Per cortesia, qualcuno si decida ad entrare nel bagno del blog dove Beppe Grillo da un bel po’ di giorni è seduto sulla tazza reclamando qualche giornale col quale pulirsi il sedere e gli allunghi una copia del Fatto Quotidiano di oggi. Che si adatta particolarmente alla scena proposta dal blog del comico con quella vignetta di prima pagina di un Riccardo Mannelli aspirante a “interloquire” a suo modo con la premier per soddisfarne il presunto, preferito “linguaggio del corpo”. Che la Meloni avrebbe appena adottato nell’aula di Montecitorio non opponendo il suo deretano ai “ragazzi” delle opposizioni che la interrompevano nervosamente mentre lei cercava di parlare del Consiglio europeo verso cui era in partenza, ma semplicemente nascondendo la sua testa nella giacca. E finendo così persino sulle prime pagine anche della stampa internazionale più prestigiosa.
Giorgia Meloni al Consiglio europeo
Va bene che il vignettista di Marco Travaglio ha messo da tempo le mani davanti alle sue vignette dicendo che il disegno per lui è “un respiro animale”, come si legge navigando in internet. Va bene “la satira è senza limiti” e che l’autoproclamato artista ha escluso d potersi o doveresi scusare dei suoi prodotti, per quanto osceni potranno rivelarsi, ma credo che tutto debba avere o trovare un limite. Che in questo caso, mentre la Meloni se ne sta a Bruxelles a rappresentare l’Italia nell’abbigliamento e nella posa di un’alunna adulta al banco di una scuola, penso sia stato proprio superato, anche volendo riformare in Disordine quello che per legge si chiama ora l’Ordine dei Giornalisti.
Sergio Mattarella
Se questa è la libertà di stampa reclamata e praticata dal quotidiano -credo- più letto sotto le cinque stelle di Giuseppe Conte e del suo garante e consulente della comunicazione Grillo, nonchè fondatore superstite del MoVimento che contende al Pd la guida del canpo, stretto o largo che sia, corto o lungo, giusto o non, del progressismo italiano scoperto e decantato a suo tempo al Nazareno e dintorni da Nicola Zingaretti, Goffredo Bettini ed altri presunti esperti della materia; se questa -dicevo scusandomi della premessa per niente contenuta- è libertà di stampa credo che se ne possa fare a meno facilmente, senza mettersi a piangere o lamentarsi. Lo dico con la dovuta riverenza, personale e istituzionale, anche verso il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che tanto si spende, ogni volta che l’agenda dei suoi appuntamenti fuori e dentro il Quirinale gliene dà l’occasione, per difendere la libertà di stampa così lungamente scolpita in un articolo della Costituzione che non sarà il primo ma è pur il ventunesimo di 139, al netto della famosa diciotto “disposizioni transitorie e finali”. Alle quali si sarebbe potuto aggiungerne una, di carattere veramente finale, contro la maleducazione di stampa.
Per quanto declassato a “teatrino” dal Fatto Quotidiano, che se ne intende con i fotomontaggi nei quali spesso avvolge sarcasticamente sulle sue prime pagine le cronache politiche che non gradisce, lascerà il segno quel gesto di Giorgia Meloni ieri alla Camera di nascondere la testa nella sua giacca per non vedere e sentire lo spettacolo delle opposizioni più nervose del solito in aula.
Berlusconi a la7 nel 2013
Esso lascerà il segno come quella spolverata sulla sedia di uno studio televisivo in cui Silvio Berlusconi nel 2013 riuscì a spiazzare e ridicolizzare la coppia Santoro-Travaglio scatenata contro di lui. Quel “teatrino”, per restare nel linguaggio del Fatto, costò parecchio elettoralmente alla sinistra e fu oggetto di una certa letteratura della comunicazione politica.
Il sindaco di Bari Antonio Decaro
Il nervosismo dell’opposizione, sottolineato dalla stessa Meloni chiamandone romanescamente “ragazzi” gli attori, non nasceva solo dalle guerre di cui si occupano oggi i vertici dell’Unione Europea. Esso derivava anche dalla clamorosa procedura di scioglimento per infiltrazione mafiosa avviata dal Ministro dell’Interno a carico dell’amministrazione comunale di sinistra di Bari, fra le lacrime del sindaco piddino Antonio Decaro, che è anche presidente dell’associazione nazionale dei Comuni, e le proteste o le minacce di altri.
Titolo del Corriere della Sera
Dopo “le scintille alla Camera” riferite nel titolo di apertura del Corriere della Sera la Meloni si è ricomposta, diciamo così, ed è salita al Colle con un pò di ministri e collaboratori per il pranzo di lavoro che precede i Consigli europei. Qui è stata accolta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la solita cordialità che non sarà piaciuta – credo- neppure questa volta dalle opposizioni di vario grado e colore. Che spesso scambiano Mattarella, anche a costo di procurarsi proteste e richiami dell’interessato, come il capo loro, non dello Stato.
