La rivoluzione esaurita e quella fallita sotto le cinque stelle

Dal Dubbio

La rivoluzione, a suo modo, del Beppe Grillo “vaffanculista” -scusate la parolaccia da lui sdoganata sulle piazze nel 2007- mi sembra finita senza aspettare i 70 anni e più accumulati dalla rivoluzione più seria e drammatica di Lenin. Ma la rivoluzione in qualche modo propostasi anche da Giuseppe Conte, strappando progressivamente e infine rompendo con Grillo, furioso più ancora dell’Orlando appena battuto nelle elezioni regionali in Liguria, è già fallita nella stessa Liguria. Dove non solo l’ex ministro piddino Andrea Orlando ha perduto, con l’onore tuttavia di un testa a testa fino all’ultima scheda, per il restringimento del campo della sinistra voluto appunto da Conte escludendovi Matteo Renzi, ma l’ex premier pentastellato ha più che dimezzato i voti del suo movimento in soli quattro mesi, quanti ne sono trascorsi dalle elezioni europee di giugno.

         Il Pd di Elly Schlein può almeno vantarsi, come Andrea Orlando del testa a testa, di essere salito al 28 per cento dei voti doppiando il partito della premier Giorgia Meloni, ma il movimento di Giuseppe Conte può solo registrare un arretramento che ne certifica e aggrava la crisi.

Stefano Rolli sul Secolo XIX

I giornali hanno attribuito a Conte la convinzione, espressa a caldo mentre da Genova gli arrivavano le notizie della sconfitta, secondo cui le cose sarebbero andate ancora peggio per le cinque stelle se lui non avesse puntato i piedi contro Renzi con un veto imposto alla Schlein. Ma è appunto una sua convinzione, conforme all’ostinazione che Conte ha dimosrato nella sua esperienza politica di sei anni, cominciata -credo, sfortunatamente per lui- dal gradino più alto della carriera: quello di Palazzo Chigi. Chi troppo rapidamente sale, cade sovente precipitevolissimevolmente, dice un vecchio proverbio scioglilingua.

         In Liguria tuttavia è spiaggiata anche la magistratura dopo avere ghigliottinato la precedente amministrazione regionale di centrodestra, passata soltanto dal timone di Giovanni Toti a quello di Marco Bucci.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 1° novembre

Che botto in Liguria per la sinistra ristretta di Conte e per le toghe…

         Che botta per la sinistra in Liguria, sconfitta nonostante l’arresto, poi le dimissioni e infine il patteggiamento dell’ex governatore di centrodestra Giovanni Toti. Al quale gli elettori, pur con una minore affluenza alle urne, o proprio per questo, non imputabile di certo al solo maltempo, hanno fatto succedere un altro esponente del centrodestra: il sindaco uscente, anzi uscito, di Genova Marco Bucci. Ma che botta soprattutto per Giuseppe Conte, che ha condannato la sinistra riducendone il cosiddetto campo per espellere Matteo Renzi. E in più ha ridotto di oltre la metà, sotto il 5 per cento,  il suo movimento in soli quattro mesi, dopo le elezioni europee di giugno, con l’aiuto -sorpresa nella sorpresa- del fondatore, garante, elevato, consulente a contratto e quant’altro Beppe Grillo, quasi accontentato dagli elettori nel diritto rivendicato all’”estinzione” della sua creatura. Neppure lui, Grillo, è tornato a votare, dopo avere già disertato le urne un’altra volta.

Bucci e Orlando in campagna elettorale

         Se non fosse vero, con tanto di proiezioni e poi di risultati, dichiarazioni, foto, annessi e connessi, e i titoloni oggi sulle prime pagine di tutti i giornali, anche dei più delusi o contrariati, consolatisi solo per il testa a testa dei conteggi, ci sarebbe da credere a uno scherzo. Ad un sogno di Bucci e a un incubo del concorrente Andrea Orlando, originariamente riottoso ad un’impresa alla quale invece via via si era talmente immedesimato da crederci davvero, anche mentre Conte gli tagliava l’erba sotto i piedi. E lui continuava a scambiarlo per un alleato prezioso, finendo tra i “pestati” del bel titolo dell’insospettabile manifesto.

