Si chiama De Luca ma resta Conte l’incubo vero di Elly Schlein

Dal Dubbio

E’ doppia la partita che la segretaria del Pd Elly Schlein ha deciso di giocare contro un terzo mandato di Vincenzo De Luca al vertice della regione Campania, ribadendo la sua contrarietà nel nuovo salotto televisivo di Fabio Fazio sotto le vecchie insegne della meteorologia politica.

Una partita è interna allo stesso Pd, dopo che De Luca è riuscito a spaccarne il gruppo nel Consiglio regionale. Dove la Schlein ha finito per trovarsi in forte minoranza nel contrastare da Roma una legge regionale che sta per fissare sì a livello regionale il limite dei due mandati, ma facendolo scattare da adesso, per cui il governatore uscente potrebbe riproporsi di nuovo.

La Schlein ha detto no a questa furbizia e reclamato la rinuncia del “ribelle”, concedendogli solo il diritto di contribuire alla scelta del candidato alla sua successione. Ma De Luca ha già respinto questa ipotesi nei mesi scorsi dicendo che si ricandiderà in ogni caso, anche contro il Pd: non so  francamente se più sicuro di vincere lo stesso, creando attorno a sè una specie di terzo polo, o più contento di procurare al Nazareno una sconfitta, potendo a quel punto vincere invece il centrodestra.

L’altra partita è giocata dalla Schlein all’esterno del Pd, ma all’interno dello schieramento alternativo al centrodestra che ancora lei persegue contando sul MoVimento 5 Stelle. Dove la disponibilità a livello regionale a questo punto non è condizionata solo dall’esclusione del partito di Matteo Renzi, com’è appena accaduto in Liguria anche a costo di perdere le elezioni, e portare il movimento sotto il 5 per cento dei voti, a livello cioè di un cespuglio rispetto al Pd salito al 28 per cento. In Campania la disponibilità di Conte, sostanzialmente anticipata qualche giorno fa da Marco Travaglio in un editoriale sul Fatto Quotidiano, dipende dal coraggio che la Schlein avrà sino in fondo di rompere col “cacicco” De Luca. Così come Conte ha voluto o saputo rompere nel suo movimento col fondatore e tuttora garante Beppe Grillo. Che così è stato degradato anche  lui a “cacicco” sotto le sue 5 Stelle, o come diavolo potranno o dovranno chiamarsi dopo l’assemblea costituente dell’ultima settimana di questo mese.

Elly Schlein nel salotto televisivo di Fabio Fazio

Questo paradossale parallelismo fra Beppe Grillo e Vincenzo De Luca, così diversi sotto tanti aspetti ma uguali nella pratica del “vaffanculismo”, chiamiamola così con tutte le scuse dovute ai lettori, è una dannata complicazione per la Schlein al Nazareno. Dove anche critici e avversari di De Luca potrebbero non gradire l’idea che per liberarsene come governatore regionale il Pd debba andare a rimorchio di Conte, pure ora che l’ex premier si è ridotto elettoralmente al lumicino. Ed è anche su questo che forse De Luca conta per resistere alla Schlein del salotto di Fazio, sapendo peraltro che ha più tempo lui a disposizione che la segretaria del suo partito.

Le elezioni regionali in Campania sono programmate in un 2025 tanto avanzato, essendosi le precedenti svoltesi nel mese di settembre del 2020, da potere addirittura slittare ai primi mesi del 2026. E chissà nel frattempo che cosa sarà potuto accadere nel Pd e dintorni, a livello campano e persino nazionale.

Pubblicato sul Dubbio

La corsa americana vista col binocolo della politica italiana

         Siamo tutti naturalmente in attesa di sapere, capire e quant’altro già domani sera chi e come avrà vinto la corsa alla Casa Banca fra la vice presidente uscente Kamala Harris e l’ex presidente Donald Trump. O si sarà più avvicinata ad una vittoria che sarà sicuramente controversa se non risulterà quella di Trump: si vedrà se controversa solo a parole o anche con i fatti, come quando il tycoon la mancò quattro anni fa e incitò i suoi all’assalto al Congresso.

  In pochi hanno resistito anche in Italia alla tentazione di schierarsi, vedendo tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Ne sono risultati divisi al loro interno i due schieramenti opposti del governo e delle opposizioni.

Giorgia Meloni

         Nel centrodestra il tifoso più visibile, e persino orgoglioso di Trump è il vice presidente del Consiglio e leader leghista Matteo Salvini. Il tifoso più visibile della Harris è l’altro vice presidente del Consiglio e leader forzista, nonché ministro degli Esteri Antonio Tajani. Che, se avesse avuto ancora qualche dubbio, ha dovuto farselo passare qualche giorno fa di fronte alla preferenza espressa per l’antagonista di Trump da Marina Berlusconi. Della quale il segretario di Forza Italia ha già raccolto le indicazioni sul terreno dei cosiddetti diritti civili in Italia. Giorgia Meloni si è semplicemente messa alla finestra, o alle finestre di Palazzo Chigi, non dico indifferente ma quasi all’esito della partita americana, sapendo di dovere e potere interloquire con chiunque dovesse arrivare o tornare alla Casa Bianca da presidente dopo i quattro anni di Joe Biden.