Meloni da Mattarella al Quirinale
“Nel pranzo -ha riferito sul Corriere della Sera il quirinalista Marzio Breda- non si è entrati nel merito delle soluzioni politiche per trovare, e proporre agli alleati, una sintesi fra i 27 Paesi dell’Unione Europea” sulle guerre in corso, sempre più a rischio di ulteriori allargamenti. “Ma è significativa -ha scritto ancora Breda- la sintonia tra le due massime cariche del Paese. Sintonia che ha riguardato anche gli altri dossier in agenda al Consiglio europeo” come l’allargamento dell’Unione e la difesa comune, entranbi funzionali al contrasto dell’emergenza cresciuta, non certamente ridotta dal quinto mandato presidenziale di Putin appena avviato al Cremlino tra fanfare, esibizioni di forza e minacce ad un Occidente sempre più odiato. Gli anni berlusconiani di Pratica di Mare sono sempre più lontani.
Come la telefonata del famoso spot pubblicitario, c’è il sondaggio elettorale che “allunga la vita” a chi fatica a portarla avanti. O addirittura procura la resurrezione, in questo caso con anticipo anche rispetto al calendario pasquale. Quello, per esempio, appena compiuto dalla Ipsos per Euronews deve aver fatto tirare un bel sospiro di sollievo a Giuseppe Conte, uscito con le ossa rotte dalle elezioni regionali d’Abruzzo, ridotto a un 7 per cento pari a un terzo dei voti del Pd, ma anche da quelle regionali in Sardegna. Dove aveva portato a casa, è vero, la prima presidenza regionale nella storia del MoVimento 5 stelle con l’elezione di Alessandra Todde, ma riportando la metà dei voti del Pd.
Beppe Grillo sempre più da lontano, nei panni dell’”altro” pirandellianamente assunti nei suoi spettacoli teatrali, ha dovuto distrarsi leggendo e riproponendo un disincantato Ennio Flaiano sul suo blog per consolarsi e fare finta di niente. Eppure, oltre ad esserne ancora il garante nello statuto, egli è anche consulente a contratto per la comunicazione. Che evidentemente funziona male a livello locale, meglio però a livello nazionale: tanto da metterlo al riparo, evidentemente, da rischi di licenziamento o solo riduzione del compenso.
Dal Corriere della Sera
Il sondaggio appena sfornato da Ipsos assegna al movimento presieduto da Conte un 17,4 per cento di intenzioni di voto che sarà pure poco più della metà dei voti veri presi nelle urne nel 2018, ma è pur sempre solo di un punto e mezzo sotto il 19 per cento del Pd guidato da Elly Schelin. I due partiti insomma si inseguono. E ciò se può ringalluzzire Conte nell’ambizione neppure nascosta di assumere la guida di quello che Pier Luigi Bersani chiama “il campo dell’alternativa”, per non stare pure a lui a mettersi misurarne e definirne la larghezza o la lunghezza, può quanto meno insospettire il Pd. Dove solo remore da campagna elettorale in corso per le regionali della Basilicata, le europee di giugno e altro ancora dopo, trattengono le polemiche e le paure interne.
Pier Luigi Zanda al Foglio
L’ex capogruppo del Pd al Senato Pier Luigi Zanda, non certo ottimista come l’attuale Francesco Boccia, si è appena sfogato col Foglio lamentando un “rapporto subalterno, a vantaggio dell’ex premier”, la cui “tecnica” gli sembra “sempre la stessa: sfiancare il Pd”. Una tecnica risalente alla comune partecipazione al governo Draghi, non a caso conclusasi con la sua esplosione, le elezioni pur brevemente anticipate dell’autunno del 2022 e la vittoria elettorale del centrodestra, anzi della destra-centro.
Dopo le elezioni il Pd ha concesso a Conte la testa reclamata di Enrico Letta, ma i rapporti fra i due partiti non sono certamente tornati quelli dei tempi in cui al Nazareno c’era Nicola Zingaretti. Che peraltro peraltro si dimise tanto all’improvviso. e con così poche spiegazioni, da avere dato più l’impressione di essere fuggito dopo avere accreditato Conte come la punta più avanzata, cioè il capo del campo progressista: una convinzione condivisa allora al Nazareno anche da Goffredo Bettini.
Oltre a Conte col suo 17,4 per cento di intenzioni di voto rispetto al 19 del Pd, esce risorto dal sondaggio Ipsos Matteo Salvini con quell’8,2 per cento che lo allinea perfettamente alla Forza Italia di Antonio Tajani, reduce da un sorpasso sulla Lega in Abruzzo forse un po’ troppo festeggiato.
