Davigo sbaraglia la concorrenza al Consiglio Superiore della Magistratura

            A sentire e leggere gli esperti, Piercamillo Davigo con i 2522 voti raccolti fra gli 8010 partecipanti all’elezione dei 16 esponenti togati del Consiglio Superiore della Magistratura non ha soltanto vinto, ma trionfato. E ha sconfitto come più non poteva la sinistra giudiziaria escludendola per la prima volta, sul piano delle correnti, dalla rappresentanza dei “giudici di legittimità”  della Corte di Cassazione dall’organo di autogoverno della magistratura.

        Il Fatto.jpg    Questa rappresentazione dei nuovi equilibri nel Consiglio Superiore destinato a insediarsi a settembre, dopo che verrà completato con gli otto “laici” di elezione parlamentare, è considerata a tenuta stagna, non destinata cioè a cambiare di segno con gli scrutini, ancora in corso mentre scrivo, per l’assegnazione dei seggi spettanti ai pubblici ministeri e ai giudici di merito.

            La magistratura insomma andrebbe a destra, secondo gli auspici sfuggiti di recente alla lingua del sottosegretario leghista al Ministero della Giustizia parlando alle reclute dell’ordine giudiziario, e incorso per questo nelle proteste del vice presidente del Consiglio uscente del Palazzo dei Marescialli.

          Colonnello.jpg  “Si ridisegna -ha scritto sulla Stampa Paolo Colonnello- la geografia delle toghe nei confini del nuovo potere grillo-leghista che siede a Palazzo Chigi” col governo presieduto da Giuseppe Conte. Che peraltro -mi permetto di ricordare- è solo il quinto degli avvocati  avvicendatisi alla guida dell’esecutivo nella storia della Repubblica, dopo Mario Scelba, Adone Zoli, Fernando Tambroni e Giovanni Leone, nell’ordine cronologico delle loro nomine.

            E’ forse avvertendo proprio questo vento o odore di destra nell’ordine giudiziario che il ministro leghista dell’Interno Matteo Salvini, nonché vice presidente del Consiglio, allargandosi un po’ troppo nella indubbia svolta che ha segnato gestendo il fenomeno degli sbarchi e, più in generale, dell’immigrazione si avventura ad anticipare arresti e sequestri quando decide a malincuore di fare scaricare in qualche porto italiano i migranti soccorsi in mare. E liquida con battute da sfida, invitandolo a candidarsi alle elezioni politiche, il capo della Procura di Torino, Armando Spataro, che rivendica le competenze giudiziarie nelle materie roventi dei soccorsi e dell’immigrazione.

           Corriere.jpg Per tanto tempo si è assistito in Italia, in particolare dagli anni delle indagini “Mani pulite” nella Procura di Milano, dove proprio Davigo faceva buona compagnia ad Antonio Di Pietro, al fenomeno di una politica preceduta dalla magistratura. Si potrebbe ora pensare ad una inversione di rotta? E francamente difficile dirlo.  Certo è comunque che, di destra o di sinistra che sia o possa apparire, come dimostra ciò che continuamente dice Davigo del garantismo nelle “piazze” o nei salotti televisivi che lo ospitano,  al pari del suo ex collega Di Pietro, la magistratura continuerà ad essere tentata dal giustizialismo.

            Intanto l’uscente Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato un lungo documento contenente le linee guida della comunicazione negli uffici giudiziari che per l’ovvietà delle sue enunciazioni, a cominciare dal divieto di stabilire “canali privilegiati” con giornalisti o testate,  induce a chiedersi perché mai si sia faticato tanto a stenderlo. E quali concrete possibilità esso abbia di essere applicato, dopo tante abitudini lasciate crescere o consolidarsi.

            Lo stesso si può dire del divieto finalmente espresso a usare, da parte dei magistrati nelle loro ordinanze, sentenze e quant’altro, espressioni e “giudizi di valore” che poi consentono ai malintenzionati di praticare una gogna interminabile contro il malcapitato di turno. Che si deve, per esempio, portare addosso e a vita la patente di delinquente, stampata come una targa sui titoli di prima pagina.

             

Le curiose modalità di voto e di scrutinio dei magistrati italiani

            Per farsi un’idea dei magistrati, dei loro tempi, delle loro abitudini, bisogna sapere come votano. Non, per carità, alle elezioni politiche per capire le loro preferenze per i partiti che si contendono i seggi parlamentari. Ma alle elezioni interne, per i sedici seggi del Consiglio Superiore della Magistratura ai quali hanno diritto ad ogni rinnovo quadriennale. E non tanto per conoscere e valutare i rapporti di forza fra le quattro correnti della loro associazione, che poi se li giocano con gli otto consiglieri eletti dalle Camere per nomine e promozioni, quanto per sapere le loro curiose modalità elettorali.

            I novemilacinquecento magistrati italiani, dei quali mille esordienti come elettori, hanno votato tra domenica e lunedì nei ventisei distretti di Corte d’Appello nei quali è diviso il territorio giudiziario.

            Dato il numero non elevatissimo di elettori, tutti si aspetterebbero risultati immediati, entro poche ore dalla chiusura dei seggi. Ma le schede non vengono scrutinate sul posto. Nella giornata di martedì, con tutta calma, esse vengono materialmente portate a Roma, dove vengono scrutinate, con calma. Tanto, il nuovo Consiglio Superiore si insedierà solo a settembre, dopo che verrà completato con gli otto consiglieri eletti dalle Camere con criteri politici, secondo i rapporti di forza fra i gruppi parlamentari, per cui questa volta risulteranno in maggioranza quelli designati dai grillini e dai leghisti. Fra i quali pare che ci sia già l’accordo per assegnare la vice presidenza dell’organo di autogoverno delle toghe ai primi, che si sono già presi nell’esecutivo la postazione del ministro della Giustizia. Il presidente, si sa, è per dettato costituzionale il capo dello Stato.

