Lo stato dei rapporti fra il presidente americano Donald Trump e la premier italiana Giorgia Meloni mi richiama alla mente le immagini cinematografiche del gorilla King Kong e della bionda Ann Darrow raccolta in una sua mano. Immagini della bella e della bestia in fondo generose per Trump, vista la generosità, simpatia e quant’altro che il gorilla delle pellicole di più di cento anni fa mostrò liberando e salvando Ann prima di finire tragicamente abbattuto dagli aerei sull’Empire State Building. Di cui Trump potrebbe trovare un presagio metaforico nelle elezioni americane di mezzo termine dell’autunno prossimo. Alle quali egli si avvicina come peggio non potrebbe, fra guerre che apre senza riuscire a chiudere davvero, come in Iran, dandone la responsabilità anche all’incolpevole Meloni che non l’avrebbe aiutato come lui si aspettava, e la guerra in Ucraina, cioè in Europa, che Trump sta permettendo alla Russia di Putin di portare avanti da più di quattro anni ormai. Una guerra che il presidente in carica degli Stati Uniti addebita al suo predecessore Joe Biden, per il sostegno o l’incoraggiamento dato a Zelen sky, piuttosto che a Putin, invertendo le parti cristallizzate nei fatti e nelle date.
C’è del metodo, come nell’Amleto shahesperiano, nella follia di Trump che prima promuove a rapporto “speciale” quello della premier italiana con lui, poi lo strappa, poi ancora lo recupera, lo strappa di nuovo provando “pena” per lei, poi ancora e infine lo recupera dicendo che la Meloni gli “piace” ancora. O è tornata a piacergli, per quanto lo avesse deluso o persino tradito nel suo tentativo di rimandare l’Iran alla “età della pietra”.
Trump mi sembra che abbia semplicemente scelto di intromettersi di fatto nella campagna elettorale in Italia, cominciata col solito anticipo rispetto alla scadenza ordinaria delle Camere, per aiutare non la Meloni, alla ricerca di una conferma a Palazzo Chigi, e poi magari di un trasferimento al Quirinale, ma i suoi avversari del campo largo dell’alternativa. Un campo dal programma e dalla leadership ancora incerti, ma della fisionomia politica più affine all’ordine, o disordine, perseguito da Trump. Un ordine, o disordine, che sia il più vantaggioso per la Russia in Europa. Un ordine, o disordine, da brividi, nel quale potrebbero alla fine confluire in Italia persino il generale Roberto Vannacci e l’ex premier Giuseppe Conte, ancora Giuseppi per Trump, che seppe prevederne il plurale, in tutti i sensi, già nel 2019, nel suo primo passaggio alla Casa Bianca.
Pubblicato sul Dubbio