E la Meloni con i suoi fratelli d’Italia? E’uscita dal sondaggio di Ipsos col 27 per cento delle intenzioni di voto: di un punto superiore al 26 per cento raccolto davvero nelle urne elettorali del 2022 e appena indicato dalla premier come il traguardo ideale per lei anche delle elezioni europee del 9 giugno prossimo.
Da La Notizia
“Meloni abbassa le penne”, ha titolato in rosso sangue un giornale –La Notizia di Gaetano Pedullà- che riesce a superare Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio nel proposito di rappresentare al meglio umori e interessi politici del movimento di Conte. Sino a insorgere di recente, rispolverandone la peggiore letteratura o leggenda, contro un Romano Prodi permessosi in un incontro con Conte di rimproverargli apertamente linea e condotta, capaci solo di procurare altre sconfitte alla sinistra e altre vittorie alla destra. “Prodi ci risparmi le lezioni”, ha replicato il direttore della Notizia risparmiandogli a sua volta, nelle contestazioni del suo passato, solo la seduta spiritica durante il sequestro di Aldo Moro per cercare di scoprirne la prigione dove lo tenevano chiuso le brigate rosse prima di uccidere anche lui, come la scorta sgominata nell’agguato di via Fani, a Roma, cinquantacinque giorni prima.
Per un po’ di tempo nella scorsa legislatura la politica e i giornali ebbero da fare, scrivere, lanciare messaggi e quant’altro sulla famosa “agenda Draghi” a Palazzo Chigi, da portarsi o no al Quirinale, dove il premier non aveva nascosto l’ambizione di trasferirsi, o da lasciare in eredità chissà a chi dopo le elezioni, anche se era scontata la successione di Giorgi Meloni. Che già dai banchi pur dell’opposizione aveva apprezzato quell’agenda nella parte non secondaria della politica estera, e più particolarmente della guerra in Ucraina. Quella di Gaza doveva ancora arrivare. Ma anche su questa la premier si trova in sintonia con quelle che si possono prevedere le opinioni di un atlantista come Draghi: comprensione quanto meno per gli israeliani, come diceva Aldo Moro, sempre da Palazzo Chigi, per gli americani impantanati nel più lontano Vietnam, pur tra i soliti auspici di tregue e di pace.
Matteo Salvini
Ora più che l’agenda della Meloni, particolarmente impegnata sul fronte internazionale, dove le riesce di muoversi più agevolmente che sul fronte interno, attira l’interesse dei giornali e delle opposizioni l’agenda del vice presidente leghista del Consiglio e ministro delle Infrastrutture -ex Lavori Pubblici, Trasporti e un po’ anche Marina Mercantile- Matteo Salvini. Che l’ha sempre fitta di appuntamenti: tali e tanti da offrirgli spesso l’occasione di disertare quelli ai quali è atteso, a torto a ragione, in Parlamento accanto alla premier. Che invece può contare di più sull’altro vice presidente, il forzista Antonio Tajani.
Putin
E così ieri, alla vigilia del Consiglio Europeo di domani, specie per avere precedentemente apprezzato la vittoria elettorale di Putin in Russia, dalla quale invece la premier ha preso le distanze, specie nelle zone dell’Ucraina annesse e sotto occupazione militare degli invasori, Salvini con l’ assenza al Senato ha creato un altro dei suoi casi politici. Da cui la premier e i sostenitori mediatici hanno cercato di uscire osservando che n Parlamento contano più i voti dei leghisti che la presenza di Salvini in aula sui banchi del governo.
Il fatto è però che qualche volta mancano anche i voti dei leghisti. O sono difformi da quelli degli altri gruppi della maggioranza, com’è recentemente accaduto, prima in commissione e poi in aula proprio al Senato, sul problema del terzo mandato dei cosiddetti governatori. Che sarebbe poi soltanto o prevalentemente il problema del terzo mandato di Luca Zaia in Veneto, mancando il quale Salvini potrebbe trovarsi fra i piedi lo stesso Zaia come concorrente alla guida di una Lega non più col vento elettorale sulle vele, precipitata in cinque anni dal 34 per cento delle europee del 2019 all’8 per cento appena attribuitogli dall’ultimo sondaggio Ipsos, pari a quella Forza Italia sorpassata invece nelle elezioni regionali d’Abruzzo.
Se andrà come l’altra volta nella corsa al Quirinale, cioè nel senso opposto a quello previsto, annunciato e quant’altro dalla moglie Serenella parlandone con amici e persino col barman sotto casa, a Roma, Mario Draghi ha qualche possibilità di arrivare ai vertici dell’Unione Europea dopo le elezioni del 9 giugno. E di uscire dalla noia che, a torto o a ragione, gli ha attribuito sul Foglio Carmelo Caruso dopo averlo inseguito e un po’ persino pedinato a Milano. Dove l’ex premier abita prevalentemente da qualche tempo e la moglie Maria Serena Cappello lo assiste, sorveglia, consiglia, conforta, incita, secondo le circostanze.
