Assolta anche in appello Virginia Raggi, che condanna il suo Movimento

            Ne ha impiegato di tempo -quattro dei cinque anni del suo mandato di sindaco a Roma, conquistato elettoralmente nel 2016 – ma Virginia Raggi ce l’ha fatta a rimediare ad almeno una parte dei suoi errori gridando in pubblico la verità, cioè prendendosela col suo partito: il Movimento 5 Stelle. Lo ha fatto commentando con una pungente denuncia politica la sentenza con la quale i giudici d’Appello a Roma hanno confermato l’assoluzione di primo grado per falso, impugnata dalla Procura, per la vicenda della promozione a capo del Dipartimento del Turismo del Comune il vice comandante dei Vigili Urbani e fratello del capo del personale e grande consigliere della sindaca, Raffaele Marra, poi arrestato per altri fatti risalenti alla precedente amministrazione.

            La sindaca si assunse per intero la responsabilità di quella nomina, decisa nell’ambito di un più vasto movimento nell’amministrazione capitolina, rammaricandosi poi con chi le aveva proposto la promozione di non essere stata informata dell’ingente aumento di stipendio che ne sarebbe derivato. Seguì, fra l’altro, un’indagine dell’Autorità anticorruzione rispondendo alla quale la sindaca avrebbe detto il falso da cui invece è stata assolta per due volte.

            Dal primo giorno di sindaca la Raggi -non se l’abbia a male- dimostrò i suoi limiti o inesperienza, nonostante la professione di avvocato e la precedente esperienza di consigliere comunale. Ma dal suo partito le vennero non aiuti per superare le difficoltà, bensì manovre destinate ad aggravarne i problemi. Persone e funzioni cambiavano continuamente su intervento dall’alto, sino a mandarle a Roma dalla Liguria un avvocato arrivato all’apice dell’Acea e arrestato. I giornali potettero titolare più volte, senza essere smentiti, dello stato di “commissariamento” politico in cui ormai operava la Raggi.

            Il logoramento derivatone fu tale che, quando la sindaca annunciò il proposito di ricandidarsi ben conoscendo la indisponibilità del Pd a sostenerla, Beppe Grillo in persona pubblicamente la invitò- fra il serio e il faceto- a lasciar perdere perché i romani non la meritavano. Poi l’attesa del giudizio d’appello aggravò le tensioni nel Movimento, spingendo alcuni cosiddetti “governisti” a scommettere sostanzialmente sulla condanna  per rimuovere dal campo la candidata diventata un impedimento insormontabile per un accordo col Pd.

            Con questa situazione a dir poco velenosa, e penosa, alle spalle la sindaca ha festeggiato l’assoluzione invitando “tutti, anche e soprattutto all’interno del Movimento 5Stelle, a riflettere. Ora -ha aggiunto- è troppo facile voler provare a saltare sul carro del vincitore con parole di circostanza”. Infatti -sarei tentato di aggiungere- Grillo si è affrettato ad esultare, contento della sconfitta dei “detrattori” della sindaca uscente.

            Compiaciuto della sua assoluzione dopo averla difesa ripetutamente, il direttore del Fatto Quotidiano ha liquidato genericamente come “fanatici” nel titolo di prima pagina gli avversari interni di partito denunciati dalla sindaca, spiegando solo nel sommario che possono trovarsi nel partito. E soprattutto riconoscendo che i pubblici ministeri possono sbagliare, eccome, sino a scrivere nel suo editoriale del “degrado di gran parte della magistratura, che nessuna persona sensata può ridurre al caso Palamara”. Meglio tardi che mai, verrebbe da chiosare.

 

 

 

 

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In soccorso di Conte e delle sue misure le cattive previsioni del tempo

            Più che dal presidente della Repubblica in versione Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera– in “rosso totale” come neppure il governo è riuscito ad ordinare a tutti gli italiani, dal pigiama, calzini e pantofole ai capelli- il presidente del Consiglio deve forse attendersi un aiutino per la riuscita delle misure antipandemiche appena disposte e illustrate a reti unificate col solito ritardo, e tra le altrettanto solite proteste, dalle condizioni meteorologiche. Che, per sua fortuna, non sono buone e dovrebbero contribuire a trattenere gli italiani a casa, tranquilli e fedeli d’altronde alle tradizioni racchiuse e per troppo tempo disattese dal proverbio del “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”. Ma va anche detto che l’ultima Pasqua è stata rovinata anch’essa dal Covid, col Papa costretto a quell’insolito spettacolo della Basilica e della piazza antistante di San Pietro desolatamente vuote.

