Quell’unico vero tentativo di salvare Moro costato il Quirinale a Giovanni Leone

Dalla prima pagina di Libero

Quanto fu facile l’agguato per  il sequestro di Aldo Moro e lo sterminio della scorta -altro che “geometrica potenza di fuoco” e simili- tanto fu incredibilmente possibile, e quindi facile di nuovo, nascondere il rapito per 55 giorni e infine ucciderlo in una città come Roma, pur presidiata militarmente o quasi, forse anche cambiando covo, tenere sulla corda la politica, le forze dell’ordine, le cancellerie diplomatiche, la segreteria generale dell’Onu, mossa in Italia dal ministro degli Esteri Arnaldo Forlani fra il malumore dei comunisti, arroccattisi nella cosiddetta “linea della fermezza”,  e la millenaria Chiesa dell’altra sponda del Tevere. Dove Paolo VI personalmente, ornai negli ultimi mesi di vita, si spese – non molto, commentò lo stesso Moro dalla sua prigionia- per salvare la vita al suo amico e già assistito religiosamente da giovane.

Paolo VI ai funerali di Stato di Moro

Prima Papa Montini supplicò “in ginocchio” i terroristi di liberare l’ostaggio “senza condizioni”, come voleva e si aspettava Andreotti confidandosi col segretario stesso del Pontefice che lo andava a trovare a casa, a due passi dal Vaticano, quasi ogni sera. Poi il Pontefice, a tragedia completata, nei funerali svoltisi senza la bara di Moro per volontà dei familiari, quasi bestemmiò in Chiesa imprecando contro Dio che non aveva voluto ascoltare le sue preghiere, al pari dei brigatisti rossi. Le facce livide degli uomini delle istituzioni e della politica, a cominciare dal capo dello Stato Giovanni Leone costretto di lì a poco a sloggiare in anticipo dal Quirinale, sembrarono in posa per un  immaginario nuovo affresco di Michelangelo, questa volta nella Basilica di San Giovanni.

Le autorità ai funerali di Stato di Moro

Quella testa di Leone rotolata metaforicamente dopo la tragica conclusione del sequestro Moro grida ancora vendetta come la morte dello stesso Moro. Che Leone era stato l’unico -dichiaratamente isolato nel suo ufficio presidenziale, secondo quanto lui stesso mi raccontò vent’anni dopo in una intervista al Foglio– a cercare di sottrarre davvero agli aguzzini e ai loro eventuali -diciamo così- mandanti esterni e/o interni. Ci aveva provato, il povero Leone, d’accordo con Fanfani nella Dc, l’altro “cavallo di razza” come li chiamava Carlo Donat-Cattin, e con Bettino Craxi fuori della Dc, predisponendosi a graziare autonomamente, senza che l’ìnteressata glielo chiedesse e il governo lo autorizzasse, una terrorista detenuta -Paola Besuschio- contenuta nell’elenco dei tredici con i quali i terroristi avevano proposto di scambiare l’ostaggio.

Sarebbe poi dovuto toccare ai brigatisti rossi e alla loro direzione strategica decidere, prevedibilmente spaccandosi, se accontentarsi dello scambio uno ad uno o confermare la “sentenza” di morte emessa a carico del loro prigioniero. Ma, informati tempestivamente di quanto accadeva nei palazzi politici, dove purtroppo si disponeva di qualche “consulente” in comune con le brigate rosse, come emerso da più di un’inchiesta parlamentare, i terroristi precedettero di alcune ore Leone uccidendo Moro la mattina del 9 maggio 1978. La notizia interruppe una riunione della direzione democristiana in cui aveva appena cominciato a parlare il presidente del Senato per rimettersi, nella gestione del sequestro, alle valutazioni che stava maturando Leone. Del quale poi i comunisti, e quella parte della Dc che andò loro appresso, non ebbero il coraggio di chiedere la testa per avere osato mettersi di traverso contro la linea della fermezza adottata dal governo.

         Meno coraggiosamente, da un punto di vista per me pur discutibile, ma più sordidamente, a dir poco, la testa di Leone fu reclamata e ottenuta con dimissioni volontarie -in una serata nella quale il Quirinale fu colpito da tuoni e pioggia come il Golgota- a suo tempo, quale segno di svolta politica e morale dopo che i partiti avevano salvato a stento, in un referendum, la legge sul loro finanziamento pubblico. E così la colpa di Leone da quella di avere cercato di salvare Moro divenne quella di essere stato chiacchierato nell’affare Loockheed, per la vendita di aerei militari americani all’Italia, e in altre vicende trattate scandalisticamente in un libro di Camilla Cederna. Scandalisticamente, perché l’autrice fu poi condannata definitivamente, quando già Leone era ormai solo un ex presidente della Repubblica e senatore di diritto, e non ancora riabilitato in qualche modo politicamente. Come accadde vent’anni dopo la sua deposizione con riconoscimenti dei comunisti e -ahimè- dei radicali unitisi nel 1978 alla gogna in una oscena distrazione dal loro garantismo.

Ciro Cirillo

         La Dc, che si era prestata a coprire lo scempio di Leone per coerenza con la linea della fermezza condotta sino al penultimo momento durante il sequestro Moro, ebbe poi la disinvoltura, nel 1981, di adottare tutt’altro comportamento quando le brigate rosse, sempre loro, rapirono l’assessore regionale campano Ciro Cirillo. Che fu liberato in cambio di denaro e di appalti dei quali sarebbe stata beneficiaria la camorra.

