Di Maio importa nella maggioranza gialloverde la guerra libica

             Con l’esperienza maturata tra la Farnesina e Palazzo Chigi, e con la maggiore visibilità ottenuta assumendo la presidenza del Pd dopo l’elezione di Nicola Zingaretti a segretario, Paolo Gentiloni ha saputo anticipare di almeno 24 ore il tentativo -si vedrà se politicamente omicida o suicida- del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio di importare nel governo e nella maggioranza gialloverde la guerra scatenata, o peggiorata, in Libia dal generale Khalifa Haftar. Che certamente non è uno sconosciuto a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto con tutti i riguardi possibili il 6 dicembre scorso, poco più di quattro mesi fa, per un colloquio di quasi due ore con Giuseppe Conte.

            “Il governo finirà per cadere proprio sul conflitto libico”, aveva detto ieri Gentiloni in una intervista a La Stampa lamentando gli effetti dell’isolamento procuratosi dall’esecutivo gialloverde in sede Gentiloni alla Stampa.jpgeuropea e mondiale con posizioni contraddittorie o evasive, nonostante l’apparenza di una intensa attività diplomatica rappresentata da viaggi, incontri, telefonate e quant’altro. Il giorno dopo, per niente trattenuto dalla previsione o dal monito di Gentiloni, il capo del movimento delle 5 stelle in persona si è messo a soffiare un po’ troppo libeccio su Roma con una intervista sostanzialmente antisalviniana al Corriere della Sera sui riflessi migratori della situazione aggravatasi nel paese che esporta più disperati di ogni altro dalle spiagge africane.

             “Di Maio, sfida sui porti chiusi”, ha titolato su tutta la prima pagina il più diffuso giornale italiano riferendo della sostanziale offensiva Corriere su Di Maio.jpgaperta dal vice presidente grillino del Consiglio contro l’omologo leghista sul versante degli sbarchi che stanno per riversarsi in Italia con le seimila persone in fuga da Tripoli e le altre diecimila già spinte dai trafficanti sulle coste contando sulla crisi ulteriore della sorveglianza marittima di Tripoli.

            Oltre ad avvertire Salvini di togliersi praticamente dalla testa l’idea di ripetere il clichè delle chiusure consentitegli dai grillini nella scorsa estate con incidenti anche di tipo giudiziario, come quello Di Maio al Corriere.jpgdella nave della Guardia Costiera Italiana “Diciotti” fermata col suo carico di 170 migranti nel porto di Catania, Di Maio è tornato a rinfacciargli i rapporti privilegiati con quei paesi europei, tipo l’Ungheria di Orban, che sono i più intransigenti nel rifiutare una distribuzione dei profughi all’interno dell’Unione. E’ una contraddizione oggettiva, su cui Salvini sorvola disinvoltamente ma che rischia di esplodere come una bomba in mano a lui e a tutto il governo già prima delle elezioni europee di fine maggio. E figuriamoci dopo, se dalle urne dovesse uscire rafforzato quello che lo stesso Salvini chiama “sovranismo”, destinato peraltro a farsi sentire anche sull’applicazione delle regole economiche e finanziarie dell’Unione, e non solo sul fronte migratorio.

            Le contraddizioni della maggioranza gialloverde, e i limiti sempre più stretti del “contratto” di governo stipulato meno di un anno fra i due partiti che la compongono, stanno sempre più arrivando al pettine, e anche crescendo. Lo dimostra, fra l’altro, il conflitto politico scoppiato sul Campidoglio, dove iVrginia Raggi.jpg grillini cercano di proteggere la sindaca Virginia Raggi alleggerendola dei debiti con l’aiuto dello Stato e i leghisti, opponendosi, cercano invece di spingere verso la crisi per anticipare le elezioni di due anni a Roma. Dove Salvini, sempre lui, ormai pentito pubblicamente di avere aiutato con Giorgia Meloni nel 2016 la Raggi a prevalere nel ballottaggio contro il candidato del Pd Roberto Giachetti, ha più di un candidato o di una canditata in testa per tentare l’assalto capitolino. E chiudere quella “marcia” che Gad Lerner gli ha appena rimproverato su Repubblica di avere cominciato il 28 febbraio del 1985 col raduno in Piazza del Popolo “fra gli applausi delle falangi di Casa Pound”. E così Repubblica coglie forse l’occasione anche per riposizionarsi rispetto alla sindaca a cinque stelle in carica, non lasciando più solo Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio a proteggerla.

 

 

 

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Che tristezza scannarsi politicamente per una foto dopo un delitto

                Ho trovato a dir poco stravagante la polemica approdata in televisione, in particolare nello spazio di approfondimento serale dell’informazione politica su Rete 4 di Mediaset, contro la decisione del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini di mettere in rete, col suo telefonino, la foto del pregiudicato catturato dopo avere ucciso nella piazza principale di un paese in provincia di Foggia, Cagnano Varano, il maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Carlo Di Gennaro, e ferito il carabiniere Pasquale Casertano, che era alla guida di un auto in servizio di pattugliamento.

            “Non si esibisce così un catturato”, è stato rimproverato a Salvini tornando a contestargli tutt’altra vicenda o spettacolo, come preferite: lo sbarco a Ciampino, presenti lo stesso Salvini e il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, del finalmente ex latitante Cesare Battisti. Che fu seguito dalle telecamere sino all’interno dell’aeroporto, e poi all’arrivo e nei corridoi del carcere di destinazione, a Oristano. Quella fu, sì, un’esibizione più che discutibile, per quanto Battisti avesse gestito la sua lunga fuga, fra Europa e America del Sud, dalle sue sanguinose responsabilità di terrorista con una spavalderia semplicemente odiosa. Che poi, catturato e assicurato alla patria galera, ha cercato di far dimenticare confessando i quattro delitti di una quarantina d’anni fa per i quali era stato condannato.

