Andreotti se la ride dall’aldilà, Caselli e Davigo un pò meno fra noi

Giulio Andreotti, da 11 anni non più  fra noi, era già mitico in vita per i suoi nervi d’acciaio, pur messi sempre a dura prova da mal di testa da cui dispensava consigli agli amici come difendersi. Sapeva aspettare il suo turno in politica riuscendo a collezionare sette governi, uno soltanto in meno del suo maestro o primo capo, che era stato Alcide Gasperi nominandolo, cioè assumendolo, come suo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Sapeva aspettare e anche ritirarsi in tempo o rinunciare quando la resistenza o l’offensiva, secondo i casi, gli sembrava troppo difficile,

Egli non volle mai candidarsi alla segreteria del suo partito preferendo piuttosto incarichi parlamentari. come quello di capogruppo alla Camera. Dove anticipò col suo omologo del Pci Pietro Ingrao, trattando di regolamenti e affini, i rapporti di collaborazione più politica che poi ebbe con Berlinguer da presidente del Consiglio facendosi sostenere dall’esterno a Palazzo Chigi.

Gian Carlo Caselli

         Anche quando clamorosamente, mentre altri del suo partito incorrevano nei guai giudiziari e mediatici per tangenti e affini, vere o presunte, egli fini sotto incbiesta addirittura per mafia, accusato addirittura persino di averne  baciato un  capo o essersi lasciato baciare, l’ormai soltanto senatore a vita ed ex presidente del Consiglio nell’aula di Palazzo Madama alzò la mano votando a favore del processo contro se stesso. Per il quale lavorava con molto piemontese ostinazione l’allora capo della Procura di Palermo Gian Carlo Caselli. Che, quando l’imputato fu assolto, contestò la felicità del suo avvocato Giulia Bongiorno esplosa in aula sostenendo che non di assoluzione si trattasse ma solo di una finzione, avendo Andreotti usufruito della prescrizione per i suoi rapporti con la mafia negli anni in cui essi erano contestabili solo per associazione a delinquere

Dalla prima pagina del Foglio

         Ebbene, Caselli -chissà con quanta sorniona soddisfazione di Andreotti dall’aldilà- ha perduto il suo presunto jolly contro il defunto imputato con una sentenza della Corte Costituzionale –“La vittoria dell’ovvio garantista”, l’ha definita sul Foglio Giuliano Ferrara- che vieta di scambiare per condanna una prescrizione, anche quando qualche giudice dà il reato per commesso.

Pier Camillo Davigo

         Pur riguardante un altro caso, sollevato a Lecce, la sentenza dei giudici costituzionali disarma Caselli come una condanna in appello a Brescia ha appena disarmato il magistrato in pensione pure lui Pier Camillo Davigo di quella corazza robesperriana assunta in tutta la sua carriera sostenendo che non esiste mai un innocente davvero, dovendosi trattare solo di un colpevole riuscito a farla franca. Chissà se la Cassazione, ,memore della sua partecipazione,  gli consentirà di rientrare in una  categoria da lui tanto detestata.

         A quale Pasqua straordinaria ci stiamo avvicinando. Ci sono morti, politici o giudiziari, da Giorgia Meloni dopo la vitttoria o la mancata sconfitta in Abruzzo alla buonanima di Andreotti, che risorgono prima della fine della Quaresima.

La politica fra le guerre vere e quelle immaginarie senza fine

Dal Dubbio

Più che un analista, o addirittura soltanto un cronista, qui occorre dappertutto, in Italia e fuori, al di qua e al di là dell’Atlantico, al di qua e al di là degli Urali, non so se più un romanziere fantascientifico o un commediografo e simili come Eduardo De Filippo o Luigi Pirandello per raccontare e interpretare. quel che ci accade intorno. Fra guerre a pezzi, come le chiama il Papa, che si combattono davvero o per finta, col fuoco o con le parole.

         Davvero spontanea com’era apparsa, o solo equivocata per essere stata  lanciata fra i piedi dell’intervistato dall’intervistatore, è aleggiata per un po’ sull’Europa, ma non solo, una bandiera bianca della pace, della resa, del negoziato, secondo le preferenze, fatta dello stesso tessuto, se non dello stesso abito del Papa per far cessare la guerra in corso da più di due anni in Ucraina. Una guerra che sembrava cominciata con un Pontefice più solidale con gli aggrediti che con gli aggressori in armi benedetti a Mosca da un Patriarica convinto anche lui che l’Ucraina dovesse essere se non “denazificata”, come diceva Putin, almeno bonificata dai costumi troppo licenziosi dell’Occidente che vi si era intrufolato.