Francesco Cossiga al cimitero di Torrita Tiberina

Le ossa di Moro dovettero rivoltarsi nella tomba, sino a farsi sentire da chi andava di tanto in tanto ad omaggiarle portando le solite corone o cuscini di fiori e pregando davanti alla cappella che le ospita ancora nel cimitero di Torrita Tiberina. Francesco Cossiga era dei più assidui, non avendo mai smesso sino all’ultimo giorno di vita di sentirsi personalmente in colpa per quella morte, con tanto di dimissioni da ministro dell’Interno presentate un minuto dopo la notizia dell’epilogo del sequestro di chi un fondo lo aveva portato così in alto in politica.

         Del dramma di Cossiga sono stato più volte testimone anche imbarazzato, avendo goduto della sua amicizia e avendone anche raccolto qualche notizia clamorosa: altro che quelle recentemente ricavate dalle sue carte sui rapporti avuti durante il sequestro Moro con gli americani, originariamente ostili anche loro a qualsiasi cedimento alle brigate rosse ma poi diventati in qualche modo più disponibili a mettere nel conto una liberazione negoziata dell’ostaggio.

Aldo Moro prigioniero dei terroristi

         Una volta che cercai di strappargli l’ammissione della scoperta ormai avvenuta del covo romano di via Montalcini in cui Moro aveva trascorso almeno l’ultima parte se non tutta la sua prigionia, Cossiga si ostinò in risposte evasive. Mi confermò solo che un distaccamento di Carabinieri era allertato sulla via Aurelia per un assalto al covo una volta che fosse stato scoperto e si fosse deciso di intervenire a livello di presidente del Consiglio. “Ma -mi avvertì- non sarebbe stata comunque una decisione facile col consenso dei familiari, timorosi che, per quanto bene organizzato, un assalto avrebbe probabilmente comportato l’uccisione di Moro da parte dei terroristi prima della loro cattura o eliminazione”.

Moro ucciso nel bagagliaio di un’auto

  I familiari di Moro: con i quali Cossiga ebbe rapporti difficilissimi sin dal primo momento del sequestro. Non valsero a migliorarli -mi confidò- neppure quando egli fece in modo che al controllo delle linee telefoniche  disposto dalla magistratura durante il rapimento fosse sottratta una cabina pubblica vicino Ponte Milvio dove risultava alla Polizia che ci fossero stati contatti fra gli aguzzini di Moro e i suoi familiari o collaboratori.

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In attesa della maestralata elettorale di giugno dopo le sciroccate regionali

Visto il sistema elettorale proporzionale  col quale si dovrà votare, che dovrebbe far giudicare i partiti per quelli che sono nell’intimo, ciascuno per conto suo, o non per gli effetti delle compagnie o alleanze in cui s’infilano, a volte uscendo ed entrando nello spazio di una sola giornata, il voto europeo del 9 giugno potrà essere o rivelarsi un temporale. O, meglio ancora, un bel passaggio di maestrale che libererà il cielo dalle nuvole e restituirà i colori genuini alle cose appannate durante e con lo scirocco. Che sembra invece calato sul quadro politico con le regionali prima della Sardegna, poi d’Abruzzo, il mese prossimo di Basilicata.

         Un anticipo della maestralata di giugno viene ogni tanto dai sondaggi nazionali, che si svolgono al telefono e simili con la logica del proporzionale, appunto, ciascun partito venendo alla fine giudicato più per quel che è che per quel che appare insieme con altri.

Matteo Salvini e Antonio Tajani

         L’ultima versione del Supermedia Agi/You Trend, che è una media appunto dei sondaggi di diversa conduzione o matrice, alcuni dei quali precedenti ma altri anche successivi alle regionali abruzzesi del 10 marzo, ha ridato speranza di vita a Giuseppe Conte e a Matteo Salvini, che sembravano entrati in terapia intensiva. E ha guastato la festa ad Antonio Tajani e a quanti ne hanno salutato il sorpasso eseguito sulla Lega in terra d’Abruzzo come una specie di resurrezione dopo la tumulazione con le ceneri di Silvio Berlusconi.

Romano Prodi e Giuseppe Conte

         Il Movimento 5 Stelle dalla metà o dal terzo del Pd registrato, rispettivamente, in Sardegna e in Abruzzo, è tornato a soli 4 punti percentuali dal Pd, valutato a livello internazionale attorno al 20 per cento. Giuseppe Conte dispone virtualmente ancora di un 16 per cento che, pur essendo la metà dell’oltre 30 per cento delle elezioni politiche del 2018, è sempre un bel gruzzoletto, magari da opporre alle ironie di Romano Prodi, Che da qualche giorno ha preso a sfruculiare il suo successore a Palazzo Chigi quasi come gli avversari sfruculiavano lui negli anni dell’Ulivo o dell’Unione chiamandolo Mortadella, o mangiandone in aula al Senato per festeggiarne la caduta.

Giorgia Meloni

         La Lega di Salvini, che alcuni hanno già cominciato a pesare togliendole il nome dello stesso Salvini per vedere se e di quanto potrebbe così risalire o scendere ancora, si è guadagnata nel Supermedia il suo 8,2 per cento. Che non sarà molto ma pur sempre maggiore di mezzo punto al 7.7 della Forza Italia del compianto Cavaliere. E i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, dal canto loro, si sono dovuti accontentare di un 27,5 per cento che non è il 30 immaginato, propostosi e quant’altro dalla premier e dal suo cerchio più o meno magico gassato dalla forte esposizione internazionale della presidente del Consiglio e, di turno del G7.

         Vedremo a giugno come finirà questa giostra sulla quale sono stati e sono  forse in troppi a salire in questi mesi, settimane e giorni perdendo la testa.