Dal Foglio, sempre di ieri
“La politica -ha detto appunto la moglie al giornalista del Foglio –non ama mio marito. I politici lo temono. In Europa lui non ci andrà”, pur avendone presieduto la Banca Centrale e facendo adesso quasi da consulente alla Commissione guidata dalla tedesca Ursula von der Leyen, desiderosa peraltro di essere confermata. Ma la moglie, ripeto, è convinta che il marito “non ci andrà”. “Del resto- ha continuato alludendo alla sua mancata elezione al Quirinale due anni fa- si è già visto in un’occasione come è andata a finire …Non lo manderanno mai. Non lo vogliono. E’ un uomo che parla con competenza, non improvvisa. Si prepara”. Insomma, è troppo bravo per gli standard della politica, forse non solo italiana, anche se al presidente francese e suo amico, oltre che estimatore, Emmanuel Macron viene attribuita sempre più spesso la tentazione di candidarlo lui al posto della von der Leyen.
Draghi
La signora Draghi ad un certo punto è sbottata anche contro noi giornalisti, ai quali poco è mancato che desse dei “pennivendoli”, come fece una volta Ugo La Malfa dalla tribuna di un congresso del suo partito repubblicano. “Ma perchè anche voi giornalisti lo detestate? Vi metteva paura?”, ha chiesto la signora reclamando di accettare il consorte com’è. “Lui ha -spiegato- è fatto così. Non gli piace che si scriva della sua vita. Se fosse per mio marito, si dovrebbe parlare e scrivere il meno possibile e con precisione”.
Draghi, sempre lui
Meno male che la signora parlava con uno del Foglio, un giornale che non si può certamente considerare tra gli ostili o diffidenti verso l’ex premier. Nella cui “agenda” – ricordate ?- i foglianti si sono riconosciuti durante e anche dopo il governo Draghi. Figuriamoci se la signora si fosse trovato di fronte uno del Fatto Quotidiano, dove non hanno ancora perdonato, né perdoneranno mai, al marito di avere sostituito alla guida del governo l’unico emulo di Camillo Benso, conte di Cavour. Che sarebbe naturalmente Conte con la maiuscola, Giuseppe, o al plurale – Giuseppi- preferito da Donald Trump, molto più vicino al ritorno alla Casa Bianca di quanto non potrà mai sentirsi davvero a Palazzo Chigi di nuovo l’ex premier grillino. Che dissemina di notte quello che di giorno cerca di seminare la segretaria del Pd Elly Schlein nel campo dell’alternativa alla Meloni.
A 14 anni di distanza dai fatti – quattordici, in lettere, che sono lo scandalo maggiore di tutta la vicenda- Gianfranco Fini si è visto e sentito raggiungere in tribunale da una richiesta di otto anni di carcere per riciclaggio su quel maledetto affare partitico-familiare di una casa a Montecarlo. Che fu lasciata in eredità al Movimento Sociale da un’elettrice di destra inconsapevole dei guai cui avrebbe così destinato Fini. Se solo avesse potuto immaginarli, gli avrebbe risparmiato la sua galeotta generosità. E impedito che quell’appartamento diventasse una trappola, talmente svenduta o lasciata svendere da Fini al cognato per 300 mila euro da essere poi rivenduta in poco tempo a più di un milione.
La pubblica accusa ha chiesto otto anni per l’ex presidente della Camera, ma anche ex vice presidente del Consiglio ed ex ministro degli Esteri, nove per sua moglie -la seconda- Elisabetta Tulliani, dieci per il cognato e cinque per il suocero. La sentenza è attesa fra circa un mese.
Fini nel 2010 contro Berlusconi
Poiché questa volta aveva di fronte un pubblico ministero e non la buonanima di Silvio Berlusconi, che nel 2010, sempre l’anno dell’affaraccio di Montecarlo, lo aveva contestato in un incontro di partito per i bastoni che gli metteva fra le ruote del governo e della maggioranza, Fini non ha potuto reagire chiedendo all’accusatore di turno: “Che fai? Mi cacci?”. In questo caso: che fai? Mi mandi in galera?
Berlusconi nel 2010 contro Fini
Tanto meno Fini lo chiederà al giudice prima della sentenza. La sua vita è decisamente cambiata. Qualche giorno fa gli è capitato di tornare alla Camera, tra buvette e cosiddetto Transatlantico, e di scambiare battute con ex colleghi ma procurandosi nelle cronache solo qualche rigo. Gli rimangono il ricordo di quello che fu e l’immaginazione di ciò che sarebbe potuto diventare quando aveva non gli attuali 72 ma i 58 anni del 2010 se solo avesse avuto più prudenza o meno fretta di succedere a chi pure fra il 1993 e il 1994 aveva sdoganato politicamente lui e la sua parte politica.
