riunione, anche quelle condominiali: “varie e eventuali”. Fra le quali sono finite anche le incombenze, peraltro parziali, sollecitate dal capo dello Stato per il riassetto dei vertici in scadenza alla Banca d’Italia.

            Fuori da Palazzo Chigi si è invece verificato un altro intoppo sanitario di Silvio Berlusconi, operato a Milano per un blocco intestinale che ha comprensibilmente messo in ansia il suo partito nella campagna elettorale in corso. Ma soprattutto, per il rilievo istituzionale che merita, si è verificato il naufragio della campagna di delegittimazione del Parlamento improvvisata con la denuncia della “vergogna” dell’aula di Montecitorio sostanzialmente vuota, con 19 presenze soltanto, nella seduta di lunedì dedicata, fra l’altro, alla discussione generale sulla proposta di inchiesta sul delitto Regeni in Egitto. Dove le autorità giudiziarie e politiche hanno boicottato, più che favorito, la ricerca della verità e dei colpevoli del barbaro assassinio del giovane italiano, fra le maglie degli apparati cosiddetti di sicurezza.

             Nonostante il ponte festivo del 1° maggio, la Camera  nella seduta successiva a quella del Fico.jpgvuoto ha approvato la legge istitutiva della commissione parlamentare d’inchiesta con 376 sì, 54 astenuti, per non avere visto accettata una loro proposta di affinamento dell’indagine  e nessun voto contrario. “Non all’unanimità”, ha protestato la Repubblica, da cui si era levato il grido di “Vergogna” contro l’aula deserta del giorno prima. “All’unanimità”, ha invece detto, sostanzialmente a ragione, il presidente della Camera Roberto Fico compiacendosene in una intervista al Corriere della Sera.

 

 

 

 

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