L’impresa impossibile di liberarsi di Matteo Renzi nel Pd

            Maurizio Martina ha fatto di tutto per tenere la scena al parlamentino del Pd, che da reggente lo ha trasformato in segretario relativamente effettivo con una curiosa votazione, in cui sono stati contati solo i sette no e le tredici astensioni, lasciando indeterminato il numero di tutti gli altri esponenti dell’assai pletorica assemblea. Egli durerà  probabilmente non oltre il congresso e le primarie di febbraio dell’anno prossimo: sette mesi o poco più.

           Il povero ex vice segretario, scelto a suo tempo da Renzi distraendolo dal Ministero dell’Agricoltura, si è presentato all’assemblea in maglietta  rossa, per sintonizzarsi con le piazze affollate di manifestanti in controtendenza pro-immigratoria, e si è impegnato allo spasimo nelle parole per la “rifondazione” del partito, cui ha generosamente offerto il suo volto sofferente e una barba scura.

            Ha fatto di tutto per tenere la scena dell’assemblea, muovendosi fra i presenti e dispensando sorrisi di compiacimento, di disponibilità, di promessa e quant’altro, anche il governatore del Lazio e maggiore fra gli aspiranti alla segreteria vera del partito, se e quando verrà: Nicola Zingaretti, meglio noto al grande pubblico come il fratello del commissario televisivo Montalbano.

            Ma la scena alla fine se l’è presa e conservata l’ex di tutto, cioè della segreteria, della presidenza del Consiglio, di Palazzo Vecchio e d’altro ancora, Matteo Renzi. Che ha pronunciato un discorso d’attacco a tutti, dentro ma anche fuori dal partito, diversamente dagli avversari, che i nemici li vedono, li sentono e li combattono solo o prevalentemente all’interno del partito.

            Agli avversari di casa il giovane Renzi si è limitato a rivolgere un ammonimento e una profezia. L’ammonimento è a non scommettere su una sua scissione, come hanno fatto i D’Alema e i Bersani contro di lui. Che non intende invece andarsene dal Pd, per cui chi se ne vuole davvero liberare dovrà rassegnarsi ad attenderne la morte fisica, se è abbastanza giovane per nutrire una simile speranza, o se non è particolarmente dotato come menagramo. La profezia di Renzi è che i suoi nemici interni torneranno a perdere il congresso, e a contestare chi lo avrà vinto, continuando quindi a rendere, o a cercare di rendere ingovernabile il partito. E’ uno sport come tanti altri.

            Agli avversari esterni Renzi ha fatto il piacere di indicarli con precisione, direi con selezione miratissima. Il nemico principale è “l’altro Matteo”, quello “sbagliato”, cioè Salvini. Del cui partito -la Lega dei 49 milioni dovuti allo Stato, e dei conti quindi a rischio di sequestro- Renzi ha definito ormai “una corrente” il movimento grillino. Al quale invece, quasi contemporaneamente, il giornale più vicino alle 5 stelle, il solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio, ha riconosciuto il merito di praticare, stando paradossalmente insieme nello stesso governo, l’unica opposizione ai leghisti e al loro “cazzaro verde”.

            Berlusconi.jpgNon una parola ha quindi speso Renzi contro Silvio Berlusconi, che ha ormai preso l’abitudine di scrivere lunghe lettere al Corriere della Sera – l’ultima sul cosiddetto decreto della dignità- per criticare il governo a curiosa trazione leghista: curiosa perché Salvini continua a riconoscersi nel centrodestra, di cui anzi si sente il nuovo leader per le distanze elettorali ormai incolmabili da Forza Italia, riservando al Cavaliere la cortesia, l’omaggio, la soddisfazione, chiamatela come volte, di continue telefonate e visite cordiali. Che ingelosiscono o preoccupano i grillini molto meno delle iniziative leghiste di governo che essi cercano di contenere con un misto di furbizia e di ingenuità, cioè con una certa confusione.

           Scalfari.jpg E’ significativo che, nonostante l’exploit di Renzi all’assemblea nazionale del Pd, il vecchio e navigato Eugenio Scalfari nel suo appuntamento domenicale con i lettori di Repubblica non gli abbia riservato un posto, o posticino, fra “i tre moschettieri”, in realtà quattro, della politica italiana che egli ha voluto rappresentare ispirandosi a quel grandissimo romanziere francese di avventure che fu Alexandre Dumas. Se Salvini è d’Artagnan, Berlusconi è il fanfarone Porthos, Di Maio è “il duca inglese”, un pizzico di Athos è stato intravisto da Scalfari nell’ex ministro, e fresco di iscrizione al Pd, Carlo Calenda.

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