Fini in carrozza a Londra con la prima moglie
Galeotta fu per Fini, oltre alla generosità di quell’elettrice, la sua ambizione. Più galeotta anche di quella giovane avvenente che prese il posto, nel suo cuore e nel suo letto, della prima moglie, non abbastanza in tempo tuttavia per sostituirla sulla carrozza che a Londra portò l’allora ministro degli Esteri Fini a Backingham Palace da Elisabetta: la regina, naturalmente, non la Tulliani,
Fini con Elisabetta Tulliani
Più di Fini ha avuto comunque fortuna la sua destra, arrivata con Giorgia Meloni alla guida del governo e di una coalizione nominalmente ancora di centrodestra, in realtà di destra-centro. E con prospettive di durata niente male, per quanti problemi voglia e possa creare alla premier ogni giorno un alleato come Matteo Salvini. Che non ha voluto risparmiarsi neppure la soddisfazione per la vittoria elettorale di Putin. E non perché questa possa aiutare l’Europa a svegliarsi nella difesa ma solo perché prolunga il potere e tutto il resto di chi troneggia al Cremlino.
Ma chi l’ha detto che il quinto mandato presidenziale appena acquisito da Putin in Russia -altro che il terzo desiderato per Luca Zaia in Veneto, per il quale chissà cosa darebbe Matteo Salvini sopra e sotto banco in Italia- arriva come sciagura sul mondo, sull’Europa e naturalmente, o a cominciare dall’Ucraina? Che resiste con la sua bandiera bicolore e gli aiuti dell’Occidente all’aggressione di un Cremlino dove si nseguono i fantasmi degli zar, di Lenin, di Stalin ma anche di Navalny, a dispetto della sorte riservata o lasciata riservare al suo corpo nella lontana e ghiacciata Siberia proprio da Putin. Che ora dice di essere stato tentato di liberarlo in vita.
Sant’Agostino
Putin, a dispetto dei medici che a distanza, vedendone mani, gambe, piedi, colore del viso e chissà cos’altro gli diagnosticano continuamente malattie tutte d’esito più o meno infausto, porterà probabilmente a termine nel 2030 il suo quinto -ripeto-mandato da zar travestito da presidente eletto. E, fra sei anni, ancora sotto gli ottanta, si ritaglierà anche un sesto, lungo giro di giostra fra le guglie del Cremlino. Ma potrà finire, suo malgrado, per costituire il santagostiniano male capace di tradursi in un bene per i suoi avversari. Persino se abbinato alla sciagura da tanti temuta, al di là e al di qua dell’Atlantico, di un ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Costretta anche da una simile prospettiva, l’Europa potrà ritrovare l’istinto della sopravvivenza. Come accadde a suo tempo con la pandemia, che la fece tornare a quello spirito umanitario e sociale dei tempi dei fondatori della Conunità e poi dell’Unione, smarritisi poi lungo la strada. Specie dopo che la caduta del muro di Berlino, e del comunismo, diede a molti l’illusione che tutto ormai fosse destinato a scorrere nel vecchio continente come l’acqua in un fiume dagli argini ormai molto alti e sicuri.
Con la pandemia potette accadere che un governo fra i più anomali, imprevisti e imprevedibili d’Italia, nato dall’incrocio fra il populismo di Beppe Grillo e quello di Matteo Salvini, tollerato da un Silvio Berlusconi traumatizzato dal sorpasso leghista appena subìto, strappasse fra Bruxelles e Berlino una tale carrettata di euro da non riuscirne neppure a contare o comunque pesare la quantità.
La povera Merkel ancora salda al suo posto di cancelliera non dico di ferro ma quasi, si lasciò pazientemente descrivere al bar da Giuseppe Conte, fra un cappuccino e un’aranciata che solo loro potevano mettere insieme, gli arabeschi sviluppi della smaggioranza di governo in Italia. E persino convincersi ad aiutarla.
Putin fra i suoi missili
Ora, con Putin confermato al suo posto con quasi il novanta per cento dei voti a presidiare, fra l’altro, il suo armamento atomico, sventolato con i missili e con le sue visite agli arsenali come se fossero bandiere, l’Europa dovrà per forza ritrovare se stessa. Che non è quella coltivata nei giardini della loro fantasia dai putiniani d’Italia, come li chiama a Kiev il presidente ucraino Zelensky. Un’Europa dove persino il presidente francese Emmanuel Macron, partito all’inizio della guerra in Ucraina con l’esigenza di comprenderne in qualche modo la ragione e di non reclamare l’umiliazione della Russia criticata su entrambe le sponde dell’Atlantico, ha prospettato la partecipazione fisica e diretta degli europei, in divisa e debitamente armati, contro gli occupanti dell’Ucraina. E ciò anche a costo di far venire le vertigini all’olimpico ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani e imbarazzati copi di tosse al ministro della Difesa Guido Crosetto, pur sollevato dai guai che è riuscito a procurare mediaticamente e giudiziariamente agli incursori nei suoi conti bancari.
