Il pieno dei no in Italia contro il segretario generale della Nato

Dal Dubbio

Nel governo e nella maggioranza Matteo Salvini è stato naturalmente il più lesto, esplicito e duro a contestare la possibilità auspicata dal segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg, di autorizzare l’Ucraina ad usare le armi fornitele dagli occidentali non solo per abbattere i missili russi che da più di due anni la colpiscono, ma anche per colpire la basi dalle quali essi provengono, nel territorio di Putin.

Matteo Salvini

         Salvini ha intimato a Stoltenberg, che in norvegese non significa stolto, di smentire, scusarsi e perfino dimettersi, lasciando in anticipo un mandato peraltro scaduto o in scadenza. Per il quale era insistente circolato sino all’anno scorso il nome dell’ex premier italiano Mario Draghi, prima che egli entrasse, a torto o a ragione, nella gara alla successione, invece, alla tedesca Ursula von der Leyen alla Commissione esecutiva dell’Unione Europea. O al belga Charles Michel alla presidenza del Consiglio Europeo. O ad un supercommissariato economico, sempre a Bruxelles, semmai si dovesse trovare un accordo in questo senso fra i governi dei paesi comunitari.

La premier Meloni con Stoltenberg a Palazzo Chigi

         Se Salvini è stato -ripeto- il più esplicito e duro contro Stoltenberg, peraltro ricevuto recentemente dalla premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, l’altro vice presidente del Consiglio, e anche ministro degli Esteri, Antonio Tajani è stato puntiglioso nel negare che l’Italia, tra i fornitori di armamenti all’Ucraina, sia o si senta in guerra contro la Russia. Un po’ come quella donna che -scherzava la buonanima di Enzo Biagi- si sente solo “un pò incinta” quando sospetta o addirittura scopre di esserlo.

Guido Crosetto

         Neppure il ministro della Difesa, e fratello d’Italia come la premier, Guido Crosetto è stato accomodante col segretario generale della Nato quando ha raccontato o sostenuto che, a dispetto della carica, non rappresenti la “collegialità” dell’alleanza atlantica. E non si è forse spinto oltre, il ministro, solo per trovarsi in terapia anti-pericardite prescrittagli dopo un po’ di malori, l’ultimo dei quali al Quirinale.

         Se queste sono state le reazioni nella maggioranza, figuratevi quelle nello schieramento delle opposizioni. Dove l’unica non dico a convenire ma a riconoscere la concretezza del problema sollevato dal segretario generale della Nato è stata l’ex ministra degli Esteri Emma Bonino. Che, per quanto da lui rimossa o non confermata nel 2014 alla Farnesina, dove era stata mandata da Giorgio Napolitano su proposta del premier Enrico Letta, affronta le ormai imminenti elezioni europee in alleanza con Matteo Renzi. Il tempo, si sa, può non trascorre inutilmente.

Tra le macerie in Ucraina

         Tutte le altre componenti dell’opposizione volenterosamente considerata al singolare sono notoriamente o contrarie agli aiuti militari all’Ucraina, come nel caso di Giuseppe Conte, o sofferenti, come nel caso del Pd di Elly Schlein. Che non a caso si vanta, fra i malumori anche di chi l’ha aiutata a scalare la guida del partito, di avere candidato nelle liste del Nazareno alle elezioni europee dell’8 e 9 giugno fior di contrari o contrarie al persistente sostegno all’Ucraina in un’aggressione che Putin minaccia ogni tanto di continuare ricorrendo anche alle armi nucleari “tattiche”, come le chiamano al Cremlino.

Putin

         Insomma, scherzando ma non troppo si può sostenere che il segretario generale, e uscente, della Nato è riuscito nel miracolo di fare spuntare in Italia una specie di politica bipartisan, mista di maggioranza e di opposizione, comoda nel conflitto in Ucraina più a Putin che a Zelensky. Un Putin che può un po’ leccarsi i baffi che non ha pensando alla sicurezza delle basi russe dalle quali partono incessantemente e spietatamente i suoi missili contro un paese pseudo-nazista, secondo il Cremlino, ma colpevole solo di essergli limitrofo e non subordinato. E per giunta ostinato nel resistergli pur tra i ritardi e le incertezze dell’Europa formalmente pronta ad accoglierlo e proteggerlo.