         Il centrodestra italiano, per quanto diviso, è insomma impermeabile al voto d’oltre Oceano. Le opposizioni no, non lo sono perché una parte di esse, costituita da Giuseppe Conte e dalla sinistra radicale, intende sfruttare una vittoria di Trump per tradurla nel perseguimento ulteriore di un indebolimento della tradizionale politica atlantica dell’Italia e in un allontanamento dell’Europa dagli Stati Uniti. Il tutto traducibile nell’immediato, salvo clamorose sorprese di Trump, in una chiusura della partita ucraina a favore della Russia di Putin, dopo due anni e mezzo di una guerra congegnata al Cremlino come un’operazione speciale di polizia da concludere in una quindicina di giorni. 

Conte con Trump

         Per Conte poi, scaricato ormai anche da Beppe Grillo e dai due terzi del suo elettorato, una vittoria di Trump si tradurrebbe in un tonico. Sono sin troppo note le ambizioni o illusioni personali dell’ex premier, che si consola e al tempo stesso si carica sfogliando l’album fotografico degli incontri con il già allora presidente americano quando lui era a Palazzo Chigi, passando disinvoltamente da una maggioranza all’atro, plurale come il nome Giuseppi storpiatogli dal capo della Casa Bianca.  “Tu chiamale, se vuoi, emozioni”, cantava Lucio Battisti.

Bettini cala Conte dalla cima su un ramo dell’albero della sinistra

Da Libero

Pur con l’aria di volerlo difendere dalla “lotta furibonda di troppi opinionisti” secondo lui “liberali e democratici” solo tra virgolette, cioè né liberali né democratici, ma forse “miserabbili” con la doppia b del compianto Ugo La Malfa quando parlava di quanti incorrevano nelle sue sfuriate, Goffredo Bettini si è deciso a fare scendere Giuseppe Conte dalla sommità dove lo aveva piazzato nella sua seconda esperienza di presidente del Consiglio, a maggioranza giallorossa e non più gialloverde. In particolare, dal “punto di riferimento più alto dei progressisti” in Italia, come lo definì Bettini nel 2020, purtroppo “indebolito” dai summenzionati opinionisti,  Conte è diventato “uno dei rami fondamentali dell’albero progressista” in una intervista appena concessa dallo stesso Bettini alla Stampa.

Goffredo Bettini alla Stampa

         Esperto più di cinema che altro, o filosofo autodidatta com’è scambiato da molti che ne hanno letto e persino scritto come di un maestro d’idee della sinistra, nelle sue varie edizioni di partito o di coalizione, Bettini ha un po’ esagerato come agronomo parlando di alberi. Un ramo è un ramo. Fondamentale è solo un ossimoro. Esso può seccare senza compromettere il tronco, quale il Pci prima e poi le altre edizioni seguite al crollo del comunismo si sono considerati rispetto alla sinistra.

Giuseppe Conte

         E’ un tronco, quello del Pd, che Elly Schlein pensa forse di avere rafforzato con quel 28 per cento dei voti preso in Liguria, pur perdendo le elezioni regionali per colpa di Conte ma riducendo quest’ultimo, sotto il 5 per cento, alle dimensioni di un cespuglio. Ma se lo pensa davvero, la segretaria del Pd sbaglia secondo l’impietoso Bettini. Che le ha ricordato l’esperienza di Walter Veltroni al Nazareno, dove lo stesso Bettini peraltro lo aiutò come coordinatore, cioè come principale collaboratore.

Goffredo Bettini alla Stampa

         “Veltroni- ha ammonito il suo ex braccio destro parlandone sempre alla Stampa- conquistò il 34% nel 2008 e qualche mese dopo si dovette dimettere, perché non gli diedero il tempo di allargare e rendere vincente la sua proposta politica”. Non gli diedero il tempo o se l’era negato lo stesso Veltroni nelle elezioni di quel 2008, con l’aiuto, i consigli e quant’altro -ripeto- di Bettini, rifiutando l’apparentamento con i radicali di Marco Pannella e concedendolo invece all’Italia dei valori di Antonio Di Pietro? Che ricambiò rifiutando nelle nuove Camere i gruppi unici col Pd concordati prima del voto, mettendosi o tornando quindi in proprio sulle allora solite posizioni giustizialiste destinate, esse sì, a mettere in difficoltà Veltroni. Che aveva condotto la campagna elettorale cercando di ridurre al minimo la conflittualità col centrodestra, sino a parlare di Silvio Berlusconi senza mai nominarlo, dovendo bastare e avanzare definirlo “il principale esponente del campo avverso”. Col quale egli sperava di avviare persino una fase costituente, di riforma costituzionale. Chissà se Bettini se lo ricorda. O se lo ricorda almeno Gianfranco Fini, che nel centrodestra si mise di traverso rivendicando e ottenendo dal Cavaliere la presidenza della Camera, di solito destinata in una fase costituente  all’opposizione. Occasioni mancate, che in politica difficilmente si ripresentano, come nella vita più in generale.