            Oltre che dalle cattive previsioni del tempo, un aiuto è arrivato a Conte dai sondaggi dell’Istituto di Nando Pagnoncelli, per il Corriere, che gli hanno fatto recuperare rispetto a novembre tre punti di gradimento, nonostante tutti gli spintoni di Matteo Renzi verso la crisi e le ragioni o i pretesti, secondo i gusti, che lo stesso presidente del Consiglio gli ha fornito dando l’impressione di voler fare tutto da solo, e in modo alquanto pasticciato.     Piuttosto che con Conte, quasi ad assolverlo e a incoraggiarlo, come sul  Fatto Quotidiano stanno tentando da giorni, a mandare Renzi a quel Paese al Senato, come avvenne con l’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini nella seduta del 28 agosto 2019, il pubblico sondato da Pagnoncelli ha preferito prendersela col governo nel suo complesso, retrocesso di tre punti nel gradimento popolare: esattamente quanti ne avrebbe guadagnati il presidente del Consiglio.

            Sotto questo aspetto, se così stessero davvero le cose, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati sarebbe andata contro tendenza non facendo nessuna differenza fra governo e presidente del Consiglio e bocciandoli entrambi nell’incontro con i giornalisti per gli auguri di fine anno. E’ stato un attacco -e neppure il primo, a dire la verità- che il Giornale della famiglia Berlusconi con la solita veemenza del direttore Alessandro Sallusti ha tradotto su tutta la prima pagina, con la verifica della maggioranza ancora da completare, in un “avviso di sfratto a Conte”, per giunta sospettando una preventiva informazione del capo dello Stato e, tutto sommato, un suo consenso, visto che la presidente del Senato ne è la potenziale supplente.

            Se fossi stato in Sallusti, a dire la verità, sarei stato più cauto e mi sarei limitato ad attendere gli eventi, anche se ammetto pure io che il presidente della Repubblica avrebbe ben poco di cui compiacersi per lo sfilacciamento della situazione politica e dei rapporti fra gli schieramenti. Che proprio al Senato della presidente Casellati, per esempio, sono sfociati ieri in una bagarre che ha finito per mandare in infermeria un parlamentare questore e un commesso, preposti entrambi alla garanzia dell’ordine nell’aula di Palazzo Madama e dintorni. Ormai siano anche arrivati alle mani.

 

 

 

 

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Una festa a Bengasi per poterne guastare un’altra a Roma

            Altro che “la pesca provvidenziale” nella quale -chissà perché- il manifesto, di solito felicissimo nei titoli, ha voluto tradurre il colpo di teatro compiuto dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte col suo improvviso volo a Bengasi, insieme al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, dal generale Haftar. Di cui ha valorizzato il controverso ruolo in Libia ottenendo in cambio, dopo più di 100 giorni di prigionia corsara, la liberazione dei 18 pescatori prevalentemente italiani sequestrati mentre facevano il loro lavoro in acque internazionali.

            La sorpresa, per quanto festeggiata comprensibilmente da familiari e amici degli interessati e dalle autorità locali, ma liquidata dalle opposizioni come una conclusione “indecente” della vicenda, ha detto la sorella dei fratelli d’Italia Giorgia Meloni, non è servita a migliorare il clima politico del governo. Al Senato esso è stato duramente contestato, sino all’interruzione della seduta, per avere posto il bavaglio e la stretta della fiducia sulla conversione del decreto legge sulle immigrazioni. E a Palazzo Chigi si è svolto in serata, rinviato dalla mattina a causa della missione a Bengasi, un breve, mesto e inutile incontro fra il presidente del Consiglio e la delegazione dell’Italia dei Valori guidata da Matteo Renzi per la verifica della maggioranza, imposta dalle circostanze a un Conte che non ne aveva una grandissima voglia, diciamo così. E, forse imbaldanzito a suo modo dal presunto successo di Bengasi, non ha fatto nulla per nascondere il suo malumore.