Papa Francesco

         Neanche se fatta dello stesso abito del Papa, quella bandiera è stata raccolta in Ucraina, dove si vogliono  tenere ben stretta la loro bicolore.  E avvolgervisi nella resistenza o nella controffensiva che Zelensky progetta o immagina contando evidentemente più sull’Europa della uscente Ursula von der Layen che sugli Stati Uniti di un rientrante -forse- Donald Trump, a dir poco isolazionista. Uno che vorrebbe liberarsi della Nato o affidarne i paesi morosi alla punizione russa. Starà girando la testa anche al generale Vannacci del mondo al contrario, già preso dai suoi guai disciplinari e dalle rocambolesche prospettive politiche offertegli quanto meno dalla Lega.

         Rispetto ai venti che soffiano su e dall’Ucraina, sono bazzecole quelli che ha sorpreso in Abruzzo, almeno nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, una riedizione della coppia di Adamo ed Eva, nei panni di Giuseppe Conte e di Elly Schlein, in fuga dall’Eden immaginato con la vittoria, invece mancata, del loro candidato alla presidenza della Regione. Ha vinto, anzi rivinto, invece il governatore uscente di centrodestra che era stato degradato in campagna elettorale dagli avversari a un oriundo abruzzese emirato a Roma e governatore da remoto della sua terra d’origine.

         Da donna impaurita, sabotata dai suoi alleati e in procinto addirittura di cadere fra qualche mese sulla strada di elezioni anticipate, Giorgia Meloni è tornata fortissima. O forte abbastanza per rimanere dov’è.  E pazienza per chi nel centrodestra pensava di poterla mettere in sofferenza ancor più degli avversari di sinistra e dintorni,

         Per gli irriducibili ottimisti del campo largo, o giusto, non tutto sembra però perduto. Distraendosi dai problemi di dossieraggio e dintorni che li angustiano, i colleghi di Domani -non mercoledì 13 marzo ma il quotidiano fondato da Carlo De Benedetti per consolarsi della perduta Repubblica, non cutodita a dovere dai figli- hanno esortato a riprendere l’Abruzzo per quello che è, e non per quello immaginato: una regione modesta, poco rilevante nella partita elettorale che continua con le regionali e le europee di quest’anno e le regionali e d’altro livello amministrativo dell’anno prossimo.

         La guerra insomma continua. Non come a Gaza, per fortuna, e neppure come in Ucraina, ma abbastanza per far capire che l’Italia c’è. E ha le sue cose, i suoi affari, le sue sorprese da riservare a chi se ne vuole occupare. Un’Italia peraltro presidente di turno del G7, con tutto quello che aveva in testa e ancor più ne avrà la Meloni dopo essere scampata alle trappole abruzzesi. Buon lavoro a tutti.

Pubblicato sul Dubbio

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Non è tempo di bandiere bianche, nè in Ucraina nè in Italia

Papa Francesco

            Non è tempo di bandiere bianche, neppure confezionate nelle vignette e altrove con l’abito del Papa. L’Ucraina si tiene stretta la sua, di bandiera bicolore,  e continua a resistere all’aggressione della Russia di Putin contando sull’Occidente, soprattutto sull’Europa. Dove il presidente Zelensky ha peraltro prenotato un posto che difficilmente saprà compromesso con gli equilibri destinati a formarsi nel nuovo Parlamento di Strasburgo, da eleggere il 9 giugno. Poi si vedrà se Trump vincerà la sua partita in autunno negli Stati Uniti e riuscirà a mettersi di traverso in Ucraina e altrove.

Dalla prima pagina della Stampa

         Oltre a rivendicare la titolarità e bellezza della loro bandiera bicolore, mentre il Papa cercava di ridurre gli esplosivi anticipi di una intervista risoltasi in un affare solo per il Cremlino, gli ucraini hanno ricordato al Pontefice -come titola La Stampa– che “nessuno chiese di trattare con Hitler”, come lui invece ha chiesto di fare  ora con Putin. Di cui pure sembrava due anni fa che egli  avesse disapprovato l’invasione benedetta invece dal Patriarca di Mosca per “denazificare” il paese limitrofo e moralizzarne i costumi insozzati dal solito Occidente sporcaccione.

La vignetta del Corriere della Sera

         In Italia, più modestamente considerando che non siamo ancora ad una guerra, con i risultati delle elezioni regionali abruzzesi, vinte dal centrodestra, è tornata a festeggiare la premier Giorgia Meloni. E sono tornati a fuggire -sia pure nella vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera- sotto la poggia e sembra ombrelli la segretaria del Pd Elly Schelin e l’ex premier grillino Giuseppe Conte lamentando che sia “cessato il vento”. Cioè lo spiffero da loro scambiato per vento in Sardegna il mese scorso con la vittoria regionale  stentata sul centrodestra..