Pubblicato sul Dubbio

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Il campo largo finisce in barzelletta davanti al Papa sorridente

Dal Corriere della Sera

         E’finito in barzelletta in Piazza San Pietro il campo largo, o comunque preferiscano o decideranno eventualmente di chiamarlo quelli che lo cercano come l’araba fenice per contrapporlo al centrodestra nelle elezioni politiche del 2027, e sperimentarlo nel frattempo a livello locale.

Giorgia Meloni con la figlia alla messa in Piazza San Pietro

Vi è finito grazie a quel diavolaccio scravattato di Roberto Benigni, che ha fatto ridere anche il Papa. Col quale l’artista ha immaginato di affrontare un turno elettorale in cui potere votare Bergoglio scrivendo sulla scheda solo Francesco. Come la premier Meloni -peraltro presente anche lei ieri alla messa della giornata dei bambini davanti al colonnato seicentesco di Gian Lorenzo Bernini- ha chiesto per sé invitando a scrivere solo Giorgia sulle schede elettorali dell’8 e 9 giugno per il rinnovo del Parlamento europeo. Che la leader della destra italiana intende usare anche per verificare la propria popolarità, o forza politica.

La premier intervistata alla Rai

Avrà riso anche lei dello scherzo di Benigni per l’involontario effetto comico sugli avversari che in questa campagna elettorale non le stanno perdonando niente. Né il “la va o la spacca” di qualche giorno fa parlando al festival dell’economia di Trento a proposito dell’esito della sua campagna per l’elezione diretta del presidente del Consiglio, né il “chi se ne frega” opposto ieri, in una intervista televisiva, alla previsione di una sconfitta referendaria del suo progetto formulata da chi l’osteggia.

Titolo di ieri su Domani

Se si arriverà davvero al referendum, visto che proprio ieri il vecchio Rino Formica scrivendo di “regime” su Domani, il giornale di Carlo De Benedetti, ha addirittura sostenuto che le opposizioni potrebbero reclamare le elezioni politiche anticipate se dalle urne dell’8 e 9 giugno i partiti di governo dovessero uscire, nel loro complesso, con una maggioranza inferiore a quella reale degli elettori, calcolando anche gli astenuti. Tesi ardimentosa, a dir poco, emblematica del clima d’ossessione in cui vivono le opposizioni, particolarmente quelle di sinistra. Ma a tratti anche quelle che si considerano o dichiarano di centro, neppure unite peraltro fra di loro, come anche quelle di sinistra, o progressiste, come preferisce definirsi Giuseppe Conte con le cinque stelle di un Beppe Grillo ormai restituito al teatro e di fatto declassatosi, pur da “garante”, a consulente a contratto del movimento per la comunicazione. Che è tutta condotta e gestita personalmente dall’ex premier alternando la pochette alle scarpe di ginnastica e palleggiando con una sua candidata col sogno di segnare a Strasburgo. 

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Lo struzzismo della politica italiana bipartisan sulla guerra in Ucraina

Dal Corriere della Sera

Nonostante la campagna elettorale, o proprio per questo, e a dispetto delle “tensioni sulle armi a Kiev” annunciate sulla prima pagina dal Corriere della Sera, la politica italiana è riuscita a trovare un momento e un tema di unità quasi assoluta: dalla maggioranza alle opposizioni. E nella maggioranza dai fratelli d’Italia di Gorgia Meloni, issata da Massimo Gramellini “sul balcone” nel salotto televisivo “in altre parole” della 7 ma rappresentata in questa occasione dal ministro della Difesa Guido Crosetto, alla Lega di Matteo Salvini e a Forza Italia di Antonio Tajani. Tutti uniti nel respingere da Roma e dintorni , sia pure con toni diversi, la proposta del segretario generale della Nato di accogliere praticamente la richiesta del presidente ucraino Zelensky di usare le armi fornitegli dall’alleanza atlantica non solo per abbattere i missili russi, prima che cadano sul territorio del paese invaso e aggredito, ma anche per colpire le basi da cui vengono lanciate, naturalmente nel territorio di Putin.

