Clamoroso caso di abuso d’Europa contro l’Italia da parte dell’omonimo Consiglio

La sede del Consiglio d’Europa, a Strasburgo

         La deriva razzista attribuita dal Consiglio d’Europa alla polizia italiana, e in fondo alla stessa Italia, è un clamoroso caso di abuso d’Europa. Che è sato compiuto da un organismo internazionale che con questa iniziativa offensiva, che ha accomunato in una reazione di sdegno i presidenti della Repubblica e del Consiglio, non purtroppo le opposizioni, o non tutte, non è più soltanto da “non confondere”, come avvertono i siti informativi, con l’Unione Europea e i suoi derivati, dal Consiglio alla Commissione e al Parlamento continentale. Ma da considerare contrapposto, incompatibile e quant’altro con l’Unione.      

Dalla Stampa

Non si capisce francamente, dopo quello che è successo, come e perché mai l’Italia, peraltro tra i dieci paesi fondatori dei 49 che lo compongono, possa o debba continuare a fare parte di questo organismo. E contribuire al suo bilancio, cioè al suo costo, calcolato per quest’anno in 624 milioni di euro.

Giorgia Meloni in una foto sull’Unità

         Se sono stati uno spreco, come sostengono all’unisono le opposizioni, sino a sollecitare la Corte dei Conti ad occuparsene per punire i responsabili, i 700 milioni e più di euro spesi o stanziati dal governo Meloni per allestire in Albania i centri italiani d’immigrazione subito svuotati da una giudice del tribunale di Roma con una decisione appena impugnata dal Ministero dell’Interno, mi chiedo come si possano considerare e definire i contributi che da 75 anni l’Italia versa, con i governi di ogni colore politico che si sono succeduti, al Consiglio d’Europa. Del quale sono stati presi troppo sul serio evidentemente i propositi dichiarati di “promuovere la democrazia, i diritti umani, l’identità culturale europea e la ricerca di soluzione ai problemi sociali” delle comunità partecipi, come si legge nei documenti ufficiali.

         Questo ormai, pur così tanto pomposamente chiamato, e facilmente confuso con l’Unione, è diventato ormai solo un ramo secco d’Europa. Nulla di più, ma forse anche di meno. Pure versare altro inchiostro su questo caso, come si sarebbe detto in altri tempi, sarebbe uno spreco.

Ripreso da http://www.startmag.it

Nomen omen, ma non per Santalucia, il presidente dell’associazione dei magistrati

Da Libero

Eppure, anche quando gli sento dire in televisione o ne leggo sui giornali cose che non condivido, come quell’aggettivo “progressista”       , con tutta la valenza politica ch’esso ha assunto, applicato alla Costituzione parlandone di recente con Mario Sechi, non riesco a perdere una certa simpatia per Giuseppe Santalucia. Che è il presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, cioè del sindacato delle toghe: la più pugnace ormai fra tutte le associazioni sindacali. Più ancora della Cgil di Maurizio Landini, con tutto il rosso delle sue bandiere.

         Santalucia mi è e mi rimane simpatico per quell’aria mite, educata e quant’altro che continua a mostrare anche quando esprime e teorizza concetti assai aspri nella loro sostanza. Per quella sobrietà fisica, diciamo così, che lo mette al riparo dall’ironia di qualcuno emulo a destra del Marco Travaglio che scrive del ministro della Giustizia come di “Mezzolitro Nordio”. Per quella somiglianza, anch’essa fisica, col mio amico editore, catanese pure lui, Mario Ciancio Sanfilippo. Il quale con i suoi 92 anni potrebbe essere scambiato per il padre del presidente dell’associazione dei magistrati, che di anni ne ha compiuti solo 60, dei quali 35 trascorsi nella carriera giudiziaria.

La firma di Giuseppe Santalucia

         Ma soprattutto Giuseppe Santalucia mi è simpatico per quel cognome che porta, della protettrice degli occhi. E per l’ impossibilità che ha, per quanto sforzi volesse compiere, e forse già compie da tempo dietro le quinte delle sue dichiarazioni di difesa ad oltranza dei magistrati, di fare recuperare la vista a quanti ne mancano, o ne difettano. Come nel caso di quella toga che ha appena indicato nella premier Giorgia Meloni un “pericolo” da contrastare, scrivendone in una mail intercettata, diciamo così, da una premier comprensibilmente sgomenta e finita sui giornali. O almeno in quelli che non hanno voluto imbavagliarsi nella loro azione di sistematica copertura dei magistrati, anche quando costoro la fanno così grossa da non poterla coprire, come diceva la buonanima di Amintore Fanfani di certi amici democristiani che incorrevano nella sua attenzione critica.