Dalla prina pagina di Repubblica

         Il governatore uscente dell’Abruzzo Marco Marsilio è stato confermato con circa nove punti di distacco dal concorrente Luciano D’Amico sostenuto da uno schieramento tanto variopinto e pasticciato quanto ambizioso. Marsilio è stato così riabilitato dalla rappresentazione, fattane dagli aavversari  nella campagna elettorale, di un oriundo abruzzese abusivamente impegnato a governare la sua ex regione da Roma. Immagino quanto debba essere costato ad un giornale come Repubblica, che sogna e lavora notte e giorno per la liberazione dell’Italia da un fascismo più o meno subdolo della Meloni, quel titolo su tutta la prima pagina con la “Destra avanti” in Abruzzo.

Dalla prima pagina di Domani

         Nel giornale che ha preso il posto di Repubblica nel cuore, nella mente e nel portafogli di Carlo De Benedetti-  avveniristicamente chiamato Domani e alle prese in questi giorni con fastidiosi guai giudiziari da dossieraggio e simili-  hanno cercato di consolarsi subito scoprendo e titolando che l’Abruzzo “non è la tappa decisiva” del percorso elettorale che  sfocerà il 9 giugno nel voto europeo. e proseguirà l’anno prossimo ad altri livelli regionali. C’è tempo per lasciare sperare lor signori, ma vederli nel frattempo soffrire e rosicare.

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Sull’Europa rischia di sventolare la bandiera bianca del Papa, come negli Usa quella di Trump

Dalla prima pagina del Giornale

Nella modesta attesa di tanti di vedere che bandiera sventolerà domani in Abruzzo, quella di Giorgia Meloni con la conferma del presidente regionale uscente di centrodestra, o quella di Giuseppe Conte, più che di Elly Schlein, con la vittoria del concorrente di un campo che l’uno chiama “giusto” e l’altra “largo”, la realtà ci obbliga a vedere un’altra bandiera che sventola sullo scenario internazionale, Ed è a sorpresa quella bianca della resa consigliata  in una intervista dal Papa al presidente ucraino Zelensky per trattare con Putin, piuttosto che preparare un’altra controffensiva con gli aiuti reclamati dall’Occidente dopo quella sostanzialmente mancata o fallita dello scorso anno,

         Con l’impietosità dell’ironia vignettistica Stefano Rolli sul Secolo XIX fa sventolare  come bandiera bianca la stessa figura del Pontefice avvolta nella sua tonaca dello stesso colore.

Dalla prima pagina dell’ Osservatore Romano

         Contemporaneamente L’Ossevatore Romano propone su tutta la sua prima pagina un Papa quaresimale che confessa sovrastato dal titolo su Dio che “non si stanca mai di perdonare”, E il perdono  questa volta riguarda non la penitente ripresa dal giornale della Santa Sede ma Putin. Che il Papa allo scoppio del conflitto, due anni fa, sembrò considerare responsabile dell’aggressione e deciso, con l’appoggio del Patarirca di Mosca, a “denazificare” e moralizzare un’Ucraina troppo attratta dal modello occidentale di vita. Evidentemente il Papa ha cambiato idea, non avendola nel frattempo cambiata Putin, che ha continuato la sua guerra minacciando anche il ricorso alle armi nucleari per venirne a capo.

Titolo di Avvenire

         Nei “quattro passi di pace” su cui titola Avvenire occupoandosi  anche delle parole e degli interventi del Papa sì intravvede, oltre alla bandiera bianca di Zelensky, quella di Israele a Gaza per interrompere l’offensiva di reazione al pogrom dei terroristi palestinesi di Hamas del 7 ottobre.

pagina del Corriere della Sera

         Di fronte ad un’America tentata dal disimpegno internazionale dell’ex presidente Donatd Trump, in vantaggio nei sondaggi su quello uscente Joe Biden, l’Europa sembrava tentata invece da un maggiore impegno contro dittatori e terroristi. “L’Europa stavolta -scrive Paolo Mieli sul Corriere della Sera- non può permettersi chiacchiere a vuoto, non può consentirsi di dire per poi diasdire, deve assumere decisioni immediate che consentano a Zelensky di riprendere in mano l’iniziativa. O quantomeno non soccombere Ma lo deve fare entro il prossimo 5 novembre, giorno n cui Biden sarà forse costretto a uscire di scena., Non oltre”.