La vignetta del Secolo XIX

         Noi non siano in guerra con la Russia, hanno detto all’unisono maggioranza e opposizioni, unite in quello che definirei “struzzismo”, da struzzo. Che mette notoriamente la testa nella sabbia. O lo siamo al modo nostro, fingendo di non esserci. E consentendo a Putin si scommettere, nella sua ostinata offensiva  contro il paese limitrofo da “nazificare”, sulla debolezza, paura e quant’altro dei difensori internazionali dell’Ucraina. I quali o mandano in ritardo le armi che promettono o ne vietano l’uso appropriato. O fanno entrambe le cose permettendo a Putin di scherzarci sopra. Come nella vignetta di Stefano Rolli sulla prima pagina del Secolo XIX, dove l’autocrate di Mosca, cioè il dittatore appena confermato elettoralmente in un paese in cui chi dissente finisce in galera o al cimitero, offre “uno strappo” agli occidentali in fuga. Che non hanno voglia di contrastarlo davvero.

Guido Crosetto

         L’ex economista e ministro danese a capo della Nato, 65 anni compiuti a marzo, ritratto o composto in tenuta aerea di combattimento dal solito Fatto Quotidiano, sotto un titolo che gli attribuisce l’obiettivo, il desiderio e quant’altro della terza guerra mondiale, si chiama Jens Stoltenberg. Ma, a dispetto del suo infelice nome in una immaginaria traduzione in italiano, non è per niente uno stolto. Come sembra che lo abbia invece scambiato anche il solitamente realistico e anti-populista Guido Crosetto. Che, diversamente dai suoi colleghi di governo e di schieramento, ha tuttavia l’attenuante di una diagnosi di pericardite appena certificatagli in un ospedale romano dopo un malessere avvertito al Quirinale durante una riunione presieduta dal capo dello Stato. Una diagnosi con tanto di severa terapia da praticare tra case e ufficio di ministro della Difesa…dimezzata.

La rivincita delle due protagoniste della campagna elettorale

Elly Schlein al festival dell’economia, a Trento

         Impedite a confrontarsi direttamente in televisione dai concorrenti trasversali a tutti gli schieramenti formalmente in campo, le due protagoniste della campagna elettorale in corso per il voto europeo dell’8 e 9 giugno, ma anche amministrativo in un consistente campionario locale, si sono prese la loro rivincita lasciandosi intervistare separatamente al festival dell’economia a Trento. L’una, la premier Giorgia Meloni, rispondendo a Maria Latella e l’altra, la segretaria del Pd Elly Schlein, a Ferruccio de Bortoli.

  Hanno dovuto farsene una ragione sia il mancato conduttore dell’altrettanto mancato duello televisivo, Bruno Vespa, sia gli attori minori, diciamo così, della corsa alle urne, a cominciare naturalmente dal più ambizioso e insofferente. Che è Giuseppe Conte. E finendo con i vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Antonio Tajani, i cui partiti si contendono nella coalizione di governo -Lega e Forza Italia- il secondo posto.

Dal manifesto

         Pur tra “scintille e imbarazzi” avvertiti dal manifesto, il duello o confronto indiretto si è risolto per effetto mediatico, al di là di ogni valutazione sui contenuti, a vantaggio della Meloni con quella “va o la spacca” opposto alla campagna delle opposizioni, anche fisica e non solo parlamentare, contro l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Che è contemplata dalla riforma costituzionale all’esame del Senato, in un percorso di quattro tappe cui si aggiungerà la volata finale, diciamo così, del referendum cosiddetto confermativo.

Da Repubblica

         La Meloni di certo non mollerà al tavolo in cui l’ha immaginata e rappresentata su Repubblica Massimo Giannini scrivendo di una “roulette del casinò costituzionale”, in cui la premier potrebbe contare sulla solidarietà e sull’aiuto del “fido La Russa”:  il presidente del Senato che “ha già mostrato le sue comprovate doti di domatore”, passando dal casinò al circo equestre e “neutralizzando i primi duemila emendamenti dell’opposizione”.