Il libro di Francesco Misiani

         Ai giornali dell’autobavaglio non piace neppure l’immagine delle “toghe rosse”, se non specificatamente “comuniste”, come preferisce dire Matteo Salvini. Ma “toga rossa” se la diede impietosamente e meritoriamente da solo in un libro di tanti anni fa Francesco Misiani, tra i fondatori di “Magistratura democratica”, come ancora si chiama la corrente più a sinistra delle toghe. Un libro scritto a quattro mani con Carlo Bonini, che ancora si occupa di cronaca e materia giudiziaria. E continuerà a occuparsene a lungo, avendo solo 57 anni che gli auguro sinceramente di raddoppiare, quanto meno.

         Ecco, questa di non scorgere e capire la propria storia culturale, oltre che professionale, fa parte di quella mancanza o di quel difetto di vista che lamentavo nei magistrati. E che temo -ripeto- non riuscirà a curare e guarire neppure Santalucia, anche con quel benedetto cognome che porta. Una mancanza o un difetto di vista che contribuisce a fare sopravvivere in tante toghe una concezione tolemaica del loro ruolo nelle istituzioni, che dovrebbero girare attorno alla magistratura come una volta si pensava che tutto l’universo ruotasse attorno alla terra, e non al sole, come poi fu scoperto e ammesso.

         Il sole nel nostro caso non è il governo, della Meloni o di chiunque altro, come pensano certi magistrati dalle parole e dai comportamenti oppositori, ma la Costituzione. Che non è ”progressista”, per tornare al pur simpatico presidente del sindacato delle toghe, ma semplicemente repubblicana. E, se proprio le si vuole dare anche un altro aggettivo, “parlamentare”.  “La sovranità” -dice nel suo primo articolo la Costituzione- spetta al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” stessa della Repubblica, appunto, parlamentare. Di un Parlamento eletto dai cittadini che hanno “tutti” il diritto, riconosciuto dall’articolo 49, di “associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ripeto: la politica. Che per questo ha una priorità, e preminenza, o prevalenza disattesa da una trentina d’anni di pratica esondativa della magistratura, ora anche in materia di migranti e contorni.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 27 ottobre

Il decreto legge sui paesi sicuri per il rimpatrio dei migranti clandestini è fatto

         Pur nella loro parzialità intesa come partigianeria, titoli e foto dei giornali, grandi o piccoli che siano, aiutano oggi a capire che cosa sia accaduto ieri a Palazzo Chigi e dintorni, a qualche ora dal secondo compleanno del governo in carica.  

Giorgia Meloni sul Fatto Quotidiano

         Una Giorgia Meloni particolarmente ingrugnita sulla copertina del Fatto Quotidiano col decreto legge in cui ha voluto elencare 19 Stati da considerare sicuri abbastanza per potere cercare di rimandarvi i migranti che li hanno lasciati per venire in Italia da clandestini, avrebbe “mandato a quel paese” i magistrati, secondo il manifesto ancora dichiaratamente e orgogliosamente comunista. 

Dal Riformista

O almeno i magistrati che si considerano “controparte del governo”, come ha titolato il Riformista riferendosi a quelli che, tra decisione adottata e consensi ricevuti nei loro ambienti e dintorni, avevano appena disconosciuto un decreto interministeriale in cui venivano considerati sicuri l’Egitto e il Bangladesh, da dove provenivano i 12 migranti fatti sbarcare dall’Italia in centri appositamente allestiti in Albania per il primo disbrigo delle loro pratiche, in vista anche di un loro rimpatrio obbligato.

Da Repubblica

Col decreto legge appena varato, pur “dimezzato” secondo La Stampa per “i paletti”, secondo Repubblica, imposti dal presidente della Repubblica, i magistrati dissenzienti per loro convinzioni personali, o per l’interpretazione di sentenze di livello europeo, potranno al massimo ricorrere alla Corte Costituzionale.

La sede della Corte Costituzionale

Quest’ultima, nota anche come Consulta per la sede ereditata da una omonima formazione  d’età monarchica, è incaricata dall’articolo 104 della Costituzione repubblicana di giudicare “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni; sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni; sulle accuse promosse contro il presidente della Repubblica, a norma della Costituzione”.

Dal Fatto Quotidiano

A dispetto di queste competenze così rigorosamente elencate nella Costituzione, ricorrere alla Corte in caso di contrasto fra il contenuto di una legge e la opinione o la lettura che ne fa un magistrato significa per Il Fatto Quotidiano “buttare la palla alla Consulta”. Cioè perdere tempo.

