I 95 anni di età, 51 di barba e 43 di Repubblica di Eugenio Scalfari

Secondo per anagrafe solo a Sergio Lepri, il mitico ex direttore dell’Ansa che compirà un secolo il 29 settembre, Eugenio Scalfari può ben essere considerato dall’alto dei 95 anni compiuti sabato una icona del giornalismo italiano. E non solo per la sua barba, che di anni, in verità, ne ha compiuti solo 51, risalendo al 1968 la decisione di Scalfari di lasciarsela crescere. Una barba che fra l’ironia beffarda di Marco Travaglio il buon Francesco Merlo, partecipando alle festose celebrazioni fattegli da vivo con altre dieci illustrissime firme della sua Repubblica, ha paragonato per importanza simbolica alla lettera 22 tenuta sulle gambe da Indro Montanelli mentre scriveva, agli occhialini di Antonio Gramsci e persino al naso aquilino di Dante Alighieri, il papà peraltro della nostra lingua. Scalfari invece deve accontentarsi di essere “Barpapà”, come ancora lo chiamano affettuosamente nella redazione del quotidiano da lui ideato nel 1975 e fatto arrivare nelle edicole la prima volta la mattina di mercoledì 14 gennaio 1976.

A ispirare a Scalfari  per il suo giornale quel nome – la Repubblica– non fu la forma istituzionale ormai consolidata e scelta dall’Italia nel referendum del 1946, cui peraltro lo stesso Scalfari aveva partecipato votando per la Monarchia, al pari di Enrico De Nicola e di Luigi Einaudi, che  ne sarebbero stati i primi due presidenti, ma la testata giornalistica dei socialisti portoghesi. Che erano i protagonisti della “rivoluzione dei garofani” dopo la lunga dittatura di Antonio Salazar.

Questa circostanza, unita alla decisione di Scalfari di esordire come direttore del suo nuovo giornale con una intervista all’allora segretario del Psi Francesco De Martino, facendosi spiegare le ragioni per le quali aveva appena tolto l’appoggio esterno al governo bicolore Dc-Pri con Aldo Moro presidente del Consiglio e Ugo La Malfa vice, sino a spingere il Paese verso le elezioni anticipate, diede a molti socialisti italiani l’impressione che la Repubblica fosse destinata ad assomigliare del tutto politicamente a quella portoghese. Alcuni di essi si affrettarono a proporsi come opinionisti al nuovo quotidiano, non immaginando la sorpresa che avrebbe loro riservato Scalfari dopo le elezioni, quando la forte svolta autonomista impressa Craxi.jpgda Bettino Craxi ad un Psi uscito malconcio dalle urne  incorse prima nella diffidenza e poi nella “scomunica” di Repubblica. Il cui fondatore, scegliendo come interlocutore privilegiato a sinistra il Pci di Enrico Berlinguer, e scommettendo sulla sua volontà e capacità di affrancarsi davvero da ogni forma di dipendenza dai sovietici  ancora ben saldi al potere a Mosca, liquidò un saggio di Craxi polemico con i comunisti come un malsano tentativo di “tagliare la barba a Marx”. Alla quale involontariamente Scalfari appaiò la sua.

Fu solo l’inizio di una durissima lotta durata sino alla caduta del leader socialista, nel biennio manettaro 1992-93 dell’indagine giudiziaria di Mani pulite contro il finanziamento illegale della politica e la corruzione che spesso ne derivava. Una lotta in cui Scalfari non si risparmiò nulla, neppure -gli ha in qualche modo rimproverato Massimo Giannini nella partecipazione alla De Mita.jpgcelebrazione in vita di Scalfari per i suoi 95 anni- l’appoggio al segretario della Dc Ciriaco De Mita.  Che ce la mise tutta per far durare il meno possibile il governo Craxi, dallo stesso De Mita negoziato col leader socialista dopo le perdite elettorali scudocrociate del 1983.

In occasione della nascita della Repubblica di carta di Scalfari al Giornale fondato un anno e mezzo prima e diretto da Indro Montanelli, dove lavoravo guidando la redazione romana, non facemmo certamente festa. Eravamo ben consapevoli della concorrenza sul versante moderato, anche se poi la focalizzazione della linea politica di Repubblica ci rasserenò. Diventammo entrambi “giornali partito”, di orientamento opposto, diretti a due tipi di lettori ed elettori diversi, anche se -lo riconosco-  il successo editoriale del giornale di Scalfari, superati i primi tempi di difficoltà, in cui rischiò persino il fallimento, fu decisamente superiore a quello di Montanelli.

Francamente ho perso il conto delle volte in cui ho dissentito, negli anni del Giornale e dopo, dalle posizioni politiche di Repubblica e del suo fondatore. E Dio solo sa quanta sofferenza mi procurò personalmente il fatto che durante i 55 giorni del terribile sequestro di Aldo Moro, fra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978, Montanelli e Scalfari fossero entrambi schierati in toto, senza alcuna esitazione, sulla linea della cosiddetta fermezza. Che condannò Moro – “uomo buono e onesto, degno e innocente, mite, saggio, amico…”, disse di lui Paolo VI prima implorandone la liberazione e poi gridando contro l’assassinio- ad una morte che solo una disumanità pari a quella dei suoi aguzzini poteva tollerare come epilogo inevitabile e, tutto sommato, giusto della tragedia cominciata con lo sterminio  “da macelleria” della sua scorta. Così venne definito  dopo molti anni l’assalto da una terrorista che l’aveva condiviso.