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Il falso mito della “geometrica potenza” dei sequestratori di Aldo Moro

Dalla prima pagina di Libero

Sono trascorsi 46 anni, quasi mezzo secolo a pensarci bene, dal 16 marzo 1978. Quando il presidente della Dc Aldo Moro, del quale sembrava che mancassero ormai solo nove mesi all’elezione alla Presidenza della Repubblica per sostituire il collega di partito Giovanni Leone ormai in scadenza di mandato, fu rapito dai brigatisti rossi in via Fani, a Roma, a poca distanza da casa. Fu sequestrato fra il sangue della scorta decimata in quella che qualcuno degli stessi terroristi definì poi “una mattanza”, riconoscendo in fondo che si era forse fatto più fuoco e sangue del necessario considerando l’obiettivo da raggiungere. Che era quello di rapire uno dei politici più autorevoli del Paese -se non il più decisivo- ma anche dei meno protetti, o decisamente il meno protetto di tutti: tanto da essere stato lui scelto al posto di altri dei quali erano state esaminate scorte, abitudini, percorsi. Erano stati, in particolare, vagliati i presidenti del Senato Amintore Fanfani e del Consiglio Giulio Andreotti.

L’eccidio di via Fani 46 anni fa

         Moro, 62 anni ancora da compiere in settembre, già cinque volte presidente del Consiglio, una sola volta ma a lungo -per le abitudini di quel tempo- segretario della Dc, dal 1959 al 1963, autore della prima coalizione “organica”, cioè completa di centrosinistra, comprensiva di democristiani, socialisti, socialdemocratici e repubblicani dopo l’esperienza centrista con i liberali; Moro, dicevo,  uscì quella mattina da casa dopo avere abbracciato il nipotino Lucaper andare alla Camera. Dove si presentava il secondo governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti, sostenuto con la formula della “solidarietà nazionale” anche, o soprattutto, dai comunisti. Ai quali proprio Moro strappando un po’ col suo partito- diviso fra chi voleva andare alle elezioni politiche e chi voleva accontentare le aspirazioni ministeriali dei comunisti di Enrico Berlinguer concedendo due dicasteri a esponenti eletti come indipendenti nelle liste del Pci- aveva strappato la concessione di passare dall’astensione sul precedente governo al voto di fiducia in cambio di un programma concordato ancor più dell’altro.

         Moro aveva inoltre impedito nelle ultime battute della crisi anche la concessione ai comunisti di due teste democristiane di governo reclamate perché troppo ostili al Pci: Antonio Bisaglia e Carlo Donat-Cattin, in ordine rigorosamente alfabetico. In realtà, il secondo era molto più importante del primo perché leader della sinistra sociale, cioè sindacale, della Dc.

La conferma di entrambi nella lista del governo diffuso la sera prima a tarda ora, quando giù il giornale ufficiale del Pci era stato stampato con le prime copie senza quei due ministri, aveva talmente sorpreso, anzi irritato il segretario comunista in persona da aver fatto sapere ad Andreotti che la discussione sulla fiducia non potesse essere considerata scontata col voto favorevole. Si potevano prevedere anche una conferma dell’astensione o,  peggio, una rottura.

La scorta decimata di Moro

         Con quella minaccia sulla testa della maggioranza e coll’amico segretario del suo stesso partito Benigno Zaccagnini tentato dalle dimissioni per dimostrare al Pci la sua buona fede nella promessa fatta di un cambiamento dei ministri particolarmente sgraditi alla sinistra comunista, Moro pensava quella mattina ad un’altra giornata  delle sue, faticosa d’incontri, consigli, contenimento dei contrasti, promesse di nuove soluzioni, magari nella prospettiva del Quirinale. Dove alla fine dell’anno gli sarebbe stato più facile guidare il percorso di quella stagione politica, accelerando ma anche ritardando ulteriormente il disegno  del governo col Pci che gli veniva attribuito, a torto a ragione, in Italia e all’estero, specie al Dipartimento di Stato americano. Dove l’uomo, nonostante i rapporti sostanzialmente fiduciosi dell’ambasciatore degli Stati Uniti da Roma, veniva più temuto che amato. Egli ebbe una volta uno scontro così duro in privato con Kissinger da aver pensato ad un ritiro dalla politica attiva, per ammissione o racconto di uno dei suoi stretti collaboratori: il portavoce Corrado Guerzoni.

L’autista di Moro freddato alla guida

         Ma quella mattina Moro uscì da casa inconsapevolmente solo per andare incontro alla morte, arrivata per lui 55 giorni dopo, a conclusione di una prigionia penosissima, per la sua scorta immediatamente. E non dico  meritoriamente, con grave e spietata durezza, solo per pietà verso le vittime e per i rapporti di simpatia che avevo col caposcorta maresciallo Oreste Leonardi. Essi pagarono duramente non uno ma più errori commessi in una protezione, a mio modestissimo avviso, troppo familiare, troppo abituale, troppo scontata dell’uomo affidato alle loro menti e alle loro armi, compresi i mitra che solevano portarsi appresso più nel bagagliaio che nell’abitacolo dell’auto.

Aldo Moro in preghiera

         Eppure il povero Leonardi aveva avvertito da tempo segni anomali attorno all’abitazione, all’ufficio e agli altri posti che il presidente della Dc usava frequentare, comprese le due chiese vicino casa: la più vicina in via Trionfale e la più distante in Piazza dei Giochi Delfici. Il caposcorta aveva chiesto che fosse messa a disposizione del suo protetto un’auto ugualmente blindata ma più leggera e veloce. Lo aveva chiesto personalmente al ministro dell’Interno Francesco Cossiga, che me lo raccontò dicendo di essersi proposto di provvedere al più presto. Ma non abbastanza per prevenire i fatti, ammesso e non concesso che un’auto più veloce avrebbe potuto supplire ad altri inconvenienti.