Sempre dal Fatto Quotidiano

Ma ciò che ancora di più inquieta Il Fatto Quotidiano, e l’area politica che maggiormente vi si riconosce, quella dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, è l’apertura fatta in una intervista dal presidente del Senato Ignazio La Russa, notoriamente seconda carica dello Stato, all’ipotesi di una riforma del titolo quarto della Costituzione, riguardante la magistratura. E ciò per meglio definire i parametri delle competenze delle toghe e dei rapporti con gli altri poteri dello Stato. Dietro l’angolo di La Russa un editoriale  del Fatto Quotidiano titolato “Diritto melonico” ha immaginato e proposto questo “articolo 10: Viva Silvio, viva la gnocca”. Ridete pure, se volete.

Ripreso da http://www.startmag.it

Le toghe spiazzate da un altolà di Mattarella che investe anche loro

Dal Fatto Quotidiano di ieri

Il Mattarella evocato ieri dal Fatto Quotidiano come un fantasma incombente sul governo, in procinto di intervenire con un decreto legge per rendere più chiara e vincolante la propria competenza nella individuazione dei paesi sicuri verso cui potere disporre il rimpatrio dei migranti clandestini,  si è materializzato. Ma non nel senso, nella direzione unilaterale a favore dei magistrati che rivendicano la loro competenza in materia interpretando norme e sentenze di livello anche europeo.

Dalla Repubblica di oggi

         Se vogliamo considerare “altolà, come ha fatto Repubblica, quello appena  lanciato dal presidente della Repubblica, ospite del festival delle regioni e delle province a Bari, esso è stato rivolto a entrambe le parti entrate in conflitto: al governo ma anche alla magistratura, partecipi entrambi di istituzioni tenute a collaborare, non a scontrarsi. Tenute a non limitarsi “a visioni di parte”, come ha detto Mattarella, scommettendo su norme, procedure e quant’altro di controversa interpretazione. E perfettibili, aggiungo a proposito dell’intervento legislativo che sta per arrivare dal Consiglio dei Ministri usando le procedure d’urgenza previste dalla Costituzione, per renderle più chiare.  

“In altre parole” ieri sera sulla 7

         Che la magistratura non possa considerarsi estranea al monito del Capo dello Stato lo ha detto, o ammesso, l’insospettabile presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky parlando a distanza dal suo studio privato a Massimo Gramellini e a Corrado Augias seduti nello studio televisivo della trasmissione “in altre parole” de la 7. Che, sia pure tra sorrisi e ringraziamenti convenevoli, debbono essere rimasti alquanto delusi, aspettandosi una lettura di Zagrebelsky delle parole, appunto, di Mattarella solo in chiave polemica, e di avvertimento, per il governo. E per la premier Meloni, in particolare, che aveva appena polemicamente diffuso peraltro attacchi politici rivoltele per chat da un magistrato chiaramente di parte.

Dal discorso del Presidente della Repubblica a Bari

         Forse, anzi di certo, la posizione della Meloni, decisa a difendere le prerogative del governo e, più in generale, della politica che legifera in Parlamento, non è aiutata dai toni comizial del vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini, che liquida per esempio come “porci e cani” i migranti clandestini soccorsi in mare o comunque approdati sulle coste italiane, e ora sottoponibili in appositi centri allestiti in Albania alle procedure preliminari per la definizione delle loro pratiche. Ma che la premier abbia posto un serio problema sul tavolo istituzionale non c’è dubbio. Ed è un problema che investe, in via più immediata per le sue competenze in ordine all’emanazione di un provvedimento d’urgenza come un decreto legge, anche il capo dello Stato espostosi col suo intervento a Bari. Non so francamente se proponendosi anche come mediatore, e non solo come risolutore.   

Il paradosso dell’allarme per l’immigrazione clandestina alimentato dai magistrati

Da Libero

Involontariamente -almeno così spero- il direttore della Stampa Andrea Malaguti ha liquidato come “una fesseria” quella che gli italiani avrebbero commesso facendo salire il problema della immigrazione clandestina dal ventesimo posto, in cui era sceso nei mesi scorsi, al quinto delle priorità avvertite in un sondaggio effettuato a caldo da Alessandra Ghisleri. A caldo, dopo la decisione della giudice Sara Albano, del tribunale di Roma, di liberare -mandandoli in Italia- i dodici migranti clandestini, provenienti dall’Egitto e dal Bangladesh e trasportati in Albania per il primo disbrigo delle loro pratiche.

Lo sbarco dei migranti in Albania vanificato dall’intervento giudiziario

         Da quella decisione, peraltro prevista per le posizioni attribuite in materia alla stessa giudice prima di occuparsene con un decreto giudiziario, sono nate polemiche furiose e uno scontro diretto fra il governo e i magistrati. Ai quali è destinato un decreto legge imminente che dovrebbe impedire loro la discrezionalità che si è presa la giudice Albano, e che rivendica l’associazione dei magistrati, di considerare sicuri o non scuri, difformemente anche dalla classificazione contenuta in un decreto interministeriale, i paesi dai quali provengono i clandestini e dove costoro potrebbero essere rimpatriati o no.