Dal manifesto

         Ma non sarebbe giusto, di fronte ai risultati delle elezioni anticipate in Liguria, che hanno finto per sorpassare quelle già in programma in Emilia-Romagna e in Umbria, limitarsi a pensare, a parlare e a scrivere, magari scherzandoci pure sopra, dei politici sconfitti nella regione che pensavano di strappare agli avversari.  Qualche riflessione a dir poco critica la merita anche la magistratura che di suo, per non volerla sospettare di avere da fatto da sponda ad un gioco politico, ha provocato queste elezioni liguri, ripiegando anch’essa su un patteggiamento, come l’ex governatore Toti, pur di non rischiare un processo così fortemente perseguito in anni di indagini e intercettazioni. La sconfitta uscita dalle urne vale anche per la magistratura, sicura dietro lo schermo della indipendenza, autonomia, inamovibilità e tutto il resto.  Pestate pure le toghe, per tornare al manifesto.

Ripreso da http://www.startmag.it        

La Liguria nella morsa del maltempo e dell’astensionismo elettorale

Collegati o no che siano, nella Liguria alle urne sino alle ore 15 di oggi per l’elezione del governatore e il rinnovo del Consiglio regionale dissoltosi nella vicenda giudiziaria dell’ex presidente Giovanni Toti i partiti non sanno se temere di più il maltempo o l’astensionismo. I partiti e naturalmente i due principali concorrenti alla presidenza: il sindaco di Genova Marco Bucci per il centrodestra e l’ex ministro Andrea Orlando per il cosiddetto campo largo dell’alternativa di sinistra, ristrettosi dopo il veto posto da Giuseppe Conte, e subìto dal Pd di Elly Schlein, alla partecipazione di Matteo Renzi.

Da Repubblica

         Rispetto alle precedenti elezioni regionali del 2020 l’affluenza alle urne alla fine della prima giornata di votazioni è risultata inferiore di cinque punti: dal 39 al 34 per cento. La punta massima del calo, di circa il 10 per cento, si è raggiunta a Savona e Imperia, quella minima del 2,7 per cento  a Genova.

Marco Bucci al voto

         “Elezioni all’ultimo respiro”, si è scritto sulla prima pagina del giornale storico della Liguria Il Secolo XIX. Tanto Bucci quanto Orlando sono stati tra i primi a votare, entrambi più o memo sorridenti e fiduciosi per dovere d’ufficio, o di competizione. Ma il secondo aveva forse più motivi di preoccupazione dell’altro perché, già ridotto dalla cacciata dei renziani, il suo potenziale campo elettorale è stato politicamente danneggiato dall’aggravamento della crisi del MoVimento 5 Stelle. Che ha voluto e ottenuto lo scalpo di Renzi – i cui elettori, pochissimi o pochi che possano essere considerati, potranno risultare decisivi nel risultato atteso a questo punto a sinistra col fiato sospeso- ma  è finito anch’esso al pronto soccorso politico.

Andrea Orlando al voto

         Beppe Grillo, peraltro genovese d’anagrafe e di tutto il resto, da comico ha assunto le sembianze tragiche dell’infanticida, avendo rivendicato “il diritto all’estinzione” della sua creatura politica, viste le condizioni alle quali l’avrebbe ridotta Conte. Che, dal canto suo, è apparso ai più fedeli di Grillo un parricida, avendo pubblicamente definito “marginale” la posizione del fondatore e tuttora garante del movimento, nonché consulente a contratto quasi scaduto.

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         La crisi, a questo punto anche esistenziale, del movimento pentastellato  è arrivata al termine di una decadenza progressiva, non solo elettorale. Non a caso, forse, nell’ultimo e più grande scandalo di spionaggio e ditorni esploso a Milano non si trovano nomi di grillini, o contiani, fra quelli presi di mira da quanti al telefono, finiti però intercettati pure loro, si erano proposti di “screditare tutta Italia”.