            L’assassino del maresciallo Di Gennaro, il pregiudicato Giuseppe Papantuono, vendicatosi con la sua pistola di un sequestro di droga subìto qualche giorno prima, è stato ripreso fotograficamente in diretta nella cattura, non trattenuto a terra per tutto il tempo necessario ad uno spettacolo Schermata 2019-04-14 alle 06.04.45.jpgda offrire poi al pubblico. Di che cosa stiamo o stanno parlando contestando il tweet di un ministro la cui colpa sembra essere di avere preferito quella foto all’altra emblematica della tragedia, e privilegiata invece da molti giornali: l’auto dei Carabinieri coperta dai commilitoni del morto e del ferito con una bandiera tricolore?

            La polemica mi sembra francamente di una misera pretestuosità politica, quanto quella sollevata dai navigatori internettiani contro il richiamo di Salvini, a commento proprio di quella foto, alla pena di morte ma solo per precisare di essere contrario, bastandogli e avanzandogli la speranza di vedere l’assassino condannato all’ergastolo. Che andrebbe scontato con tutte le garanzie della legge, e non per “marcire in galera”, come altre volte è purtroppo capitato di dire al ministro dell’Interno. Che si è recentemente e lodevolmente impegnato, in un incontro conviviale nel ristorante del carcere di Bollate, a non ripetere più quell’espressione da taverna. Ad un certo pubblico sarebbe forse piaciuto che a Salvini quella frasaccia fosse scappata di nuovo, o che il ministro si fosse convertito alla pena capitale.

            Avrei da ridire, in verità, anche sull’altro fronte polemico aperto contro il ministro dell’Interno dal suo omologo grillino alla vice presidenza del Consiglio, e ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio. Che, non avendo evidentemente digerito ancora la riforma della legittima difesa, approvata definitivamente dal Senato con l’assenza significativa dei ministri e sottosegretari pentastellati dai banchi di governo, ha colto l’occasione della tragedia nel Foggiano per lamentare che a non potersi adeguatamente difendere siano in Italia le forze dell’ordine. E per annunciare il proposito di discuterne col collega di partito e guardasigilli Bonafede, prima ancora che col Viminale.

           Si è così percorso un altro gradino, in discesa, sulla scala dei rapporti fra componenti del governo e della maggioranza gialloverde. O, se preferite, abbiamo sentito un’altra stecca in questa interminabile campagna elettorale per le europee di fine maggio, condotta come avversari da quanti invece hanno fatto un contratto per governare insieme, addirittura per l’intera durata quinquennale della legislatura.

 

 

 

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Nicola Zingaretti tradisce il panico di fronte agli arresti nel Pd umbro

               L’ex sindaco di Roma Ignazio Marino, deciso a rimanere sulle prime pagine dei giornali dove lo ha riportato la Corte di Cassazione annullando la condanna per gli scontrini delle cene che contribuirono, quanto meno, all’infelice epilogo della sua esperienza capitolina, si è doluto al telefono col manifesto, dalla sua casa a Philadelphia, che dal Pd lo abbiano chiamato “in tanti ma non tutti”. E ti credo, avrebbe potuto dirgli l’interlocutrice raccontandogli lo stato di agitazione, anzi di panico, creatosi al Nazareno e dintorni per il terremoto politico in Umbria. Dove la Procura di Perugia ha perquisito la stanza della governatrice della Regione Catiuscia Marini, indagata per concorso in abuso d’ufficio, rivelazione di segreto e falso, e ha fatto mandare agli arresti domiciliari l’assessore alla Sanità Luca Barberi, il segretario regionale del Pd, nonché ex sottosegretario all’Interno, Giampiero Bocci e i direttori generale e amministrativo dell’azienda ospedaliera Emilio Duca e Maurizio Valorosi: tutti partecipi, secondo l’accusa, di un gioco di concorsi più o meno truccati per lottizzare le assunzioni nella sanità, dagli infermieri in su, o dai primari in giù, come preferite.

            Arresti a sinistra, ha titolato e targato in prima pagina la Repubblica, inseguita da quasi tutti gli altri giornali, concordi nel vedere e indicare il Pd impietosamente nei guai proprio mentre Repubblica.jpgsembrava riprendersi mediaticamente ed elettoralmente con l’arrivo del nuovo segretario Nicola Zingaretti. Che ha finito per avvalorare la desolante impressione, anche a costo di rafforzare l’impianto dell’accusa, rimuovendo all’istante il segretario regionale del partito, senza chiederne e aspettarne le dimissioni, e spedendo a Perugia come commissario Walter Verini, deputato umbro di 63 anni nei cui panni, peraltro conoscendolo, non vorrei davvero trovarmi per il clima giustizialista in cui, coi tempi che corrono da parecchio, sarà costretto a muoversi.

            Franco Bechis, giunto  alla direzione del Tempo da quella di alcuni giornali regionali, fra i quali il Corriere dell’Umbria, ha assicurato della piena attendibilità del titolare delle indagini La Stampa.jpge ha previsto che esse “forse picconano definitivamente quel che resta del Pd, già travolto dalla rabbia e dalla delusione degli elettori” anche da quelle parti. E’ una convinzione condivisa, credo, dal leader leghista Matteo Salvini, Messaggero.jpgche -non si sa se più in questa veste o in quella di vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno- si è affrettato a chiedere le dimissioni della governatrice e le elezioni regionali anticipate. Dalle quali il centrodestra, ancora operante a livello locale, potrebbe in effetti guadagnare moltissimo, avendo già rasentato la vittoria nelle elezioni precedenti, in uno scrutinio notturno all’ultimo respiro, con la bandierina rossa della regione già ammainata in qualche plastico di redazione.

            Quegli arresti a sinistra gridati da Repubblica conservano, al di là della serietà e, diciamo pure, gravità Il Fatto.jpgdei fatti contestati col supporto di intercettazioni che sembrano chiodi infissi su una parete di legno, una certa aria poco consolante di lottizzazione non solo dei posti messi fintamente a concorso, ma degli arresti. Che cominciano anch’essi ad essere classificati nei titoli dei giornali a sinistra, a destra, al centro e in tutte le altre possibili o immaginabili collocazioni politiche.