            I candidati togati ai sedici seggi del Consiglio Superiore sono complessivamente 21, dei quali 4 -uno per ciascuna corrente- alla quota spettante ai pubblici ministeri, e altri quattro per i due posti destinati ai giudici di legittimità. I rimanenti candidati e seggi spettano ai giudici di merito.

            Di competizione vera e propria -lo dicono i numeri- non si vedrà l’ombra né fra i pubblici ministeri né fra i giudici di merito. Ci sarà invece competizione fra i giudici di Cassazione, di cui non a caso è risultata alta l’affluenza alle urne: 360 su 397, contro i 294 di quattro anni fa. Le attese maggiori riguardano, in questo ambito, la candidatura del presidente di sezione della Cassazione e già presidente dell’associazione nazionale dei magistrati Piercamillo Davigo. Che si è proposto di far vedere come consigliere alle toghe, e alle loro ambizioni di carriera, gli stessi sorci verdi, dicono a Roma, dei suoi imputati.

            A torto o a ragione, Davigo è classificato nel mondo giudiziario a destra. Ma la sua insofferenza per gli abusi che, secondo lui, si farebbe del garantismo non lo fanno molto diverso dai colleghi catalogati, sempre a torto o a ragione, a sinistra.  

La breccia di Matteo Salvini nel muro di Sergio Mattarella al Quirinale

            Contento lui….,si potrebbe dire di Matteo Salvini dopo l’atteso incontro con Sergio Mattarella al Quirinale. Dove il capo dello Stato, con tono cortese ma fermo, secondo notizie di buona fede, si è doluto dei modi di parlare, e un po’ anche di agire, dell’ospite almeno come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ma in fondo anche come leader della Lega. E Salvini non ha potuto, di fatto, che scusarsi chiedendo comprensione.

            Con virgolettati che si trovano in diversi giornali, e che non sono stati smentiti dall’interessato, l’ospite del Quirinale ha detto al presidente della Repubblica: “So di essere qualche volta irruento. E’ nel mio carattere. Abbasserò i toni”. E Mattarella ha sorriso.

            La comprensione chiesta da Salvini è per gli attacchi durissimi che riceve ogni giorno e per le condizioni in cui si trova il suo partito nella vertenza giudiziaria che, a forza di sequestri, gli fa rischiare di non avere i mezzi economici necessari per fare politica. E qui il capo dello Stato lo ha bloccato un po’ allargando le braccia, come per dire che l’argomento non era né gradito né ammesso, e un po’ ricordandogli che la legge mette a disposizione della Lega tutti i mezzi per difendersi.

            Nell’incontro il discorso non poteva non cadere anche sulla questione -appena sollevata da Salvini sui giornali con dichiarazioni e polemiche anche all’interno del governo, in particolare con la ministra grillina della Difesa- dell’accessibilità ai porti italiani delle navi che abbiano soccorso migranti nell’ambito di una missione militare nel Mediterraneo concordata fra 15 Paesi dell’Unione Europea, e attualmente comandata da un ammiraglio italiano.

            A questo proposito il capo dello Stato, che la Costituzione peraltro mette al vertice delle Forze Armate, ha ricordato all’ospite che le regole della missione vanno rispettate fino a quando non cambieranno, come il governo, e non solo Salvini, vorrebbe.

            Pur con questi limiti, che non sono né pochi né modesti, si sono sprecati gli aggettivi positivi spesi, a dire il vero, da entrambe le parti per definire l’incontro: “utile, positivo, rivolto al futuro, costruttivo…”.

            Costruttivo, è augurabile, non nel senso immaginato sulla Gazzetta del Mezzogiorno dal vignettista Nico Pillinini, che ha ritratto un inconfondibile Mattarella applicato nella costruzione, appunto, di un muro. Con Salvini naturalmente dall’altra parte.

Dietro l’attacco di Matteo Renzi all’imbarazzato Paolo Gentiloni

            Dietro la sfida di Matteo Renzi ai suoi avversari nell’assemblea nazionale del Pd –“Ci rivedremo al congresso, dove tornerete a perdere e continuerete ad attaccare chi avrà vinto”- alcuni osservatori hanno intravisto più o meno esplicitamente la tentazione dell’ex segretario di riproporsi lui stesso alla guida del partito quando si stringeranno i giochi, a ridosso delle primarie di febbraio. O la tentazione, forse più probabile, di convincere a candidarsi con le buone o con le cattive il recalcitrante amico Graziano Delrio, arroccatosi sino ad ora nella difesa della sua postazione, non certo irrilevante, di capogruppo del Pd alla Camera.

           Il lavoro sino ad ora a Montecitorio  è francamente scarseggiato, ma dovrà per forza intensificarsi dopo la pausa estiva, quando verranno al pettine i nodi dei provvedimenti varati o per lo più annunciati, o minacciati, da grillini e leghisti spesso più in concorrenza fra loro che in vera sintonia di governo. Ma soprattutto ci sarà da approvare la legge-ex finanziaria e si vedrà di che stoffa saranno veramente le opposizioni di Silvio Berlusconi da una parte, a dispetto dei rapporti che perdurano col tuttora alleato elettorale Salvini,  e del Pd dall’altra, col rimpianto che alcuni settori hanno dell’occasione mancata dell’accordo con i grillini, esplorato durante la crisi, su incarico del capo dello Stato, dal presidente pentastellato della Camera.

            Può darsi che proprio nella pratica vera dell’opposizione Delrio maturi altre convinzioni sul suo futuro nel partito accettando ciò che sinora gli ha inutilmente proposto Renzi. Il quale tuttavia un’uscita di sicurezza, se dovesse perdurare l’indisponibilità di Delrio, secondo me l’ha già abbozzata. Ed è in una direzione molto diversa, se non opposta, a quella apparsa coll’affondo di Renzi, nell’intervento all’assemblea nazionale, contro Paolo Gentiloni: il conte cattolico e ambientalista  da lui recuperato dall’ormai seconda fila della politica nel proprio governo con la promozione a ministro degli Esteri, e poi spinto a Palazzo Chigi, al suo posto, dopo la sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale.