Beppe Grillo e Giuseppe Conte

I pentastellati, che dello sputtanamento generale   avevano fatto la loro ragione di vita politica coi “vaffanculo” gridati da Grillo nelle piazze e nei teatri contro tutti, di ogni colore, poi assunti come alleati nella loro stagione di governo, dalla Lega al Pd; i pentastellati, dicevo, alla fine a screditarsi ci hanno pensato, e hanno provveduto, da soli nella percezione generale.  

Grillo furioso butta le cinque stelle di Conte nella monnezza

Dal blog personale del comico genovese

Beppe Grillo, con “un buco nello stomaco” annunciato da casa sua, non ha retto alla liquidazione fatta da Giuseppe Conte dei rapporti con lui come una questione “marginale”, comprensiva del sostanziale licenziamento da consulente a 300 mila euro annui. E in un video diffuso dal blog personale lo ha accusato di avere fatto ormai “evaporare” il MoVimento 5 Stelle, Che “non c’è più”. Sopravvive solo nel nome dei gruppi parlamentari composti da deputati e da senatori formalmente eletti, in realtà scelti da Conte senza coinvolgere davvero gli iscritti, dei quali sarebbe stata compiuta in agosto anche una sostanziale epurazione verificandone arbitrariamente l’operatività per comporre in un certo modo l’assemblea costituente di novembre, caricata anche del compito di ridurre o persino eliminare il ruolo di garante del fondatore.

         Dalla “democrazia dal basso” che Grillo ritiene di avere introdotto e garantito, appunto, si è arrivati secondo lui ad una “bassa democrazia”, a misura e al servizio personale dell’ex presidente del Consiglio. Al quale il comico genovese, deridendone peraltro la collocazione tra i progressisti, cioè a sinistra,  è tornato a dare del “mago di Oz”, come in una precedente rottura ricomposta all’ultimo momento. Questa volta il rapporto si è rotto definitivamente, si vedrà se ricorrendo anche a qualche vertenza giudiziaria, pur se Grillo ha detto, mostrandosi rassegnato, che non intende “fare casini”, forse dissuaso, secondo indiscrezioni di stampa non smentite, da una lunga consulenza legale tanto sgradita da non essere stata retribuita.

         Sotto le 5 Stelle è accaduto e accade ormai di tutto: anche che il fondatore e ancora garante per statuto rivendichi “il diritto all’estinzione” di un movimento “compostabile” come certa monnezza.  E pensare che per una decina d’anni, da quando sfiorò nelle elezioni politiche del 2013 la vittoria, conseguita in quelle del 2018 sino a rivendicare e ottenere Palazzo Chigi, quello che ci eravamo abituati a chiamare “il movimento grillino” ha condizionato la politica, più di quanto forse non fosse riuscito a fare dopo il 1994 Silvio Berlusconi: “lo psiconano” secondo la definizione dello stesso Grillo. Eppure, anche se anche adesso cerca di attribuirne la responsabilità tutta a Conte, il comico prestatosi alla politica ha contribuito quanto meno al passaggio da un centrodestra a trazione berlusconiana, appunto, ad un centrodestra a trazione meloniana, cioè ad una coalizione di destra-centro della quale si fatica, a dir poco, a costruire un’alternativa.

Dal Corriere della Sera di ieri

         Lo stesso Conte -in un’intervista pubblicata eri dal Corriere della Sera, la medesima alla quale Grillo ha reagito sul suo blog- invitato a dire se il campo di questa alternativa debba definirsi “largo” o “giusto”, ha risposto. “Asteniamoci dal chiamarlo”. Testuale. Neppure di campo sembra quindi possibile parlare.