Dal Foglio

         A quest’ultima si è cercato di collocare anche la Chiesa con l’arruolamento mediatico del presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Matteo Zuppi, per certe sue affermazioni dopo l’ultima assemblea dei vescovi. Ci è cascato pure Il Foglio titolando: “E’ finita la tregua con il governo, i vescovi scendono in campo”, a proposito di “croci ed elezioni”. Ma già nel sommario lo stesso giornale ha dovuto correggersi precisando che “a due settimane dal voto, la Cei contesta l’autonomia differenziata”, perché “aumenterà gli squilibri territoriali”, secondo un documento prodotto dalla discussione fra i porporati.

Da Avvenire

         La “solidarietà a rischio”, come ha titolato Avvenire, il giornale appunto della Conferenza episcopale italiana, sarebbe quella minacciata da un’altra legge, non dal premierato. E’ quella attuativa delle autonomie regionali differenziate introdotte nella Costituzione dalla sinistra al governo nel 2001. Che oggi, opponendosi pur con la benedizione dei vescovi, spara praticamente su se stessa.

Il calendario …galeotto degli inquirenti tra Firenze e Genova

Dalla prima pagina di Repubblica

Fallito per indisponibilità dell’interessato il tentativo della Procura di Firenze di celebrare il 32.mo anniversario della strage mafiosa di Capaci – dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e quasi tutta la scorta- interrogando il generale Mario Mori, è riuscito un lunghissimo interrogatorio a Genova, nella stessa ricorrenza, del governatore della Liguria Giovanni Toti. Che fra le varie accuse di corruzione e altro mossegli dagli inquirenti, e procurategli gli arresti domiciliari, deve rispondere anche di favoreggiamento della mafia.

         Basterebbe questa circostanza, sia per le nuove indagini sul generale già pluriprocessato e pluriassolto per le stragi mafiose del 1992 e 1993, sia per quelle che sono già costate -ripeto- gli arresti domiciliari di Giovanni Toti a giustificare almeno qualche interrogativo sull’amministrazione della giustizia in Italia.

Bruno Contrada

         Su quest’ultima peraltro è appena caduta la tegola di una condanna della corte europea dei diritti umani per l’uso quanto meno disinvolto delle intercettazioni eseguite a carico di Bruno Contrada dopo la bocciatura, sempre europea, della sua condanna per reati di mafia. Intercettazioni sospettabili, a dir poco, di ritorsione dopo la clamorosa sconfessione dei verdetti giudiziari contro di lui.

Mario Mori

         Bruno Contrada ha 92 anni compiuti il 2 settembre del 2023, prossimo quindi ai 93. Il generale e già prefetto Mario Mori ne ha compiuti 85 il 16 maggio scorso, mentre gli veniva notificato l’avviso di garanzia per il nuovo procedimento avviato contro di lui, prima accusato -e assolto- di avere fatto troppo per evitare le stragi mafiose di una trentina d’anni fa e ora di avere fatto troppo poco, o nulla. Auguri a entrambi, naturalmente, anche senza il permesso o il consenso dell’associazione nazionale dei magistrati.

Eminente manipolazione del cardinale Zuppi contro la riforma del premierato

Dalla versione digitale del Corriere della Sera

         E’ diventato nel solito, forzato racconto giornalistico e politico un “altolà” del cardinale Matteo Zuppi, nella conferenza stampa conclusiva dell’assemblea episcopale italiana, l’annuncio, l’ammissione -chiamatela come volete- di “qualche vescovo” che aveva espresso “preoccupazione” nel parlare della riforma costituzionale all’esame del Parlamento sull’’elezione diretta del capo del governo. “Qualche vescovo” -ripeto- è diventato la Conferenza nel suo complesso, e lo stesso cardinale.

Dalla prima pagina di Repubblica

Il porporato si è invece limitato a chiedere, auspicare, consigliare, avvertire, raccomandare -anche qui come volete- “molta attenzione” a intervenire sugli “equilibri” contemplati o derivati dalla Costituzione in vigore dal 1948. Peraltro già cambiata, come nel caso dell’articolo 68 sulle immunità parlamentari, cambiato sotto la spinta delle indagini del 1992 sul finanziamento illegale dei partiti e risoltosi in quello che Giorgio Napolitano da presidente della Repubblica definì “un forte squilibrio” a scapito della politica e a vantaggio del potere o ordine giudiziario.