            Durante la lunga, lunghissima campagna elettorale seguita a quella sconfitta, e intramezzata dal congresso anticipato del Pd, con relativa scissione,  furono tanto numerosi quanto inutili i tentativi interni ed esterni allo stesso Pd di mettere Renzi e Gentiloni l’uno contro l’altro.

           Renzi sembrò cascare in questo gioco dopo le elezioni del 4 marzo scorso, quando attribuì la responsabilità della sua nuova sconfitta al rifiuto delle elezioni anticipate nel 2017 oppostogli dal capo dello Stato Sergio Mattarella con l’aiuto proprio di Gentiloni. Al quale l’ex segretario del Pd ha aggiunto questa volta, davanti all’assemblea nazionale, l’accusa, fra l’altro, di non avere cercato di imporre col ricorso alla fiducia la controversa legge sulla cittadinanza più facile, o meno complicata, come preferite, ai figli degli immigrati nati in Italia. Ma anche quella di non essersi speso per fare approvare anche dal Senato la legge contro i vitalizi degli ex parlamentari approvata dalla Camera su iniziativa di un deputato piddino, e renziano, entrato in concorrenza, su questo tema, con i grillini. Che avrebbero quindi tratto vantaggio nelle elezioni dal comportamento contraddittorio del Pd fra Camera e Senato su un tema ritenuto di grande popolarità, anche se di dimensioni irrisorie, per il risparmio conseguibile, e di controversa legittimità.

             La stilettata finale di Renzi a Gentiloni, che si è limitato a dichiararsene “imbarazzato”, è sembrata micidiale: “Non è l’algida sobrietà che fa sognare un popolo”. Ma è appunto sembrata micidiale. Siamo proprio convinti che Renzi abbia voluto rompere i ponti con l’ex presidente del Consiglio, regalandolo imprudentemente e definitivamente ai suoi avversari in vista di un congresso che pure essi sarebbero destinati a perdere?

             Ho personalmente il sospetto che con uno spirito machiavellico di casa per un toscano come lui Renzi abbia voluto in qualche modo scegliersi l’avversario, particolarmente corteggiato, per esempio, dall’ex ministro Carlo Calenda per la guida di un “fronte repubblicano” contestato invece da Nicola Zingaretti.

            Renzi  forse ritiene Gentiloni, fra tutti, pur nella sua -ripeto- “algida sobrietà”, il meno lontano o incompatibile con lui, il più leale, il meno distruttivo dell’agibilità e delle prospettive del partito, il meno tentabile sia da una fuga all’indietro, verso la ditta post-comunista di Pier Luigi Bersani e compagni, sia da una fuga in avanti con l’inseguimento dei grillini sul terreno della demagogia e dell’imbarbarimento della politica, altro che della sinistra.

             Più che di sinistra, Renzi considera il movimento delle 5 stelle una “corrente” della Lega di destra.  Che solo la dabbenaggine di D’Alema, nel tentativo di strapparla definitivamente all’alleanza con l’odiato Berlusconi, aveva evidentemente potuto scambiare ai tempi di Umberto Bossi per una “costola della sinistra”.  

L’impresa impossibile di liberarsi di Matteo Renzi nel Pd

            Maurizio Martina ha fatto di tutto per tenere la scena al parlamentino del Pd, che da reggente lo ha trasformato in segretario relativamente effettivo con una curiosa votazione, in cui sono stati contati solo i sette no e le tredici astensioni, lasciando indeterminato il numero di tutti gli altri esponenti dell’assai pletorica assemblea. Egli durerà  probabilmente non oltre il congresso e le primarie di febbraio dell’anno prossimo: sette mesi o poco più.

           Il povero ex vice segretario, scelto a suo tempo da Renzi distraendolo dal Ministero dell’Agricoltura, si è presentato all’assemblea in maglietta  rossa, per sintonizzarsi con le piazze affollate di manifestanti in controtendenza pro-immigratoria, e si è impegnato allo spasimo nelle parole per la “rifondazione” del partito, cui ha generosamente offerto il suo volto sofferente e una barba scura.

            Ha fatto di tutto per tenere la scena dell’assemblea, muovendosi fra i presenti e dispensando sorrisi di compiacimento, di disponibilità, di promessa e quant’altro, anche il governatore del Lazio e maggiore fra gli aspiranti alla segreteria vera del partito, se e quando verrà: Nicola Zingaretti, meglio noto al grande pubblico come il fratello del commissario televisivo Montalbano.

            Ma la scena alla fine se l’è presa e conservata l’ex di tutto, cioè della segreteria, della presidenza del Consiglio, di Palazzo Vecchio e d’altro ancora, Matteo Renzi. Che ha pronunciato un discorso d’attacco a tutti, dentro ma anche fuori dal partito, diversamente dagli avversari, che i nemici li vedono, li sentono e li combattono solo o prevalentemente all’interno del partito.

            Agli avversari di casa il giovane Renzi si è limitato a rivolgere un ammonimento e una profezia. L’ammonimento è a non scommettere su una sua scissione, come hanno fatto i D’Alema e i Bersani contro di lui. Che non intende invece andarsene dal Pd, per cui chi se ne vuole davvero liberare dovrà rassegnarsi ad attenderne la morte fisica, se è abbastanza giovane per nutrire una simile speranza, o se non è particolarmente dotato come menagramo. La profezia di Renzi è che i suoi nemici interni torneranno a perdere il congresso, e a contestare chi lo avrà vinto, continuando quindi a rendere, o a cercare di rendere ingovernabile il partito. E’ uno sport come tanti altri.

            Agli avversari esterni Renzi ha fatto il piacere di indicarli con precisione, direi con selezione miratissima. Il nemico principale è “l’altro Matteo”, quello “sbagliato”, cioè Salvini. Del cui partito -la Lega dei 49 milioni dovuti allo Stato, e dei conti quindi a rischio di sequestro- Renzi ha definito ormai “una corrente” il movimento grillino. Al quale invece, quasi contemporaneamente, il giornale più vicino alle 5 stelle, il solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio, ha riconosciuto il merito di praticare, stando paradossalmente insieme nello stesso governo, l’unica opposizione ai leghisti e al loro “cazzaro verde”.