Dall’editoriale della Stampa di ieri

         “Una fesseria”, ripeto, viene definita o avvertita dal direttore della Stampa la priorità avvertita dai sondaggiati. Come una fesseria è considerata evidentemente anche la preferenza data due anni fa, proprio di questi tempi, dagli elettori conferendo la maggioranza dei seggi nel Parlamento rinnovato in anticipo al centrodestra. Che aveva messo fra le priorità appunto del suo programma il contrasto all’immigrazione illegale, agendo poi in modo da far credere all’elettorato in via di superamento le preoccupazioni.  Tanto da fare scendere la questione al ventesimo posto, appunto, delle priorità avvertite nei penultimi sondaggi.

Il direttore della Stampa Andrea Malaguti

         Quello che il direttore della Stampa mostra di non avere capito -o se lo ha capito, ha cercato di nasconderlo insultando di fatto, ripeto, i sondaggiati- è che ad allarmare nuovamente gli italiani è stata la decisione della giudice Albano, prima ancora della protesta del governo. Che può quindi ben sentirsi incoraggiato ora a reagire alla decisione giudiziaria rivendicando le sue prerogative nei modi consentiti dalla legge e dalla democazia.

La sondaggista Alessandra Ghisleri

         I magistrati, certo, non si sentono vincolati a conoscere e a soddisfare le urgenze avvertite dall’opinione pubblica, chiusi come sono nelle loro torri d’avorio dei tribunali, tagliando, cucendo e interpretando pezzi di norme e di sentenze di livello europeo. Ma un governo a queste urgenze deve sentirsi vincolato. Ed è qui tutto il senso dello scontro che si è riaperto, ammesso che si fosse mai chiuso, fra politica e giustizia. O fra governo e toghe. Che la Costituzione per fortuna esonera, ripeto, dal compito di governare, lasciato alla competenza, cioè al dovere, oltre che al diritto, di chi vi viene designato in libere elezioni in un altrettanto libero Paese.  Un Paese libero e sicuro, anche nella discrezionalità di giudizio rivendicata dai magistrati. 

La premier Giorgia Meloni

In Italia, si sa, la voglia di votare diminuisce continuamente.  E cresce invece la tentazione di disertare le urne. Dalle quali i cittadini vengono allontanati anche per l’impressione che essi avvertono che a governare siano destinati non i politici preposti elettoralmente ma altri. Che vengono generalmente chiamati “poteri forti”, fra i quali ci sono, volenti o nolenti, consapevoli o no, i magistrati e quanti li sostengono a prescindere, o quasi, da postazioni mediatiche e persino istituzionali. Che scambiano il carattere “autonomo e indipendente” dell’ordine giudiziario “da ogni altro potere”, come dice l’articolo 104 della Costituzione per una sovranità nella sovranità dello Stato: E inorridiscono a sentire la presidente del Consiglio appellarsi praticamente anche ai magistrati non per sostenere -come si è detto e scritto disinvoltamente- il programma del suo governo, ma per servire “la Nazione”, come lei preferisce definire quello che per altri è e deve rimanere solo un paese sfortunato.

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I rinforzi suicidi alla magistratura nello scontro col governo sui migranti

La vignetta di Repubblica

         Dalla decisione “pregiudiziale” della premier Giorgia Meloni alla decisione “abnorme” del ministro della Giustizia, ed ex magistrato Carlo Nordio, convinto che la giudice del tribunale di Roma Silvia Albano abbia “esondato” sgomberando di fatto i centri italiani realizzati in Albania. Cioè disponendo la partenza dei dodici migranti clandestini rimasti, dei sedici trasportati, per il primo disbrigo delle loro pratiche. Migranti clandestini che Ellekappa su Repubblica ha immaginato sostituiti dai magistrati invisi al governo e speduti per punizione sull’altra costa dell’Adriatico. Una vignetta si sa equivale ad un editoriale, più efficace e diretto.

