Il curioso antifascismo di chi rimpiange il codice Rocco fascistissimo

Da Libero

Fra i morti evocati nelle polemiche sulla riforma costituzionale della giustizia appena varata dal governo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, e di Carlo Nordio in via Arenula, ce n’è uno è sfuggito ai titoli dei giornali.  Che sono stati tutti concentrati -nel bene e nel male- su Silvio Berlusconi, Bettino Craxi, Giovanni Falcone e Licio Gelli, in ordine semplicemente alfabetico, senza voler fare torto a nessuno di loro, e tanto meno metterli davvero insieme.

Pier CamilloDavigo

         Pier Camillo Davigo -sì, proprio lui, il “dottor Sottile” del pool milanese mani pulite del 1992, come lo definivano i colleghi ammirati della sua preparazione, poi spinto da circostanze più o meno diaboliche dall’altra parte del bancone della giustizia come imputato- sta tentando inutilmente di trascinare nel processo alla riforma anche il compianto Giuliano Vassalli. Vi ha tentato -se non mi sono sfuggiti altri interventi- prima sul Fatto Quotidiano e poi sul Corriere della Sera con un’intervista in cui si è, fra l’altro, contrapposto al collega di un tempo Antonio Di Pietro. Al quale tuttavia, pur dissentendo dalla valutazione favorevole alla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, egli ha riconosciuto la “ragione” quando contesta i richiami a Berlusconi e Craxi per liquidare una riforma che sarebbe “sbagliata di suo”.

Davigo e D Pietro d’archivio

Già in questo però Davigo si contraddice perché agli altri morti lui, nel tentativo di demolizione del progetto governativo, ha sostanzialmente aggiunto o persino sovrapposto Vassalli, appunto Dalla cui riforma del processo penale, entrata in vigore nel 1989, quando Vassalli era ministro della Giustizia, prima che passasse alla Corte Costituzionale, sarebbe nato un lungo elenco di inconvenienti. Chiuso per ora dalla prospettata separazione delle carriere dei magistrati del giudizio e dell’accusa. Chissà cos’altro dovremmo ancora aspettarci.

         Fra gli inconvenienti della riforma della buonanima di Giuliano Vassalli ci sarebbe da mettere, sempre secondo Davigo, la correlata modifica dell’articolo 111 della Costituzione. Che dal 1999 parla di “giusto processo regolato dalla legge”, da svolgersi “nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”, e di “ragionevole durata”.

Carlo Nordio

         Il processo precedente a questo articolo della Costituzione e alla riforma Vassalli del 1989, come ricorda spesso Carlo Nordio aggiungendo anche la memoria della medaglia della Resistenza a Vassalli, era quello disciplinato sotto il fascismo nel 1930 dal giurista Alfredo Rocco.

Alfredo Rocco

          Da tutto ciò si deve dedurre, se la logica ha ancora un senso, un valore, chiamatelo come volete, che l’antifascismo militante, secondo il quale la Meloni ci starebbe riportando al fascismo anche con la separazione delle carriere giudiziarie, oltre che col premierato e tutto il resto, è semplicemente impazzito. Esso dimentica che l’indipendenza, l’autonomia e quant’altro della magistratura minacciate ora dalla Meloni e dalle sue squadracce in nuce, tra Parlamento e piazze, tra sberleffi e comizi, costituiscono un’eredità lasciata alla Democrazia e alla Repubblica, con le dovute maiuscole, dal fascistissimo codice Rocco.

         Avrei ancora altro da scrivere, ma non riesco ad andare oltre, scusandomi col direttore e col pubblico di questa brevità d’intervento, perché in preda ad una incontenibile voglia mista di riso e di sdegno, naturalmente antifascista. Mi chiedo se sia troppo provocatorio un invito alla riflessione all’agguerritissima associazione nazionale -e combattentistica, direbbe Sabino Cassese- dei magistrati.

Pubblicato su Libero

Cronache un pò surreali al di là e al di qua dell’Oceano Atlantico

Joe Biden

         Oddìo, che succede? Il fascismo così a stento trattenuto in Italia dagli avversari del governo Meloni, che ne vedono l’ombra e sentono la puzza di giorno e di notte, qualsiasi cosa dica la premier, anche quando riconosce nel centenario dell’ultimo discorso di Giacomo Matteotti il suo assassinio per mano fascista, è improvvisamente sbarcato negli Stati Uniti fra le proteste di Donald Trump. Che ne ha visto il segno e sentito la puzza, pure lui, nella condanna appena subita per i suoi pasticci fra sesso e politica che rischiano -ahimè- di azzopparlo nella corsa per il ritorno alla Casa Bianca al posto di quello “stupido” che ora vi lavora: Joe Biden.