Non è, francamente, un bel vedere e leggere, al pari di quella foto che ho visto pubblicata sul Corriere della Sera, sia pure La coppia di Perugia.jpgall’interno e non in prima pagina, della governatrice uscente, diciamo così, dell’Umbria e del segretario regionale del Pd uscito: ripresi insieme come una coppia felice, inconsapevole della capsula dell’infortunio incorporata.

 

 

 

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Giallo al Salone del Mobile nei rapporti fra Luigi Di Maio e Vincenzo Boccia

            Per quanto svelto nell’apprendimento e nella fantasia, Alessandro Di Battista non ce l’ha fatta a imparare nel Viterbese il mestiere del falegname in tempo per produrre mobili da esporre all’omonimo Salone di Rho-Fiera. Dove pertanto si può escludere che sia stata la sua mercanzia, chiamiamola così, a   far cambiare umore e altro ancora all’amico e compagno di partito, e concorrente un po’ in disparte in questi tempi, Luigi Di Maio. Che, ospite anche del Consiglio Generale della Confindustria, alla  cui riunione è stato invitato con tanto di discorso, ha lasciato la Fiera fra gli elogi di Vincenzo Boccia, presidente della stessa Confindustria. Che ne ha commentato così la partenza: “Sembrava uno di noi”.

            La notizia ha colpito, fra gli altri, Dario Di Vico. Che ne ha scritto, sorpreso, sul Corriere della Sera conservando tutto il suo stupore anche di fronte ad una puntualizzazioneCorriere.jpg sopraggiunta di Boccia sulla “sensibilità”, non di più, all’origine di quel commento. Una sensibilità da non confondere evidentemente col sarcastico richiamo dell’editorialista del Corriere ad una “folgorazione” del presidente di Confindustria in qualche modo paragonabile alla conversione di Paolo di Tarsio “sulla via di Damasco”.

            In realtà, Boccia e Di Maio non si erano mai presi, diciamo così, prima di questo benedetto Salone del Mobile.  Che così non sarà più ricordato politicamente solo per la visita del presidente del Consiglio Giuseppe Conte o, forse ancora di più, per quella fuggevole del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini mano nella mano con la nuova fidanzata Francesca Verdini, magari alla ricerca anche di qualche idea per arredare il loro prevedibile, anzi augurabile nido d’amore.

            Persino la solita ricerca d’archivio fotografico cui si ricorre per trovare insieme i personaggi di cui ci si occupa è risultata laboriosa. Per quanto accomunati non solo dall’incontro a Rho-Fiera ma anche, o soprattutto, dalle funzioni che svolgono, l’uno di ministro dello Sviluppo Economico, almeno così si chiamaBoccia e Di Maio.jpg il suo principale dicastero, e di ministro del Lavoro e l’altro di presidente degli industriali, interessatissimi a entrambi i temi, Di Maio e Boccia insieme sono stati fotografati assai di rado. Personalmente, ho trovato solo la foto di un loro “confronto”, che fu in realtà uno scontro, mediato da Enrico Mentana, su la 7 per il suo Bersaglio mobile, in occasione del varo dell’ormai lontano e cosiddetto Decreto Dignità. Erano ancora i tempi in cui Di Maio non sapeva ancora con chi prendersela di più fra i “parassiti” assunti per raccomandazione alla Rai, i pensionati d’oro, o di platino, immeritevoli di ogni presunto diritto acquisito, i vitaliziati, intesi come titolari dei vitalizi degli ex parlamentari e simili, e i “prenditori”, come spicciativamente il capo del movimento delle 5 stelle chiamava gli imprenditori. Ora sembra addirittura uno di loro, a sentire Boccia.

            Sono gli scherzi che riescono a fare le campagne elettorali, come suggerisce “il paradosso” prospettato da Di Vico, a conclusione del suo commento sul Corriere, immaginando quanto potrebbe aversene a male l’alleato-concorrente di Di Maio, cioè Matteo Salvini, “a lungo corteggiato e poi rimosso” dagli imprenditori, o ex prenditori, o prenditori camuffati da imprenditori, come preferite.

            Nelle campagne elettorali può notoriamente accadere di tutto. Il guaio è che, almeno da un po’ di tempo a questa parte, in Italia può continuare ad accadere di tutto pure dopo. E ciò anche perché le campagne elettorali -diciamo la verità- non finiscono mai, essendo una la prosecuzione dell’altra, tanti sono e così frequenti i nostri appuntamenti con le urne: nostri, naturalmente, per chi vi accorre, al netto di quanti, a volte persino più numerosi, preferiscono andare al mare o in montagna, o restarsene semplicemente a casa.

Ignazio Marino chiude da solo il suo caso politico dopo l’assoluzione

Tornato sulle prime pagine dei giornali italiani per l’innocenza riconosciutagli dalla Cassazione bocciando la condanna in appello per peculato e falso rimediata a causa di 56 cene contestategli dalle opposizioni, e poi dalla magistratura, per un ammontare di 20 mila euro pagati con la carta di credito dell’amministrazione capitolina, come ha ricordato Marco Travaglio sfogliando il suo archivio, l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino ha disatteso per prudenza, una volta tanto, i suoi interessatissimi sostenitori. Che lo vorrebbero scomodare dagli impegni professionali in America, a Philadelphia, per trapiantarlo di nuovo -lui, che di trapianti è davvero uno specialista, ma in senso chirurgico- nella politica italiana, non necessariamente limitata a Roma. “Si può fare molto”, presumo per gli altri e non solo per sé, “anche stando fuori dalla politica”, ha detto Marino.

            Esclusa una richiamata alle armi per i grillini e per la destra, salviniana o d’altro tipo, da cui si sente lontano quanto il buco appena fotografato nello spazio a 55 milioni di anni luce dalla Terra, la voglia di Marino levatasi politicamente in Italia dopo la conclusione della sua vicenda giudiziaria è tutta a sinistra. E principalmente mirata verso quella parte del Pd che vorrebbe recuperare la scissione di due anni fa ed ha salutato come liberatoria l’elezione alla segreteria del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, non a caso affrettatosi a mandare all’ex sindaco messaggi di felicitazioni e simili.