Alessandro Onorato

         Fra le occasioni mancate c’è ora non solo o non tanto il “campo largo” prospettato per primo da Bettini, prima che glielo riducesse Conte con veti e simili, quanto “il tavolo a tre gambe” che lo stesso Bettini ha rivendicato o proposto nell’intervista alla Stampa indicandole nel Pd, nelle 5 Stelle e in un centro tutto da costruire, sulla falsariga della scomparsa Margherita di Francesco Rutelli. Ma la gamba di Conte è stata fratturata, a dir poco, da Grillo. E quella di centro neppure Bettini sa dove applicarla come una protesi: se a Rutelli che non ne vuole sapere, al sindaco di Milano Beppe Sala, che si è offerto, o all’ultima scoperta dello stesso Bettini. Che sembra essere il giovane assessore capitolino Alessandro Onorato, “capo della lista civica- ha detto Bettini come per vantarne il curriculum politico- che ha contribuito alla vittoria di Gualtieri” nelle ultime elezioni comunali a Roma. Con tutto ciò che ne è seguito nella Capitale, forse all’insaputa di Bettini. Che domani, 5 novembre, festeggerà comunque i suoi 72 anni compiuti. Auguri, naturalmente.

Pubblicato su Libero

Dalla Liguria alla Campania, i rapporti ossessivi fra Conte e il Pd

         Dalla Liguria, dove si è votato a fine ottobre, alla Campania, dove si voterà l’anno prossimo, non passando ma saltando le elezioni fra quindici giorni in Emilia-Romagna e in Umbria. Ciò che resta del MoVimento 5 Stelle, meno del 5 per cento in Liguria, riconducibile per intero all’ex presidente del Consiglio, “l’uomo politico -lo ha consolato Marco Travaglio di recente- più sottovalutato nel mondo”, dove la gente perde ancora il suo tempo evidentemente occupandosi o preoccupandosi, secondo i casi, dei concorrenti alla Casa Bianca; ciò che resta, dicevo, del MoVimento 5 Stelle rosica per il Pd di Elly Schlein. Che in Liguria, pur mancando la presidenza della regione, lo ha distanziato di ben 23 punti mostrando impietosamente il carattere velleitario dell’ambizione di Conte a restare sul piedistallo, alzatogli da Goffredo Bettini, del “punto più alto dei progressisti”.

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano

         “Certo, al momento -ha scritto Travaglio nel suo editoriale, o mattinale, di giornata sul Fatto Quotidiano- la partita dei consensi la stravince il Pd. Ma Grillo non sposta più un voto, mentre in Campania De Luca è il Pd. Se si candida contro il Pd forse non vince ma sicuro lo fa perdere. Che farà Elly?”.

         Domanda per domanda, che c’entra la Liguria con la Campania e con il duello fra la Schlein e il presidente della regione Vincenzo De Luca, rappresentati sul Fatto in un fotomontaggio di copertina con due pistoloni fra le mani, pronti a muoversi per spararsi addosso? C’entrano per la possibilità avvertita, auspicata e quant’altro dall’estimatore di Conte di vedere in Campania la segretaria del Pd umiliata da De Luca più di quanto Grillo in Liguria non abbia fatto con lo stesso Conte. E così finisce nella immaginazione di Travaglio l’incubo di una Schlein leader lei sì della sinistra alternativa al centrodestra.

Dal Fatto Quotidiano

         La Schlein, arrivata al Nazareno promettendo di fare fuori uno alla volta i “cacicchi”, che sinora hanno però tutti resistito a loro modo, ha appena confermato il suo no al terzo mandato di De Luca alla presidenza della Campania. Ma su questo no il Pd si è spaccato nel Consiglio regionale, dove il presidente uscente intende cambiare la legge locale in tempo per ricandidarsi.