Fabio Panetta

         Il fascismo, questa volta rientrando in Italia, si è fatto avvertire nel palazzo della Banca d’Italia. Dove il governatore Fabio Panetta nella sua prima relazione annuale ha regalato all’uditorio “Considerazioni Finali”, al maiuscolo della tradizione, “e pre elettorali”, al minuscolo: parola di Massimo Giannini, naturalmente su Repubblica.

Da Repubblica

         La colpa di Panetta sarebbe a monte, diciamo così. La sua scommessa sul destino per niente declinante dell’Italia, che è nella “crescita” vantata da Libero diretto dall’ex portavoce di Palazzo Chigi Mario Sechi, come ricordano o gli rinfacciano spesso nel salotto televisivo di Lilli Gruber che lo invita spesso per le sue edizioni di tutti contro uno; la colpa di Panetta, dicevo, è di essere arrivato al vertice della Banca d’Italia dopo essere stato corteggiato dalla Meloni come ministro dell’Economia.

Marina Berlusconi

         A poche centinaia di metri di distanza dalla Banca d’Italia, in salita, c’è il Quirinale. Dove l’imprevedibile Sergio Mattarella, distraendosi o sciogliendosi dal “gelo” attribuitogli nell’approccio alle riforme costituzionali o soltanto ordinarie del governo Meloni, ha nominato fra i nuovi Cavalieri del Lavoro addirittura Marina Berlusconi. Sì, proprio lei, la figlia di Silvio, ai cui funerali di Stato l’anno scorso Mattarella partecipò con la solita compostezza. Un Berlusconi, pure lui a suo tempo Cavaliere del Lavoro, cui neppure da morto l’antifascismo militante ha perdonato di avere sdoganato fra il 1993 e il 1994 l’ancòra Movimento Sociale di un Gianfranco Fini cresciuto alla scuola di Giorgio Almirante. Del quale si potevano accettare di nascosto i voti in Parlamento, durante la cosiddetta prima Repubblica, solo quando servivano ad eleggere un capo dello Stato sgradito alla sinistra. E quando li si erano accettati anche per l’appoggio al governo di Fernando Tambroni, peraltro concepito al Quirinale per preparare addirittura il centrosinistra, tutto era finito nel sangue sulle piazze.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         Tacitaniamente, dallo storico, oratore e senatore romano Tullio Cornelio Tacito, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio ha commentato il Cavalierato “ereditario” della figlia di Berlusconi scrivendo che ormai “bisognerà anche ricalibrare l’allarme sul premierato”, perché “qui siano in pieno feudalesimo”. Mattarella insomma si è giocato il terzo mandato. 

La breccia a sorpresa di Jens Stoltenberg nella Nato e dintorni

Dal Corriere della Sera

         Per quanto affetto dalla “demenza” diagnosticatagli a distanza da Putin con la vecchia competenza del Cremlino nei rapporti con i dissidenti, ma un po’ condivisa in Italia anche da Matteo Salvini, che ne ha chiesto le dimissioni, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg non demorde. Anzi, sta facendo breccia nell’alleanza atlantica – tra americani, canadesi, francesi, inglesi, tedeschi, polacchi, baltici-   ma anche fuori: per esempio, nell’Unione Europea, a sentire il commissario agli esteri e alla sicurezza, lo spagnolo Josep Borrell. E’ la breccia di un uso più efficace delle armi occidentali fornite agli ucraini per difendersi dai russi, in modo da colpire anche le basi da cui partono da più di due anni i missili della morte. Altrimenti quella degli ucraini continuerebbe ad essere una difesa quanto meno dimezzata, e quella dei russi un’aggressione decuplicata.