Titolo di Avvenire

         Il cardinale Zuppi conosce bene gli inconvenienti dei conflitti, che non sono solo quelli militari di cui si occupa su incarico del Papa a proposito dell’Ucraina invasa dalla Russia di Putin, ma anche quelli duri nelle sedi proprie della politica. Dove per mitigare i contrasti, per varare e realizzare riforme “non di parte”, come lui ha detto, bisogna aspettarsi buona volontà, quanto meno, di tutti. E non solo della maggioranza o del governo di turno.

Elly Schlein

         L’opposizione annunciata e praticata dagli avversari del premierato è addirittura fisica, condotta con “i corpi”, come ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein promovendo la manifestazione del prossimo 2 giugno al Testaccio, a Roma. Al Senato le opposizioni hanno presentato ostruzionisticamente migliaia di emendamenti costringendo la maggioranza a ricorrere al cosiddetto contingentamento dei tempi previsto dal regolamento, e quindi pienamente legittimo. Eppure siamo appena al primo dei quattro passaggi parlamentari della riforma.

A quale “parte” allora alludeva il cardinale Zuppi raccogliendo forse la preoccupazione di “qualche vescovo” e raccomandando -ripeto- attenzione, anzi molta attenzione? Ne può, anzi ne deve chiedere in modo esplicito e chiaro- se ritiene proprio non dico di interferire ma di intervenire- a tutti. E ciò per evitare di vedersi poi attribuire quell’”altolà” tanto comodo, anche in questa fase conclusiva della campagna elettorale per il voto dell’8 e 9 giugno, agli avversari del governo.

Fanfani nella storica vignetta di Forattini sul divorzio

Se l’altolà -quello sì vero- dei vescovi al divorzio si risolse in un referendum fallimentare per la Chiesa, e per la Dc che si accodò col segretario Amintore Fanfani saltato nel 1974 come un tappo dalla bottiglia di champagne nella storica vignetta di Giorgio Forattini, figuriamoci quanto male potrebbe concludersi quello che Zuppi si è visto attribuire sul premierato.

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Eppure il vento elettorale continua a soffiare sulle vele del centrodestra

Dalla prima pagina della Stampa

Per quanto “in tilt”, come lo rappresenta La Stampa per il pasticcio del decreto sul redditometro sospeso dalla premier Giorgia Meloni sconfessando il suo collega di partito e vice ministro dell’Economia Maurizio Leo, già soprannominato “Dracula” dagli amici, continua a soffiare il vento delle elezioni europee sul centrodestra.

Giorgia Meloni d’archivio col vice ministro Maurizio Leo

         Dall’ultimo sondaggio dell’Ipsos di Nando Pagnoncelli consentito prima del voto dell’8 e 9 giugno la Meloni porta a casa un 26,5 per cento che supera di ben 20 punti il risultato delle analoghe elezioni del 2019. E di mezzo punto quello delle elezioni politiche del 2022 assegnatosi prudentemente dalla premier come obiettivo di questo turno, consapevole delle difficoltà di una campagna elettorale rischiosa come quella in corso da ben prima del deposito dei simboli e delle liste. Il mese scorso lo stesso istituto di ricerca di Pagnoncelli le aveva assegnato due punti in più.

Antonio Tajani e Matteo Salvini

         Sempre dal sondaggio dell’Ipsos appena diffuso dal Corriere della Sera i forzisti di Antonio Tajani e i moderati di Maurizio Lupi escono col 9,2 per cento delle intenzioni di voto, inferiore al 10 su cui scommette nelle interviste e nei comizi il successore di Silvio Berlusconi ma superiore all’8,6 della Lega di Matteo Salvini. La cui caduta dal 34 per cento delle elezioni europee del 2019 -ventisei punti- è ancora più vistosa e clamorosa del salto della Meloni. Se ne vedranno i contaccolpi fra i leghisti dopo il 9 giugno. Ma solo fra i leghisti, essendo difficile immaginare conseguenze sulla tenuta della coalizione di governo, per quanto vi scommettano comprensibilmente le opposizioni.