Achille Occhetto ieri sera alla 7

         Se Ellekappa, pseudonimo di Laura Pellegrini, ha immaginato il governo deciso a tirare tanto dritto da mandare -ripeto- in Albania i magistrati, mancando i migranti liberati dalla giudice di Roma, il vecchio Achille Occhetto è corso in televisione da Massimo Gramellini, sulla 7, per fremere d’indignazione contro l’assalto che il governo starebbe facendo alla Costituzione, alla libertà, alla Repubblica. Altro che la vecchia e fallita “gioiosa macchina da guerra” allestita dall’allora segretario del Pds-ex Pci nel 1994 contro Silvio Berlusconi, arrivato lo stesso a Palazzo Chigi. E tornatovi poi due volte. A Occhetto mancava ieri sera, nel salotto televisivo di Granellini, solo un fucile a tracolla per salire poi in montagna, pur ai suoi 88 anni compiuti. E, debbo dire,  ben portati se consideriamo gli insuccessi inanellati nella sua carriera politica, tanto da essere rimosso a suo tempo dalla guida del partito da Massimo D’Alema.

Massimo Gramellini

         Soddisfatto, compiaciuto e quant’altro della spinta combattiva del suo ospite, Gramellini è poi rimasto senza parole, sgomento, quando due giornalisti arrivati in trasmissione -Alessandra Sardone e Beppe Severgnini- si sono permessi di rilevare il rischio che corrono le opposizioni di fare autorete con i loro rinforzi ai magistrati, lasciando tutto intero al centrodestra, senza più concorrenza tra i fratelli d’Italia della Meloni e i leghisti di Matteo Salvini, la linea del contenimento della immigrazione clandestina. La Meloni guadagnerà altri voti da questa faccenda, ha avvertito in particolare Severgnini, con l’esperienza che gli ha imbiancato tutti i capelli. E pensare che proprio ieri sul Fatto Quotidiano il mio amico Giovanni Valentini si chiedeva, incredulo, come e perché i sondaggi continuassero a premiare la Meloni nonostante i risultati per lui deludenti, a dir poco, del suo governo in ormai due anni di vita.

Dal Fatto Quotidiano

         Ma più ancora della incredulità di Valentini colpiva ieri sul Fatto un Marco Travaglio sempre più disinibito. Che ha reagito alle critiche del ministro della Giustizia alla giudice di Roma tornando a dargli del “Mezzolitro Nordio”, cioè dell’ubriaco. Lui pensa, Travaglio, di essere spiritoso. Non si rende conto di contribuire come pochi al fenomeno spiegato da Severgnini a Valentini. I cui cognomi fanno anche rima.

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La solita opposizione giudiziaria al solito governo non di sinistra

Da Libero

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano con le sue antenne di magistrato di lungo corso, di politico di opposizione e di governo, ora ben addentro anche ai servizi segreti già sfiorati quando fu sottosegretario al Ministero dell’Interno in due governi di  Silvio Berlusconi, non è stato certamente colto di sorpresa dal decreto giudiziario col quale la giudice Silvia Albano ha svuotato i centri appena appena aperti in Albania e disposto il trasferimento in Italia dei dodici ospiti rimastivi per poco, dei sedici complessivamente sbarcati. E di conseguenza, per quanto irritata, furente e com’altro l’hanno definita i giornali, neppure la premier Giorgia Meloni è caduta dalle nuvole fra il Libano e la Giordania dove è stata raggiunta dalla notizia di quello che La Stampa ha definito “naufragio Albania”.

Alfredo Mantovano

         Già una settimana fa, il 12 ottobre, quando ancora le strutture italiane in Albania erano un cantiere, sia pure arrivato alle rifiniture, Mantovano diceva al Foglio, a proposito della “impressione” ricavata alle prese con una “magistratura ideologizzata” in rotta di collisione col governo: “Non è tanto un’impressione, è una constatazione. Quando, per esempio, nella disciplina dei migranti un giudice dice e scrive nei provvedimenti che deve essere il giudice l’arbitro della decisione dei paesi cosiddetti sicuri, cioè dei paesi verso i quali può avvenire il rimpatrio dei migranti pervenuti illegalmente, mi pare che sia un’entrata a piedi uniti in un’area che non è la propria, perché la determinazione dei paesi sicuri viene fuori da un procedimento abbastanza complesso che spetta al governo. E’ un esempio fra i tanti. Ce ne potrebbero essere altri”.

Vignetta del Secolo XIX

         E’ esattamente ciò che è avvenuto col decreto giudiziario della giudice di Roma che temo finirà per essere chiamata ironicamente ma non troppo quella dell’incredulo, sprezzante “sicuro d’Egitto”, avendo trovato quel paese non abbastanza sicuro, appunto, per potervi rimandare gli egiziani, fra quei dodici, finiti in Albania per il disbrigo delle loro pratiche di migranti clandestini.

         Chissà se il nuovo, l’ennesimo conflitto esploso fra la giustizia e la politica -entrambe, per cortesia, con la minuscola, come poi vi spiegherò- servirà a dipanare una matassa aggrovigliatasi una trentina d’anni fa, quando la prima prevalse bruscamente sulla seconda nell’onda di “Mani pulite”. E delle piazze che applaudivano la ghigliottina allestita per decapitare la cosiddetta prima Repubblica.