Fotomontaggio del Fatto

         Ma sarebbe la terza guerra mondiale, temono e protestano in tanti in Occidente. Lo dicevano nel 1939 anche quelli disposti a sopportare le angherie territoriali di Hitler finendo per incoraggiarlo, volenti o nolenti, sulla strada della seconda guerra mondiale e di tutto quello ch’essa comportò. Ma Putin non è Hitler, si obietta ancora, come se stessimo ad “Affari tuoi”, il gioco televisivo dei pacchi, dove si scopre solo alla fine che cosa c’è in quello del concorrente

Dal Foglio del 29 maggio

       Le guerre purtroppo accecano, anche nelle versioni “in pillole”. Che strada facendo diventano macigni. A Gaza, per esempio, gli israeliani colpiti in ottobre dal pogrom dei terroristi di Hamas sono scambiati per autori di genocidio nel tentativo di difendersi e neutralizzare un nemico dichiaratamente irriducibile, che si fa scudo della popolazione civile.  E di fronte al conflitto in Ucraina l’ex presidente del Consiglio e ministro norvegese Jens Stoltenberg, un laburista liquidato sprezzantemente come pacifista quando venne nominato segretario generale della Nato, nel 2014, con Obama alla Casa Bianca, si è sentito dare del demente, ripeto. O del bombarolo.  O dell’”uomo di paglia” degli americani, difeso sul Foglio qualche giorno fa da Adriano Sofri con la solita pignoleria di date, fatti e dichiarazioni. Chapeau.    

Fotomontaggio del Fatto Quotidiano

         Chissà se anche a Stoltenberg toccherà la fortuna -spero indolore per una sopraggiunta risoluzione pacifica del conflitto in Ucraina imposta a Putin dalla consapevolezza di poterci rimettere l’osso del collo- di una Caivano. Dove Giorgia Meloni, pur incorrendo nella solita indignazione di chi l’avverte come “ducia” o “ducetta”, ha steso il governatore della Campania Vincenzo De Luca. Che le aveva dato della “stronza” e “stracciarola” non in una imitazione di Maurizio Crozza ma in una prestazione vera, fra la buvette e i divani di Montecitorio.

Ripreso da http://www.startmag.it il 1° giugno

I magistrati arroccati nel fortino della loro impopolarità

Da Libero

Temo, per loro, che sia non debole ma debolissima la memoria dei magistrati e dei loro sindacalistiche stanno pensando allo sciopero contro la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Che è contemplata, con altro ancora, nella riforma costituzionale della giustizia appena varata dal governo all’unanimità, a dispetto dei retroscena che attribuivano divisioni e resistenze persino alla presidente del Consiglio. La quale se ne è invece assunta la titolarità strappandola ai morti evocati con i nomi di Silvio Berlusconi, Bettino Craxi e Licio Gelli, in ordine rigorosamente alfabetico.   

La vignetta di ItaliaOggi

E’ una memoria debolissima per i più anziani o meno giovani. E ignoranza, nel senso di non conoscenza, e mancato studio, per i più giovani. Che non erano neppure nati nell’autunno del 1987, quando l’8 e il 9 novembre gli italiani parteciparono con un’affluenza di ben il 65,11 per cento al referendum contro le norme che ancora più di adesso proteggevano i magistrati, sino ad esentarli, dalla cosiddetta responsabilità civile. Cioè dall’inconveniente, chiamiamolo così. di rispondere dei danni procurati dai loro errori, come capita ai medici, agli infermieri, agli ingegneri, ai geometri, a noi giornalisti e via via salendo o scendendo, come preferite. Un referendum tanto temuto da “lor signori” in toga, e dai partiti o correnti che o li amavano o li temevano sino a lasciarsene intimidire, che per evitarlo -insieme ad altri di uno stesso turno- nella primavera di quell’anno si era preferito impedirli con le elezioni anticipate. Ma la ciambella non riuscì col buco perché il rinvio del referendum, per sopraggiunte complicazioni politiche, si ridusse a qualche mese, e non all’anno e forse ancora più su cui avevano contato i più contrari.

Enzo Tortora

Ebbene, da quella prova referendaria che misurava nei fatti la popolarità dei magistrati dopo lo scempio del caso di Enzo Tortora, destinato a morire dopo sei mesi, il sì all’abrogazione delle norme di totale protezione dei magistrati -e quindi il no alla prosecuzione del loro scudo totale- fu pari all’80,21 per cento dei voti. Da allora, a parte l’impennata di Tangentopoli, fra il 1992 e il 1993, quando le folle in maglietta chiedevano ai magistrati di farle “sognare” con le retate dei politici e affini indagati per corruzione, e qualche volta anche suicidi per disperazione scambiata per vergogna dagli inquirenti più feroci, l’indice di gradimento della magistratura è andato sempre più calando.