Dal Fatto Quotidiano

         A questo punto si ripropone la domanda di Travaglio su cosa farà la Schlein, o Elly, come la chiama con familiarità forse ironica. “Accompagnerà alla porta -ha chiesto l’amico dell’ex presidente del Consiglio- la sua mina vagante come sta facendo Conte con Grillo, o abbozzerà con l’ennesima supercazzola? E’ quando il gioco si fa duro che si distinguono i veri leader dai quaquaraquà”.  Parole che dicono e provano impietosamente a che livello sia scesa la competizione all’interno delle opposizioni, a tutto vantaggio della premier Giorgia Meloni, per quanto costretta a difendere le prerogative del suo governo dalla solita magistratura abituata da una trentina d’anni a scambiare la propria autonomia per sovranità, cioè per prevalenza.

I consigli alla segretaria del Pd non richiesti, e comunque alquanto generici

Dal Giorno, Resto del Carlino e Nazione

         A tre giorni dalle elezioni americane, in cui probabilmente l’aiuto più consistente ricevuto da Kama Harris è stato l’invito dell’attrice Julia Roberts alle donne a tradire nelle urne i mariti tifosi di Donald Trump, nella Repubblica italiana di carta prevale l’incubo delle elezioni regionali del 17 novembre in Emilia-Romagna e in Umbria, dopo la sconfitta della sinistra in Liguria.

Massimo Giannini su Repubblica

         Che “i patrioti al comando” del centrodestra “possano tenersi” anche l’Umbria “è possibile”, ha riconosciuto su Repubblica, appunto, Massimo Giannini, “ma se dovessero espugnare anche la roccaforte del socialismo municipale di Togliatti, sarebbe la fine della Storia”, con la maiuscola. Il rischio evidentemente c’è, nonostante l’ottimismo verbale del “campo largo” dell’alternativa risparmiato da Giuseppe Conte, che non vi ha espulso i renziani, come in Liguria affondando la candidatura di Andrea Orlando alla presidenza della regione sottratta dai magistrati    a Giovanni Toti, tenendolo agli arresti, per quanto domiciliari, fino alle dimissioni propedeutiche alle elezioni anticipate.

Da Repubblica

         In attesa, oltre che delle elezioni regionali del 17 novembre, anche del cambio meno imminente di editore a Repubblica, messa in vendita nel mercato editoriale e finanziario da John Elkann, non so se più stanco o infastidito dalla linea di irriducibile opposizione del giornale fondato da Eugenio Scalfari, un prudente Giannini si è proposto, o riproposto, come consigliere della segretaria del Pd Elly Schlein con un editoriale dal titolo: “Cosa manca alla sinistra per costruire l’alternativa”.

         Già, cosa manca dopo che il Pd ha salvato la pelle, diciamo così, nelle elezioni liguri attestandosi al primo posto col 28,5 per cento dei voti, sia pure grazie ad un’affluenza alle urne scesa al 46 per cento? La diagnosi di Giannini è stata alquanto generica, come la terapia, pur dal sapore critico verso la segretaria del Pd trattata con molto riguardo, e persino simpatia, nelle feste annuali “delle idee” di Repubblica.

Massimo Giannini su Repubblica

“Di fronte all’entropia del fu Campo Largo -ha scritto Giannini- la strategia del “troncare, sopire” non basta più. Dalla politica delle alleanze non si scappa. E con gli alleati, nell’area sempre più scompaginata delle opposizioni, è ora di esercitare una leadership rispettosa ma molto più vigorosa”. Ma “più vigorosa” in che senso? In che direzione? A destra per evitare che il centro vi scivoli sempre di più, come sostengono i riformisti del Pd battuti al congresso dalla Schlein nelle primarie aperte ai non iscritti, rovesciando le preferenze di questi ultimi per Stefano Bonaccini? O a sinistra, inseguendo Conte e il segretario generale della Cgil Maurizio Landini? Belle domande. Le risposte Giannini se l’è tenute tutte per sè, nascoste in qualche cartella del suo computer.

La crisi dei partiti in Italia -un po’ di tutti, a dire la verità- deriva anche da quella dei loro consiglieri.

Mattarella sulla “graticola” di Travaglio per l’assist al governo e il Cavalierato a Marina Berlusconi

Dal Foglio

         In ritardo insolito, ma lieve, rispetto all’abituale immediatezza dello sdegno per notizie vissute quanto meno come scomode, se non tragiche, Marco Travaglio ha reagito a suo modo sul Fatto Quotidiano di oggi all’assist ottenuto dalla premier Giorgia Meloni con la rivendicazione, da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dei miglioramenti della situazione economica. E con le pubbliche doglianze per le agenzie internazionali di rating pur autorevoli che ignorano, sottovalutano o persino negano la realtà italiana: doglianze precedute peraltro  dalla pubblica protesta, sempre di Mattarella, contro la deriva razzista della polizia del nostro Paese denunciata da un organismo del Consiglio d’Europa.  Che ormai vive solo della confusione che se ne fa con l’Unione Europea. “Il Colle si muove per alzare il rating”, ha titolato in rosso Il Foglio riferendo del “filo patriottico che lega Mattarella, Meloni e Panetta nel pressing sul giudizio di Moody’s”. E registrando “fra Mattarella e Meloni un rapporto assai più disteso di quello che non possa apparire”.       

