Ignazio Marino chiude da solo il suo caso politico dopo l’assoluzione

Tornato sulle prime pagine dei giornali italiani per l’innocenza riconosciutagli dalla Cassazione bocciando la condanna in appello per peculato e falso rimediata a causa di 56 cene contestategli dalle opposizioni, e poi dalla magistratura, per un ammontare di 20 mila euro pagati con la carta di credito dell’amministrazione capitolina, come ha ricordato Marco Travaglio sfogliando il suo archivio, l’ex sindaco di Roma Ignazio Marino ha disatteso per prudenza, una volta tanto, i suoi interessatissimi sostenitori. Che lo vorrebbero scomodare dagli impegni professionali in America, a Philadelphia, per trapiantarlo di nuovo -lui, che di trapianti è davvero uno specialista, ma in senso chirurgico- nella politica italiana, non necessariamente limitata a Roma. “Si può fare molto”, presumo per gli altri e non solo per sé, “anche stando fuori dalla politica”, ha detto Marino.

            Esclusa una richiamata alle armi per i grillini e per la destra, salviniana o d’altro tipo, da cui si sente lontano quanto il buco appena fotografato nello spazio a 55 milioni di anni luce dalla Terra, la voglia di Marino levatasi politicamente in Italia dopo la conclusione della sua vicenda giudiziaria è tutta a sinistra. E principalmente mirata verso quella parte del Pd che vorrebbe recuperare la scissione di due anni fa ed ha salutato come liberatoria l’elezione alla segreteria del governatore del Lazio Nicola Zingaretti, non a caso affrettatosi a mandare all’ex sindaco messaggi di felicitazioni e simili.

            Ma anche su questo punto, o versante, Marino è stato spiazzante. Oltre a prendersela, per le pene dei due anni e poco più trascorsi in Campidoglio, con i due Mattei che governavano allora il partito, Renzi da Palazzo Chigi e Orfini dal Nazareno, Marino se l’è presa anche con Zingaretti. Che, già allora governatore della regione, è stato accusato da Marino di non avere fatto nulla, ma proprio nulla per lui, neppure per distinguersi dai colleghi di partito che preferirono lo studio di un notaio, per firmarne la sostanziale decadenza da sindaco, all’aula Giulio Cesare del Consiglio Comunale per difenderlo dall’assalto delle opposizioni.

            D’altronde, Renzi o non Renzi, Orfini o non Orfini, Zingaretti o non Zingaretti, e persino Bersani o non Bersani, che l’altra sera in televisione si è vantato di averlo scoperto politicamente, prima ancora di Massino D’Alema, l’allora sindaco di Roma stava al Pd come un cavolo a merenda. Lo ha detto onestamente lo stesso sindaco a Philadelphia vantandosi a sua volta di avere “sconfitto” il Pd nel momento in cui fu “scelto come sindaco da due elettori su tre”. Il partito del Nazareno quindi era all’opposizione senza neppure accorgersene.

            Infine, quasi a confermare le ragioni tutte politiche, e per niente giudiziarie o moralistiche, vantate dall’allora Schermata 2019-04-11 alle 08.51.44.jpgpresidente del Pd e commissario dello stesso partito a Roma Matteo Orfini per la decisione di chiudere l’esperienza capitolina di Marino, quest’ultimo si è onestamente rammaricato dalla sua Philapdelphia, parlando peraltro al plurale, di “non essere riusciti a spiegare bene il nostro progetto per cambiare Roma”.

            Ciò dovrebbe bastare e avanzare per chiudere davvero il caso Marino anche sul piano politico, e non solo giudiziario. Del caso d’oltre Tevere neppure a parlarne, naturalmente, dopo le distanze prese dall’ancora sindaco personalmente dal Papa rivelandone la partecipazione spontanea ad alcune cerimonie, senza l’invito di alcuna autorità religiosa.

           

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