            Berlusconi.jpgNon una parola ha quindi speso Renzi contro Silvio Berlusconi, che ha ormai preso l’abitudine di scrivere lunghe lettere al Corriere della Sera – l’ultima sul cosiddetto decreto della dignità- per criticare il governo a curiosa trazione leghista: curiosa perché Salvini continua a riconoscersi nel centrodestra, di cui anzi si sente il nuovo leader per le distanze elettorali ormai incolmabili da Forza Italia, riservando al Cavaliere la cortesia, l’omaggio, la soddisfazione, chiamatela come volte, di continue telefonate e visite cordiali. Che ingelosiscono o preoccupano i grillini molto meno delle iniziative leghiste di governo che essi cercano di contenere con un misto di furbizia e di ingenuità, cioè con una certa confusione.

           Scalfari.jpg E’ significativo che, nonostante l’exploit di Renzi all’assemblea nazionale del Pd, il vecchio e navigato Eugenio Scalfari nel suo appuntamento domenicale con i lettori di Repubblica non gli abbia riservato un posto, o posticino, fra “i tre moschettieri”, in realtà quattro, della politica italiana che egli ha voluto rappresentare ispirandosi a quel grandissimo romanziere francese di avventure che fu Alexandre Dumas. Se Salvini è d’Artagnan, Berlusconi è il fanfarone Porthos, Di Maio è “il duca inglese”, un pizzico di Athos è stato intravisto da Scalfari nell’ex ministro, e fresco di iscrizione al Pd, Carlo Calenda.

Il sottosegretario della Lega alla Giustizia Jacopo Tafazzi Morrone

             Dei due sottosegretari al Ministero della Giustizia, uno -il 30.enne Vittorio Ferraresi- è del Movimento 5 Stelle, lo stesso partito del guardasigilli Alfonso Bonafede, e l’altro è della Lega. Non poteva essere diversamente perché due sono i partiti al governo.

            Al sottosegretario leghista, il 35.enne forlivese Jacopo Morrone, Bonafede per riguardo al partito alleato, ma forse anche per solidarietà professionale, essendo entrambi avvocati, ha dato deleghe più delicate dell’altro, sino a mandarlo a parlare a un corso di formazione di giovani magistrati. E in un momento molto particolare per due motivi: mentre la Lega ha aperto una vertenza politica con le toghe dopo che la Cassazione ne ha dichiarato sequestrabili i conti per saldare un debito di 49 milioni di euro con lo Stato, derivante da una condanna penale, per quanto solo di primo grado, dell’ex segretario Umberto Bossi e del suo tesoriere Francesco Belsito, e mentre i circa diecimila magistrati italiani vanno alle urne per eleggere i sedici rappresentanti di loro spettanza al nuovo Consiglio Superiore.

            Morrone, dimenticando forse sia la prima che la seconda circostanza, o -peggio ancora- proponendosi di dare un suo contributo all’una e all’altra, non si è limitato a criticare davanti alle reclute della magistratura il male del correntismo per esortarle evidentemente a mettersene al riparo, anche se con l’attuale sistema non c’è praticamente possibilità di fare carriera senza arruolarsi in una corrente, e partecipare alla lottizzazione degli incarichi.

            Un modo per rimediarvi, in verità, ci sarebbe e lo ha recentemente riproposto un giudice con i fiocchi come Guido Salvini: il sorteggio fra i candidati ai vari uffici che abbiano superato l’esame dell’apposita commissione selezionatrice del Consiglio Superiore della Magistratura. Ma figuratevi se una proposta del genere sarà mai fatta passare dalle correnti che ne sarebbero spazzate via. E che pertanto liquidano l’ipotesi come una bizzarria paragonabile a quella, di ben altro segno e portata, appena proposta comicamente da un professionista della materia come Beppe Grillo di eleggere per sorteggio anche il Parlamento, cominciando dal Senato. Che è entrato nel mirino dei pentastellati per le resistenze che a Palazzo Madama incontra la guerra in corso alla Camera contro i vitalizi degli ex parlamentari, o coniugi superstiti.

            Se si fosse fermato alla denuncia del correntismo giudiziario, il sottosegretario Morrone si sarebbe guadagnato solo l’ingresso nel club affollatissimo degli ingenui. Ma lo sventurato, direbbe Manzoni, si è spinto oltre, in basso più che in alto, indicando una priorità o qualcosa che le assomiglia, cioè indicando alle reclute della magistratura l’opportunità di guardarsi soprattutto dalle correnti “di sinistra”. Che già si sentivano minacciate dall’arrivo e dalle prime decisioni del guardasigilli leghista in materia di nomine nel suo dicastero, affidando le loro preoccupazioni o denunce alla penna di Liliana Milella su Repubblica.

            Così Morrone, oltre a procurarsi le proteste delle correnti e del vice presidente uscente del Consiglio Superiore della Magistratura, l’imbarazzo del guardasigilli e le richieste di dimissioni dei parlamentari del Pd, che pure è un partito accusato continuamente dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio di avere fatto al governo azione intimidatrice, o quasi, contro le cosiddette toghe rosse, ha fatto due autoreti: una contro il suo partito e un’altra contro il suo governo. E ha non meno imprudentemente dato fiato alla campagna elettorale delle correnti di sinistra per l’assegnazione dei sedici seggi in palio per i togati nel nuovo Consiglio Superiore. Gridare alla persecuzione può sempre rendere qualcosa.

            Da oggi il sottosegretario leghista alla Giustizia potrebbe aggiungere al suo cognome o essere più brevemente chiamato Jacopo Tafazzi. Che è pur sempre un simpatico nome d’arte.