Vignetta di ItaliaOggi

         Francamente ne dubito, anche se il Consiglio dei Ministri già annunciato dalla premier provvederà a rendere più stringente la competenza del governo nella individuazione dei paesi sicuri per il rimpatrio. E ad aprire le porte dei ricorsi contro le decisioni giudiziarie, come ha spiegato Mario Sechi l’altra sera a Otto e mezzo di Lilli Gruber, anche alla Corte Costituzionale per conflitto di competenza, e non solo ai gradi superiori della giurisdizione ordinaria.

         Ne dubito perché temo che la politica, ridotta al minuscolo cui ho accennato prima in un inciso,  non sarà mai unita nella difesa delle sue prerogative, cioè del ruolo primario assegnatole da costituenti di pur opposta opinione, ideologia e altro ancora come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti,  e via scendendo di statura.

Gianfranco Fini

         La magistratura debordante, invasiva, “ideologizzata” per ripetere l’aggettivo usato dal Foglio intervistando Alfredo Mantovano, continuerà chissà per quanto tempo ancora a trovare nell’opposizione di turno una sponda quando entra in collisione col governo. La giudice di Roma che ha appena liberato i dodici migranti finiti nella struttura italiana in Albania è già stata issata metaforicamente sull’altare dalle opposizioni al governo Meloni. Negli anni di Berlusconi a Palazzo Chigi ci fu addirittura una parte della sua maggioranza, quella facente capo all’allora presidente della Camera Gianfranco Fini, che praticamente fece da scudo ai magistrati mobilitati contro il presidente del Consiglio.

         Per la lunga pratica esondativa che le è stata permessa, scomodando spesso a torto la Costituzione, e con i presidenti della Repubblica abitualmente corsi ai congressi dell’associazione delle toghe, che è semplicemente un sindacato, non un’istituzione, una certa magistratura autoesoneratasi dall’obbligo della imparzialità o neutralità politica è diventata praticamente la protagonista della scena giudiziaria.

         Forse più che sulla forza di una Politica finalmente con la maiuscola, capace all’unisono, fra maggioranza e opposizione, di riprendersi quel che le spetta -e, ripeto. le fu conferito dai costituenti- bisogna scommettere sul cambio generazionale della magistratura. Scommettere cioè sulle giovani leve indisponibili a riconoscersi nel sistema emerso, per esempio, dalla vicenda Palamara e a perpetuarlo, magari in altro modo, meno sfacciato, ma sempre distruttivo di uno Stato davvero di diritto.

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Irritati ma non sorpresi a Palazzo Chigi per la giudice pro-migranti

La giudice Silvia Albano, del tribunale di Roma

A Palazzo Chigi se l’aspettavano. La decisione presa dalla giudice Silvia Albano, del tribunale di Roma, di trasferire in Italia i primi dodici migranti sbarcati in Albania per le operazioni preliminari alla definizione delle loro pratiche  è esattamente quella che una settimana fa il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, intervistato dal Foglio, aveva praticamente messo nel conto protestando contro la pretesa dei magistrati -peraltro suoi colleghi- di giudicare loro i paesi sicuri di provenienza o di rimpatrio dei migranti clandestini. Che il governo ritiene invece essere di sua esclusiva competenza per un decreto interministeriale adottato a suo tempo.

         L’Egitto e il Bangladesh da cui provengono i dodici migranti trasportati nei centri allestiti dall’Italia in Albania  non sono stati considerati sicuri, o del tutto sicuri, dalla giudice Albano. Che ha perciò disposto il trasferimento  dei dodici  in Italia non potendo essere respinti. E avendo diritto, proprio per la mancanza di sicurezza nei loro paesi, alla protezione internazionale negata invece dalle autorità amministrative italiane.

Da Repubblica

         La premier Meloni, raggiunta dalla notizia fra il Libano e la Giordania, in una missione peraltro servita anche a supplire alla sgradevole esclusione da un vertice a quattro fra americani, francesi, tedeschi e inglesi sulla guerra in Ucraina, oltre a protestare contro la “decisione pregiudiziale” della giudice di Roma ha annunciato per lunedì una riunione del Consiglio dei Ministri. Dove intende rendere più stringente la competenza del governo nella valutazione della sicurezza dei paesi di provenienza dei migranti. Più stringente, in particolare, con una legge d’urgenza che, sostituendo il decreto interministeriale in vigore, renderebbe possibile ricorrere anche alla Corte Costituzionale, oltre che ai gradi superiori della magistratura ordinaria, giù prenotati dal ministro dell’Interno, contro le decisioni giudiziarie di prima istanza.