ScreenshotVa Fani, a Roma, 16 marzo 1978

         Il primo di quegli inconvenienti era l’abitudine della scorta di infilarsi in un budello come via Fani per risparmiare qualche minuto e centinaia di metri aggirando il più frequentato e lento piazzale Igea. Anch’io facevo quella scorciatoia per accompagnare mia figlia in auto a scuola, proseguendo poi per la redazione romana del Giornale dove lavoravo. E quella mattina me la trovai preclusa da due uomini in divisa che avevano messo le loro moto di traverso per dirottare il traffico. Erano guardie finte, Proprio in quei momenti si stava consumando la tragedia dell’assalto e del sequestro, col marciapiede finale della strada sgombero di una rivendita di fiori, avendo i terroristi provveduto a tagliare di notte le gomme del furgoncino del proprietario per impedirgli l’ingombro che sarebbe costituito per loro la sua attività quella mattina.

Il monumento che ricorda in via Fani la mattanza di 46 anni fa

         A strage avvenuta si fantasticò di “geometrica potenza di fuoco” e d’altro dei terroristi. Ma quale geometrica potenza di fuoco, L’agguato in quella strada, in quelle condizioni, era di una fin troppo banale progettazione ed esecuzione, Vi fu solo, come ho già ricordato con la “mattanza” di fonte terroristica, solo speco di fuoco e di sangue. E di errori anche degli inquirenti, che cominciarono col perdersi nei loro uffici le foto scattate dal compagno carrozziere di una mia amica giornalista. Cristina Rossi, che abitavano in un attico affacciato sul posto della strage. Quelle foto scomparse la dicono lunga anche su tanti altri misteri evocati su via Fani: dalle auto e degli uomini dei servizi segreti segnalati sul posto ai locali del bar e ristorante che vi affacciavano in cui la lingua tedesca fu sentita mescolarsi troppo a quella italiana.

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Il mistero…emerito di un Papa Francesco in pensione a Santa Maria Maggiore

Dalla prima pagina del Corriere della Sera di ieri

         Pure sull’annuncio che “non sarò mai Emerito” -rivelatosi più del Corriere della Sera, nel titolo di prima pagina di ieri, che suo- Papa Francesco, benedett’uomo, ha un po’ pasticciato, bisticciando con se stesso. Ed esponendo anche la sua autobiografia, scritta a quattro mani con l’amico vaticanista di Mediaset Fabio Marchese Ragona, alle diverse o persino opposte letture delle sue interviste.

Dalla pagina 10 del Corriere della Sera di ieri

         All’interno del Corriere, a pagina 10, il titolo ieri non era lo stesso della prima. Esso suonava: “Non mi chiamerò mai Papa emerito”. E neppure, questo, in verità, è risultato esatto, perché nel testo il Papa ha scritto con la penna o il computer del suo amico vaticanista che più semplicemente, ma in fondo più confusamente, non si lascerà mai chiamare Papa emerito. Ma lo scambieranno ugualmente per tale.  E questa potrebbe  rivelarsi una notizia non buona, come mi era apparsa ieri, ma infelice, foriera di equivoci, per cui personalmente auguro a Sua Santitò di vivere ancora a lungo da Papa effettivo, sino all’ultimo respiro.  Male che potrà andare, avremo da storcere il naso, o il muso, solo per un Papa, non per due,

Francesco e Benedetto XVI in preghiera comune

         Del resto, lo stesso Pontefice ha ammesso di avere vissuto personalmente con qualche problema , a dir poco, la quasi condivisione del Soglio a suo tempo con Ratzinger, il suo predecessore dimessosi e ritiratosi in un primo momento a Castelgandolfo. Dove Francesco andò personalmente  per “decidere insieme -ha scritto- che sarebbe stato meglio non vivesse nel nascondiglio ma vedesse gente e partecipasse alla vita della Chiesa” dentro le Mura. “Purtroppo- ha raccontato Francesco, ancora sofferente per le “strumentalizzazioni” tentate della figura del suo predecessore  “con scopi ideologici e politici da gente senza scrupoli, che non avendo accettato la sua rinuncia, ha pensato al proprio tornaconto, al proprio orticello da coltivare”- servì a poco, perché le polemiche in dieci anni non sono mancate e hanno fatto male a entrambi”. Insomma, altro che Paradiso in terra. Fu un mezzo Inferno, almeno, per come la vicenda fu vissuta da Francesco.

Dall’autobiografia del Papa

         Pur convinto che “il ministero petrino sia ad vitam” e che non ci siano “le condizioni per una rinuncia”, il Papa ha scritto di avere “giù firmato all’inizio del Pontificato la lettera con la rinuncia. Che è depositata in Segreteria di Stato”, usabile   nel caso di un impedimento permanente e totale. ”Se questo dovesse succedere- ha spiegato- non mi farei chiamare Papa emerito, ma semplicemente vescovo emerito di Roma. E mi trasferirei a Santa Maria Maggiore per tornare a fare il confessore e portare la comunione agli ammalati”.

         Ah, Santità. Debbo essere io, un vecchio laico qualsiasi, a ricordarLe che il Papa è vescovo di Roma proprio in quanto Papa?  Le due cose non sono scindibili, se non nella confusione. Ed è proprio lì, nella confusione, come nei famosi e proverbiali “dettagli”, che si asconde il diavolo. O il Maligno, con la maiuscola luciferina.