Dal Fatto Quotidiano

         Marco Travaglio ha cercato di fare pagare caro a Mattarella, che già di suo non gli è mai stato molto simpatico, l’assist all’odiato governo in carica. E gli ha riservato il solito, sarcastico trattamento sul versante delle onorificenze che passano per il Quirinale, contestandogli in particolare quella di Cavaliere del Lavoro appena consegnata di persona a Marina Berlusconi. Che nella storia vista e raccontata da Travaglio starebbe al padre Silvio come Edda a Mussolini. “Marina, in arte Edda”, si è autotilolato l’editoriale il direttore del giornale, credo, orgogliosamente più fazioso d’Italia, non volendolo con ciò offendere ma semplicemente rilevare la sua partigianeria.

         Ecco l’incipit, dopo il titolo,  dell’editoriale di Travaglio:  “E’ con il cuore ricolmo di orgoglio patriottico che apprendiamo dai Cinegiornali Luce quanto segue: Sua Eccellenza Sergio Mattarella ha conferito il Cavalierato del Lavoro a Marina Berlusconi, figlia di cotanto pregiudicato, pluri-prescritto, frodatore fiscale, corruttore di giudici e finanziatore della mafia che uccise Piersanti Mattarella (fratello di Sua Eccellenza”.

Mattarella l’anno scorso ai funerali di Silvio Berlusconi

         Caspita, questa di avere potuto  commissionare, o quasi, magari inconsapevolmente, l’omicidio di Piersanti Mattarella nel 1980, prima ancora delle stragi mafiose del 1992 e 93 propedeutiche -secondo ex magistrati portati in Parlamento da Giuseppe Conte, “l’uomo politico più sottovalutato nel mondo”, ha scritto ieri lo stesso Travaglio occupandosi di altro- non l’avevo ancora sentita. E se l’era dimenticato il medesimo Travaglio nel racconto pur critico della partecipazione di “Sua Eccellenza” il Presidente della Repubblica in carica, l’anno scorso, ai funerali di Stato spettanti e assegnati all’ex presidente del Consiglio.

Giuseppe Conte in versione Ovidio nei rapporti con Elly Schlein

Dal Dubbio

Neppure Publio Ovidio Nasone, il semplicemente e miticamente Ovidio, se potesse tornare fra noi dopo più di duemila anni dalla morte potrebbe forse comprendere e consolare Giuseppe Conte nei “tormenti” giustamente attribuitigli dal nostro Paolo Delgadoscrivendo sul Dubbio dei suoi rapporti tutti politici, per carità, con la segretaria del Pd Elly Schlein, prima ancora ma ancora di più dopo la debacle del MoVimento 5 Stelle nelle elezioni in Liguria.  Che sono costate la sconfitta ad Andrea Orlando nella corsa alla presidenza della regione, pur col vento soffiatogli nelle vele dalla magistratura arrestando per corruzione l’ex governatore Giovanni Toti e liberandolo solo dopo le dimissioni e il conseguente voto anticipato, che ha invece confermato il centrodestra affidatosi nel frattempo alla guida del sindaco di Genova Marco Bucci. Ma ancor più della sconfitta di Orlando, in negativo per la sinistra e la sua ambizione all’alternativa al governo di Giorgia Meloni a livello nazionale, vale -ripeto- la debacle del movimento pentastellato. Che si è materializzato nella evaporazione, estinzione, compostazione annunciate dallo stesso fondatore e tuttora garante Beppe Grillo, per usare le sue stesse parole.  Peraltro propedeutiche al suo rifiuto di andare alle urne, come già nelle elezioni europee di giugno.

         Se tuttavia in teoria, nella logica delle speranze o degli auspici espressi anche dal nostro direttore Davide Varì, il Pd della Schlein può continuare ad ambire all’alternativa senza Conte, il partito di quest’ultimo, comunque si chiamerà dopo il processo rifondativo in corso fra gli anatemi di Grillo, non ha realistiche possibilità di sopravvivenza senza un collegamento col pur odiato Nazareno. “Ego nec sine te nec tecum vivere possum”, scriveva Ovidio.  

         Per un istante, al massimo per qualche ora persino chi pensa di conoscere meglio, come Marco Travaglio, il mondo politico riconducibile in Italia a Conte, ritenuto l’ex presidente del Consiglio migliore dopo Cavour, ha pensato alle 5 Stelle rigenerabili   in tre anni, o quanti ne mancano alle prossime elezioni politiche, di costante, irriducibile, persino solitaria opposizione: in sciopero generale ben oltre quello annunciato dalla Cgil e dalla Uil per il 29 novembre.