         Al di là di questi aspetti giuridici della questione, si è aperto l’ennesimo scontro fra politica e magistratura. Anzi, fra governo e magistratura, potendo quest’ultima contare sistematicamente in questi casi sull’aiuto delle opposizioni di turno, accomunate dall’abitudine di usare la stampella giudiziaria nelle loro azioni politiche di contrasto. Lo dimostra il processo in corso a Palermo per il ritardato sbarco di 147 migranti nel 2019 disposto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Matteo Salvini a Palermo per il processo Open arms

A questo processo, dove sono stati chiesti dall’accusa sei anni di carcere per l’imputato, si è arrivati per l’autorizzazione concessa a suo tempo dal Senato col voto determinante dei grillini di sapore ritorsivo, dopo la crisi del primo governo di Giuseppe Conte. Che fu provocata nell’estate di quel 2019 da un Salvini eccitato, diciamo così, dal successo appena conseguito nelle elezioni europee. Che avevano portato d’un colpo la Lega dal 17 per cento delle elezioni politiche dell’anno precedente al 34.

L’antirenzismo dopo l’antiberlusconismo, l’anticraxismo, l’antileghismo

Dal Dubbio

Morto e cremato da più di un anno Silvio Berlusconi, lo “psiconano” dileggiato sulle piazze da Beppe Grillo prima che ne scoprisse i voti che continuava a prendere da defunto e li rinfacciasse al non più garantito Giuseppe Conte, il mondo pentastellato ha adottato come suo irriducibile nemico Matteo Renzi. Come una trentina d’anni il mondo comunista – post-comunista, considerando i cambi di nome e di simboli del Pci dopo il crollo del muro di Berlino e di ciò che esso aveva rappresentato- rivolse tutto il suo astio contro Bettino Craxi e, più in generale, i socialisti. Che potevano al massimo bussare uno alla volta alle porte della sinistra, ed assurgere anche a qualche carica istituzionale o di governo -dalla presidenza del Consiglio alla presidenza della Corte Costituzionale, entrambe assegnate a Giuliano Amato, per esempio- ma mai pensare di ricostituire davvero il loro partito e rimetterlo nel mercato elettorale. “Bisogna che non ritrovino il gusto di raccogliere voti”, venne una volta attribuito, non so francamente se a torto o a ragione, a Massimo D’Alema prima che Renzi si proponesse di rottamarlo.

Dal Fatto Quotidiano di ieri

         Mi ha colpito quel richiamo liberatorio  ieri sulla prima pagina del Fatto Quotidiano di un articolo che riferiva all’interno la esclusione, mancanza e quant’altro del simbolo del partito di Renzi nelle elezioni regionali del mese prossimo in Umbria ed Emilia Romagna. Neppure in Liguria, dove si voterà fra una quindicina di giorni, sono state notoriamente accettate tracce renziane, si vedrà con quali effetti sui risultati della corsa dell’ex ministro del Pd Andrea Orlando alla presidenza della regione dopo la caduta per via giudiziaria di Giovanni Toti. Che si è rassegnato al patteggiamento per corruzione impropria allo scopo di sottrarsi al processo per corruzione non impropria allestitogli col rito accelerato dopo indagini durate quattro anni e condotte con i sistemi più invasivi: dal trojan intercettativo alla carcerazione preventiva.

Goffredo Bettini con Elly Schlein e Andrea Orlando

         Renzi è naturalmente, e comprensibilmente, il primo ad augurarsi che la corsa di Orlando in Liguria vada a sbattere contro i voti, pochi o molti che potranno essere, degli elettori della sua Italia Viva rimasti senza candidati perché discriminati da Conte in persona con il consenso dello stesso Orlando e, soprattutto, della segretaria del Pd Elly Schlein.  Alla quale Goffredo Bettini, sempre attivo dietro e davanti alle quinte del Nazareno, ha appena consigliato pubblicamente comprensione nei riguardi delle esigenze tattiche e strategiche del presidente delle 5 Stelle, assecondandolo quindi nelle azioni di contrasto a Renzi e non scambiando quest’ultimo per la personalità più rappresentativa dell’area moderata o centrista dello schieramento alternativo all’attuale governo.

Francesco Rutelli e Goffredo Bettini

         Piuttosto che a Renzi, e a Carlo Calenda, anche lui forse troppo polemico con Conte, bisognerebbe continuare o tornare a scommettere e a premere, secondo Bettini, su Francesco Rutelli per costruire la gamba di centro di un tavolo antimeloniano. E smetterla, sempre secondo Bettini, di sognare un distacco di Forza Italia dal centrodestra.