Quell’epilogo, anche a più di quarant’anni ormai dai fatti, e ancora di più per i numerosi misteri sopravvissuti ai tanti processi e alle tante inchieste parlamentari condotte, grida ancora francamente vendetta. Come le accuse di disfattismo, collusione col terrorismo, vigliaccheria e quant’altro rovesciate addosso Moro morto.jpga chiunque in quei devastanti 55 giorni avesse avuto modo di esprimersi per una trattativa, sotto qualsiasi forma e in qualsiasi modo la si volesse chiamare. Solo due anni dopo, del resto, la linea della fermezza spietatamente applicata contro Moro sarebbe stata disattesa per chiudere ben diversamente in Campania il sequestro dell’assessore regionale democristiano Ciro Cirillo, anch’esso eseguito dalle brigate rosse.

Sempre a proposito di Moro, resto ancora convinto ch’egli non avesse meritato neppure da morto il torto di quell’intervista postuma pubblicata da Scalfari il 14 ottobre 1978. Nella quale il direttore di Repubblica riferì di un incontro avuto col presidente della Dc, nello studio di via Savoia, il 18 febbraio: dieci giorni prima del suo ultimo discorso politico, pronunciato davanti ai gruppi parlamentari congiunti dello scudo crociato per convincerli ad accettare l’accordo raggiunto col Pci, dopo una lunga crisi, per consentirgli di passare dall’astensione al voto di fiducia al governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti.

L’incontro c’era stato davvero, testimoniato dal portavoce storico di Moro, Corrado Guerzoni. Che però, non essendo stato presente alla conversazione, non ne confermò il contenuto riferito da Scalfari, secondo il quale Moro aveva già programmato un ulteriore passaggio con i comunisti, portandoli direttamente nel governo. Ma poi Moro ai parlamentari del suo partito, parlando proprio delle prospettive politiche, disse di non poterne immaginare alcuna, non riuscendo a guardare oltre la scadenza istituzionale di fine anno: la scadenza cioè del mandato di Giovanni Leone al Quirinale, anticipata convulsamente di sei mesi proprio dopo il barbaro assassinio del presidente della Dc. Che, senza quella brutale eliminazione, prima politica e poi anche fisica, ne sarebbe stato sicuramente il nuovo capo dello Stato, come riconobbe nel discorso d’insediamento Sandro Pertini, eletto l’8 luglio per la successione a Leone.

Nel discorso ai gruppi parlamentari democristiani, di cui esistono registrazioni che sono le uniche, Moro  vivo.jpgautentiche ed ultime opinioni politiche espresse in condizioni di libertà, l’unica novità politica indicata da Moro come una traccia su cui lavorare fu lo sviluppo del dibattito nel partito socialista. Dove Craxi aveva cominciato, anche sforbiciando la barba a Marx, a svincolarsi dalla linea del predecessore De Martino, che  aveva escluso alleanze con la Dc senza l’apporto del Pci.

Non vorrei sembrare irriguardoso verso un’icona del giornalismo come sicuramente è stato  giustamente indicato da Francesco Merlo negli auguri per i suoi 95 anni, ma temo che Scalfari si fosse fatto prendere un po’ la mano con quell’intervista postuma. Di cui avrebbero abusato molti, nella Dc e fuori, per tentare di non  chiudere la stagione della cosiddetta “solidarietà nazionale”, per quanto a interromperla fossero stati gli stessi comunisti uscendone agli inizi del 1979. A Scalfari, d’altronde, è accaduto più o meno di recente di essere smentito o corretto, come preferite. Gli è accaduto, in particolare, per parole e concetti attribuiti al Papa felicemente regnante in udienze privatissime a Santa Marta.

Ad averne, comunque, di magnifici vegliardi come Scalfari. Che, al netto di ogni dissenso possibile -e “Barpapà” sa procurarsene tanti, anche nel suo campo dichiaratamente e orgogliosamente di sinistra, come si vide nella campagna referendaria da lui sostenuta nel 2016 a favore della riforma costituzionale del contestatissimo Matteo Renzi- rimane un campione autentico del giornalismo. Egli è ancora puntuale nella corsa, anzi rincorsa dei fatti e dei protagonisti, con i suoi puntuali  e a volte anche imprevisti appuntamenti con i lettori.

Scalfari non è certamente uno che si lasci tentare, alla sua età, dalla noia.  Che – egli ha  appena scritto Scalfari 2 jpg.jpgnel solito editoriale festivo di Repubblica– “a volte è riposante, ma altre volte precede sorella Morte”.

Preoccupato che l’Italia stia “marciando verso la dittatura” di Matteo Salvini senza un’adeguata resistenza dei grillini, egli ha scommesso con giovanile entusiasmo sulla ripresa del Pd di Nicola Zingaretti recitando: “Sole che libero e giocondo sul colle nostro i tuoi cavalli doma; tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma”. Sono naturalmente i versi di Fausto Salvatori musicati nel 1919 da Giacomo Puccini.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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