Ripreso da http://www.startmag.it

Da Spadolini a Giuli, storia di un Ministero esploso come una rana

Da Libero

Ci sono Ministeri nella storia della Repubblica italiana tornati a vivere, come quelli dell’Agricoltura e del Turismo, pur dopo essere stati aboliti dagli elettori nel 1993 con referendum a larga partecipazione e maggioranza. Ce ne sono altri, come quello dei Lavori Pubblici, finiti in dicasteri più vasti dopo ingloriose vicende giudiziarie che li avevano ridotti nell’immaginario collettivo, a torto o a ragione, a sentine di corruzione. E già prima di Tangentopoli, risalendo i guai del Ministero affacciato sulla statua del bersagliere di Porta Pia già alla costruzione dell’aeroporto di Fiumicino. Ce ne sono altri, come quello oggi chiamato della Cultura, nati da pur felici improvvisazioni, diciamo così, ma cresciuti peggio.

Dal Fatto Quotidiano di ieri

         Quello appena assurto alle cronache politiche e a tratti gossippare con l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e il suo successore Alessandro Giuli, cui Il Fatto Quotidiano, riferendone come già tentato dalle dimissioniha attribuito addirittura uno “sfogo” secondo il quale potrebbero essere trovate “tante impronte digitali” sul suo “cadavere”, nacque 50 anni fa, quasi di questi tempi, con un decreto legge voluto dal presidente del Consiglio Aldo Moro e dal suo vice Ugo La Malfa per sistemarvi al vertice Giovanni Spadolini. Che lo stesso La Malfa, su sollecitazione del comune amico Indro Montanelli, aveva candidato nelle liste del Partito Repubblicano al Senato  dopo l’esautoramento da direttore  del Corriere della Sera.

Giovanni Spadolini

         Quel decreto legge fu generosamente firmato al Quirinale da Giovanni Leone riconoscendo l’urgenza delle competenze da assegnare a un uomo di tanta cultura come Spadolini. Che però di suo si era accontentato di diventare ministro non della Cultura ma più semplicemente dei beni culturali da gestire con una certa competenza, comprensivi degli archivi disseminati fra molte amministrazioni pubbliche. Poi confluirono nei beni culturali, in una lunga serie di modifiche legislative, anche materie di natura turistica e sportiva che contribuirono ad aumentarne il portafogli, un po’ meno l’autorevolezza forse.

Dario Franceschini

L’idea di promuovere a Ministero della Cultura  un dicastero di gestione, ripeto, di beni culturali e affini non venne a Walter Veltroni nel primo governo di Romano Prodi nel 1996, come ho letto da qualche parte, ma nel 2021 a Dario Franceschini. Che, penalizzato dalla mancata nomina anche a vice presidente del Consiglio, fu politicamente risarcito, diciamo così, da Giuseppe Conte nella sua seconda edizione di presidente del Consiglio, a maggioranza non più gialloverde ma giallorossa, col verde della Lega sostituito dal rosso del Pd, in cui erano confluiti nel 2007 i resti del Pci e della sinistra democristiana. Col decreto legge numero 2 del 21 marzo 2021, varato da Draghi, il ministro dei beni culturali divenne, o fu promosso aulicamente ministro della Cultura. Ne guadagnò anche la sua vocazione a romanziere, peraltro di largo e meritato successo. E’ appena uscita la sua “Aqua e tera” recensita sull’Unità con particolare entusiasmo da Goffredo Bettini. 

Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli

         Fu insomma Franceschini a osare quello che non era saltato in mente nel 1974 a Spadolini, saggista e storico più che romanziere. E nasce, secondo me, da quell’eccesso di ambizione, inconsapevolmente più da regime che da democrazia, una certa deformazione sensitiva del Ministero già dei beni culturali che ha procurato i guai in cui sono incorsi prima Sangiuliano e poi Giuli procurando alla Meloni, forse non da soli, problemi che la premier francamente non meritava e non merita. Non foss’altro per le questioni di altro e più alto livello con le quali la presidente del Consiglio deve misurarsi in uno scenario internazionale da brividi.