Antonio Di Pietro

Non credo che quest’indice sia destinato a risalire con lo sciopero in cantiere contro la separazione delle carriere indicata dall’associazione nazionale dei magistrati come una sciagura. E condivisa invece -pensate un po’, vendetta della storia o della cronaca, come preferite- dal più famoso  dei pubblici ministeri che una trentina d’anni fa faceva sognare le piazze giacobine d’Italia: Antonio Di Pietro, Tonino per gli amici. Che la pensa, sulle carriere giudiziarie, come la pensava già allora Giovanni Falcone, anche se di recente Armando Spataro ha voluto darne un’altra lettura diretta o deduttiva che ha però l’insuperabile inconveniente di non poter essere confermata dall’interessato, ucciso con la moglie e quasi tutta la scorta nella strage mafiosa a Capaci il 23 maggio 1992.

Giorgio Napolitano

Al calo di gradimento della magistratura non ha contribuito soltanto il mito ormai cessato o smentito dell’ondata giustizialista di trent’anni fa, che indusse persino l’ancor vivo Francesco Saverio Borrelli, il superiore di Di Pietro, a chiedersi se fosse valsa la pena fare tutto ciò che aveva voluto, vista la perdurante o addirittura cresciuta corruzione. Vi ha contribuito la stessa magistratura con un’amministrazione della giustizia, e di se stessa, che è sotto gli occhi di tutti. Una magistratura che non vuole sentirsi definire “casta” ma è oggettivamente arroccata come in un fortino in quello che non io -povero, vecchio tapino o topaccio del giornalismo- ma un capo dello Stato e presidente del Consiglio Superiore come Giorgio Napolitano definì un “forte squilibrio” nei rapporti fra giustizia e politica intervenuto fra il 1992 e il 1993.

Napolitano scrisse così in una lettera per niente privata, diffusa pubblicamente, alla vedova di Bettino Craxi nel decimo anniversario della morte del marito in terra tunisina, colpito da una “durezza senza uguali” nella pratica generalizzata del finanziamento illegale dei partiti e dintorni.

Oscar Luigi Scalfaro

Quella lettera, per la sua spietata analisi, non è stata perdonata dal giacobinismo italiano a Napolitano neppure da morto. Ma essa segnò al Quirinale la fine, o quanto meno l’interruzione, si vedrà, di una stagione infausta avviata da Oscar Luigi Scalfaro anche con quella presenza ad un congresso di magistrati dove promise che mai -dico mai- avrebbe firmato una legge sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Se ne parlava già allora.

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Le Meloni s’intesta orgogliosamente la riforma della giustizia

Dal Tempo

         Reduce da Caivano, dove non si sa se abbia più rinfacciato o ricambiato l’insulto di “stronza” rifilatole da un Vincenzo De Luca peraltro recidivo, avendolo ripetuto dopo il primo, immediato stordimento, Giorgia Meloni si è intestata la riforma costituzionale della giustizia appena varata all’unanimità dal Consiglio dei Ministri. “Epocale”, l’ha definita per la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, la separazione in due anche del Consiglio Superiore della Magistratura -dove le toghe continueranno ad essere in maggioranza ma estratte a sorte, e quindi sottratte al gioco delle loro correnti-  e il passaggio delle sanzioni disciplinari ad una “corte alta” e diversa. Il sindacato delle toghe ha già innescato la marcia di uno sciopero di protesta da proclamare durante il percorso parlamentare della riforma, diviso in quattro tappe. Ma non sarà certamente questo a bloccare la Meloni con i guantoni attribuitigli con eccesso di zelo combattente dal Tempo.  

Dal manifesto

Nell’intestarsi la riforma, nonostante  i soliti retroscenisti le avessero attribuito ripetutamente il proposito di ritardarla, la premier ha voluto anche interrompere il macabro gioco degli avversari di intestarla a qualche defunto. “A babbo morto”, ha titolato il manifesto, per esempio, alludendo a Silvio Berlusconi con quella foto di Antonio Tajani, il suo successore in Forza Italia, che quasi ringrazia il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ma a Berlusconi Il Fatto Quotidiano ha aggiunto Licio Gelli e Bettino Craxi, dimenticando Giovanni Falcone, convinto pure lui della separazione delle carriere. E fingendo di ignorare il sì appena giunto, in una intervista al Tg1, dall’ancora vivo Antonio Di Pietro, con tutto il suo passato di pubblico ministero adorato da manettari in corteo per le strade di Milano fra le  retate di Tangentopoli.