Quando arrivò al Quirinale una furia popolare chiamata Sandro Pertini

In occasione del quarantesimo anniversario dell’elezione dell’indimenticabile Sandro Pertini al Quirinale, che ricorrerà domenica 8 luglio, si sono naturalmente inseguite iniziative, commemorazioni e ricerche d’archivio. Delle quali ha fatto purtroppo le spese il suo diretto predecessore alla Presidenza della Repubblica, Giovanni Leone, già costretto alle dimissioni sei mesi prima della scadenza del mandato sotto l’onda di una campagna denigratoria  demolita poi nei tribunali, ma sfruttata politicamente dai due maggiori partiti di allora, il Pci e la sua Dc. Che, dicendo di voler mandare un segnale all’opinione pubblica tanto delusa dai partiti da averne salvato a stento in un referendum il finanziamento pubblico, in realtà non gli vollero perdonare di essersi messo di traverso alla linea della fermezza adottata dal governo della cosiddetta solidarietà nazionale nella gestione del drammatico sequestro di Aldo Moro ad opera delle brigate rosse.

Succedutogli dopo quasi un mese, al termine di una lunga serie di votazioni parlamentari da cui era uscito e rientrato grazie ad un’avveduta rinuncia che aveva spiazzato i settori democristiani originariamente ostili, Pertini lanciò il 9 luglio nel discorso di giuramento un segnale di indubbia amicizia a chi lo aveva preceduto. Dopo avere reso omaggio a tutti gli ex presidenti della Repubblica “per l’opera svolta nel supremo interesse del Paese”,  egli mandò un particolare “saluto al senatore Giovanni Leone, che oggi vive in amara solitudine”.

Fu proprio quel saluto amichevole che Pertini più di sei anni dopo, il 31 ottobre del 1984, rinfacciò a Leone in una dura lettera, rimasta inedita sino a lunedì scorso, quando l’ha pubblicata il Corriere della Sera. “Ti ho sempre difeso, sempre, da accuse infamanti, da maldicenze che toccavano anche i tuoi familiari. Nel mio discorso di insediamento con parole umane, fraterne, ti ho inviato la mia solidarietà. E tu invece, non fai che della maldicenza idiota nei miei confronti. Questa maldicenza  gli scrisse Pertini- degrada te, non tocca me. Sputi su un’amicizia ch’era sincera. Non la meriti, come non meriti più da parte mia alcuna umana considerazione. Da oggi non ti difenderò più ma ti abbandonerò “ad bestias”. Questo e solo questo meriti”.

Nella lettera- di cui è stata trovata una minuta dattiloscritta, firmata da Pertini a mano col suo solo cognome, tra le carte della Fondazione Turati-Centro Studi Sandro Pertini di Firenze presieduta dal professor Maurizio Degli Innocenti e diretta dallo storico Stefano Carretti, come ha riferito Marzio Breda sul Corriere- seguono due P.S., cioè post scriptum, e una nota che aiutano a capire le circostanze in cui maturò l’arrabbiatura di Pertini.

Un giornale aveva riferito di un “analfabeta” che Leone avrebbe dato a Pertini in una conversazione con Franco Evangelisti, uomo di fiducia di Giulio Andreotti. Le smentite opposte dagli stessi Leone ed Evangelisti non avevano evidentemente convinto Pertini. Che nel secondo P.S. scrisse a Leone: “Se tu avessi letto solo una parte di quello che ho letto io per vincere la solitudine del carcere e il peso del confino (14 anni!) ti sentiresti una biblioteca ambulante. Quattordici anni di detenzione, sopportati anche per la tua libertà  di dire e fare sciocchezze degradanti. Allora tu marciavi fieramente in orbace e se i tuoi allievi non si presentavano in camicia nera, rifiutavi di esaminarli! Meschino opportunismo che ti dovrebbe rendere più umile e più rispettoso di chi ha sacrificato la sua giovinezza anche perché tu ti sentissi libero, ma non per diffamare e dire sciocchezze, bensì per sentirti più uomo, in piedi, e non in ginocchio”.

Leone doveva essersi lamentato con Evangelisti anche della mancata risposta di Pertini a un suo telegramma di auguri per il compleanno se il presidente nel primo P.S. gliene contestò il contenuto. Che era questo: “Auguri anche miei Leoni”. “Come potevo pensare -gli scrisse Pertini- che fosse tuo un telegramma stilato da un quasi analfabeta? Ho pensato che fosse di un mio compagno romano, al quale ho risposto. Questo ti dico per chiarire un equivoco, di cui tu hai fatto un dramma. E adesso vai per la tua strada, che è opposta alla mia, con il tuo animo meschino, con i tuoi rancori stolti, con la tua pochezza. Io vado per la mia, su cui incontro spesso gente che mi ama, mi stima e mi ammira”.

L’aggiunta finale -quella peraltro sotto la quale c’è la firma a penna- contesta a Leone di avere lamentato  le esternazioni pertiniane rispondendo ad una domanda sulla sua presidenza, peraltro elogiata dal settimanale britannico “e oggi anche dal Time”. Eppure -lamenta sempre la minuta, ripeto, della lettera pubblicata anche in foto a pagina 31 del Corriere della Sera di lunedì scorso, 2 luglio- “al Congresso dei Giuristi svoltosi di recente a Taormina tutti gli oratori, tutti, hanno elogiato il comportamento da me tenuto nei quasi sette anni di mia presidenza. E i tuoi anni di “presidenza” sono stati elogiati o biasimati?” chiede retoricamente Pertini: retoricamente, perché erano stati forse ignorati, perdurando quell’anno la dannatio memoriae dell’ex presidente. Le scuse a Leone dai suoi critici, che ne vollero e ottennero le dimissioni, sarebbero arrivate solo nel 1998, vent’anni dopo lo scempio che si era fatto di lui.