La targa precedente del Ministero della Cultura

         Ho pensato nelle settimane di Sangiuliano alle prese con Maria Rosaria Boccia e nei giorni di Giuli col suo ormai ex capo di Gabinetto Francesco Spano, travolto da una “mostrificazione” lamentata dallo stesso Giuli, cosa sarebbe accaduto ai tempi di Spadolini e Veltroni, con i rispettivi presidenti del Consiglio. Ne sono rimasto con le mani fra i capelli, che conservo pressoché intatti, sia pure ingrigiti, alla mia età.  E mi chiedo se non sia il caso, pur paradossale, di fare tornare quel Ministero al nome di origine, come si fa con gli orologi quando si torna all’ora solare.

Giulio Andreotti

         A certi eccessi di ambizione, o presunzione, faceva forse bene la buonanima di Giulio Andreotti a preferire quella che lui ironicamente, rotolando qualcosa fra le dita e sollevando le sopracciglia, si attribuiva come “aurea mediocrità”.

Pubblicato su Libero

La sinistra in Liguria…minacciata anche dal ritorno all’ora solare

Da tutti i giornali

         Il ritorno all’ora solare, che scatterà nella prossima notte, mentre in Liguria si sarà appena concluso o starà per concludersi l‘allestimento dei seggi per l’elezione anticipata del presidente e del Consiglio regionale, contribuisce forse ad alimentare come un presagio la paura che si avverte nell’ex campo largo della sinistra, ristretto da Giuseppe Conte imponendo al Pd l’estromissione di Matteo Renzi. Una paura neppure tanto nascosta dietro l’aria di festa del comizio finale della campagna elettorale, con Elly Schlein e lo stesso Conte sullo stesso palco ma non una accanto all’altro, distanziati di due posizioni: l’una peraltro con una vistosa giacca più rossa che viola su camicetta bianca e l’altro scuro anche nell’abbigliamento.

Il comizio finale del centrodestra per il rinnovo anticipato del Consiglio regionale ligure

         La paura, a sinistra, è che a tornare indietro fra domani e lunedì non saranno solo le lancette dell’orologio degli elettori, ma anche gli umori di questi ultimi. Nel senso che, a dispetto delle elezioni anticipate praticamente imposte dai magistrati arrestando il governatore precedente Giovanni Toti e liberandolo solo dopo le sue dimissioni e la conseguente decadenza dell’amministrazione, i liguri potrebbero confermare il centrodestra eleggendo alla presidenza della regione l’attuale sindaco di Genova Marco Bucci. Che è stato convinto a candidarsi dalla premier in persona Giorgia Meloni, accorsa al comizio conclusivo con gli altri leader nazionali della coalizione.

La vignetta del Secolo XIX di Genova

         Indicativa della paura della sinistra di perdere la partita, o “la battaglia” secondo il titolo di Repubblica, è una vignetta sul Secolo XIX di Genova in cui Stefano Rolli scherza sull’augurio abituale della vittoria al “migliore”. “Piano con i titoli”, dice l’interlocutore che teme evidentemente la vittoria del peggiore, dal suo punto di vista, pensando a Bucci piuttosto che all’ex ministro Andrea Orlando.

         Consapevole probabilmente delle difficoltà locali create da Conte col veto posto ai renziani, che potrebbero risultare decisivi per la vittoria di Bucci, già sostenuto da loro come sindaco di Genova, la Schlein ha caricato molto di politica nazionale la sua campagna elettorale, attaccando il governo Meloni come fa appunto Renzi nella sua ultima, anzi penultima edizione. Ma i sondaggi dimostrano che le polemiche contro il governo lasciano sostanzialmente invariati umori e rapporti potenziali di forza.

         Nelle valutazioni medie dei sondaggi effettuati dai principali istituti appena pubblicate da Repubblica il partito della Meloni a livello nazionale ha perso in 15 giorni uno 0,3 per cento di voti compensato nel centrodestra da uno 0,5 per cento in più della Lega e da uno 0,2 per cento in più di Forza Italia. Il Pd della Schlein ha realizzato uno 0,2 per cento in più che non cambia nulla nel confronto fra gli schieramenti considerati nel loro complesso, essendosi verificata una flessione della sinistra radicale rossoverde.  