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Una buona notizia dal Vaticano: Papa Francesco non sarà emerito come il predecessore

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Senza voler essere irriverenti, o infedeli se in veste di credenti, si può registrare come una buona notizia quella appena arrivata dal Vaticano tramite il Corriere della Sera. Dove Aldo Cazzullo ha un po’ recensito e un po’ anticipato un’autobiografia del Papa in cui Francesco -si vedrà se primo o unico  nella storia dei Pontefici di Santa Romana Chiesa-  ha assicurato che non sarà mai “emerito”. Come accadde invece al suo predecessore Joseph Ratzinger, passato alla storia come Benedetto XVI.

         Papa Francesco insomma, contrariamente all’impressione data in altre occasioni parlando di come e quando verificare i rapporti fra la sua salute e le sue  funzioni, intende  morire in carica, il più tardi possibile naturalmente.

La vignetta di Emilio Giannelli

         La considero personalmente una buona notizia perché per carattere, formazione ed altro ancora l’argentino Bergoglio, oriundo italiano, non potrebbe essere come Papa emerito discreto come fu il tedesco Ratzinger. Il traffico, diciamo così, nella sua anticamera, in Vaticano o dovunque decidesse di trascorrere il suo sacro ritiro, sarebbe fitto forse ancor più di quello che si svolge attualmente attorno a lui in piena carica. Il Cadinale Segretario di Stato, l’attuale o chiunque altro al suo posto, dovrebbe moltiplicare attività e vigilanza anche per mettere le pezze all’emerito, oltre che al Papa in funzione. Come il povero Parolin ha appena fatto buttando un po’ di secchiate d’acqua sul fuoco acceso da una intervista di Francesco, prima ancora di essere trasmessa, nella quale Putin al Cremlino ha visto a portata di mano la resa di Zelenscky in Ucraina con una bandiera bianca confezionata con lo stesso abito di Francesco,  donato o dato in prestito.

         E meno male, per noi che di solito ci occupiamo di politica interna italiana, dei suoi partiti vecchi e nuovi, personali o personalissimi,  che al Papa piacciono i temi internazionali. Figuriamoci se, come accadde a suo tempo a qualche suo predecessore, gli fosse piaciuta o interessata anche la politica interna italiana, e se ne fosse in qualche modo occupato tra udienze, interviste e simili.

         Alle guerre mondiali “a pezzi” o in pillole di cui il Pontefice si occupa  chiedendo inutilmente “per favore” di smetterla, si aggiungerebbero quelle per fortuna solo di carta che si combattono in Italia fra i partiti di maggioranza -spesso all’interno di essa stessa- e di opposizione, anche qui spesso al suo interno. Anzi, al loro interno, essendo abbastanza affollato di partiti e movimenti il cosiddetto “campo” di cui prendono ogni giorno le misure, o  studiano gli aggettivi da applicare, la Schlein,  Conte,  Prodi, il sempre loquace e divertente Bersani portandosi appresso mucche, tacchini, bambole e quant’altro……

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Il Conte delle cinque stelle…. degradato a contadino da Romano Prodi

Dal Dubbio

Ad aumentare con le elezioni regionali già svoltesi e con quelle di varia natura che seguiranno anche alle europee del 9 giugno sono destinati solo gli aggettivi del campo in cui si muovono i partiti alternativi al centrodestra, o destra-centro della premier Giorgia Meloni. E’ una letteratura decisamente in espansione.

         La segretaria del Pd Elly Schlein e l’uomo che ne attivò la vocazione politica -Romano Prodi, con la mancata elezione a presidente della Repubblica nel 2013, tradito dai franchi tiratori di un partito delle cui sezioni la giovane attivista reclamò una occupazione ritorsiva- parlano notoriamente ogni volta che possono di “campo largo”. Anzi, larghissimo, esteso dalla sinistra di Bonelli e Fratoianni al centro in cui se ne dicono di tutti i colori, e se ne danno di santa ragione, Calenda e Renzi. Un campo comprensivo naturalmente del Pd e del Movimento 5 Stella. Il cui presidente Giuseppe Conte altrettanto notoriamente non lo vuole né largo né lungo abbastanza per fare di lui un disperso, e lasciarlo contare praticamente nulla, o molto meno delle sue aspirazioni. Fra le quali non manca, anzi prevale su tutte, secondo gli esperti del settore, quella di tornare a Palazzo Chigi. Da dove il professore, avvocato eccetera si sentì sfrattato ingiustamente per essere sostituito da Draghi in quello che ancora Travaglio definisce “Conticidio”.

            All’aggettivo “giusto”, preferito ripetutamente, anzi ostinatamente, al “largo”, l’ex premier ne ha appena aggiunto involontariamente un altro: “modesto”. Involontariamente, perché lui voleva solo definire così il risultato del suo partito in Abruzzo, dove ha raccolto un terzo dei voti del Pd attestandosi attorno al 7 per cento. Neppure in Sardegna, il mese scorso, era andata bene per i voti grillini, pochi ma compensati con la candidatura alla presidenza della regione strappata, sembra, con nessuna fatica alla segretaria del Pd, senza neppure spendere una telefonata, si è vantato lo stesso Conte in una intervista che non deve aver fatto comodo alla Schlein.  La cui generosità, chiamiamola così., verso l’ex premier grillino è indigesta a molti.

Boccia al Corriere della Sera

  Non tutti al Nazareno la pensano come il capogruppo al Senato Boccia. Che, intervistato dal Corriere della Sera, ha così risposto a chi gli ricordava la sconfitta in Abruzzo seguita a quelle in Molise, in Calabria, in Liguria: “Ma abbiamo vinto a Napoli, a Foggia, a Catanzaro e in altre città e siamo insieme in giunta in Puglia e Sardegna. Il processo politico che stiamo costruendo -ha continuato Boccia- sta andando avanti. E’ faticoso, ma questo è normale”.