Nicola Zingaretti

         Sul versante opposto il sondaggio dell’Ipsos ha assegnato un 22,5 per cento al Pd abbastanza consolante per la segretaria Elly Schlein, che riesce a distanziare di quasi cinque punti il capo delle 5 Stelle Giuseppe Conte. Che è il suo potenziale alleato nelle elezioni politiche ordinarie del 2027 ma oggi antagonista della corsa alla leadearship della cosiddetta area progressista autolesionisticamente conferitagli qualche anno fa dall’allora segretario del Nazareno Nicola Zingaretti: tanto autolesionisticamente da doversi poi dimettere e passare la mano ad Enrico Letta, richiamato da Parigi, Dove si era quasi rifugiato fuggendo da Matteo Renzi, che lo aveva detronizzato a Palazzo Chigi.

Conte nella vignetta di ItaliaOggi

         Oltre ai cinque punti di distacco dalla Schlein, l’ex premier Conte deve registrare in questi giorni, fra proteste e minacce di ritorsione neppure tanto velate, il colpo assestatogli dal commissario europeo Paolo Gentiloni, suo predecessore a Palazzo Chigi, rivelando la natura quasi cabalistica -più da algoritmo che da lotta durissima  nei vertici europei ai quali aveva partecipato da presidente del Consiglio- di quei duecento e rotti miliardi di euro ottenuti dall’Unione per il piano di ripresa dell’Italia dalla crisi pandemica del Covid. Quel naso alla Pinocchio allungatogli oggi nella vignetta di ItaliaOggi su fondo rosso non deve essergli piaciuto.

Le scommesse di Dario Franceschini sul….passato e sul futuro

Dal Dubbio

A leggere l’ex ministro Dario Franceschini sul Corriere della Sera, intervistato da Maria Teresa Meli, ci sarebbe una curiosa gara di autolesionismo fra lo stesso Pd e Giorgia Meloni. Il cui premierato, proposto al Parlamento con l’elezione diretta del presidente del Consiglio, sarebbe “devastante” per la maggioranza di centrodestra, è convinto il democristiano figurativamente più alto in grado rimasto al Nazareno.  “Un boomerang”, sottovalutato con incredibile leggerezza dagli alleati della destra, Matteo Salvini e Antonio Tajani, nell’ordine della loro attuale consistenza elettorale, e destinato ad esplodere alla fine della legislatura.

L’intervista di Franceschini al Corriere della Sera prima di intervenire al Senato

         Franceschini prevede che “la madre di tutte le riforme” voluta dalla Meloni arriverà al referendum di verifica nel 2026, un anno prima cioè del rinnovo ordinario delle Camere, quando di solito i governi in carica sono sfiniti, o quasi, e debbono solo aspettarsi di perdere le elezioni. Nessuno di quelli succedutisi negli ultimi trent’anni -ha calcolato Franceschini- è uscito indenne dalle urne. Non capisce, l’ex ministro, perché quello della Meloni, lo stesso di oggi o quello eventualmente rimpastato, debba o possa sottrarsi a questa regola di carattere ormai mondiale, e non solo italiano. Già, perché?

Franceschini e Conte d’archivio

         Perché forse -sospetta Franceschini- la premier pensa che le opposizioni continueranno ad essere divise, incapaci di farsi federare da qualcuno per contrapporsi al centrodestra. Invece, sempre secondo Franceschini, sarà proprio il bipolarismo connaturato nel premierato a fare il miracolo del Pd finalmente alleato col Movimento 5 Stelle, non importa se con Giuseppe Conte ancora leader e aspirante a tornare a Palazzo Chigi o un altro al suo posto, visto che i rapporti fra l’ex premier e il Nazareno sono appena peggiorati. Vi ha contribuito il commissario europeo, e piddino, Paolo Gentiloni contestando il merito attribuitosi per intero da Conte nell’aggiudicazione dei duecento e rotti miliardi della Ue a favore della ripresa italiana dopo il Covid.  

Franceschini e Renzi d’archivio

A parte queste ed altre polemiche, le cose per Franceschini saranno più forti delle persone. E mentre il tanto controverso campo largo si realizzerà la Meloni non potrà aspettarsi dal referendum sulla sua riforma un risultato diverso da quello ottenuto da Matteo Renzi nel 2016. E ciò pur senza commettere l’errore di Renzi di condizionare esplicitamente la sorte del governo a quella della riforma intestatasi.