La crisi dell’Onu in quell’inchino di Guterres a Putin nel terzo anno di guerra in Ucraina

Dal Dubbio

Come per i nomi, alcuni dei quali sono presagi per chi li porta, così per le foto ce ne sono di particolarmente significative, direi emblematiche, delle persone riprese e delle condizioni felici o infelici in cui esse si trovano. E’ il caso di quella che ha ripreso il segretario generale delle Nazioni Unite, il portoghese Antonio Guterres, in riguardosissimo saluto col presidente della Russia Vladimir Putin. Che pure da più di due anni e mezzo è in guerra da lui stesso mossa all’Ucraina chiamandola peraltro “operazione speciale”, come se si fosse trattato di un intervento di polizia per ristabilire l’ordine in un territorio non autonomo o sovrano, ma ribelle, sfuggito all’ordine e alla disciplina della Madrepatria Russia.

La guerra in Ucraina

       Prima ancora che riesplodesse il Medio Oriente col pogrom antiebraico del 7 ottobre 2023, la durissima reazione di Israele e tutto il resto, l’aggressione russa all’Ucraina era apparsa nel 2022 anche il segno della crisi dell’Onu, fondato alla fine della seconda guerra mondiale per garantire pace e sicurezza dappertutto.  

Una postazione Onu in Libano

Putin agisce in Ucraina per nulla intimidito dall’Onu, dove col suo diritto di veto la Russia è del resto in grado di bloccare ogni serio intervento per proteggere l’Ucraina. Ciò ha  contribuito a fare scambiare dal premier israeliano Beniamjn Netanyau per avamposti del suo esercito anche i presidi delle Nazioni Unite in territorio libanese, disinvoltamente invitati, si far per dire,  a spostarsi per non intralciare le operazioni militari ebraiche. Un invito peraltro preceduto da un discorso dello stesso Netanyau all’0nu liquidatorio di quell’organizzazione e del suo segretario generale, dichiarato “persona non gradita”.

          Fra le priorità drammatiche avvertite a livello internazionale, con  guerre sempre meno in “pillole” di quanto non le avesse ottimisticamente avvertite il Papa negli anni scorsi, forse la più grave è diventata proprio l’impotenza assoluta delle pur costosissime Nazioni Unite.   

Pubblicato su Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Chi sale e chi scende dal tram giudiziario di Edmondo Bruti Liberati

Da Repubblica

         Pur sorpassato sulle prime pagine dei giornali dal licenziamento di Beppe Grillo come consulente    , per ora, in attesa di esserlo anche come garante delle 5 Stelle ormai di Giuseppe Conte, non merita di essere ignorato il tema dello scontro fra governo e magistrati, o viceversa. Su cui, a 80 anni compiuti il 10 ottobre scorso, in pensione da 9 dopo avere fatto il capo della Procura della Repubblica di Milano, e prima ancora il presidente di “Magistratura democratica”, la corrente più a sinistra delle toghe, nonchè il presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, ha voluto intervenuto ieri sulla Stampa Edmondo Bruti Liberati. Che ha rivendicato il diritto delle toghe di “disturbare” il governo, come una volta non si poteva fare col “manovratore” di un tram.

Dalla Stampa di ieri

          Bruti Liberati non ha dubbi che le competenze nella gestione dell’immigrazione irregolare non appartengano tutte al governo che le rivendica, almeno nella individuazione dei paesi sicuri dove potere almeno tentare di rimandare chi è sbarcato in Italia da clandestino.  E, in polemica con quanti, fra i quali un altro ex magistrato che ora è ministro della Giustizia, Carlo Nordio, richiamano le toghe a riflettere sulla popolarità che esse hanno perduto da quando hanno preso a disturbare il manovratore politico, Bruti Liberati ha opposto un sondaggio effettuato nello scorso mese di settembre dall’Istituto Eumetra. Da cui risulta che davvero il 54 per cento del pubblico critica la magistratura, contro il 42 per cento che continua a riservarle fiducia. Ma è “una minoranza -ha avvertito Bruti Liberati, come per rivendicare il diritto degli ex colleghi di irrigidirsi- molto consistente, tanto più se si raffrontata al livello di fiducia espresso sui partiti (19%) e sul Parlamento (32%)”.