         Quel “modesto” di Conte riferito al risultato elettorale abruzzese è stato esteso maliziosamente in qualche settore del Pd al campo dell’alleanza coltivata con tanta fatica giustamente evocata da Boccia. Un campo dove persino Prodi ci ha messo un po’ del suo sarcasmo osservando, proprio dopo le elezioni abruzzesi rivinte dal centrodestra, che mancano i “contadini”. O non ve ne sono abbastanza per coltivare la terra.

Screenshot

         A Prodi si è aggiunto il suo ex ministro della Giustizia Mastella, da qualche tempo sindaco di Benevento con le orecchie e gli occhi sempre rivolti altrove, da solo o con la moglie Sandra. Egli ha parlato in una intervista di “campo di Pinocchio”: quello cioè “dei miracoli” in cui il burattino di Collodi si fa imbrogliare dal gatto e dalla volpe. Che gli fanno seminare gli zecchini d’oro incautamente posseduti dicendogli che crescerà un albero produttivo di quelle monete. Finìsce naturalmente che il gatto e la volpe si fregano le monete seminate dal burattino appena questo si allontana per lasciare che maturino pianta e frutti. Chi sia il gatto e chi la volpe nel nostro caso, fra Conte e la Schlein, per stare alla loro divisione di genere, ciascuno è libero di immaginare

         Chissà cos’altro è destinato a riservarci questa letteratura “campestre”, per ripetere l’aggettivo ironicamente adoperato da Bersani parlando in televisione della possibile alleanza con i grillini per proporre di puntare ora solo all’”alternativa”, pensando più avanti a come chiamarla diversamente, e meglio. O non chiamarla per niente se dovesse perdersi per strada.

Poiché è nota l’umana, umanissima vanità di Conte, oltre alla sua ambizione, con quel modo sempre così elegante di vestirsi, anche in versione casual, e di muoversi tra piazze, vicoli e salotti, è immaginabile il fastidio che può avergli procurato Prodi immaginandolo negli abiti e con gli attrezzi dei contadini necessari al campo così ricco per ora solo di letteratura. Va bene che la terra d’origine di Conte, la Volturara Appula dove ogni tanto ritorna con la mente e anche con i piedi, è agreste.  Ma bisogna pur ricordarsi ed avere rispetto dell’evoluzione avuta dall’uomo che ha avuto l’occasione anche di sussurrare alle orecchie della Merkel e soprattutto di Trump. Che fra qualche mese potrebbe addirittura tornare alla Casa Bianca.

Pubblicato sul Dubbio

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Se Grillo e Conte non hanno più niente da dirsi, e tanto meno da consigliarsi

Da Libero

Anche se volesse solo consultare Beppe Grilllo, visto quello che gli costa economicamente, dopo il risultato elettorale in Abruzzo da lui stesso definito “modesto”, Giuseppe Conte non dovrebbe sentirsi consolato. Il suo garante, oltre che consulente della comunicazione, sembra ancora più sorpreso di lui di fronte a ciò che gli succede attorno.

         Sul blog una volta bollente di rabbia, fantasia e volontà di combattimento, anzi di vittoria, e alla grande, Grillo si è ridotto a riproporre pensieri non proprio incoraggianti di Ennio Flaiano e ad arruolarsi, con essi, nella “minoranza silenziosa” di questo Paese. Che di minoranze del genere ne ha viste già altre.

Da blog di Beppe Grillo

         “Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi -ha copiato infatti da Flaiano un Grillo datato 9 marzo, già prima quindi del voto abruzzese e delle sue sorprese per chi aspettava la sconfitta del centrodestra- che non hanno più nulla da dire e aspettare. Che cosa? Che tutto si chiarisca? L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri: perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia. In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete d’arabeschi”. E non solo -aggiungerei grazie alle cronache giudiziarie e politiche di questi giorni- una rete di dossier e simili di fronte alla quale impallidisce il ricordo di vicende passate come quella del Sifar del compianto generale Giovanni De Lorenzo. O del meno lontano, o più vicino, Pio Pompa di dichiarata devozione per l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, secondo confidenze epistolari riproposte su Domani – e dove sennò?- da Piero Ignazi. Che nega perciò oggi al centrodestra il diritto di indignarsi, protestare e reclamare sempre più indagini sulle decine di migliaia di incursioni informatiche condotte prevalentemente ai suoi danni da impiccioni più o meno di Stato.

         Ma torniamo al Flaiano riproposto da Grillo e anticipatore persino di Berlusconi con quel richiamo al Paese “che amo”. Vi ricordate il messaggio televisivo del Cavaliere di cui è stato celebrato di recente il trentesimo anniversario?  Pensavamo che fosse stata una trovata del solito, geniale Berlusconi ripreso da una telecamera infilata in una calza per effetti chissà quanto speciali. E invece era solo una scopiazzatura di Flaiano, neppure dichiarata con l’onestà dimostrata invece adesso da Grillo.

         Mi chiedo, con gli umori che ha, oltre che con gli spettacoli per i quali emette e vende biglietti promettendo o facendo credere di essere pirandellianamente “un altro” rispetto al passato remoto e recente; mi chiedo, dicevo, di quale utilità potrà mai rivelarsi a Conte il consigliere remunerato della comunicazione nel quale si è doppiato il fondatore superstitite del Movimento 5 Stelle. Di ben altro credo che abbia bisogno l’ex premier con i problemi che tardano a risolversi nei cosiddetti “territori”. O che addirittura aumentano nella stessa misura delle ambizioni, per carità, legittime e umanissime del professore già avvocato del popolo.