Giovanni Paolo II

         Ma il Papa non sembra proprio in sintonia con questa Europa auspicata da Mieli. Tutt’altro. Sembra un Papa piuttosto trumpiano. L’opposto forse di quello che sarebbe stato al suo posto il compianto Giovanni Paolo II, il Pontefice polacco che volle e seppe mettere nell’angolo l’Unione ancora Sovietica.

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Se un borghese si riconosce nell’Unità di Piero Sansonetti

L’editore Alfredo Romeo

Per quanto ancora giovanilmente  antiborghese all’età di quasi 73 anni, o quanto meno diffidente verso quelli che lui chiama “gli ambienti più potenti e meno puliti della borghesia”, o di ciò che ne resta anche dietro o dentro le proprietà dei giornali, l’amico  Piero Sansonetti ha scritto qualche giorno fa sulla sua rinata Unità, riportatagli nelle edicole e persino in alcune delle feste omonime dal generose editore Alfredo Romeo, un articolo che ho condiviso dalla prima all’ultima parola sul dossieraggio.

Leo Longanesi

L’ho condiviso, ripeto, dalla prima all’ultima parola, per quanto io, di soli dodici anni più anziano di Piero, vada ancora orgoglioso di avere conquistato le simpatie e poi il resto di mia moglie presentandomi, giovanissimo, sulla spiaggia che frequentavamo con due giornali sotto il braccio: il quotidiano Corriere della Sera e il settimanale, che non finivo mai di leggere per intero in un solo giorno, Il Borghese ancora diretto da Leo Longanesi. Del quale ero -pensate un po’- così fanatico da essere andato una volta in treno dalla mia Puglia a Milano giusto per mettermi davanti alla sede di quel periodico e aspettare che ne uscisse o ne entrasse il direttore solo per dire di averlo visto. Ma mi accadde anche di parlargli, spero ancora senza infastidirlo più di tanto.

Raffaele Cantone

Il maggiore giornale coinvolto nelle indagini condotte dal capo della Procura di Perugia, Raffale Cantone, e quelli che ne hanno preso quasi istintivamente le difese sono stati paragonati da Sansonetti ai Bravi di manzioniana memoria, al Griso  e al  Nibbio del don Rodrigo dei Promessi Sposi, che intimidivano il prossimo.

Sansonetti sull’Unità

Diversamente dal passato, quando i dossier venivano preparati da pezzi della magistratura o dei servizi segreti e passati ai giornali per combattere questo o quel politico e il suo progetto, stavolta -ha osservato Sansonetti- “la centrale infetta risiedeva addirittura in via Giulia, a Roma, cioè dentro la sede della Procura Nazionale antimafia. E “a guidare l’intera operazione erano forse direttamente i giornalisti”, messisi a “indicare i nomi dei menici da abbattere, oppure da non abbattere ma da condizionare, e forse ricattare”.

Ancora Sansonetti sull’Unità

“Nella sostanza -ha scritto ancora Sansonetti continuando a convincermi- non cambia molto. Cambia molto per la nostra categoria, che viene travolta dalla valanga di vergogna. Senza peraltro che i suoi organismi rappresentativi (Ordine e sindacato) muovano un dito per prendere le distanze”. E cercare di proteggere la carta dalla sporcizia.

Giorgia Meloni

A questo punto “sarà necessario -è la conclusione del direttore dell’Unità- che la parte sana della magistratura vada a fondo. Deve indagare senza avere riguardo per nessuno. Neppure per gli ex appartenenti alla magistratura” E senza fsrsi paralzzare o condizionare -aggiungo io- dal fatto che a chiedere di andare in fondo sia stata ancora prima di Sansonetti la premier Giorgia Meloni, portatrice di biechi e fascisitici interessi secondo una certa sinistra rimasta all’età della pietra.

I guasti dei segreti nella cassetta delle lettere dei giornali

Dal Dubbio

Capisco il disagio, la delusione, la preoccupazione, la rabbia e altro  ancora avvertiti da Tiziana Maiolo di fronte all’ennesimo caso di dossieraggio, o simile, esploso come una bomba sull’informazione compromettendone libertà e autonomia.

Tiziana Maiolo

         Da espediente difensivo, come l’ho usato anche io in due occasioni in cui ho subìto indagini per diffusione di notizie riservate o persino coperte da segreto di Stato, procurandomi in questo caso anche l’arresto obbligatorio di una decina di giorni, per quanto a casa; da espediente difensivo, ripeto, usato quando si cade sotto indagini o processo per coprire doverosamente le fonti dell’informazione sembra diventata realtà quella dei giornali e giornalisti raggiunti causalmente, per posta, da notizie più o meno clamorose, riguardanti persone, partiti, altre organizzazioni ed eventi.