            Ma anche su questo punto, o versante, Marino è stato spiazzante. Oltre a prendersela, per le pene dei due anni e poco più trascorsi in Campidoglio, con i due Mattei che governavano allora il partito, Renzi da Palazzo Chigi e Orfini dal Nazareno, Marino se l’è presa anche con Zingaretti. Che, già allora governatore della regione, è stato accusato da Marino di non avere fatto nulla, ma proprio nulla per lui, neppure per distinguersi dai colleghi di partito che preferirono lo studio di un notaio, per firmarne la sostanziale decadenza da sindaco, all’aula Giulio Cesare del Consiglio Comunale per difenderlo dall’assalto delle opposizioni.

            D’altronde, Renzi o non Renzi, Orfini o non Orfini, Zingaretti o non Zingaretti, e persino Bersani o non Bersani, che l’altra sera in televisione si è vantato di averlo scoperto politicamente, prima ancora di Massino D’Alema, l’allora sindaco di Roma stava al Pd come un cavolo a merenda. Lo ha detto onestamente lo stesso sindaco a Philadelphia vantandosi a sua volta di avere “sconfitto” il Pd nel momento in cui fu “scelto come sindaco da due elettori su tre”. Il partito del Nazareno quindi era all’opposizione senza neppure accorgersene.

            Infine, quasi a confermare le ragioni tutte politiche, e per niente giudiziarie o moralistiche, vantate dall’allora Schermata 2019-04-11 alle 08.51.44.jpgpresidente del Pd e commissario dello stesso partito a Roma Matteo Orfini per la decisione di chiudere l’esperienza capitolina di Marino, quest’ultimo si è onestamente rammaricato dalla sua Philapdelphia, parlando peraltro al plurale, di “non essere riusciti a spiegare bene il nostro progetto per cambiare Roma”.

            Ciò dovrebbe bastare e avanzare per chiudere davvero il caso Marino anche sul piano politico, e non solo giudiziario. Del caso d’oltre Tevere neppure a parlarne, naturalmente, dopo le distanze prese dall’ancora sindaco personalmente dal Papa rivelandone la partecipazione spontanea ad alcune cerimonie, senza l’invito di alcuna autorità religiosa.

           

Il buco nero dell’informazione, secondo il presidente del Consiglio

            Mentre le agenzie rilanciavano in tutto il mondo la prima foto di un buco nero diffusa dalla rivista Astrophisical Journal e scattata dai telescopi Eht puntati sul centro della Galassia Virgo A, a 55 milioni -pensate un po’- di anni luce di distanza dalla nostra terra, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha denunciato con l’aria più normale possibile, en passant, un buco nero dell’informazione italiana, di ogni tipo e ordine.

            “Come al solito, ci fate sempre litigare. E’ stata invece una tranquillissima riunione sul quadro di finanza pubblica”, ha detto il professore Conte smentendo liti, battibecchi, insofferenze e ogni altro tipo di difficoltà discorsive, diciamo così, nella “riunione” peraltro assai breve del Consiglio dei Ministri in cui è stato approvato il Def, acronimo del documento di economia e finanza: 35 minuti in tutto.

            In verità, prima e anche dopo la seduta del Consiglio dei Ministri, sempre sullo stesso documento e problemi annessi e connessi, soprattutto la “rivoluzione storica” della tassa piatta che Matteo Salvini continua a promettereRolli.jpg entro l’anno, si sono svolte varie riunioni politiche, tecniche e di entrambi i tipi insieme, in cui possono essersi verificate le liti smentite da Conte parlando solo del Consiglio, appunto. Ma la tirata d’orecchie all’informazione resta lo stesso con quel richiamo al “solito” modo in cui giornali, telegiornali, talk show, agenzie e quant’altro riferirebbero del lavoro del governo. Eppure ogni tanto capita anche a Conte di lamentarsene, come ha fatto di recente chiedendo “più generosità” e meno polemiche.

            Per fortuna, blindato nei suoi uffici di Palazzo Chigi, Conte non si è avventurato a parlare entusiasticamente del lavoro della sua maggioranza nelle aule parlamentari, nelle commissioni e nelle fluviali dichiarazioni che leghisti e grillini si scambiano fra di loro sui giornali e via etere, con messaggi a volte criptici. Il più clamoroso dei quali è stato forse quello sfuggito a un sottosegretario grillino precisando, o assicurando, che un attacco appena subìto, e neppure ancora cessato, dal ministro del Tesoro, collaboratori e familiari non fosse addebitabile alla “intelligence” del movimento delle cinque stelle.

           Il lavoro della maggioranza gialloverde per fortuna è pubblico. Esso si svolge praticamente all’aperto, come in una scatola di tonno ben aperta, per rimanere nelle promesse di trasparenza fatte proprio dai grillini arrivando nel 2013 in Parlamento. Dove proprio quell’anno una senatrice pentastellata destinata nella legislatura successiva a diventare addirittura vice presidente dell’assemblea non si trattenne dal manifestare la voglia, per fortuna repressa, di sputare addosso a Silvio Berlusconi nell’aula di Palazzo Madama. Dalla quale l’ex presidente del Consiglio, già allontanatosi di suo per fortuna nella vicina residenza di via del Plebiscito, stava per essere espulso per sostanziale indegnità a votazione palese. E in applicazione retroattiva, come spiegherò, di una legge perché condannato in via definitiva per frode fiscale neppure compiuta direttamente ma permessa o consigliata agli amministratori di una sua azienda neppure processati, se non ricordo male.

            Tutto ciò -permessi, consigli, sollecitazioni e quant’altro a sottrarre allo Stato una parte peraltro infinitesimale delle tasse pagate dal suo gruppo – era accaduto, diciamolo pure senza il condizionale opposto ancora dal Cavaliere criticando la condanna rimediata anche in Cassazione, molti anni, non mesi, prima che quella legge, nota col nome dell’ex ministra della Giustizia Paola Severino, costatagli il seggio parlamentare fosse stata non dico approvata, né discussa, ma neppure pensata.