La famiglia di Leone, composta dalla moglie Vittoria e dai figli Mauro, Paolo e Giancarlo, ha scritto al Corriere per manifestare la sua incredulità, non avendo trovato quella lettera nell’archivio del congiunto depositato al Senato. Marzio Breda ha avuto facile gioco nella risposta citando un passo della biografia di Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale ai tempi di Pertini, in cui si racconta dell’intemerata privata e incontenibile del presidente contro il suo predecessore segnalatagli dalla segretaria, senza che lui potesse intervenire per impedirla, come invece avrebbe voluto. Egli era convinto che il capo dello Stato, pur essendo il più popolare fra tutti quelli avvicendatisi nella storia della Repubblica, dovesse essere “protetto dal suo carattere”. Potrebbe pertanto essere accaduto che, ricevutala, Leone avesse cestinato quella lettera perché “indigeribile” anche al suo archivio, come ha scritto Breda.

Indigeribile, appunto, fu anche per le mie carte una laconica sfuriata epistolare fattami da Pertini nel 1979, dopo una colazione offertami una domenica nella tenuta presidenziale di Castel Porziano.

Si era appena consumata una faticosa crisi politica in cui Pertini aveva spiazzato democristiani e comunisti conferendo l’incarico di presidente del Consiglio al collega di partito Bettino Craxi, costretto poi a rinunciarvi e a passare la mano, dopo un passaggio inutile di Filippo Maria Pandolfi, a Francesco Cossiga. Che realizzò un governo di chiusura della stagione della “solidarietà nazionale”, col Pci tornato all’opposizione e il Psi nella maggioranza.

Pertini, che aveva con i comunisti un buon rapporto, tanto da essere arrivato al Quirinale l’anno prima soprattutto grazie a loro, che lo preferirono agli altri socialisti proposti da Craxi, prima Antonio Giolitti e poi Giuliano Vassalli, mi disse di essere rimasto sorpreso della loro “ingenuità”. Che era consistita nella speranza di riprendere il rapporto con la Dc dopo le elezioni anticipate di quell’anno, peraltro provocate proprio dalla loro decisione di ritirare l’appoggio al governo Andreotti formato pochi giorni prima del sequestro di Moro.

Tornato nella redazione romana del Giornale, riferii della chiacchierata al direttore Indro Montanelli. E concordammo di farne un pezzo che conciliasse il carattere amichevole dell’incontro, con la riservatezza che poteva derivarne, e il dovere d’informare i lettori delle ragioni per le quali il capo dello Stato aveva consentito l’epilogo della stagione della collaborazione parlamentare fra la Dc e il Pci cominciata dopo le elezioni, anch’esse anticipate, del 1976: quelle in cui -aveva detto Moro- c’erano stati “due vincitori”, la Dc e il Pci, obbligati proprio per questo ad accordarsi per garantire la governabilità del Paese, non disponendo né l’uno né l’altro in Parlamento dei numeri necessari per fare da soli, o l’una contro l’altro con alleati insufficienti.

Pur nella sua prudenza, senza ricorso alle virgolette, e ribadendo tutto il rispetto politico e gli antichi rapporti fra Pertini e comunisti, con alcuni dei quali egli aveva condiviso il carcere e il confino durante il fascismo, il presidente non gradì l’articolo. Prima egli tentò un po’ maldestramente, in verità, di bloccare il pezzo in tipografia, anticipato alle agenzie, con una telefonata in cui il suo capo ufficio stampa, e mio amico Antonio Ghirelli, minacciò addirittura le sue dimissioni, sentendosi responsabile dell’invito a colazione. Poi fece diffondere una nota di smentita a un’intervista che non era stata pubblicata come tale.

Dati i nostri consolidati rapporti di amicizia, cominciati nei corridoi della Camera quando egli era un vice del presidente Giovanni Leone, gli scrissi una lettera rispettosamente amareggiata, ricordandogli ch’egli stesso mi aveva sempre detto, rammaricandosi delle ricorrenti smentite dei politici, che quando si parla con un giornalista, quale peraltro anche lui era avendo diretto giornali, per quanto di partito, non bisogna mai dimenticarne la professione, e i conseguenti obblighi verso i lettori.

Anziché chiarire il caso, lo aggravai con quella lettera. Che il giorno dopo Pertini mi rimandò indietro, tramite un Carabiniere motociclista del Quirinale con tanto di stivaloni e casco, scrivendo di suo pugno sulla busta: “Respinto al mittente con invito a non importunare più il destinatario”. Nascosi il fatto a Montanelli per evitare che ne facesse il motivo di uno dei suoi pungenti corsivi di prima pagina, con i quali egli aveva già punzecchiato Pertini, che pure gli era simpatico, ma di cui non apprezzava le troppo frequenti dichiarazioni.

Passarono quasi due anni e una mattina una telefonata dal centralino del Quirinale mi buttò giù dal letto. Mi passarono Pertini. Che, dimentico di tutto, voleva sfogarsi con me della “nostra colpa”, al plurale, per la tragica fine di Andreino Rampi, il bambino caduto in un pozzo nelle campagne romane di Vermicino e morto praticamente in diretta televisiva, col presidente della Repubblica sul posto,  avendo voluto seguire personalmente i disperati tentativi di soccorso. Mi assunsi, per ritrovata amicizia, tutte le corresponsabilità attribuite da Pertini all’informazione, che avrebbe finito per complicare gli interventi dei vigili del fuoco e di volontari offertisi a raggiungere il bambino rimasto prigioniero nella caduta.

Due anni dopo, nel 1983, sempre lui, Pertini, mi ributtò giù dal letto per un’intemerata contro Montanelli, che mi aveva lasciato andar via dal Giornale per un editoriale non pubblicato in difesa di Craxi, di cui il presidente mi chiese perentoriamente una copia, stimando Bettino pure lui, tanto da dargli dopo qualche mese di nuovo l’incarico, questa volta riuscito, di presidente del Consiglio. Allora egli  rimproverava  al segretario socialista solo di avere cambiato il simbolo del suo Psi con qualcosa che, secondo lui, assomigliava “più a un pennello da  barba che a un garofano”.

Le sfuriate di Pertini erano tanto incontenibili quanto reversibili. Non escludo pertanto che anche al povero Leone egli avesse poi fatto una telefonata amichevole dopo quella pesantissima lettera di rimprovero.