Schlein e Conte
Il Putin al suo quinto mandato complicherà ulteriormente la vita in Italia anche al campo, largo o stretto che sia, lungo o corto, arato e non, di Elly Schlein e di Giuseppe Conte. Che fra i sassi di Matera hanno finito anche per perdersi le scarpe e ritrovarsi i piedi sanguinanti. Sui quali vigila mestamente, con cerotti e simili, l’ex ministro pd della Sanità, chiamato Speranza solo di nome.
Noi, cioè i partiti in Italia si dividono, si scannano, si sgambettano in Parlamento, fra commissioni e aule, per portare ad almeno tre i mandati dei presidenti delle regioni, chiamati impropriamente governatori, o per fare eleggere almeno una volta direttamente dai cittadini il presidente del Consiglio, come si è messa in testa quella testarda di Giorgia Meloni. E in Russia Putin, di nome Vladimir come Lenin, che riuscì a rivoltarla come un calzino rosso imponendo per un bel po’ di tempo dopo la morte anche la sua mummia all’adorazione del popolo, in fila disciplinatamente ogni giorno davanti al mausoleo sotto il sole, la pioggia e la neve; Putin, dicevo, è riuscito a farsi assegnare dagli elettori un quinto mandato a governare, sino al 2030, fra sei anni.
Allora, pur avendone 78, se non sarà stato ammazzato prima da qualcuno o non sarà morto nel suo letto di qualcuna delle tante malattie che gli vengono diagnosticate a distanza da medici improvvisati osservandone mani e smorfie, il nuovo Lenin troverà la forza, i numeri e quant’altro, se vorrà, per riproporsi e imporsi ancora.
Berlusconi e Putin d’archivio
Per fortuna la buonanima di Silvio Berlusconi è spirata in tempo, l’anno scorso, per risparmiare a se stesso e agli amici increduli, una volta nell’urna delle ceneri nel mausoleo di Arcore, l’ennesimo messaggio di congratulazioni all’amico che si era illuso a Pratica di Mare, da presidente del Consiglio italiano, di avere associato all’Occidente e persino alla sua organizzazione militare, la Nato.
Anche nell’avventura della guerra all’Ucraina, dopo essere corso in Crimea a festeggiarne l’annessione da parte della Russia, Berlusconi trovò il tempo e il modo di esprimere ripetutamente la sua “comprensione” a Putin. Come Aldo Moro ai suoi tempi faceva nei riguardi degli americani impanatisi nel Vietnam.
Donald Trump e Joe Biden
Mentre gli americani si dividono fra un vecchio presidente uscente che stenta a camminare con la sua andatura a scatti e un ex presidente deciso a tornare alla Casa Bianca per far vedere al mondo di quante sorprese è capace di sommergerlo, gli europei sono una volta tanto chiamati -o richiamati, come accadde per contrastare Hitler dopo avere cercato di ammansirlo- a serrare le fila per difendersi dal monarca russo travestito da presidente.
Il presidente ucraino Zelensky e la premier italiana Meloni
Questo dell’Europa davanti alle sue responsabilità forse è l’unico aspetto positivo della quinta rielezione di Putin. Positivo anche per gli ucraini che possono resistergli solo grazie agli aiuti di un Occidente del quale sentono di far parte, anche a costo di pagare un prezzo così alto, in vite umane e distruzione del Paese, com’è quello della guerra in corso da due anni, o riesplosa più di due anni fa. Quando al Cremlino pensarono di andare a Kiev come in una passeggiata fuori porta,, di deporre il presidente Zelensky, ammazzarlo prima che potesse fuggire e sostituirlo col solito fantoccio che i russi nella storia di continuità sinistra dei due Vladimir hanno sempre saputo trovare nei loro dintorni.
Anche in alcuni degli interventi più recenti sul sequestro di Aldo Moro si è tornati a scrivere che epilogo diverso non avrebbe potuto esserci nel contesto internazionale nel quale esso si svolse. Cioè col mondo ancora politicamente e militarmente diviso in due per gli accordi di Yalta alla fine della guerra scatenata da Hitler con l’originario consenso dei russi, Che poi, una volta attaccati anch’essi dai tedeschi ed entrati quindi nella coalizione antinazista, si videro riconoscere la sostanziale sovranità su una parte d’Europa in cambio della supremazia americana nell’altra parte, comprensiva dell’Italia.
Un governo con i comunisti, qual era quello attribuito a toto o a ragione ai progetti di Moro, era indigesto sia a Wasghinton – per quanto il Pci si fosse evoluto fino a considerarsi più al sicuro sotto l’ombrello della Nato, secondo una celebre intervista di Enrico Berlinguer- sia a Mosca. Dove si era arrivati a concepire anche un attentato a Berlinguer in Bulgaria pur di interromperne la marcia di avvicinamento alla Dc in nome del “compromesso storico”.