         Ma un editoriale in questo senso, o così avvertito da molti degli stessi lettori che debbono avergli scritto mostrando qualche dissenso o preoccupazione, come si è capito dall’incipit dell’editoriale successivo, è svanito in un solo giorno di edicola.  Esso è stato corretto col riconoscimento che col Pd a Conte, “l’uomo politico – ha scritto il direttore del Fatto Quotidiano- più sottovalutato del secolo”, non convenga rompere del tutto. Siamo insomma al “nec sine te” di Ovidio. Il problema si ridurrebbe solo ad una più oculata scelta delle cose, ma soprattutto delle persone su cui accordarsi col partito della Schlein in sede locale, ogni volta che si va a votare per rinnovare qualche amministrazione, o in sede nazionale quando verrà il momento.

Andrea Orlando

         In Liguria, secondo Travaglio, l’errore di Conte non è stato quello di reclamare e ottenere l’esclusione dell’odiato Matteo Renzi, e dei suoi uomini e donne, dal “campo” dell’alternativa al centrodestra, ma di avere accettato come candidato alla presidenza della regione un esponente troppo d’apparato del Pd come il più volte ex ministro Andrea Orlando: ex, peraltro, anche del primo e unico governo di Renzi, al vertice addirittura del dicastero della Giustizia.

La vignetta del Corriere della Sera di oggi

         Alle condizioni poste, consigliate e quant’altro da Travaglio è difficile tuttavia, diciamo pure impossibile, pensare che il Pd possa reggere, neppure se dovesse assumerne la guida – per una rinuncia o un rovesciamento improvviso della Schlein- il comprensivo, pazientissimo, disponibilissimo Goffredo Bettini. Che a suo tempo non sottovalutò ma sopravvalutò Conte promuovendolo al “punto più alto di riferimento dei progressisti” in Italia, peraltro non necessariamente di sinistra all’anagrafe politica di Travaglio.

Aldo Moro ed Enrico Berlinguer

         Nemmeno il Pci di Enrico Berlinguer, coi voti e col prestigio che aveva, riuscì negli anni della cosiddetta “solidarietà nazionale” a imporre alla Dc di Aldo Moro la selezione della classe dirigente scudocrociata, reclamando per esempio le teste dei ministri Antonio Bisaglia e di Carlo Donat-Cattin senza ottenerle.

Pubblicato sul Dubbio

La Valencia di Giuseppe Conte dopo la disfatta delle 5 Stelle in Liguria

Giuseppe Conte

         Se non ce ne fosse una drammaticamente vera, con un centinaio di morti nell’uragano abbattutosi sulla lontana Valencia e dintorni, si potrebbe applicare la metafora dell’Apocalisse a quanto sta accadendo in via Campo Marzio, a Roma, a pochi passi da Montecitorio, nella sede del MoVimento 5 Stelle. Che Giuseppe Conte raggiunge di solito a piedi, a passo di carica, petto in fuori, con l’aria di sfidare tutto e tutti dall’alto della statua di carta erettagli a suo tempo sul Fatto Quotidiano da Marco Travaglio scrivendone come del migliore presidente del Consiglio, anzi ex, dopo la buonanima di Camillo Benso conte, al minuscolo, di Cavour.

         Precipitato in quattro mesi in Liguria dal 10 e più per cento dei voti a meno del 5, ma sceso più lentamente da oltre il 20 per cento di altre precedenti elezioni, il partito -o quasi- di Conte che Beppe Grillo non va più neppure a votare, tanto lo disconosce, sembra un pò una delle macchine spagnole accatastate per l’uragano. Accatastata per essere magari smontata e poi rimontata nella sede di via Campo Marzio come in un museo.

Landini e Conte in piazza

         Dopo un editoriale, ieri, nel quale sembrava avere consigliato a Conte la rinuncia ad ogni progetto di alleanza con quel mostro menagramo che sarebbe sempre stato  il Pd,  ma peggiorato col voto in Liguria, Travaglio sul Fatto ha cercato oggi di correggere il tiro. Continuando sì a consigliargli una tendenza generale all’opposizione, per cercare di  ricaricare le batterie nelle piazze insieme col segretario generale della Cgil Maurizio Landini e compagni, ma suggerendogli anche accordi locali attorno a programmi e candidati davvero innovativi, non come quel triste uomo d’apparato del Pd-ex Pci Andrea Orlando scelto in terra ligure.  Dal quale gli elettori pentastellati sono fuggiti disertando le urne. O votandogli contro quei pochi che non sono rimasti a casa.