Al povero Antonio Ghirelli capitò nel 1980 di essere licenziato in tronco durante una visita di Stato a Madrid per avere diffuso l’opinione critica di Pertini sulla vicenda esplosa a Roma di Cossiga, accusato in Parlamento, su atti trasmessi dalla magistratura piemontese, di avere rivelato da Palazzo Chigi al suo amico e collega di partito Carlo Donat-Cattin un ordine di arresto spiccato contro il figlio Marco per terrorismo.

Il giudizio di Pertini sulla opportunità delle dimissioni di Cossiga, poi salvatosi in Parlamento,  fu duramente contestato dall’allora segretario della Dc Flaminio Piccoli, al quale venne praticamente offerto come capro espiatorio il portavoce del Quirinale. Che tre anni dopo però sarebbe diventato con Craxi capo ufficio stampa a Palazzo Chigi. “Non potevo rifiutare a Sandro questo piacere”, mi confidò Bettino, che per quell’incarico aveva altri per la testa. E avrebbe poi avuto il suo daffare per coordinare il vulcanico e laicissimo Ghirelli col curiale capo della sua segreteria, che era Gennaro Acquaviva. Amici, per carità, ma a modo loro.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Le condizioni di Sergio Mattarella per ricevere Matteo Salvini al Quirinale

             Protetto dai 2277 chilometri che lo separavano in quel momento da Roma, essendo in missione nei paesi baltici, il presidente della Repubblica ha voluto e potuto affidare a qualche consigliere rimasto al Quirinale la pratica più mediatica che politica del tentativo del leader leghista Matteo Salvini di coinvolgerlo nella vertenza fra il suo partito e la magistratura. Che cerca, ora con l’avallo anche di un’ordinanza della Corte di Cassazione, per quanto non di immediata applicazione, di sequestrare le disponibilità presenti e future della Lega per saldare un debito di circa 49 milioni di euro con lo Stato, derivante dalle “distrazioni” dal finanziamento pubblico praticate ai tempi della segreteria politica di Umberto Bossi e dalla tesoreria di Francesco Belsito: entrambi condannati per truffa in primo grado.

            Per quanto “irritato”, come si è fatto sapere dal Quirinale, ma consapevole di non potersi sottrarre ad una richiesta di udienza da parte di chi ha “tutti i titoli” per avanzarla, essendo vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, Mattarella ha fatto sapere attraverso i consueti canali mediatici, a cominciare dal quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, che si aspetta prudenza e ragionevolezza da Salvini. Il quale, diversamente da quanto ha fatto sinora dichiarando a destra e a sinistra, non può “motivare” la richiesta di un colloquio con la vertenza giudiziaria del suo partito, non esistendo “un quarto grado di giudizio” dopo la Cassazione. Non ne dispone neppure il capo dello Stato, e presidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

            Insomma, per farla breve e tradurre in parole povere il pensiero di Mattarella, che sicuramente avrebbe da ridire nel sentirselo attribuire così chiaramente, Salvini potrà pure sfogarsi con lui per ciò che sta capitando al suo partito, che rischia la paralisi economica e quindi anche politica, ma lo potrà fare solo in privato, tra le righe o alla fine di un incontro chiesto per altri motivi. Che certamente non mancherebbero al vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, le cui iniziative e opinioni in materia di immigrazione, per esempio, sono oggetto di tante polemiche, anche interne alla maggioranza, e persino di intimidazioni.

            Magari, uno scambio di idee con Mattarella diventerebbe difficile anche su questo terreno, non essendo per niente scontata una identità di vedute sui problemi della cosiddetta accoglienza fra il presidente della Repubblica e il ministro dell’Interno, ma il capo dello Stato si troverebbe meno a disagio rispetto a un tentativo di sconfinamento nelle competenze della magistratura.

            Si vedrà se e come si svilupperà questa vicenda al ritorno di Mattarella a Roma, immaginato nella vignetta di Giannelli sulla prima pagina del Corriere in modo un po’ dissacrante, con un capo dello Stato quasi nella veste manzoniana di un don Abbondio in ferie. Ma la questione ha comunque già prodotto e lasciato un segno sul piano politico, con una divaricazione netta fra i due partiti di governo.

            Per quanti problemi abbiano anch’essi con la magistratura, particolarmente tra Roma e Torino, entrambe amministrate da sindachesse a 5 stelle con pendenze giudiziarie, i grillini hanno preso le distanze da Salvini e dalle sue proteste per i sequestri che rischia il suo partito. E, guarda caso, sono diventati più baldanzosi nella concorrenza politica e mediatica con gli scomodi alleati.

            Il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, che non ha potuto contare in Consiglio dei Ministri sulla presenza di Salvini nell’approvazione del cosiddetto decreto della dignità, in attesa ora di un difficile cammino parlamentare, ha detto che l’esperienza attuale di governo potrebbe finire per scelta dei grillini, e non solo dei leghisti, come previsto o temuto sino a qualche giorno fa sotto le 5 stelle di fronte all’ascesa della Lega nei sondaggi. “Se le cose dovessero cambiare, magari potremmo essere noi a fare valutazioni diverse”, ha detto testualmente Di Maio alla Stampa.  

Anche l’alleanza grillo-leghista inciampa nei rapporti con la magistratura

            Altro che le divergenze sui temi economici, finanziari e migratori, pur esistenti ed emerse anche rumorosamente in occasione del varo del cosiddetto “decreto dignità” e delle sortite del presidente grillino della Camera, Roberto Fico, contro la linea dura della Lega sugli sbarchi dei clandestini. Il rapporto di governo fra grillini e leghisti è stato lesionato, e di brutto, nelle ultime ore sul terreno della giustizia: sempre quello, già costato un sacco al centrodestra, pur a ruoli rovesciati, con la Lega allora in difesa dei magistrati e contro la linea di attacco di Forza Italia. Ora è la Lega ad attaccare le toghe, come il partito di Silvio Berlusconi una volta, e il Movimento 5 Stelle a difenderle, come i leghisti di prima maniera.