            Perché rivangare tutto questo ?, potrebbe chiedere qualcuno. Perché la logica di quella legge, varata dal governo tecnico di Mario Monti e distrattamente approvata in Parlamento anche da Berlusconi o dai suoi, è stata talmente condivisa dal governo in carica, a cominciare dal presidente del Consiglio, professore di diritto e avvocato civilista, da essere trasferita nella legge cosiddetta spazzacorrotti, promulgata tre mesi fa dal capo dello Stato nonostante i dubbi espressi dal Consiglio Superiore della Magistratura da lui stesso presieduto, e applicata anch’essa retroattivamente.

 

 

 

 

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L’ottimismo del ministro Tria smentito sul campo di Palazzo Chigi

            Giovanni Tria, non un omonimo ma proprio lui, il professore dell’Università romana di Tor Vergata prestato al governo come superministro dell’Economia, visto che accorpa i vecchi dicasteri del Tesoro, delle Finanze e del Bilancio, aveva appena smentito in una intervista a Repubblica la rappresentazione giornalistica dei suoi scontri, a Palazzo Chigi, con i vice presidenti del Consiglio e quant’altri quando è stato smentito, diciamo così, sul campo.

            Tra vertici preparatori, riunioni più o meno tecniche e la seduta vera e propria del Consiglio dei Ministri, svoltasi in  notevole ma non imbarazzato ritardo per approvare l’obbligatorio Def, cioèIl Fatto.jpg il documento di economia e finanza, il professore ha dovuto scontrarsi con i suoi colleghi di governo, a cominciare dai vice presidenti che rappresentano i  due partiti della maggioranza: il grillino Luigi Di Maio e ancor più il leghista Matteo Salvini. Così almeno hanno raccontato un po’ tutti i giornali, di varia tendenza.

            Se non siamo di fronte ad un altro spettacolo di allucinazione collettiva dell’informazione scritta e parlata, e Tria non viene generosamente soccorso da smentite, comunicati e quant’altro, si può quanto meno manifesto.jpgsospettare, stando sempre all’intervista del tutto va bene, signora la marchesa, rilasciata al sorpresissimo Francesco Manacorda di Repubblica, già scettico di suo dello scoop regalatogli dal professore; si può quanto meno sospettare, dicevo, che il ministro dell’Economia sia non so se più distratto o votato al sacrificio nel ruolo che ha voluto darsi di pompiere nel condominio gialloverde.

            Il tipo di imposta dal nome inglese – flat tax- tanto reclamata da Salvini a favore dei contribuenti, o delle famiglie, o del ceto medio, come preferisce precisare Di Maio per escluderne “i ricchi” – che egli vede dappertutto senza tuttavia precisare criteri precisi con i quali identificarli, e bollare magari la loro fronte per renderli riconoscibili anche ai passanti-  è diventata tanto piatta da finire “in una parentesi” alquanto generica del documento approvato dal governo, come ha riferito, per esempio, il Corriere della Sera.

             A Salvini, già nervoso di suo per l’affronto fattogli dai ladri che avevano rubato nella villa fiorentina di cui era stato ospite come fidanzato della figlia del proprietario, Tria ha detto che per togliere Repubblica.jpgquella parentesi, o allungarla tanto da renderla visibile, bisognerebbe decidersi a quell’aumento dell’Iva già contemplato peraltro dagli impegni assunti con l’Unione Europea. Cui però tanto Salvini quanto Di Maio, stavolta uniti, almeno su questo, sono decisamente contrari temendone l’impopolarità, cioè i negativi effetti elettorali, prima ancora di quelli economici nelle tasche degli italiani. E di questi tempi, a poco più di un mese e mezzo dagli appuntamenti degli italiani con le urne per il rinnovo del Parlamento europeo, del Consiglio regionale del Piemonte e di oltre tremila amministrazioni comunali, gli effetti elettorali viaggiano naturalmente con la precedenza assoluta.

              Deve passare la nottata, si potrebbe dire con la buonanima di Eduardo De Filippo pensando anche a quel misero 0,2 per cento di crescita  del pil messo nel Def senza tanta convinzione, se non se ne intravvedesse già un’altra: la campagna elettorale per le regionali dell’anno prossimo. O addirittura per il rinnovato anticipato delle Camere elette l’anno scorso.

 

 

 

 

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Il ministro Giovanni Tria spiazza tutti con una intervista densa di ottimismo

              Annunciata nei titoli come una insofferente reazione alle polemiche nella maggioranza e nello stesso governo, spesso proprio su di lui, e come un severo invito a “smetterla di litigare” per operare davvero, e finalmente, al servizio del Paese e della sua necessità di crescere, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha concesso a Repubblica un’intervista di segno assai diverso, se non Schermata 2019-04-09 alle 06.53.39.jpgopposto. Tanto è vero che alla fine l’intervistatore Francesco Manacorda, lui sì spazientito, avendo immaginato o atteso quello che è poi è comparso praticamente solo nei titoli, gli ha chiesto se non si sentisse a disagio parlando come “il Candido di Voltaire, convinto di vivere nel migliore dei mondi”. E lui, candidamente, per rimanere sul letterario, ha risposto: “Non Le ho detto affatto che tutto va bene. Le dico che dobbiamo lavorare perché vada meglio. E il mio lavoro è fare in modo che la sintesi politica sia non solo compatibile con i numeri del nostro bilancio, ma anche che configuri una politica economica coerente”. Sono parole di politichese puro, da professionista del linguaggio aperto a tutte le letture e interpretazioni, secondo i gusti, le necessità, le opportunità dell’uditorio.

            A dispetto di tutte le cronache politiche, fatte di virgolettati per niente anonimi, senza parlare dei retroscena che di per sé vanno presi con le pinze, il professore Tria ha assicurato che “partecipando all’attività di governo, non si vive quello che si legge sui giornali. Nessuno mai in Consiglio dei Ministri -ha aggiunto- è venuto a dirmi le cose che leggo”. E tanto meno a chiedergli le dimissioni, che lui non ha comunque nessuna intenzione o tentazione di presentare perché “il mio posto, fino a quando sono utile, è stare al governo”, ha detto riservando probabilmente la valutazione della “utilità” a se stesso e al presidente della Repubblica che lo ha nominato, sia pure su proposta, come dice la Costituzione, del presidente del Consiglio. A buon intenditore poche parole, dice un vecchio e mai così appropriato proverbio.