In sede locale il partito di Conte arranca nonostante   i generosi  aiuti che ogni tato gli fornisce la segretaria del Pd accettandone candidature o oltro, come quella di Alessandra Todde in Sardegna, arrivata ad un pur stentato successo che per un po’ si è sperato di ripetere in Abruzzo con l’ex rettore dell’Università di Teramo. Ma è stata -si è visto- tutt’altra vicenda. E’ spirato tutt’altro vento. Il marziano di Flaiano non vi è per niente sbarcato.

Pubblicato su Libero

Ripreso da http://www.startmag.it il 17 marzo

L’assordante silenzio di Beppe Grillo sulle diete elettorali del suo partito

Dal blog del garante delle 5 Stelle

Fra gli ossimori più usati, o il più abusato in assoluto, è quello del “silenzio assordante”. Nel quale si è chiuso, o socchiuso, un uomo che pur è stato tra gli attori politici, e non solo comici, più rumorosi, effervescenti, e logorroici  d’Italia: Beppe Grillo. Che sul blog ha appena scoperto Ennio Flaiano sentendosi partecipe di una “minoranza silenziosa” a disagio nel paese degli “arabeschi”.

         Il tuttora “garante” del Movimento 5 Stelle presieduto da  Giuseppe Conte – ma al tempo stesso consulente a contratto  della comunicazione, e quindi in un potenziale conflitto d’interessi che fa impallidire anche quelli a suo tempo contestati per altri versi alla buonanima di Silvio Berlusconi, lo “psiconano” dileggiato dallo stesso comico genovese-  non ha pronunciato una parola, una sillaba, una vocale -almeno sino al momento in cui scrivo- sulla scoppola, a dir poco, che i suoi hanno preso domenica scorsa in Abruzzo. Dove i pentastellati sono scesi ad un terzo del Pd.

         Non una parola, una sillaba, una vocale fu spesa da Grillo il mese scorso neppure per le perdite dei suoi in Sardegna, scesi anche lì a livelli minimali, a metà del Pd, ma in compenso premiati dalla generosa Elly Schlein con la candidatura della pentastellata Alessandra Todde a governatrice. Che è prevalsa per meno di duemila voti sul concorrente pur malandato del centrodestra, infelicemente imposto alla propria coalizione dalla premier in persona Giorgia Meloni.

Sempre dal blog di Grillo

         Già salito “altrove” da tempo nel suo stesso immaginario, e oggi dichiaratamente “un altro” che si reclamizza da solo  per vendere i biglietti dei suoi spettacoli, Beppe Grillo sembra avere esaurito nel cesso di casa anche le scorte di giornali che usava come carta igienica. Egli può ben riconoscersi nella vignetta del suo blog che lo riprende ringiovanito e dimagrito sulla tazza mentre dice, testualmente: “Ci vorrebbe un bel giornale ma si sono fatti furbi: sono tutti online!”. E non s’intravvede nel bagno ombra di un bidet, per cui è facile immaginare come finirà la seduta dell’”altissimo”. Che è un altro dei soprannomi datisi da Grillo fra piazze e teatri.

         Se si pensa a ciò che questo comico è riuscito a produrre e provocare in politica dall’estate del 2009, quando si iscrisse d’estate a una sezione del Pd di Arzachena, in Sardegna, per cercare di scalarne la segreteria nazionale dalla quale si era dimesso Walter Veltroni, ne venne respinto e per reazione decise di fondare un suo movimento con parolacce gridate in autunno nella maggiore piazza di Bologna;  se si pensa, ripeto, a ciò che questo comico è riuscito a fare politicamente in 15 anni, quale classe dirigente e di governo – per modo di dire- sia riuscito a far nascere e crescere, non si sa francamente se sia il caso più di ridere che di piangere.

Il Pd, pur guadagnando qualche decimale, è  ridotto oggi a inseguire gli eredi, figli, nipoti e simili di Grillo su un campo variamente chiamato: anche camposanto.  Il camposanto della sinistra.

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Ripreso da http://www.startmag.it il 16 marzo

Andreotti se la ride dall’aldilà, Caselli e Davigo un pò meno fra noi

Giulio Andreotti, da 11 anni non più  fra noi, era già mitico in vita per i suoi nervi d’acciaio, pur messi sempre a dura prova da mal di testa da cui dispensava consigli agli amici come difendersi. Sapeva aspettare il suo turno in politica riuscendo a collezionare sette governi, uno soltanto in meno del suo maestro o primo capo, che era stato Alcide Gasperi nominandolo, cioè assumendolo, come suo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Sapeva aspettare e anche ritirarsi in tempo o rinunciare quando la resistenza o l’offensiva, secondo i casi, gli sembrava troppo difficile,

Egli non volle mai candidarsi alla segreteria del suo partito preferendo piuttosto incarichi parlamentari. come quello di capogruppo alla Camera. Dove anticipò col suo omologo del Pci Pietro Ingrao, trattando di regolamenti e affini, i rapporti di collaborazione più politica che poi ebbe con Berlinguer da presidente del Consiglio facendosi sostenere dall’esterno a Palazzo Chigi.