Franco Retivo

         Per posta dissi agli inquirenti negli anni Settanta, quando lavoravo al Giornale d’Italia, di avere ricevuto una copia del famoso rapporto del prefetto Libero Mazza su come andavano organizzandosi a Milano gli estremisti e sula necessità di predisporre interventi straordinari, negatigli invece dall’allora ministro dell’Interno Franco Restivo. Che teneva reazioni troppo forti della sinistra, peraltro in una stagione in cui la Dc aveva varato una edizione “più incisiva e coraggiosa” del centrosinistra. Così la definì Mariano Rumor subentrando a Palazzo Chigi  ad Aldo Moro dopo la pausa estiva di un governo di Giovanni Leone.

Oscar Luigi Scalfaro

         Il rapporto, documentatissimo,  mi era stato dato, in verità, da Oscar Luigi Scalfaro, collega di partito e di corrente di Restivo, entrambi scelbiani,  ma ancor più estimatore di Mazza. Lo pubblicai, naturalmente col consenso del direttore Alberto Giovannini, che coprì la mia versione agli inquirenti, condividendo appieno le preoccupazioni di Scalfaro. A contribuire all’archiviazione delle indagini probabilmente contribuì anche l’evidenza dei fatti, cioè dei disordini, seguiti al mancato ascolto del prefetto di Milano da parte del governo.

         Per posta nel 1983 dissi agli inquirenti, che avevano già perquisito la redazione romana e la mia abitazione, di avere ricevuto anche un rapporto sulle connessioni internazionali del terrorismo trasmesso dalla Presidenza del Consiglio alla prima commissione parlamentare d’inchiesta su delitto Moro. E da me fatto pubblicare sulla Nazione riproducendo anche in fotografia perché nessuno potesse smentire.  

Bettino Craxi

Due anni dopo, ostinandomi a coprire la fonte parlamentare dalla quale avevo avuto il documento, mi rimediai un ordine di arresto intimidatorio, coperto dall’obbligatorietà della cattura per il reato contestatomi di violazione del segreto di Stato. Me la cavai col proscioglimento in istruttoria, senza arrivare al rinvio a giudizio, perché il presidente del Consiglio, che era allora Bettino Craxi, preposto per legge a dire se una notizia è o non è da coprire col segreto di Stato, scrisse alla Procura Generale della Corte d’Appello di Roma per avvertire -chiarendo meglio una lettera del predecessore Amintore Fanfani-  che il documento aveva perso la sua natura originaria di segretezza una volta arrivato ad una commissione di una cinquantina di parlamentari di ogni colore, E infatti, a lavori conclusi della commissione, quel documento fu poi pubblicato fra gli allegati di una delle relazioni di minoranza.

         Pubblicai il documento, trasmesso al Parlamento da Palazzo Chigi ma redatto dai servizi segreti, non solo trovandolo d’interesse pubblico, come gli addestramenti dei brigatisti rossi nei paesi dell’est, ma condividendo la protesta del parlamentare che me l’aveva dato contro la decisione della presidenza della commissione di chiuderlo in cassaforte e di non farlo neppure discutere per l’imminenza dello scioglimento delle Camere. E per le ripercussioni che avrebbe potuto provocare nella campagna elettorale ai danni della sinistra.

         Accade adesso che giornali e giornalisti accedano a notizie riservate non tramite fonti politiche, condividendone quindi le valutazioni e le finalità comunicative, ma direttamente da chi nei servizi segreti, o simili, come nella Procura nazionale antimafia finita sulle prime pagine in questi giorni, se le procura illegalmemte e persino le crea. E così finendo i giornali e i giornalisti, ripeto, per diventare davvero sostanziali buche della posta.

         Nel caos creato da questo intrigo dalle dimensioni davvero preoccupanti denunciate in sede parlamentare dal capo della Procura nazionale antimafia e dal capo della Procura di Perugia, Tiziana Maiolo ha paradossalmente reagito proponendo sul Dubbio l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, sostanzialmente appartatosi, e della Procura nazionale antimafia, dove tutto è avvenuto sfuggendo a lungo ai controlli.

Se è un paradosso ,va bene. Se non lo è, non va bene per niente. Senza il nostro Ordine professionale, per quanto lento, distratto, parziale, come preferite, noi giornalisti, cara Tiziana, saremmo più deboli. E senza la Procura nazionale antimafia tanto voluta da Giovanni Falcone, e ancor più senza servizi segreti lo Stato sarebbe meno sicuro, cioè più debole anch’esso.