Mattarella davanti alla tomba di Moro
Tutto insomma congiurava contro Moro e a favore dei brigatisti rossi che lo avevano sequestrato, per commissione o autonomamente, per una bravura -diciamo così- troppo generosamente attribuita loro con l’operazione di via Fani. Che fu invece, secondo me, come ho scritto all’inizio di questo reportage all’indietro a 46 anni dai fatti, frutto più degli errori di chi doveva proteggere Moro che dei meriti o della preparazione dei suoi nemici.
Scrtomba di Craxi ad Hammamet
Può darsi, per carità, che tutto fosse destinato a finire come finì. Ma non c’è la controprova. Non la si volle neppure sperimentare, a parte il sacrificio di Leone. D’altronde, a interrompere la “collaborazione parlamentare” col Pci, come la chiamava Moro dopo i risultati elettorali del 1976 con “due vincitori”, che erano la Dc e lo stesso Pci, e i socialisti di Francesco De Martino indisponibili a governare con i democristiani senza i comunisti; a interrompere quella collaborazione, dicevo, non fu tanto la morte di Moro quanto lo stesso Pci. Che si ritirò spontaneamente dalla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, provocando le elezioni anticipate del 1979, per non affrontare il problema che andava nel frattempo maturando del riarmo missilistico della Nato dopo il vantaggio conseguito dal blocco sovietico con gli SS20.
Evidentemente il famoso ombrello dell’alleanza atlantica sotto il quale sembrava avesse preferito collocarsi Berlinguer per difendere la sua autonomia da Mosca doveva essere e rimanere un ombrello bucato. E neppure Moro ancora vivo, liberato o mai sequestrato, avrebbe potuto convincere il Pci a fare quello che invece consentì il Psi di Craxi al governo della rinata collaborazione con i democristiani: il riequilibrio delle forze in campo. A superare il quale l’Unione ancora Sovietica ritentò sfasciando il suo sistema economico e dissolvendosi.
Aldo Moro e Bettino Craxi. Ecco i due uomini con le cui morti parallele – uno ammazzato a 62 anni e l’altro costretto alla morte a 66 anni in esilio, o nella latitanza ancora gridata dai suoi irriducibili avversari- vorrei chiudere questa serie di articoli a quasi mezzo secolo da via Fani.
Essi hanno segnato entrambi la cosiddetta prima Repubblica, dopo l’avvio degasperiano. E sono stati accomunati dalla loro scomodità, chiamiamola così, rispetto agli equililbri politici ereditati dall’uno e dall’altro ma in evoluzione.
Screensho guida del governo nel 1963
Moro, che tanto volle il centro sinistra, fu costretto dagli stessi socialisti che aveva portato al governo e cercare una via d’uscita quando essi smarrirono la loro autonomia. E si avventurò -mi disse una volta- sulla strada del deserto per attraversarlo in attesa che i suoi antichi alleati ritrovassero se stessi, quel loro spirito umanitario e sociale che invocò dalla prigione in cui lo rinchiusero i terroristi quando fu costretto a difendere la propria vita dalla morte cui si era avvicinato camminando appunto in quel deserto.
Forse Moro, come anche Fanfani, l’altro “cavallo di razza della Dc” già evocato una volta citando Carlo Donat-Cattin, non sarebbe arrivato a pagare per il ritorno dei socialisti al governo il prezzo di Palazzo Chigi. Ma sicuramente non ne avrebbe ostacolato il recupero in autonomia dal Pci, né ne avrebbe sacrificato il ruolo, come i dorotei si aspettavano durante la sua prima esperienza presidenziale. E perciò gli contestarono troppa arrendevolezza, salvo scavalcarlo per ragioni di potere con l’edizione “più incisiva e coraggiosa” del centrosinistra nel 1968, l’anno peraltro della contestazione giovanile,
Posso sbagliare, per carità, ma Moro non sarebbe diventato un nostalgico della collaborazione parlamentare col Pci una volta finita per scelta di Berlinguer. Non avrebbe assecondato i colleghi di partito tanto abituatisi alla convenienza dei monocolori democristiani appoggiati esternamente dai comunisti. Sarebbe diventato un loro rompiscatole.