         L’antimelonismo, l’antirenzismo,  l’antiforzismo, naturalmente l’antisalvinismo e, più in generale, l’antileghismo, a dispetto dei tempi in cui un ancora influente Massimo D’Alema vedeva nella Lega di Umberto Bossi “una costola  della sinistra” caduta per errore nel campo di Silvio Berlusconi nel 1994. E tornatavi dopo una rottura durata cinque anni, nonostante nel frattempo lo stesso D’Alema e il suo successore a Palazzo Chigi, Giuliano Amato, avessero regalato al Carroccio, con la riforma del titolo quinto della Costituzione, l’ampliamento delle competenze regionali. Da cui è derivata la legge sulle autonomie differenziate impugnata dalle opposizioni col referendum e con alcuni ricorsi regionali alla Corte Costituzionale. Anti, anti, dicevo. Tutto contro, in un corpo a corpo infinito in cui Conte pensa di avere forse anche il fisico, oltre che le carte migliori per essere la punta più avanzata. O, come disse il già ricordato Bettini nel 2020, “il punto più alto di riferimento dei progressisti in Italia”.

La tomba di Bettino Craxi ad Hammamet

Di solito tuttavia il corpo a corpo in politica finisce male anche quando sembra riuscito bene per chi lo aveva voluto. Come accadde nel secolo scorso con l’anticraxismo finito nella vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, il più vistoso amico del leader socialista nel frattempo ritiratosi ad Hammamet per morirvi da esule, o da latitante per i suoi nemici.

Pubblicato sul Dubbio

I conti di Conte che non tornano negli attacchi alla manovra finanziaria

Dal blog personale di Beppe Grillo

         Giuseppe Conte, “con tutte le umoralità del caso” rimproverategli anche da un critico indulgente come Piero Ignazi su Domani, fa concorrenza alla segretaria del Pd Elly Schlein sul doppio fronte della politica estera e della politica economica. E’ in gioco la leadership dell’alternativa pur di là da venire, in un campo delle dimensioni variabili, secondo gli umori appunto di Conte. Che le lascia aumentare o le riduce guardando anche alla crisi dei suoi rapporti con Beppe Grillo all’interno del MoVimento 5 Stelle, a rischio di un’altra scissione. “#Riprendiamoci le nostre battaglie”, gli grida oggi l’ancora garante e consulente a contratto del movimento dal suo blog personale.

Dalla Stampa

         Stimolato anche da questa pressione, Conte ha indicato nella manovra appena varata dal governo “un imbroglio”. Ma a smentirlo c’è un economista indipendente che lo stesso Conte ha ben conosciuto e apprezzato avendolo avuto nel suo primo governo, di colore gialloverde, come ministro    dell’Economia e delle Finanze, come si diceva allora: il professore Giovani Tria.  Che aiutò l’esordiente e imprevisto presidente del Consiglio nel più difficile e stretto passaggio dei rapporti con l’Unione Europea giocando sui decimali di un 2,4 per cento di sforamento di un parametro diventato alla fine 2,04.

Dal Foglio d ieri

         Con la competenza che non ha perduto con la fine della sua esperienza ministeriale, sostituito nel secondo governo Conte con l’attuale sindaco piddino di Roma Roberto Gualtieri, il professore Tria ha assicurato in una intervista al Foglio che “anche questa legge di bilancio ci dice che Giorgetti sta gestendo bene i conti pubblici”. Si tratta non di un omonimo ma dello stesso uomo conosciuto e frequentato dall’allora ministro Tria come sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel primo governo di Conte.

Conte, Tria e Giorgetti una volta insieme, e felici

Una foto galeotta rimasta impietosamente negli archivi internettiani  sorprese insieme i tre uomini compiaciuti e felici ai banchi del governo nell’aula del Senato. Da allora sono passati sei anni: non so se troppi o troppo pochi.  Ma chissà quanti anni dovranno ancora trascorrerne perché Conte si rassegni finalmente allo sfratto del 2021 da Palazzo Chigi. E rinunci all’ambizione, da cui si schermisce inutilmente davanti ai microfoni, di tornarvi con qualche “accrocco”, come Davide Giacalone sulla Ragione ha definito con ironia dichiaratamente benevola la manovra finanziaria protetta dal provvidenziale “vincolo esterno” e vissuta invece da Conte come una tragedia, oltre che come un imbroglio. Una tragedia quasi pari a quelle delle guerre che assediano l’Italia e in qualche modo la coinvolgono:  in Ucraina sostenendola dall’aggressione della Russia, in Medio Oriente presidiando purtroppo inutilmente con altri paesi sotto le insegne dell’Onu  zone sui confini tra Libano e Israele da dove le milizie terroristiche di Hezbollah devastano territori ebraici e i  loro abitanti.

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