            Si, è vero, lo stesso Tria ha parlato recentemente col Corriere della Sera, senza smentire, di avere ricevuto “attacchi da spazzatura”, con incursioni anche in vicende  e persone di famiglia. Ma -ha Schermata 2019-04-09 alle 07.48.21.jpgassicurato il professore- sono cose arrivate da ambienti “estranei” alla politica. E se al vice presidente leghista del Consiglio nonché ministro dell’Interno Matteo Salvini è capitato di dire, parlando proprio di lui, che la cosiddetta tassa piatta e altro ancora o si fanno presto o si cambia mestiere, facendo per esempio il panettiere, Tria ha seraficamente risposto che quello “del fornaio è un lavoro rispettabile”.

            Intanto la questione della tassa piatta potrebbe anche essere menzionata nel documento di programmazione economica e finanziaria, ma sicuramente non con i vincoli e nelle modalità che si aspetta il leader leghista. Vi sarà solo -ha anticipato il ministro con un altro ricorso al politichese stretto- “una continuazione della riforma fiscale nella direzione del programma Giannelli.jpgdi governo e nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica”. Si è quasi incantati dalla capacità di questo professore orgogliosamente tecnico di economia di aggirare ostacoli e problemi creati dal dibattito politico e, ancor più in particolare, dalla campagna in corso per le elezioni europee, regionali e amministrative di fine maggio.

             Il clima elettorale non sembra preoccupare più di tanto il ministro prestato al Paese dall’Università romana di Tor Vergata, convinto com’è che la maggioranza continuerà comunque ad avere “un potenziale di stabilità politicaTria 2.jpg che altri Paesi non hanno”: Paesi che ci circondano e di cui non dovremmo neppure invidiare le migliori condizioni economiche, o una minora decrescita, perché “l’Italia -ha detto Tria- rimane solida, nei fondamentali”. Così diceva anche Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi prima della crisi finanziaria che lo costrinse nell’autunno del 2011 alle dimissioni.

            Anche il debito pubblico italiano, l’unico che risulti in crescita rispetto agli altri dati economici, è certamente “un problema” per il nostro Paese, ha riconosciuto Tria, “ma non un rischio per gli altri”. Dai quali non a caso, del resto, il ministro è riuscito nell’Unione Europea -risolvendo un problema anche nel governo e nei rapporti con le associazioni dei risparmiatori- a ottenere il consenso per liquidare nel modo più generoso possibile i danni procurati ai loro clienti dalle banche minori che sono fallite negli ultimi tempi. Si calcola che saranno rimborsati circa il 90 per cento dei danneggiati: più rapidamente quelli che hanno un reddito non superiore ai 35 mila euro lordi  o un patrimonio mobiliare non superiore a 100 mila euro, e meno gli altri. Le cui condizioni di truffati dovranno essere valutate da una commissione.  

 

 

 

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I 95 anni di età, 51 di barba e 43 di Repubblica di Eugenio Scalfari

Secondo per anagrafe solo a Sergio Lepri, il mitico ex direttore dell’Ansa che compirà un secolo il 29 settembre, Eugenio Scalfari può ben essere considerato dall’alto dei 95 anni compiuti sabato una icona del giornalismo italiano. E non solo per la sua barba, che di anni, in verità, ne ha compiuti solo 51, risalendo al 1968 la decisione di Scalfari di lasciarsela crescere. Una barba che fra l’ironia beffarda di Marco Travaglio il buon Francesco Merlo, partecipando alle festose celebrazioni fattegli da vivo con altre dieci illustrissime firme della sua Repubblica, ha paragonato per importanza simbolica alla lettera 22 tenuta sulle gambe da Indro Montanelli mentre scriveva, agli occhialini di Antonio Gramsci e persino al naso aquilino di Dante Alighieri, il papà peraltro della nostra lingua. Scalfari invece deve accontentarsi di essere “Barpapà”, come ancora lo chiamano affettuosamente nella redazione del quotidiano da lui ideato nel 1975 e fatto arrivare nelle edicole la prima volta la mattina di mercoledì 14 gennaio 1976.

A ispirare a Scalfari  per il suo giornale quel nome – la Repubblica– non fu la forma istituzionale ormai consolidata e scelta dall’Italia nel referendum del 1946, cui peraltro lo stesso Scalfari aveva partecipato votando per la Monarchia, al pari di Enrico De Nicola e di Luigi Einaudi, che  ne sarebbero stati i primi due presidenti, ma la testata giornalistica dei socialisti portoghesi. Che erano i protagonisti della “rivoluzione dei garofani” dopo la lunga dittatura di Antonio Salazar.

Questa circostanza, unita alla decisione di Scalfari di esordire come direttore del suo nuovo giornale con una intervista all’allora segretario del Psi Francesco De Martino, facendosi spiegare le ragioni per le quali aveva appena tolto l’appoggio esterno al governo bicolore Dc-Pri con Aldo Moro presidente del Consiglio e Ugo La Malfa vice, sino a spingere il Paese verso le elezioni anticipate, diede a molti socialisti italiani l’impressione che la Repubblica fosse destinata ad assomigliare del tutto politicamente a quella portoghese. Alcuni di essi si affrettarono a proporsi come opinionisti al nuovo quotidiano, non immaginando la sorpresa che avrebbe loro riservato Scalfari dopo le elezioni, quando la forte svolta autonomista impressa Craxi.jpgda Bettino Craxi ad un Psi uscito malconcio dalle urne  incorse prima nella diffidenza e poi nella “scomunica” di Repubblica. Il cui fondatore, scegliendo come interlocutore privilegiato a sinistra il Pci di Enrico Berlinguer, e scommettendo sulla sua volontà e capacità di affrancarsi davvero da ogni forma di dipendenza dai sovietici  ancora ben saldi al potere a Mosca, liquidò un saggio di Craxi polemico con i comunisti come un malsano tentativo di “tagliare la barba a Marx”. Alla quale involontariamente Scalfari appaiò la sua.