Da Repubblica

         Più che a babbo morto, ripeto col manifesto, si dovrebbe scrivere “a mamma viva” dopo il merito della riforma che la Meloni ha voluto attribuirsi, anche a costo di ridurre l’esposizione del suo notissimo guardasigilli, già da lei candidato al Quirinale quando era all’opposizione. A mamma viva e decisa a non lasciarsi intimidire né -ripeto- dallo sciopero prevedibile dei magistrati né da quel “gelo” attribuito, a torto o a ragione, da Repubblica al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che pure autorizzerà la presentazione al Parlamento della riforma anticipata al Quirinale da Nordio in persona e dal sottosegretario di Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, magistrato in aspettativa.

Dal Messaggero

Non so con quale termometro sia stato misurato il gelo del Colle, contraddetto peraltro dal Messaggero con l’annuncio di una “mediazione”, per quanto prevedibilmente sgradita da lor signori, scriverebbe il compianto Fortebraccio sull’Unità di una volta. Certo è che al Quirinale non c’è da parecchio Oscar Luigi Scalfaro, che andò ad un congresso di magistrati per promettere che mai avrebbe firmato una legge sulla separazione delle carriere.

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La Meloni sorpassa Crozza e stende Vincenzo De Luca a Caivano

Titolo di Avvenire

         Altro che “l’isola dei famosi” dove Michele Santoro nel salotto televisivo di Giovanni Floris, a la 7, l’ha collocata per avere annichilito il governatore della Campania Vincenzo De Luca, che le aveva dato della “stronza” e “stracciarola”. Giorgia Meloni era a Caivano, una località degradata della Campania restituita alla legalità, dove “si riparte”, ha titolato non Il Secolo d’Italia ma Avvenire, il giornale dei vescovi.

Antonio Padellaro

         D’altronde, sulla stessa rete televisiva, nella trasmissione precedente a quella di Floris, un giornalista come Antonio Padellaro, ex direttore dell’Unità e tra i fondatori del Fatto Quotidiano, aveva riconosciuto alla premier italiana di averlo divertito per avere saputo mettere al suo posto quel villanzone del governatore campano.  Molto meglio, credo, del comico Maurizio Crozza che imita Vincenzo De Luca da anni.

La premier a Caivano

         Quella “stronza della Meloni”, come si è autopresentata la premier a De Luca chiedendogli “come sta?”, si è confermata una politica capace come pochi altri di mettersi in sintonia con la gente comune. Persino con gli avversari: almeno quelli provvisti ancora di una capacità di ridere, e non solo di indignarsi a prescindere, per partito preso, vedendo nella Meloni “la ducia” o la “ducetta”.  O solo una “post-missina”, ha detto qualche giorno fa Pier Luigi Bersani. Che può ben essere chiamato e considerato “post-comunista”, abituato a considerare “una ditta” il Pci e tutti i partiti succedutigli dopo il crollo del comunismo. Di uno dei quali -il Pd oggi guidato da Elly Schlein- egli è stato anche segretario, propostosi nel 2013 -anche a costo di farsi togliere l’incarico di presidente del Consiglio da Giorgio Napolitano, pure lui post-comunista- di fare un governo “di minoranza e di combattimento” dipendente dall’orgoglioso e urlante vaffanculista -scusate la parolaccia- Beppe Grillo, uscito dalle urne come sostanziale vincitore delle elezioni politiche, ma non abbastanza per rivendicare Palazzo Chigi. Come gli riuscì cinque anni dopo mandandovi Giuseppe Conte e diventandone alla fine consulente a contratto per la comunicazione.

Vignetta del Secolo XIX

         Qui di grandi comunicatori ne vedo personalmente solo o soprattutto due: la Meloni sul piano nazionale e Papa Francesco sul piano universale, appena tradito dai suoi vescovi italiani dopo un incontro con loro a porte chiuse per quella protesta scappatagli contro la “troppa frociaggine” nei seminari. Cosa della quale egli si è pubblicamente scusato senza tuttavia smentirla.

Mike Bongiorno

         Se la campagna elettorale ha potuto o saputo fare emergere un po’ di franchezza, non c’è da rammaricarsi, ma da compiacersi, qualunque risulterà il risultato del conteggio dei voti ai vari livelli nei quali essi saranno espressi, fra europee e amministrative. Buon proseguimento. O allegria, come esortava Mike Bongiorno, di cui abbiamo appena celebrato il centenario della nascita che lui non ha potuto godersi essendo morto una quindicina d’anni fa. 