Franceschini e D’Alema d’archivio

         Se le cose tuttavia stessero davvero come Franceschini le immagina, prevede e sciorina con la certezza quasi di un matematico, uguale a quella che  mette ogni volta che nel Pd si riacutizza la gara alla segreteria e lui scommette sul candidato, o la candidata destinata a vincere, come accadde l’anno scorso con Elly Schlein; se le cose, ripeto, stessero davvero come Franceschini le immagina, prevede e sciorina, non si si capisce per quale ragione al Nazareno siano tanto agitati, tanto mobilitati, tanto ossessionati dal premierato. Che pure la sinistra all’epoca della commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, nel 1997, prospettò  in una versione dichiaratamente, orgogliosamente “forte”: parola dell’allora relatore Cesare Salvi.

Franceschini ed Enrico Letta d’archivio

         Al Pd, senza strapparsi vestiti, capelli e persino barba, nel caso di Franceschini, potrebbe bastare e avanzare una riposante attesa, assecondando il presunto suicidio della Meloni. Invece la Schlein ha già prenotato per il prossimo 2 giugno la piazza romana del Testaccio. Dove partì peraltro la sfortunata corsa di Enrico Letta alla segreteria del Pd dopo le improvvise dimissioni di Nicola Zingaretti, sfiancato dalla suicida promozione di Giuseppe Conte, in tandem con Goffredo Bettini, al “più alto punto di riferimento dei progressisti in Italia”.

Giorgia Meloni

Fu una corsa sfortunata al Nazareno, quella di Letta junior rispetto all’anziano zio berlusconiano Gianni, perché sfociata nel 2022 nelle elezioni anticipate vinte dal centrodestra a trazione già chiaramente meloniana. Una vittoria reversibile quasi per algoritmo, secondo il forse troppo ottimista, fiducioso Franceschini. Che, autore anche di romanzi, oltre che politico, potrebbe questa volta sbagliare la trama. Chissà. C’è sempre una prima volta nella vita propria, o degli altri, a sorprendere tutto e tutti.

Pubblicato sul Dubbio

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Il generale Mario Mori ostaggio di una giustizia semplicemente incredibile

Dalla prima pagina della Stampa

         “All’ungherese”, ha titolato La Stampa, su un commento di Mattia Feltri, a proposito del generale Mario Mori finito sotto indagine a Firenze per le stragi di mafia del 1993. Un titolo a rischio di crisi diplomatica perché l’Ungheria, che ha appena concesso gli arresti domiciliari a Ilaria Salis sotto processo con l’accusa di avere malmenato dimostranti di destra, potrebbe protestare, offesa, attraverso il suo governo.

Dalla prima pagina del Riformista

         Neppure in terra magiara la magistratura, indipendente o non che sia dal presidente Viktor Orban, variante di Orbace secondo i suoi critici,  arriverebbe ad accusare un generale come Mori, già plurimputato assolto in via definitiva per vicende più o meno analoghe, di indagarlo “a morte”, come ha titolato il Riformista giocando sugli 85 anni appena compiuti dall’interessato. Ma si potrebbe scrivere anche “a vita”, condividendo la fiducia del generale espressa, pur dopo una vigorosa protesta, di potersi godere il fallimento anche di questa iniziativa giudiziaria assunta contro di lui.

Mattia Feltri sulla Stampa

         Il paradosso di questa nuova vicenda di Mori è ben rappresentato dal già citato Mattia Feltri scrivendo che “la procura di Firenze lo accusa di non aver fatto nulla per evitare le stragi mafiose” dopo che “nel processo Trattativa era accusato di aver fatto troppo per impedirle”.  

Dalla prima pagina dell’Unità

         “L’obiettivo -ha titolato L’Unità- è abbattere Mori” perché “colpevole di aver ferito Cosa Nostra” con arresti eccellenti. “Se Falcone fosse vivo?”, si è chiesto il direttore Piero Sansonetti in apertura dell’editoriale. “Probabilmente -si è risposto da solo, e non a torto- sarebbe in prigione. I due noti piemme di Firenze, che sempre di più assomigliano al commissario Clouseau, avrebbe ottenuto da un buon Gip un mandato di cattura contro di lui. Con l’accusa di essere il capo occulto della mafia. Di avere fatto le stragi e altre varie bricconate. Anche Borsellino, forse, sarebbe in prigione, magari accusato di avere depistato- seppure dopo essere stato ucciso- le indagini sulla sua stessa morte”.