Dal Fatto Quotidiano

         Nell’aggiornamento dei consigli, o istruzioni o direttive, secondo i gusti, Conte è stato promosso o degradato da Travaglio, anche qui secondo i gusti, dal migliore presidente del Consiglio, anzi ex, dopo Cavour al “politico più sottovalutato del secolo”. Ma ancor più che sottovalutato, direi frainteso perché Travaglio, sempre lui, forse da psicanalista più che da cronista, a dispetto della guerra scoppiata fra di loro sui giornali, considera Conte “il politico più grillino di tutti”, cioè l’uomo che ha saputo meglio raccogliere e portare avanti le cause di Grillo. E avrebbe perciò meritato di succedergli nella gestione del movimento “carsico” delle 5 Stelle, o “compostibile”, come lo ha definito il fondatore pur buttandolo fra le immondizie.

  La morte annunciata della forza politica prodotta dai “vaffanculo” di Grillo del 2007 nelle piazze italiane sarebbe “fortemente esagerata” – ha scritto sempre Travaglio- come quella, a suo tempo, derisa in un auto-necrologio da Mark Twain. Funerali e tumulazione del movimento apriscatole del Parlamento e altro s’intendono quindi rinviati.  

Ripreso da http://www.startmag.it

I dubbi della “cavia”, come si sente Andrea Orlando dopo la sconfitta

Emilio Giannelli sul Corriere della Sera

    Ma la “cavia” che Andrea Orlando ha dichiarato di sentirsi dopo la sconfitta nella corsa alla presidenza della Liguria con chi se la può o deve prendersela di più?  Bella domanda. Neppure lui ha saputo o voluto rispondere. Con Giuseppe Conte, che gli ha ristretto il “campo” dell’alternativa al centrodestra estromettendo i renziani? Con Elly Schlein, la segretaria del suo partito, il Pd, che ha accettato quella estromissione, cioè quel veto, mirando più a fare guadagnare voti al Nazareno, riuscendovi col 28,5 per cento che lo ha portato in testa alla classifica generale, senza curarsi del resto? Con Carlo Calenda, che sotto sotto ha spalleggiato Conte contro i renziani minacciando di sfilarsi dal “campo” piuttosto che ritrovarsi con loro? Con Beppe Grillo che, pur disertando personalmente le urne sentendosi tradito “dalle pecore”, è stato intravisto dietro la candidatura di disturbo di Nicola Morra? Che col suo pur misero 0,9 per cento ha sottratto al Movimento 5 Stelle quei pochi voti che gli sarebbero bastati per contribuire non alla sconfitta ma alla vittoria dell’ex ministro piddino?

Marco Bucci

         Dentro ciascuna di queste domande c’è drammaticamente, come in un romanzo giallo, la chiave per accedere alla causa principale della sconfitta della sinistra e della conseguente vittoria del centrodestra guidato dal sindaco di Genova Marco Bucci. Che era oggettivamente partito penalizzato dalla vicenda giudiziaria dell’ex governatore Giovanni Toti, specie dopo che quest’ultimo a sorpresa aveva preferito il patteggiamento al processo per corruzione.

          In verità, c’è anche chi pensa che la chiave per accedere alla causa della sconfitta della sinistra si trovi nell’affluenza alle urne, scesa ancora di più rispetto a quella già sotto il 50 per cento delle elezioni regionali di giugno. L’astensionismo tuttavia è una bestia nera ma ambivalente della democrazia, sempre più difficile, proprio per la sua crescente e trasversale consistenza, da classificare politicamente, a destra piuttosto che a sinistra, o viceversa.

Giuseppe Conte

          A individuare la ragione prevalente della sconfitta della sinistra in Liguria potrebbe contribuire il dibattito all’interno della stessa sinistra e dei partiti che la compongono. Ma anche questo è al momento bloccato, o quasi, dal perdurante clima elettorale che lo altera, dovendosi votare il 17 novembre in Emilia-Romagna e in Umbria. Sotto le 5 Stelle invece esso è sin troppo acceso per risultare, fra il parricidio attribuito a Conte e l’infanticidio attribuito o persino rivendicato da Grillo col “diritto all’estinzione” del movimento da lui fondato ma ormai sfuggitogli di mano e di testa. Si vedrà a fine novembre se e cosa rimarrà davvero delle 5 Stelle con l’assemblea costituente voluta dal suo presidente contro le diffide del fondatore e tuttora garante a termini di statuto, “bravissimo -ha scritto sul Fatto Quotidiano il suo disincantato ammiratore Andrea Scanzi- ad avere torto anche quando ha ragione”.

Dalla Cosa di Occhetto alla Cosa di Conte, dal Pci alle 5 Stelle

Da Libero

Come dalla casa si passò alla Cosa di Achille Occhetto dopo il crollo del muro di Berlino si è passati ora dalla casa alla Cosa di Giuseppe Conte dopo il crollo del muro di Beppe Grillo. Il paragone ha del paradossale, lo so, ma fino ad un certo punto.  E’ la storia della sinistra che quando finisce nelle mani sbagliate è compensata nel governo dalla destra: nel 1994 con Silvio Berlusconi, oggi con Giorgia Meloni.