Craxi alla guida del governo nel 1983
Craxi, dal canto suo, una volta caduto il muro di Berlino, e con esso il comunismo, cresciuto già di suo a Palazzo Chigi col pentapartito comprensivo di socialisti e liberali, divisi invece dal primo centro sinistra, mai avrebbe rinunciato al disegno di guidare la sinistra riformista. Non a caso sventolò subito la bandiera dell’”Unità socialista” seminando il panico fra i vari Occhetto e compagni. Ai quali non parve vero cavalcare Tangentopoli, “mani pulite” e simili per liberarsi del “cighialone”, come chiamavano il segretario del Psi. Mai egli si sarebbe mescolato, occultato, disperso in un Pci trasformatosi per convenienza in Pds, poi Ds infine Pd. Sarebbe stato anche lui un rompiscatole, Non caso ho avuto simpatie, ricambiate, sia per l’uno che per l’altro. E soffro nel vederne storcere le figure ogni qualvolta se ne celebra la morte sostanzialmente violenta che hanno subìto: l’uno Moro, come di un debole rassegnato alla resa ai comunisti e l’altro come di un ladro, del capo espiatorio del finanziamento illegale al quale si erano abituate tutte le forze politiche destinando al loro finanziamento per ipocrisia mezzi di gran lunga inferiori alle necessità del loro funzioamento. Che era ed è poi il funzionamento della democrazia,
Non a caso, del resto, finite la sbornia e le strumentalizzazioni di “Mani pulite” e constatato quanto ancora costasse quella che lui riteneva solo corruzione, il compianto Francesco Saverio Borrelli si chiese pubblicamente se fosse convenuto “mandare tutto all’aria” di fronte a ciò che ne era seguito. Un dubbio interpretato come richiesta accettata di scuse in un libro autobiografico da Claudio Martelli, un’altra vittima illustre di quella stagione falsamente o presuntuosamente rivoluzionaria, che lo stesso Borrelli riconobbe di essere stato fra i migliori ministri della Giustizia in Italia.
In conclusione, tornando a Moro e a Craxi, l’uno non sarebbe diventato Romano Prodi, occupatosene in una famosa seduta spiritica. E Craxi non sarebbe diventato Matteo Renzi, improvvisatosi socialista portando da segretario il Pd nel Pse e poi andandosene in cerca d’autore.
Elly Schlein e Giuseppe Conte, in ordine di galanteria di genere dovuta a prescindere dalle loro tendenze e pratiche sessuali, giocano in Italia a perdere o ritrovare, allargare o restringere, allungare o accorciare il loro “campo” da gioco fra regioni, comuni, borghi e quant’altro, perdendolo ogni tanto persino di vista. Come registra con compiacimento non nascosto il Quotidiano Nazionale fatto di Giorno, Resto del Carlino e Nazione, in ordine geografico discendente di stampa e diffusione.
Meloni d’archivio con al Sisi
Giorgia Meloni, guardando meno agli alleati interni e alle azioni di disturbo che una certa stampa ostile attribuiscono loro contro di lei, occupa sempre più saldamente il campo internazionale nel quale ha preferito crescere e distinguersi dal primo giorno del suo arrivo a Palazzo Chigi. E su cui ha scommesso sino ad ora con un certo successo misto a fortuna, qual è il turno capitatole di presidenza del G7 proprio in quest’anno delle elezioni europee.
Da La Stampa
Ora, da sola come la preferisce rappresentare la Stampa vignettisticamente in prima pagina col suo “Giornalone” satirico , o nella solita coppia fissa ormai con la presidente uscente e chissà sa rientrante della Commissione europea di Bruxelles, la tedesca Ursula von der Leyen, toglie all’Egitto la locuzione scettica o sfottente delle cose improbabili o false. E ne diventa…mezza regina, come qualcuno preferisce immaginarla ancora non rinunciando a quell’antica locuzione negativa, appunto.
Giulio Regeni
Il famoso “piano Mattei” escogitato dalla Meloni per rimandare a monte, diciamo così, il problema dell’immigrazione clamdestina allontanandolo dalla valle costituita dalle coste italiane che segnano gran parte dei confini meridionali d’Europa, si traduce anche in Egitto, come è già accaduto in Tunissia, in accordi concreti. Sette milioni e mezzo di euro sono quelli attribuiti alle borse della Meloni e della von der Leyen destinate all’Egitto di al Sisi. Che è il generale inviso in Italia a quanti ancora gli contestano le coperture fornite ai suoi sottoposti che uccisero l’italiano Giulio Regeni scambiandolo per una pericolosa spia, ma guadagnatosi qualche credito liberando, cioè graziando, lo studente dell’Università di Bologna Patrick Zaky.
Patrik Zaki
Quest’ultimo ha ringraziato a suo modo la Meloni, certamemte non estranea alla sua liberazione, partecipando alla campagna elettorale contro di lei in Abruzzo, dove la sinistra sognava di sconfiggere il centrodestra. E’ la politica, bellezza, come diceva della stampa nel mitico film a Casablanca Humphrey Bogart.
Migranti in mare
Ma la Meloni guarda al sodo, come al solito. O come ha imparato da una militanza politica condotta con una certa professionalità da quado era solo una ragazza. E il sodo per lei è un Egitto vero, non falso o immaginario, disponibile ed efficace come la Tunisia a contenere, dirottare e quant’altro i migranti d’Africa e dintorni tentati dalle coste italiane dell’Europa anche al carissimo prezzo, in soldi e in vite umane, imposto dagli scafisti che ne gestiscono il traffico.