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La franchezza di Papa Francesco tradita dai vescovi italiani

Da Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         Scherzi da preti, anzi da vescovi tutti italiani -si potrebbe dire- al Papa argentino sbottato in una protesta contro la “troppa frociaggine” permessa nei seminari. Sui quali evidentemente la vigilanza dei porporati di casa nostra è minore di quella riservata alla politica, visto che l’ultima, recente  assemblea dei vescovi  è arrivata sulle prime pagine dei giornali o per “l’altolà” attribuito al presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Matteo Zuppi, al progetto governativo del premierato o per le critiche, rivelate dallo stesso Zuppi, di “qualche” prelato, soprattutto del Sud, all’attuazione delle autonomie differenziate introdotte nella Costituzione nel 2001 da una sinistra che nel frattempo si è pentita. E cerca di rimediarvi con l’aiuto appunto di “qualche vescovo” diventato sui giornali la maggioranza e forse anche più della Conferenza episcopale.

Dal Corriere della Sera

         Giunti, dopo tanta passione politica, al cospetto del Santo Padre il 20 maggio scorso in un incontro a porte chiuse, gli episcopi debbono essere rimasti male nel non vedere accolte, sviluppate, condivise le loro preoccupazioni, o i loro umori politici, e di essere invece chiamati ad altri doveri e vigilanze con parole “senza filtro”, come le ha definite, sorpreso pure lui, Massimo Gramellini sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Da Libero

Le parole di Francesco possono essere state diffuse solo da chi le ha ascoltate, si deve presumere, dovendosi escludere tanta disinibizione del Papa da averle lasciate scorrere fuori lui stesso, giusto per compiacersi del carattere “rivoluzionario” attribuito, per esempio, oggi dal direttore di Libero, Mario Sechi, al pontificato bergogliano.

Dal Foglio

         “Sotto i ponti della Chiesa di Francesco”, per stare al titolo del Foglio, è così passato in pochi giorni, anzi in poche ore, anche il “campo largo” offertogli sia pure per scherzo da Roberto Benigni in Piazza San Pietro. Un campo ristrettosi improvvisamente più di quello inseguito dalla segretaria del Pd Elly Schlein puntando ad un’alleanza, prima o poi nazionale e non solo locale o sporadica, con Giuseppe Conte. Una Schlein che da omosessuale orgogliosamente dichiarata e praticante deve essere rimasta malissimo davanti al linguaggio così poco corretto politicamente, diciamo così, di un Papa popolare come ha saputo diventare Francesco. Una specie -deve avere pensato la Schlein- di generale Vannacci invecchiato e in bianco.

Dalla Stampa

         Opposta, credo, deve essere stata la reazione della Meloni, Giorgia per amici ed elettori. Che può essersi rifatta di tutto quello che hanno scritto e scrivono ancora di lei per quella “va o la scappa” o “chi se ne importa”, o “chissenefrega” romanesco, opposto -senza filtro pure lei- ai pronostici degli avversari sulla strada dell’elezione diretta del presidente del Consiglio. E ora anche della riforma della giustizia con la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministri, in via di uscita dal Consiglio dei Ministri e di arrivo al Parlamento con l’autorizzazione del Quirinale.

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Il pieno dei no in Italia contro il segretario generale della Nato

Dal Dubbio

Nel governo e nella maggioranza Matteo Salvini è stato naturalmente il più lesto, esplicito e duro a contestare la possibilità auspicata dal segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg, di autorizzare l’Ucraina ad usare le armi fornitele dagli occidentali non solo per abbattere i missili russi che da più di due anni la colpiscono, ma anche per colpire la basi dalle quali essi provengono, nel territorio di Putin.

Matteo Salvini

         Salvini ha intimato a Stoltenberg, che in norvegese non significa stolto, di smentire, scusarsi e perfino dimettersi, lasciando in anticipo un mandato peraltro scaduto o in scadenza. Per il quale era insistente circolato sino all’anno scorso il nome dell’ex premier italiano Mario Draghi, prima che egli entrasse, a torto o a ragione, nella gara alla successione, invece, alla tedesca Ursula von der Leyen alla Commissione esecutiva dell’Unione Europea. O al belga Charles Michel alla presidenza del Consiglio Europeo. O ad un supercommissariato economico, sempre a Bruxelles, semmai si dovesse trovare un accordo in questo senso fra i governi dei paesi comunitari.