Parole di Edmondo Bruti Liberati

         Questo paragone -ha aggiunto il super ex, per quanto non emerito come si può dare ad altri pensionati- “ non consola, anzi preoccupa per lo scarso livello di fiducia verso altre istituzioni fondamentali della democrazia”. La quale però è scesa a questi livelli, appunto, con i partiti e persino il Parlamento dove essi sono rappresentati, per la sensazione avvertita forse dalla maggioranza dell’opinione pubblica -il già ricordato 54 per cento- che siamo ormai in una Repubblica giudiziaria. Dove partiti e Camere hanno da almeno una trentina d’anni a questa parte rinunciato alle loro prerogative rendendo i magistrati “una casta di intoccabili”, come ha scritto e titolato proprio oggi sulla Stampa il buon Mattia Feltri occupandosene.  O salendo su un tram giudiziario dove il manovratore non può essere e neppure sentirsi disturbato.

La Meloni “riconciliata” con Mattarella e con Marina Berlusconi….

La premier Giorgia Meloni è entrata nel suo terzo anno di governo prendendosi una documentata rivincita, con foto e pubbliche dichiarazioni, su quanti l’hanno rappresentata sino a ieri mattina sui giornali di tendenza oppositoria come una leader disperata, alle corde: assediata da Sergio Mattarella, preoccupato al Quirinale della polemica con i magistrati, e da una Marina Berlusconi tentata, in concorrenza col fratello Pier Silvio, di entrare in politica e di sfasciarle il centrodestra, o contenderle  in prospettiva la guida.

La riunione del Consiglio Supremo di Difesa

         Con Mattarella la premier si è incontrata proprio ieri per partecipare alla riunione del Consiglio Supremo di Difesa indetta e presieduta dal capo dello Stato. Fotografi e telecamere hanno potuto riprendere e testimoniare la cordialità dei rapporti fra i due. Mattarella peraltro aveva appena firmato la manovra finanziaria, e non solo il decreto legge col quale la Meloni ha deciso quanto meno di fronteggiare le ultime invasioni di campo – lamentate dal ministro della Giustizia e non solo dalla presidente del Consiglio- dei giudici in materia di gestione dell’immigrazione clandestina. Un decreto legge comprensivo anche di quella possibilità di ricorrere alla Corte d’Appello contro decreti, ordinanze e quant’altro dei giudici su cui i retroscenisti avevano riferito di un    forte dissenso appunto del Capo dello Stato.

         In comune Mattarella e la Meloni avevano già avuto prima della riunione del Consiglio Supremo di Difesa anche una forte reazione polemica alla deriva razzista attribuita alla polizia italiana, e alla stessa Italia, dal Consiglio d’Europa. Che da tempo gode, nella valutazione del suo ruolo e della sua pretesa importanza, della confusione che se ne fa con l’Unione Europea e il relativo Consiglio. Una confusione che a questo punto dovrebbe consigliare l’uscita dell’Italia dall’organizzazione arbitrariamente scambiata per l’altra che dispone anche di un Parlamento eletto.

Marina Berlusconi alla Galleria Alberto Sordi

         Mentre al Quirinale si è dissolta la rappresentazione dei due presidenti in tensione fra loro, Marina Berlusconi ha colto nella Galleria Alberto Sordi di Roma, dirimpettaia di Palazzo Chigi, l’occasione offertale dall’inaugurazione di un emporio della Mondadori per smentire tentazioni politiche, apprezzare l’azione del governo e unirsi alle critiche della Meloni ai magistrati, che ormai la definiscono anche nelle loro corrispondenze telematiche “un pericolo” più grande del compianto Silvio Berlusconi. Magistrati “nemici del Paese”, e non solo dei governi del padre prima e della Meloni poi, ha detto Marina.