Gian Carlo Caselli

         Anche quando clamorosamente, mentre altri del suo partito incorrevano nei guai giudiziari e mediatici per tangenti e affini, vere o presunte, egli fini sotto incbiesta addirittura per mafia, accusato addirittura persino di averne  baciato un  capo o essersi lasciato baciare, l’ormai soltanto senatore a vita ed ex presidente del Consiglio nell’aula di Palazzo Madama alzò la mano votando a favore del processo contro se stesso. Per il quale lavorava con molto piemontese ostinazione l’allora capo della Procura di Palermo Gian Carlo Caselli. Che, quando l’imputato fu assolto, contestò la felicità del suo avvocato Giulia Bongiorno esplosa in aula sostenendo che non di assoluzione si trattasse ma solo di una finzione, avendo Andreotti usufruito della prescrizione per i suoi rapporti con la mafia negli anni in cui essi erano contestabili solo per associazione a delinquere

Dalla prima pagina del Foglio

         Ebbene, Caselli -chissà con quanta sorniona soddisfazione di Andreotti dall’aldilà- ha perduto il suo presunto jolly contro il defunto imputato con una sentenza della Corte Costituzionale –“La vittoria dell’ovvio garantista”, l’ha definita sul Foglio Giuliano Ferrara- che vieta di scambiare per condanna una prescrizione, anche quando qualche giudice dà il reato per commesso.

Pier Camillo Davigo

         Pur riguardante un altro caso, sollevato a Lecce, la sentenza dei giudici costituzionali disarma Caselli come una condanna in appello a Brescia ha appena disarmato il magistrato in pensione pure lui Pier Camillo Davigo di quella corazza robesperriana assunta in tutta la sua carriera sostenendo che non esiste mai un innocente davvero, dovendosi trattare solo di un colpevole riuscito a farla franca. Chissà se la Cassazione, ,memore della sua partecipazione,  gli consentirà di rientrare in una  categoria da lui tanto detestata.

         A quale Pasqua straordinaria ci stiamo avvicinando. Ci sono morti, politici o giudiziari, da Giorgia Meloni dopo la vitttoria o la mancata sconfitta in Abruzzo alla buonanima di Andreotti, che risorgono prima della fine della Quaresima.

La politica fra le guerre vere e quelle immaginarie senza fine

Dal Dubbio

Più che un analista, o addirittura soltanto un cronista, qui occorre dappertutto, in Italia e fuori, al di qua e al di là dell’Atlantico, al di qua e al di là degli Urali, non so se più un romanziere fantascientifico o un commediografo e simili come Eduardo De Filippo o Luigi Pirandello per raccontare e interpretare. quel che ci accade intorno. Fra guerre a pezzi, come le chiama il Papa, che si combattono davvero o per finta, col fuoco o con le parole.

         Davvero spontanea com’era apparsa, o solo equivocata per essere stata  lanciata fra i piedi dell’intervistato dall’intervistatore, è aleggiata per un po’ sull’Europa, ma non solo, una bandiera bianca della pace, della resa, del negoziato, secondo le preferenze, fatta dello stesso tessuto, se non dello stesso abito del Papa per far cessare la guerra in corso da più di due anni in Ucraina. Una guerra che sembrava cominciata con un Pontefice più solidale con gli aggrediti che con gli aggressori in armi benedetti a Mosca da un Patriarica convinto anche lui che l’Ucraina dovesse essere se non “denazificata”, come diceva Putin, almeno bonificata dai costumi troppo licenziosi dell’Occidente che vi si era intrufolato.

Papa Francesco

         Neanche se fatta dello stesso abito del Papa, quella bandiera è stata raccolta in Ucraina, dove si vogliono  tenere ben stretta la loro bicolore.  E avvolgervisi nella resistenza o nella controffensiva che Zelensky progetta o immagina contando evidentemente più sull’Europa della uscente Ursula von der Layen che sugli Stati Uniti di un rientrante -forse- Donald Trump, a dir poco isolazionista. Uno che vorrebbe liberarsi della Nato o affidarne i paesi morosi alla punizione russa. Starà girando la testa anche al generale Vannacci del mondo al contrario, già preso dai suoi guai disciplinari e dalle rocambolesche prospettive politiche offertegli quanto meno dalla Lega.

         Rispetto ai venti che soffiano su e dall’Ucraina, sono bazzecole quelli che ha sorpreso in Abruzzo, almeno nella vignetta di prima pagina del Corriere della Sera, una riedizione della coppia di Adamo ed Eva, nei panni di Giuseppe Conte e di Elly Schlein, in fuga dall’Eden immaginato con la vittoria, invece mancata, del loro candidato alla presidenza della Regione. Ha vinto, anzi rivinto, invece il governatore uscente di centrodestra che era stato degradato in campagna elettorale dagli avversari a un oriundo abruzzese emirato a Roma e governatore da remoto della sua terra d’origine.

         Da donna impaurita, sabotata dai suoi alleati e in procinto addirittura di cadere fra qualche mese sulla strada di elezioni anticipate, Giorgia Meloni è tornata fortissima. O forte abbastanza per rimanere dov’è.  E pazienza per chi nel centrodestra pensava di poterla mettere in sofferenza ancor più degli avversari di sinistra e dintorni,

         Per gli irriducibili ottimisti del campo largo, o giusto, non tutto sembra però perduto. Distraendosi dai problemi di dossieraggio e dintorni che li angustiano, i colleghi di Domani -non mercoledì 13 marzo ma il quotidiano fondato da Carlo De Benedetti per consolarsi della perduta Repubblica, non cutodita a dovere dai figli- hanno esortato a riprendere l’Abruzzo per quello che è, e non per quello immaginato: una regione modesta, poco rilevante nella partita elettorale che continua con le regionali e le europee di quest’anno e le regionali e d’altro livello amministrativo dell’anno prossimo.

         La guerra insomma continua. Non come a Gaza, per fortuna, e neppure come in Ucraina, ma abbastanza per far capire che l’Italia c’è. E ha le sue cose, i suoi affari, le sue sorprese da riservare a chi se ne vuole occupare. Un’Italia peraltro presidente di turno del G7, con tutto quello che aveva in testa e ancor più ne avrà la Meloni dopo essere scampata alle trappole abruzzesi. Buon lavoro a tutti.

Pubblicato sul Dubbio

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