La premier Meloni con Stoltenberg a Palazzo Chigi

         Se Salvini è stato -ripeto- il più esplicito e duro contro Stoltenberg, peraltro ricevuto recentemente dalla premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, l’altro vice presidente del Consiglio, e anche ministro degli Esteri, Antonio Tajani è stato puntiglioso nel negare che l’Italia, tra i fornitori di armamenti all’Ucraina, sia o si senta in guerra contro la Russia. Un po’ come quella donna che -scherzava la buonanima di Enzo Biagi- si sente solo “un pò incinta” quando sospetta o addirittura scopre di esserlo.

Guido Crosetto

         Neppure il ministro della Difesa, e fratello d’Italia come la premier, Guido Crosetto è stato accomodante col segretario generale della Nato quando ha raccontato o sostenuto che, a dispetto della carica, non rappresenti la “collegialità” dell’alleanza atlantica. E non si è forse spinto oltre, il ministro, solo per trovarsi in terapia anti-pericardite prescrittagli dopo un po’ di malori, l’ultimo dei quali al Quirinale.

         Se queste sono state le reazioni nella maggioranza, figuratevi quelle nello schieramento delle opposizioni. Dove l’unica non dico a convenire ma a riconoscere la concretezza del problema sollevato dal segretario generale della Nato è stata l’ex ministra degli Esteri Emma Bonino. Che, per quanto da lui rimossa o non confermata nel 2014 alla Farnesina, dove era stata mandata da Giorgio Napolitano su proposta del premier Enrico Letta, affronta le ormai imminenti elezioni europee in alleanza con Matteo Renzi. Il tempo, si sa, può non trascorre inutilmente.

Tra le macerie in Ucraina

         Tutte le altre componenti dell’opposizione volenterosamente considerata al singolare sono notoriamente o contrarie agli aiuti militari all’Ucraina, come nel caso di Giuseppe Conte, o sofferenti, come nel caso del Pd di Elly Schlein. Che non a caso si vanta, fra i malumori anche di chi l’ha aiutata a scalare la guida del partito, di avere candidato nelle liste del Nazareno alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno fior di contrari o contrarie al persistente sostegno all’Ucraina in un’aggressione che Putin minaccia ogni tanto di continuare ricorrendo anche alle armi nucleari “tattiche”, come le chiamano al Cremlino.

Putin

         Insomma, scherzando ma non troppo si può sostenere che il segretario generale, e uscente, della Nato è riuscito nel miracolo di fare spuntare in Italia una specie di politica bipartisan, mista di maggioranza e di opposizione, comoda nel conflitto in Ucraina più a Putin che a Zelensky. Un Putin che può un po’ leccarsi i baffi che non ha pensando alla sicurezza delle basi russe dalle quali partono incessantemente e spietatamente i suoi missili contro un paese pseudo-nazista, secondo il Cremlino, ma colpevole solo di essergli limitrofo e non subordinato. E per giunta ostinato nel resistergli pur tra i ritardi e le incertezze dell’Europa formalmente pronta ad accoglierlo e proteggerlo.

Pubblicato sul Dubbio

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Il campo largo finisce in barzelletta davanti al Papa sorridente

Dal Corriere della Sera

         E’finito in barzelletta in Piazza San Pietro il campo largo, o comunque preferiscano o decideranno eventualmente di chiamarlo quelli che lo cercano come l’araba fenice per contrapporlo al centrodestra nelle elezioni politiche del 2027, e sperimentarlo nel frattempo a livello locale.

Giorgia Meloni con la figlia alla messa in Piazza San Pietro

Vi è finito grazie a quel diavolaccio scravattato di Roberto Benigni, che ha fatto ridere anche il Papa. Col quale l’artista ha immaginato di affrontare un turno elettorale in cui potere votare Bergoglio scrivendo sulla scheda solo Francesco. Come la premier Meloni -peraltro presente anche lei ieri alla messa della giornata dei bambini davanti al colonnato seicentesco di Gian Lorenzo Bernini- ha chiesto per sé invitando a scrivere solo Giorgia sulle schede elettorali dell’8 e 9 giugno per il rinnovo del Parlamento europeo. Che la leader della destra italiana intende usare anche per verificare la propria popolarità, o forza politica.

La premier intervistata alla Rai

Avrà riso anche lei dello scherzo di Benigni per l’involontario effetto comico sugli avversari che in questa campagna elettorale non le stanno perdonando niente. Né il “la va o la spacca” di qualche giorno fa parlando al festival dell’economia di Trento a proposito dell’esito della sua campagna per l’elezione diretta del presidente del Consiglio, né il “chi se ne frega” opposto ieri, in una intervista televisiva, alla previsione di una sconfitta referendaria del suo progetto formulata da chi l’osteggia.