Dal Fatto Quotidiano

         “B. di padre in figlia. Marina anti-giudici”, ha titolato Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio stampando in rosso quei “nemici del Paese” dati dalla primogenita di Berlusconi ai magistrati e mettendo la premier al suo rimorchio. “Pure Meloni li attacca”, si legge sempre nel titolo del Fatto.

Quel Bettini “moderato” che nel Pd fa rima con Franceschini

Dal Dubbio

La recensione del romanzo fresco di stampa dell’ex ministro Dario Franceschini “Aqua e tera” ha fornito a Goffredo Bettini, sull’Unità di Piero Sansonetti, l’occasione di mandare qualche messaggio in bottiglia, diciamo così, al Pd e dintorni alla vigilia di elezioni regionali -fra Liguria, già domenica prossima, e Umbria ed Emilia-Romagna fra meno di un mese-da cui potrebbero derivare sorprese alla segretaria del Nazareno Elly Schlein. Che ha subìto il veto posto da Giuseppe Conte, compreso o condiviso tuttavia anche da Bettini, contro la partecipazione di Matteo Renzi a un comune campo dell’alternativa al centrodestra, e potrebbe risentire degli effetti.

Dario Franceschini

         La storia raccontata da Franceschini dell’amore fra due donne nella sua terra ferrarese durante la prima metà del secolo scorso  ha commosso giustamente Bettini ravvivando un’amicizia e una sintonia politica con l’autore sino all’entusiasmo. “Da collega stimabile -ha scritto di lui- negli ultimi anni gli sono diventato amico. E ho più volte intuito che dietro e oltre le convinzioni politiche c’erano in lui comandamenti interiori. Il valore della democrazia, un cristianesimo solidale, un’assenza di pensieri irremovibili o di odio, un realismo niente affatto cinico ma comprensivo delle debolezze umane, una pazienza per le cose del mondo che richiama dimensioni più importanti degli errori e dei difetti degli altri. Tutto questo presuppone un serbatoio nascosto di passioni, pensieri, sentimenti e di una fede vissuti in silenzio, dietro le quinte dei palcoscenici. E, tuttavia, essenziali per rendere migliore la parte “febbrile” del fare, per dirla con Pietro Ingrao”.

         Parole del genere Giuseppe Conte, pur promosso nel 2020 da Bettini al “punto di riferimento più alto dei progressisti”, credo che non riuscirà mai ad ottenerle, anche al centesimo romanzo che dovesse scrivere. Eppure penso che Bettini abbia pensato anche al radicalismo di certe posizioni di Conte quando ha scritto, sempre a proposito della storia dell’amore fra le due donne del Ferrarese, i danni procuratisi dalla sinistra negli anni Venti del 1900 chiudendo gli occhi davanti ai problemi maggiormente avvertiti dalla società, come quelli della sicurezza, lasciandoli solo all’attenzione e alla cura della destra. Come oggi quelli, sempre della sicurezza, legati all’immigrazione clandestina.         

Goffredo Bettini sull’Unità

Senza “misura e pietà” nella pratica dell’opposizione “il risultato può essere spaventare, senza vincere”, ha scritto Bettini ricordando anche quanto Luigi Fabbri scrisse di quegli anni 20 del secolo scorso: “In Italia si è avuta la contro-rivoluzione senza rivoluzione, una vera e propria contro-rivoluzione preventiva”. Ho scritto della pratica dell’opposizione: anche di quella giudiziaria, direi, che certi magistrati esercitano con le loro sentenze e le loro polemiche forse senza neppure accorgersene. Così, per istinto, per cultura, per fraintendimento del loro ruolo e dei rapporti con la politica.

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