         Il problema, o la soluzione, se preferite, è che tutti facciano meglio il proprio lavoro: con più accortezza, più onestà. Anche noi giornalisti, o noi soprattutto, che spesso ci mettiamo in concorrenza con gli inquirenti per indagare e con i giudici per giudicare, invocando la libertà di stampa, scusatemi, come i bambini la marmellata. Una libertà, quella di stampa, che non è libertà anche di diffamare e sputtanare aggrappandoci alle incursioni telematiche degli addetti ai lavori o alle intercettazioni, e ai loro abusi, come a salvagenti.

Come i magistrati facendo male il loro lavoro, così noi giornalisti facendo male il nostro perdiamo credibilità e copie, per chi ancora le stampa e riesce a camparne. Non parliamo poi della credibiità dell’informazione digitale o social per non doverci abbattere di più.

Pubblicato sul Dubbio

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Se il passato può aiutare De Benedetti a consolarsi del suo giornale

Carlo De Benedetti

Immagino l’imbarazzo in cui deve sentirsi in questi giorni Carlo De Benedetti, con quell’orgoglio che ostenta nelle sue attività, vedendo quanto meno coinvolto nelle indagini sull’ultima versione del vecchio fenomeno del dossieraggio anche o soprattutto il suo giornale –Domani- tanto costosamente voluto per rifarsi della Repubblica di carta venduta improvvidamente dai figli.

Piero Ignazi

         Gli è corso in aiuto il politologo Piero Ignazi con un editoriale -riconosco- molto più efficace di tante astratte invocazioni e difese della libertà di stampa levatesi per mettere al riparo la nuova, e forse ultima testata dell’”ingegnere”, non foss’altro  per ragioni anagrafiche.. Un articolo scritto con grande astuzia e memoria storica e titolato contro la destra che sta cavalcando con forza, reclamando il massimo della severità nelle indagini e di danno alla sinistra. Una destra- è scritto già nel titolo- che “dimentica i suoi (veri) dossieraggi”. Veri, ripeto pur tra le parentesi volute dal titolista, diversanente –sperano da quelle parti- da quelli di oggi. Che sarebbero forzati, fantasiosi e quant’altro, a dispetto della gravità delle cose appena raccontate alla Commissione parlamentare antimafia anche dal capo della Procura di Perugia Raffaele Cantone. Che sembrava originariamente meno convinto del dossieraggio rispetto al Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo.

Ieri su Domani

         E’ curioso che un giornale orgogliosamente proiettato con quel nome sul futuro, con tre punti rossi sulla i finale che in qualche modo ne segnano l’identità o aspirazione politica, sia costretto a difendersi guardando all’indietro:  neppure a ieri -come potrebbe essere l’epoca di Silvio Berlusconi e della sua cosiddetta seconda Repubblica- ma all’altro ieri, come gli anni Sessanta della destra di Giorgio Almirante. Che la nipote politica Giorgia Meloni è stata invitata da Ignazi a sconfessare per avere ospitato nelle sue liste e portato in Parlamento un generale, Giovanni De Lorenzo, che produsse o lasciò produrre  una quantità industriale di dossier contro gli avversari del centrosinistra.

         All’offerta dell’allora presidente del Consiglio Aldo Moro di andare a fare ì’ambasciatore nel lontano Brasile, anche se Ignazi non lo ha raccontato, il generale preferì in effetti i banchi di destra del Parlamento.

         E che dire di quell’al raccoglitore, vero o presunto, di dossier come Pio Pompa? Di cui Ignazi ha impietosamente riportato un passaggio a dir poco imbarazzante di una lettera spedita a Berlusconi per offrirsi ad assecondare “la straordinaria missione che scandisce la Sua esistenza”.

Pio Pompa

         Siamo tuttavia, ripeto, a ieri. Qui si tratta invece di decidere e scegliere cosa fare oggi per il domani, al minuscolo, non solo del quasi novantenne -a novembre- Carlo De Benedetti per evitare che i giornali siano davvero una buca della posta di infedeli servitori dello Stato. E  non l‘espediente cui molti di noi spesso ricorromo per coprire, sotto interrogatorio degli inquirenti, le fonti delle nostre informazioni.  

E’ inutile nascondere o minimizzare il mercato osceno delle informazioni riservate

Il ministro della Difesa Guido Crosetto

Sta dando effetti clamorosi l’allarme lanciato a suo tempo da Guido Crosetto -prima ancora di avvertire il rischio di una cosiddetta “opposizione giudiziaria” al governo-contro l’accesso abusivo a notizie riservate riguardanti la sua persona e gli affari precedenti alla nomina a ministro della Difesa, insinuando così conflitti d’interesse quanto meno potenziali. Che avrebbero potuto offuscarne l’immagine, peraltro nel momento in cui le sue funzioni di governo aumentavano di esposizione in un contesto internazionale fatto di guerre mondiali “a pezzi”, come usa chiamarle il Papa.