Titolo di ieri su Domani

Se si arriverà davvero al referendum, visto che proprio ieri il vecchio Rino Formica scrivendo di “regime” su Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, ha addirittura sostenuto che le opposizioni potrebbero reclamare le elezioni politiche anticipate se dalle urne dell’8 e 9 giugno i partiti di governo dovessero uscire, nel loro complesso, con una maggioranza inferiore a quella reale degli elettori, calcolando anche gli astenuti. Tesi ardimentosa, a dir poco, emblematica del clima d’ossessione in cui vivono le opposizioni, particolarmente quelle di sinistra. Ma a tratti anche quelle che si considerano o dichiarano di centro, neppure unite peraltro fra di loro, come anche quelle di sinistra, o progressiste, come preferisce definirsi Giuseppe Conte con le cinque stelle di un Beppe Grillo ormai restituito al teatro e di fatto declassatosi, pur da “garante”, a consulente a contratto del movimento per la comunicazione. Che è tutta condotta e gestita personalmente dall’ex premier alternando la pochette alle scarpe di ginnastica e palleggiando con una sua candidata col sogno di segnare a Strasburgo. 

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Lo struzzismo della politica italiana bipartisan sulla guerra in Ucraina

Dal Corriere della Sera

Nonostante la campagna elettorale, o proprio per questo, e a dispetto delle “tensioni sulle armi a Kiev” annunciate sulla prima pagina dal Corriere della Sera, la politica italiana è riuscita a trovare un momento e un tema di unità quasi assoluta: dalla maggioranza alle opposizioni. E nella maggioranza dai fratelli d’Italia di Gorgia Meloni, issata da Massimo Gramellini “sul balcone” nel salotto televisivo “in altre parole” della 7 ma rappresentata in questa occasione dal ministro della Difesa Guido Crosetto, alla Lega di Matteo Salvini e a Forza Italia di Antonio Tajani. Tutti uniti nel respingere da Roma e dintorni , sia pure con toni diversi, la proposta del segretario generale della Nato di accogliere praticamente la richiesta del presidente ucraino Zelensky di usare le armi fornitegli dall’alleanza atlantica non solo per abbattere i missili russi, prima che cadano sul territorio del paese invaso e aggredito, ma anche per colpire le basi da cui vengono lanciate, naturalmente nel territorio di Putin.

La vignetta del Secolo XIX

         Noi non siano in guerra con la Russia, hanno detto all’unisono maggioranza e opposizioni, unite in quello che definirei “struzzismo”, da struzzo. Che mette notoriamente la testa nella sabbia. O lo siamo al modo nostro, fingendo di non esserci. E consentendo a Putin si scommettere, nella sua ostinata offensiva  contro il paese limitrofo da “nazificare”, sulla debolezza, paura e quant’altro dei difensori internazionali dell’Ucraina. I quali o mandano in ritardo le armi che promettono o ne vietano l’uso appropriato. O fanno entrambe le cose permettendo a Putin di scherzarci sopra. Come nella vignetta di Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX, dove l’autocrate di Mosca, cioè il dittatore appena confermato elettoralmente in un paese in cui chi dissente finisce in galera o al cimitero, offre “uno strappo” agli occidentali in fuga. Che non hanno voglia di contrastarlo davvero.

Guido Crosetto

         L’ex economista e ministro danese a capo della Nato, 65 anni compiuti a marzo, ritratto o composto in tenuta aerea di combattimento dal solito Fatto Quotidiano, sotto un titolo che gli attribuisce l’obiettivo, il desiderio e quant’altro della terza guerra mondiale, si chiama Jens Stoltenberg. Ma, a dispetto del suo infelice nome in una immaginaria traduzione in italiano, non è per niente uno stolto. Come sembra che lo abbia invece scambiato anche il solitamente realistico e anti-populista Guido Crosetto. Che, diversamente dai suoi colleghi di governo e di schieramento, ha tuttavia l’attenuante di una diagnosi di pericardite appena certificatagli in un ospedale romano dopo un malessere avvertito al Quirinale durante una riunione presieduta dal capo dello Stato. Una diagnosi con tanto di severa terapia da praticare tra case e ufficio di ministro della Difesa…dimezzata.

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