Achille Occhetto aveva come casa addirittura il Pci che era già stato di Palmiro Togliatti e di Enrico Berlinguer. E passò alla Cosa in attesa di trovare con i suoi compagni il nuovo nome da dare ad un partito finito sotto le macerie di un muro il cui crollo fu propedeutico a quello dell’Unione Sovietica e, più in generale, del comunismo.

Achille Occhetto ai tempi della “Cosa”

La Cosa di Occhetto sfociò nel 1991 nel Pds e nella Quercia, acronimo e simbolo -rispettivamente- del Partito Democratico della Sinistra. Seguirono sette anni dopo i Democratici di sinistra senza più il partito, passato generalmente di moda con l’irruzione di Berlusconi nella politica. E infine, dopo altri nove anni, tornò il Partito, con la maiuscola, seguito dal semplice aggettivo “democratico”, di cultura o ambizione americana, nelle corde del suo primo segretario Walter Veltroni. La rinuncia pur nominalistica alla sinistra, rimasta solo nei titoli del radicalismo verde e socialista, segnò un’altra rottura con la tradizione e la cultura dei comunisti, che avevano immaginato alla loro sinistra, appunto, solo i pidocchi nella criniera di memoria togliattiana.

         Pensate un po’ in quale pur paradossale e incidentale intreccio politico, culturale, ideologico è finito il povero Conte alla presidenza di una formazione che già ha perso da tempo la caratteristica dichiaratamente movimentistica, appunto, a vantaggio della formula partitica. Ma ha perso ormai anche la discendenza da Grillo. Che lo ha disconosciuto come figlio, disertando anche le urne, per come lo avrebbe ridotto Conte: a immondizia, sia pure “compostibile”. Dalla quale chissà cosa -la Cosa, appunto, con la maiuscola – potrà derivare dopo il passaggio per l’assemblea costituente programmata dall’ex presidente del Consiglio con procedure contestate da un garante presosi evidentemente troppo sul serio. E in fondo caduto nella trappola, diciamo la verità, di un contratto di consulenza che, visto a posteriori, con tutta l’arbitrarietà di un’analisi di questo tipo, forse non parve vero a Conte di accordargli.

Beppe Grillo

Quel contratto è bastato e avanzato per tirare giù il fondatore e sovrano del MoVimento 5 Stelle dal suo trono, trascinandolo via via in quel ruolo o in quel problema che lo stesso Conte ha definito “marginale” disinibendo Grillo nella reazione. Ed essendo a sua volta restituito all’immagine del “Mago di Oz” che Grillo gli aveva affibbiato già una volta, rinunciandovi poi con quel benedetto, o maledetto, contratto di consulenza da 300 mila euro l’anno.

         Probabilmente Grillo esagera a scaricare su Conte tutte la responsabilità della crisi pentastellata.  E a ignorare, esorcizzare, ridurre le sue, di responsabilità. A livello almeno di comunicazione, che è poi la remunerata competenza dallo stesso Grillo rivendicata.

A Conte, d’altronde, è capitato anche a me, e di recente, di attribuire qualche errore in più di quelli commessi, come la perfezione -dovuta invece a Mario Draghi, suo successore a Palazzo Chigi- della pratica di promozione di Dario Franceschini da ministro prudentemente dei Beni culturali a ministro, più aulico ma meno prudente, della Cultura. Ma Conte, benedett’uomo, deve pur riconoscere di avere anche lui delle responsabilità nella gestione di quella che è diventata una Cosa. Egli deve pur convenire che non solo come presidente del Consiglio, cambiando maggioranza da un giorno all’altro, ma anche come presidente del movimento si è assunto troppe parti politiche in commedia, come si dice in gergo popolare.

Pure a sinistra, dove ha voluto collocarsi fra i dubbi, le resistenze e ora pure i dileggi di Grillo, sino ad essere promosso al “punto di riferimento più alto dei progressisti” dal generoso Goffredo Bettini, l’ex presidente del Consiglio ha finito più per creare problemi che per offrire soluzioni. Prima, per esempio, rompendo col Pd di Enrico Letta per accelerare la fine del governo Draghi e l’arrivo della Meloni a Palazzo Chigi. E poi ingaggiando col Pd di Elly Schlein una partita più di concorrenza che di alleanza, più di impuntature che altro.  Ne è appena derivata la clamorosa sconfitta del campo ristretto da Conte in Liguria, a vantaggio di un centrodestra cui l’elettorato ha confermato, anche senza l’autorizzazione della solita magistratura, l’onere di governare.

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