Raffaele Cantone

         E’ durato solo lo spazio di qualche ora il tentativo compiuto ieri dalla Stampa di mimimizzare le indagini aperte dopo la denuncia di Crosetto attribuendo, non si è capito bene se a torto o a ragione, al capo della Procura ella Repubblica di Perugia, Raffaele Cantone, la convizione che vi siano stati sì accessi indebiti a notizie riservate ma senza produrre dossier o dossieraggi.

Titolo del Mwssaggero

         Giovanni Melillo, ascoltato ieri dalla Commissione parlamentare antimafia in qualità di procuratore nazionale anche lui antimafia, ha parlato invece di “un mercato delle informazioni riservate”, come ha titolato Il Messaggero. Che è francamente difficile pensare limitato a parole sussurrate all’orecchio, telefonate, casuali incontri al bar o al ristorante. Di un dossieraggio, diciamo la verità, si sente eccome una certa puzza. Che ve ne siano stati altri in passato non attenua ma aumenta la gravità perché autorizzza a pensare a una cattiva pianta lasciata colpevolmente crescere o riprodursi.

Titolo del Fatto Quotidiano

         Melillo ha parlato con apprezzabile  franchezza delle condizioni precarie, a dir poco, della sicurezza trovate nel suo ufficio quando vi arrivò. E ciò lo ha esposto sul Fatto Quotidiano all’accusa di essersi unito agli attacchi arrivati in questi giorni da destra al suo predecessore Federico Cafiero de Rhao, oggi parlamentare del Movimento 5 Stelle, cone l’ex Procuratore Generale della Corte d’Appello di Palermo Roberto Scarpinato.  

         Ciò dovrebbe consigliare, diciamo così, ai magistrati di non cadere nella tentazione di far seguire carriere politiche alle proprie carriere giudiziarie per non danneggiare né le une né le altre, esponendole a sospetti magari infondati ma pur sempre sgradevoli. Le cosiddette porte girevoli con la politica non sono consigliabili né durante una delle due carriere né dopo.

Titolo del Foglio

         Altrettanta serietà è imposta ai giornalisti e ai giornali, specie a quelli che vantano di essere “d’inchiesta, nei loro contatti con le fonti informative riservate. Come la giustizia, anche l’informazione avrebbe molto da guadagnare dalla proposta dell’ex presidente della Camera Luciano Violante di separare bene, prima ancora delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici, quelle dei magstrati e degli agenti dei servizi segreti o risrvati e dei giornalisti che ne scrivono.  E questo specie nell’Italia che Il Foglio ha giustamente defiiito, in rosso, “dei colabrodi giudiziari”.

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

Una giornata politica surreale, trascorsa tra pacificazioni e guerre nascoste

Per una volta tutto sembrava essersi svolto ieri per una giornata politica normale, tranquillla, a dispetto anche di una canpagna elettorale verso la conclusione com’è quella in Abruzzo per il rinnovo del Consiglio della Regione, dopo quello della Sardegna. Dove peraltro si continuano ancora a misurare le distanze fra la presunta vincitrice grillina Alessandra Todde e il presunto sconfitto del centrodestra Paolo Truzzu, voluto da Gorgia Meloni in persona fra le inutili resistenze dei leghisti.

La nave Duilio nel Mar Rosso

         Il volenteroso ministro degli Esteri Antonio Tajani, impegnato in Parlamento sulla partecipazione italiana alla missione militare europea nel Mar Rosso in difesa del traffico marittimo, minacciato dai miliziani yemeniti amati dall’Iran è riuscito a convincere anche i grillini a votare a favore. Gli è bastato sostituire un avverbio per mettere al sicuro la natura “difensiva”  dell’operazione, che ha gia indotto gli italiani a sparare per abbattere un drone lanciato contro la nave Duilio. Si tratta -ha accettato Tajani- di un intervento “soltanto” e non “eminentemente” difensivo. Giuseppe Conte ha quindi potuto andare a letto convinto di avere disinnescato chissà quale subdola e pericolosa idea passata per la mente, presumibilmente, del ministro della Difesa Guido Crosetto e dei suoi ammiragli o generali.

Dal Messaggero

         Il Messaggero ha potuto annunciare senza smenite l’accordo ormai definito nelle sedi opportune per l’aumento di 190 euro mensili alle forze dell’ordine. Che possono così consolarsi del rischio avvertito, o fatto loro avvertire, di un loro abbandono da parte addirittura del Capo dello Stato con quel richiamo pubblico contro l’uso dei manganelli su ragazzi manifestanti a Pisa e dintorni nei giorni scorsi.