Fu solo l’inizio di una durissima lotta durata sino alla caduta del leader socialista, nel biennio manettaro 1992-93 dell’indagine giudiziaria di Mani pulite contro il finanziamento illegale della politica e la corruzione che spesso ne derivava. Una lotta in cui Scalfari non si risparmiò nulla, neppure -gli ha in qualche modo rimproverato Massimo Giannini nella partecipazione alla De Mita.jpgcelebrazione in vita di Scalfari per i suoi 95 anni- l’appoggio al segretario della Dc Ciriaco De Mita.  Che ce la mise tutta per far durare il meno possibile il governo Craxi, dallo stesso De Mita negoziato col leader socialista dopo le perdite elettorali scudocrociate del 1983.

In occasione della nascita della Repubblica di carta di Scalfari al Giornale fondato un anno e mezzo prima e diretto da Indro Montanelli, dove lavoravo guidando la redazione romana, non facemmo certamente festa. Eravamo ben consapevoli della concorrenza sul versante moderato, anche se poi la focalizzazione della linea politica di Repubblica ci rasserenò. Diventammo entrambi “giornali partito”, di orientamento opposto, diretti a due tipi di lettori ed elettori diversi, anche se -lo riconosco-  il successo editoriale del giornale di Scalfari, superati i primi tempi di difficoltà, in cui rischiò persino il fallimento, fu decisamente superiore a quello di Montanelli.

Francamente ho perso il conto delle volte in cui ho dissentito, negli anni del Giornale e dopo, dalle posizioni politiche di Repubblica e del suo fondatore. E Dio solo sa quanta sofferenza mi procurò personalmente il fatto che durante i 55 giorni del terribile sequestro di Aldo Moro, fra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978, Montanelli e Scalfari fossero entrambi schierati in toto, senza alcuna esitazione, sulla linea della cosiddetta fermezza. Che condannò Moro – “uomo buono e onesto, degno e innocente, mite, saggio, amico…”, disse di lui Paolo VI prima implorandone la liberazione e poi gridando contro l’assassinio- ad una morte che solo una disumanità pari a quella dei suoi aguzzini poteva tollerare come epilogo inevitabile e, tutto sommato, giusto della tragedia cominciata con lo sterminio  “da macelleria” della sua scorta. Così venne definito  dopo molti anni l’assalto da una terrorista che l’aveva condiviso.

Quell’epilogo, anche a più di quarant’anni ormai dai fatti, e ancora di più per i numerosi misteri sopravvissuti ai tanti processi e alle tante inchieste parlamentari condotte, grida ancora francamente vendetta. Come le accuse di disfattismo, collusione col terrorismo, vigliaccheria e quant’altro rovesciate addosso Moro morto.jpga chiunque in quei devastanti 55 giorni avesse avuto modo di esprimersi per una trattativa, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo la si volesse chiamare. Solo due anni dopo, del resto, la linea della fermezza spietatamente applicata contro Moro sarebbe stata disattesa per chiudere ben diversamente in Campania il sequestro dell’assessore regionale democristiano Ciro Cirillo, anch’esso eseguito dalle brigate rosse.

Sempre a proposito di Moro, resto ancora convinto ch’egli non avesse meritato neppure da morto il torto di quell’intervista postuma pubblicata da Scalfari il 14 ottobre 1978. Nella quale il direttore di Repubblica riferì di un incontro avuto col presidente della Dc, nello studio di via Savoia, il 18 febbraio: dieci giorni prima del suo ultimo discorso politico, pronunciato davanti ai gruppi parlamentari congiunti dello scudo crociato per convincerli ad accettare l’accordo raggiunto col Pci, dopo una lunga crisi, per consentirgli di passare dall’astensione al voto di fiducia al governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti.

L’incontro c’era stato davvero, testimoniato dal portavoce storico di Moro, Corrado Guerzoni. Che però, non essendo stato presente alla conversazione, non ne confermò il contenuto riferito da Scalfari, secondo il quale Moro aveva già programmato un ulteriore passaggio con i comunisti, portandoli direttamente nel governo. Ma poi Moro ai parlamentari del suo partito, parlando proprio delle prospettive politiche, disse di non poterne immaginare alcuna, non riuscendo a guardare oltre la scadenza istituzionale di fine anno: la scadenza cioè del mandato di Giovanni Leone al Quirinale, anticipata convulsamente di sei mesi proprio dopo il barbaro assassinio del presidente della Dc. Che, senza quella brutale eliminazione, prima politica e poi anche fisica, ne sarebbe stato sicuramente il nuovo capo dello Stato, come riconobbe nel discorso d’insediamento Sandro Pertini, eletto l’8 luglio per la successione a Leone.

Nel discorso ai gruppi parlamentari democristiani, di cui esistono registrazioni che sono le uniche, Moro  vivo.jpgautentiche ed ultime opinioni politiche espresse in condizioni di libertà, l’unica novità politica indicata da Moro come una traccia su cui lavorare fu lo sviluppo del dibattito nel partito socialista. Dove Craxi aveva cominciato, anche sforbiciando la barba a Marx, a svincolarsi dalla linea del predecessore De Martino, che  aveva escluso alleanze con la Dc senza l’apporto del Pci.

Non vorrei sembrare irriguardoso verso un’icona del giornalismo come sicuramente è stato  giustamente indicato da Francesco Merlo negli auguri per i suoi 95 anni, ma temo che Scalfari si fosse fatto prendere un po’ la mano con quell’intervista postuma. Di cui avrebbero abusato molti, nella Dc e fuori, per tentare di non  chiudere la stagione della cosiddetta “solidarietà nazionale”, per quanto a interromperla fossero stati gli stessi comunisti uscendone agli inizi del 1979. A Scalfari, d’altronde, è accaduto più o meno di recente di essere smentito o corretto, come preferite. Gli è accaduto, in particolare, per parole e concetti attribuiti al Papa felicemente regnante in udienze privatissime a Santa Marta.