            E’ indimenticabile lo spettacolo penoso dell’estate del 1994, quando bastò un mezzo proclama televisivo dei magistrati della Procura di Milano per svegliare la Lega e farle scoprire la “nefandezza” di un decreto legge, pur firmato anche dal ministro leghista dell’Interno Roberto Maroni, ma soprattutto convalidato dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, che aveva appena ristretto le maglie del ricorso alle manette durante le indagini preliminari. Il quasi esordiente Cavaliere a Palazzo Chigi e il guardasigilli Alfredo Biondi per evitare la crisi, che però scoppiò lo stesso dopo qualche mese sul problema delle pensioni, dovettero rinunciare alla conversione in legge del provvedimento.

            Lo scontro fra i due partiti dell’attuale governo si sta consumando attorno all’ordinanza con la quale la Corte di Cassazione ha consentito la ricerca e il  sequestro dei conti della Lega per restituire allo Stato i 49 milioni di euro che gli sarebbero stati sottratti, con l’uso distorto del finanziamento pubblico, durante la gestione politica di Umberto Bossi, e finanziaria di Francesco Belsito. Entrambi condannati, di certo, ma solo in primo grado. In appello essi potrebbero invece farla franca, se la Lega nella gestione Salvini continuasse a disinteressarsi giudiziariamente della truffa contestata in prima istanza alla precedente dirigenza.

            Poiché quello della Cassazione, in merito alla sequestrabilità dei conti della Lega, è un giudizio di ultima istanza, contro il quale non è possibile un ricorso giudiziario, Salvini e i suoi collaboratori, di partito e di governo, hanno imboccato la strada politica. E si sono rivolti al presidente della Repubblica, che per Costituzione è anche presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per denunciare il torto “politico” che avrebbero subìto dalle toghe con una sospetta e inquietante coincidenza: proprio mentre la Lega, salendo nei sondaggi e sorpassando gli alleati grillini, prenota il primo posto nella graduatoria elettorale dei partiti. E darebbe ancora più  “fastidio” a troppa gente, anche in toga.

            Le reazioni negative dei pentastellati alle proteste leghiste, e al tentativo di coinvolgervi il capo dello Stato, non sono mancate. “Le sentenze si rispettano”, ha commentato laconicamente il dirimpettaio di Salvini nel governo, cioè il vice presidente del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio. “Toni inaccettabili”, ha reagito il Consiglio Superiore della Magistratura con un comunicato nel quale non può non riconoscersi il ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede. Non parliamo poi dei commenti dei grillini nei corridoi parlamentari, dove traspare la voglia di profittare dell’occasione per marcare le distanze dall’alleato troppo ingombrante o invasivo su tanti aspetti dell’azione di governo, anche se sul terreno giudiziario pure  i pentastellati hanno avuto e hanno i loro guai: per esempio, a Roma con l’arresto del loro consulente da fiore all’occhiello, ed ex presidente dell’Acea, Luca Lanzalone per i rapporti col costruttore Luca Parnasi e gli affari del progettato stadio giallorosso a Tor di Valle.

          Corriere.jpg  Ma il modo in cui il dissenso grillino sinora si è espresso, e potrebbe allargarsi, non è bastato al vigilantissimo Corriere della Sera, che è intervenuto con un commento di Luigi Ferrarella, richiamato naturalmente in prima pagina, per lamentare “troppe amnesie” di fronte allo “strappo” di Salvini e della Lega contro la magistratura.

           L’amnesia che più ha sorpreso e infastidito il giornalone di via Solferino è quella del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, invitato pertanto a uscire allo scoperto contro Salvini. Che naturalmente si è guadagnato su tutta la prima pagina del Fatto Quotidiano l’accusa di correre “al Colle per i soldi”, cioè per il malloppo, come forse il giornale di Travaglio avrebbe titolato se il conto delle battute glielo avesse graficamente permesso o, e forse soprattutto, se i leghisti non fossero gli alleati di governo dei grillini.

Finalmente un pò di buonismo, forse immeritato dal giornale di Travaglio

            In una società civile e mediatica, e non solo politica, dove il buonismo non è certo di casa, sorprende giustamente ch’esso qualche volta vi compaia. E merita pertanto di essere segnalato, a prescindere dalle interpretazioni e motivazioni che ciascuno vorrà darne.

           Ciò è appena accaduto col Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Al quale nessuno dei concorrenti, di edicola o d’altro, ha voluto contestare l’incidente occorsogli nello spasmodico lancio pubblicitario del cosiddetto “decreto dignità”. Col quale, controriformando la riforma del mercato del lavoro realizzata dall’odiato governo di Matteo Renzi, e recuperando a sinistra un po’ dello spazio perduto a destra nel confronto col collega di governo Matteo Salvini, il vice presidente grillino del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro  Luigi Di Maio si è riproposto come il campione della lotta al precariato. E, visto che si trovava, anche della lotta al cosiddetto gioco d’azzardo, preso di mira nel provvedimento varato dal governo col divieto della pubblicità, contro cui però è insorto un mondo di sportivi e disperati che, messi insieme, potrebbero impensierire come massa elettorale i grillini.

             Costoro già non se la passano molto bene da quando si sono alleati ai leghisti, che nei sondaggi li hanno già sorpassati, dalla metà o quasi delle cinque stelle che risultarono nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Dovrebbe essere quindi imprudente sfidare la sorte con passi avventati.

           Il Fatto .jpg Lo stop voluto e imposto da Di Maio nel governo ai “biscazzieri”, si vedrà con quali effetti quando il decreto passerà per le forche caudine delle Camere, è sfortunatamente diventato nel titolo di apertura del giornale di Travaglio uno “spot”. Che magari si rivelerà tale, se i biscazzieri riusciranno a riprendersi dalla botta nel corso d’opera parlamentare, ma per adesso resta l’infortunio di un giornale in cattedra, che si vanta un giorno sì e l’altro pure di essere nel panorama dei quotidiani ancora stampati dalle nostre parti  il meglio fico del bigoncio, secondo una vecchia e colorita espressione romana.  

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