Dal Dubbio

         Il Dubbio ha potuto invece annunciare “convergenze parallele” fra la premier Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein contro i “dossieraggi”, reali o presunti, avvenuti con informazioni carpite abusivamente nella procura nazionale antimafia.

Mattarella al Quirinale

         Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella infine ha profittato di un incontro con una delegazione di giornalisti al Quirinale per non essere scambiato né per un sovrano né per un capo delle opposizioni, spiegando che lui promulga le leggi senza necessariamente condividerl

Da Domani

         Ebbene, tutto questo quadro più o meno idilliaco è stato rovesciato dal giornale di Carlo De Benedetti, Domani, coinvolto nella brutta storia del dossieraggio, vero o presunto che dovesse rivelarsi, sparando questo titolo su tutta la sua prima pagina: “La premier Meloni attacca Domani- Il Colle difende la libertà di stampa”, evidentemente compromessa dalla stessa pemier e dalle indagini giudiziarie nelle quali il quotidiano dell’ingegnere è coinvolto.

Dall’Unità

         Piero Sansonetti si è personalmente divertito sull’Unità titolando, da birbante: “Domani come ieri….In principio fu l’Ovra: ora chi ordina i dossier?”.  Sono  cioè prodotti da bontemponi casualmente in contatto con giornalisti a loro simpatici e aspiranti inchiestisti o c’è stata una regìa?

Ripreso da http://www.policymakermag.it

La corsa rocambolesca di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi

Socco Casalino

Pur fra i primi -forse il secondo dopo Rocco Casalino, capo ufficio stampa di Palazzo Chigi ai tempi di Giuseppe Conte- a sostenere, sognare, attendere, operare nelle sue possibilità, come preferite, per il ritorno dell’ex premier grillino alla guida di un governo, che sarebbe il terzo dopo quello interrotto da un Mario Draghi improvvisamente rivelatosi meno stanco delle previsioni dei suoi critici o avversari, Marco Travaglio non ha sopportato che a sospettare di un Conte 3, come si dice in gergo tecnico, sia stato ultimamente anche il Corriere della Sera. Ripeto: sospettare, anche con un pizzico di sorpresa o rincrescimento, e non col dovuto auspicio o compiacimento.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         Indossata l’armatura dell’ironia, il direttore del Fatto Quotidiano ha confermato, diciamo così, che “il mostro di Volturara Appula preferisce governare lui che lasciarlo fare alla Meloni”. Ma oltre o più ancora che non lasciare la Meloni a Palazzo Chigi, il nostro vorrebbe che a sostituire la premier attuale in caso di pur improbabile crisi e di schianto del centrodestra, ben oltre la stentata vittoria della grillina Alessandra Todde nelle elezioni regionali sarde, fosse lui piuttosto che Elly Schlein. Che persegue l’alleanza col presidente del Movimento 5 Stelle. larga o solo “giusta” che sia, come lui prefersice, guidando un partito -il Pd- che raccoglie ancora più voti di quello di Conte. Non è quindi la stessa cosa dire che l’ex premier voglia succedere alla Meloni e basta.

Non vale quindi l’ironia di Travaglio, che chiede all’impertinente collega del Corriere della Sera occupatosi della vicenda. “Ma si può? E come si permette? Sarebbe -spiega incredulo il sostenitore di Conte- come se un cantante rapace andasse a Sanremo per arrivare primo, un regista sulfureo partecipasse a Cannes per vincere la Palma d’Oro, un allenatore vanitoso aspirasse allo scudetto, uno scienziato ossessionato ambisse al Nobel, un ciclista spietato corresse per la maglia rosa o, peggio, gialla”. “Scandalo, orrore, raccapriccio. Che aspettano ad arrestarlo?”, ha concluso Travaglio all’insegna dello stupore e dell’assurdo.

Dalla Stampa

         Il guaio per Travaglio e per lo stesso premier è che anche  Conte, direttamente o attraverso la sua compagna, sia finito nel lungo elenco di politici di destra finiti nelle incursioni informatiche illecite, a dir poco, di un ufficiale della Guardia di Finanza su cui sta indagando, fra gli altri, il capo della Procura della Repubblica di Perugia Raffaele Cantone. Il quale tuttavia è  eottimisticamente convinto che non si sia trattato e non si tratti di dossieraggio, come ha titolato La Stampa.

Dal Giornale

         Con la visione o lettura minimalistica  di Cantone  non sembra che concordi Conte, che ha reclamato massima severità ed espresso massima preoccupazione, pur avendo arruolato fra i suoi parlamentari un ex capo dell’incursore informatico. Ruvido, a dir poco, il titolo del Giornale. “Dossieraggio, Conte fa il furbo” dicendo “Io vittima”.

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