Ad averne, comunque, di magnifici vegliardi come Scalfari. Che, al netto di ogni dissenso possibile -e “Barpapà” sa procurarsene tanti, anche nel suo campo dichiaratamente e orgogliosamente di sinistra, come si vide nella campagna referendaria da lui sostenuta nel 2016 a favore della riforma costituzionale del contestatissimo Matteo Renzi- rimane un campione autentico del giornalismo. Egli è ancora puntuale nella corsa, anzi rincorsa dei fatti e dei protagonisti, con i suoi puntuali  e a volte anche imprevisti appuntamenti con i lettori.

Scalfari non è certamente uno che si lasci tentare, alla sua età, dalla noia.  Che – egli ha  appena scritto Scalfari 2 jpg.jpgnel solito editoriale festivo di Repubblica– “a volte è riposante, ma altre volte precede sorella Morte”.

Preoccupato che l’Italia stia “marciando verso la dittatura” di Matteo Salvini senza un’adeguata resistenza dei grillini, egli ha scommesso con giovanile entusiasmo sulla ripresa del Pd di Nicola Zingaretti recitando: “Sole che libero e giocondo sul colle nostro i tuoi cavalli doma; tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma”. Sono naturalmente i versi di Fausto Salvatori musicati nel 1919 da Giacomo Puccini.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Di Maio scende dalle stelle e scopre tensioni “trapelate” nel governo

            Il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio sembra essersi finalmente accorto, in una lettera inviata al Corriere della Sera, che gli sviluppi del dibattito politico, cui pure ha contribuito con una certa abbondanza, “hanno lasciato trapelare una tensione all’interno del governo”.

            Ma, anziché buttare acqua sul fuoco, egli ha versato benzina attribuendosi come “maggiore azionista dell’esecutivo” il merito delle più importanti misure adottate, tutte targate cinque stelle, col “supporto importante”, bontà sua, della Lega del suo omologo Matteo Salvini.

            Visto che si trovava, Di Maio avrebbe potuto vantarsi del supporto ugualmente importante della sua parte politica alle misure del governo e della maggioranza targate Lega, come quelle Corriere.jpgper la pensione anticipata, per la sicurezza e la legittima difesa, ma ha omesso di farlo. Non credo, francamente, per dimenticanza ma per vera o presunta convenienza politica, coerentemente con una campagna elettorale nella quale i due partiti di governo sono impegnati più a scontrarsi fra di loro che, insieme, a contrastare le opposizioni di sinistra, di destra e di centro, per quanto malmesso sia questo fantomatico o striminzito centro. Cui proprio sul Corriere della Sera il buon Angelo Panebianco ha dedicato un editoriale a dir poco sconsolato, considerando il bisogno che se ne avrebbe in un sistema elettorale tornato sostanzialmente proporzionale.

            Nella sua lettera Di Maio ha orgogliosamente rivendicato di avere -nonostante gli scontri continui col ministro dell’Economia Giovanni Tria e le critiche ormai abitualmente provenienti al governo dalla Confindustria, per non parlare delle agenzie di rating e di tutti gli organismi pubblici internazionali di analisi e cooperazione- “le opportune credenziali per rassicurare gli italiani, i mercati finanziari e chi ci osserva con attenzione”. Beato ottimismo o ingenuità, verrebbe voglia di dire anche a proposito dell’auspicio infine espresso, dopo punzecchiature alla Lega per la troppa fretta che avrebbe a reclamare riduzioni fiscali che rischierebbero di favorire i soliti, immancabili “ricchi”, per “una sana e leale competizione fra i due contraenti del contratto” di governo  nel residuo di questa interminabile campagna per le elezioni europee, regionali ed amministrative di fine maggio.

            Salvini non ha scritto lettere ma ha parlato. E, fra un sorso e l’altro di vino alla fiera di Verona, dove non Salvini.jpgè riuscito a incrociare il pur presente presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha perfidamente ricordato che “chi è indietro attacca per recuperare voti”. Ogni riferimento alle perdite grilline e ai guadagni leghisti in tutte le elezioni succedute a quelle politiche dell’anno scorso non era naturalmente casuale.

            Per quanto l’abbia letta e pure riletta, non ho trovato nella lettera di Di Maio al Corriere una conferma della “svolta” attribuita al movimento grillino dalla Stampa nel titolo diLa Stampa.jpg apertura: “in Europa aperti al dialogo con i popolari”. Vi ho trovato solo il rinnovo degli attacchi a Salvini per i rapporti privilegiati che continua a perseguire, appunto in Europa, con i paesi più distanti dagli interessi italiani, per esempio indisponibili ad una distribuzione del fenomeno migratorio.

            Il “retroscena” su cui il quotidiano di Torino ha impostato la sua clamorosa apertura, firmato da Ilario Lombardo, solitamente bene informato -va detto- delle vicende grilline, si basa sulla “stima” recentemente espressa da Di Maio nei riguardi della cancelliera tedesca Angela Merkel e sulla sconfessione dei gilet gialli francesi, cui lo stesso Di Maio aveva imprudentemente fatto le feste in una trasferta col suo amico Alessandro Di Battista, ora apprendista falegname nel Viterbese ma sempre pronto -credo- a rispendersi per il suo movimento.

            Se davvero esistesse l’ambizione di aprire al Partito Popolare, come il giornalista della Stampa sospetta spingendosi a immaginare una disponibilità dell’altra parte per alcune parole pronunciate dal presidente della Commissione Europea Juncker nella sua recente visita in Italia, sarebbe a dir poco divertente lo spettacolo di Di Maio, o di un suo delegato, alle prese a livello comunitario con quel Berlusconi, orgogliosamente partecipe della famiglia politica dei popolari, respinto dai grillini in Italia persino al telefono.  Nel rapporto col centrodestra avremmo nel Parlamento di Strasburgo, da parte dei grillini, una situazione rovesciata rispetto a Montecitorio e a Palazzo Madama.

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