Alfredo Mantovano da Palazzo Chigi

         Questo dev’essere il sospetto anche del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e magistrato, Alfredo Mantovano. Che, presumibilmente autorizzato dalla premier Giorgia Meloni in persona, ha solidarizzato pubblicamente con Mori ricevendolo dopo l’avviso di garanzia e diffondendo questa valutazione: “Conosco Moro da oltre 25 anni e ne ho sempre apprezzato la lucidità di analisi e la capacità operativa. Gli ho espresso sconcerto. Decenni di giudizi hanno già dimostrato l’assoluta infondatezza di certe accuse, Gli eccezionali risultati che ha conseguito esigerebbero solo gratitudine da parte di tutte le istituzioni, magistratura inclusa”.

Dalla prima pagina del Fatto Quotidiano

         “Governo a gamba tesa”, ha protestato nel titolo indignato  di apertura Il Fatto Quotidiano. E chi sennò? La gamba tesa è quella anche allungata a sostegno di Mori dal ministro della Difesa Guido Crosetto prima di finire ieri in ospedale per un malore durante una riunione al Quirinale.  

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Ma quanto immeritato cordoglio anche in Occidente per l’iraniano Raisi

Dalla Ragione

Con quel nome -Ebrahim- che portava con tanta disinvoltura, essendo uno dei nemici più temibili e temuti degli ebrei, per quanto l’Unità lo abbia oggi definito uno che “in Iran non contava nulla”, l’ormai defunto, incenerito presidente Raisi, morto col suo ministro degli esteri in un incidente d’elicottero dal quale gli israeliani hanno tenuto a precisarsi estranei, non potrà certo obbedire all’ordine di Davide Giacalone, sulla Ragione, di svelarsi. Anche perché sarebbe inutile, tanto chiaro e noto è stato il suo ruolo di riferimento, sostegno e quant’altro di tutti i terrorismi operanti nel Medio Oriente e dintorni.

Dal Corriere della Sera

         Non è certamente esagerata, ma forse riduttiva, la scena immaginata e proposta sul Corriere della Sera da Emilio Giannelli nella vignetta di Raisi che arriva nell’aldilà e mette il panico fra “quasi mille” mandati da lui a morte sulla terra. Alla  fine consolati da qualche compagno di sventura all’idea che non potrebbero essere impiccati di nuovo, ridotti come sono a fantasmi.

         Né esagerata si può ritenere la vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX che propone un ayatollhà impegnato a chiedere al suo Dio perché si fosse preso il “nostro amato presidente” e si sente rispondere: “perché adesso avete proprio rotto”.

Dal Secolo XIX

         Eppure, a parte quegli iraniani coraggiosi che sono scesi in piazza per mescolare non lutto e proteste, come si è letto in qualche titolo, ma lacrime e feste, abbiamo assistito alla solita, ipocrita, vomitevole corsa delle cosiddette cancellerie, anche quelle occidentali, ai messaggi di cordoglio a Teheran. “Ma ora più diritti”, ha sentito il bisogno di aggiungere il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani con una dose di ingenuità che temo non gli avrebbe perdonato, e non gli perdonerebbe dove si trova, neppure il compianto Silvio Berlusconi. Che gli ha lasciato in eredità Forza Italia.

         Purtroppo siamo lontani dalla “parresìa” di Platone evocata oggi sul Corriere della Sera da Massimo Gramellini, prendendo il solito caffè coi lettori, per sottolineare il dovere, l’importanza e quant’altro di dire la verità e chiamare le cose col loro nome. Peccato però che il buon Gramellini abbia preso spunto per questo richiamo non dallo spreco di cordoglio per Raisi ma da quella manager che in Liguria ha deciso di contribuire alla demonizzazione di Giovanni Toti dicendo di non avergli fornito i finanziamenti sollecitati dal solito Spinelli sentendo o temendo puzza di corruzione. E’ come avere sparato su un’ambulanza della Croce Rossa, viste le condizioni alle quali gli inquirenti hanno ridotto, tra le loro pillole giudiziarie e i processi sommari che alimentano sui giornali, il governatore tuttora della Liguria agli arresti domiciliari da una quindicina di giorni.  

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