            “Farsa Renzi- 20 richieste di riscatto e 30 minuti di incontro”, ha titolato, cronometro e codice penale alla mano, Il Fatto Quotidiano compiacendosi naturalmente dei metodi sbrigativi del presidente del Consiglio. Che ha gelato Renzi assicurandogli di avere già letto la sua lunga missiva di proposte e riflessioni critiche sull’azione di governo riservandosi di dargli una risposta non si sa quanto circostanziata, ma tenendo comunque a precisare -secondo indiscrezioni non smentite- di considerare un po’ anomalo, diciamo così, il partito dell’ex presidente del Consiglio. Che è nato successivamente alla formazione del governo di cui fa parte con due ministri e un sottosegretario formalmente designati dal Pd. Al che, sempre secondo indiscrezioni non smentite, la ministra Teresa Bellanova, quella delle “braccia rubate all’agricoltura”, secondo il sunnominato Fatto Quotidiano, ha reagito ricordando l’anomalia, a sua volta, di un presidente del Consiglio rimasto al suo posto dopo avere cambiato radicalmente la maggioranza.

            In questa situazione politica a dir poco velenosa – in cui il bravo e informato Marcello Sorgi può scrivere sulla Stampa, in prima pagina e senza dover temere smentite o precisazioni, che Renzi “disprezza” Conte, probabilmente ricambiato, per cui si potrebbe pure immaginare il conto alla rovescia che l’uno sta facendo per cercare di rovesciare l’altro-  mi chiedo se non ha torto l’ex senatore e vice presidente del Consiglio Marco Follini a chiedersi a sua volta, come ha appena fatto sul Dubbio, fino a quando riuscirà a trattenersi il sinora “sobrio, lucido, scrupoloso e appropriato” presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che potrebbe prima o poi sbottare, com’è d’altronde successo a un suo predecessore e collega di partito, Francesco Cossiga, offrendo al Parlamento non una terza edizione del capo di governo in carica, dopo quella gialloverde e quella giallorossa, ma una seconda, ruvida edizione di se stesso. E’ un’attesa, o speranza, alla quale mi associo molto volentieri.

 

 

 

 

 

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L’appuntamento col Natale inedito dell’incertezza e del brivido

            Sarà dunque il Natale dell’incertezza, anzi del brivido. Tutti stanno dando il loro contributo a rendercelo così contrario alle tradizioni della quiete e della speranza, che riuscirono -pensate un po’- a sopravvivere anche durante l’ultima guerra mondiale, pur tra i bombardamenti e i campi di concentramento.

            Il governo sforna continuamente notizie, smentite, precisazioni e conferme che sembrano studiate apposta perché il cittadino non possa sapere sino all’ultimo momento dove e come potrà lecitamente trascorrere Natale e Capodanno, probabilmente senza uscire da casa. E, anche rimanendo a casa, su quali e quanti ospiti ricevere, e con quali modalità, se con o senza mascherine, e magari anche qualche camice ospedaliero. Sempre meglio comunque che ritrovarsi nelle condizioni di quegli sventurati ripresi nella foto “copertina” del giornale Domani accanto alla bara del congiunto in un locale di fortuna, rimediato chissà dove.

            Pure il serafico Giuseppe Conte, sempre così calmo e sicuro di sé nelle sue conferenze stampa e altri incontri più o meno improvvisati, senza parlare delle prestazioni in Parlamento, dove da “avvocato del popolo” dell’esordio nel 2018 è diventato indifferentemente, secondo le circostanze, avvocato di se stesso, pubblico ministero e giudice, è ridotto male nella rappresentazione offertane dal vignettista Vauro Senesi, del giornale che pure lo stima di più: Il Fatto Quotidiano, naturalmente.  Oggi il presidente del Consiglio compare a “chiappe chiuse” nell’imminenza dell’incontro di verifica della maggioranza con Matteo Renzi. Che pure lui le chiappe non se le può permettere tanto meno chiuse o più aperte con quel presidente grillino della Camera in campo, Roberto Fico, che un giorno sì e l’altro pure, profittando di ogni microfono a disposizione, non so con quanto riguardo verso il presidente della Repubblica e le sue esclusive competenze costituzionali, annuncia e perora in caso di crisi o incidenti le elezioni anticipate. Che sicuramente ridurrebbero forse alle dita di una mano i parlamentari del Pd che l’anno scorso seguirono Renzi nella fondazione di Italia Viva, e i cui voti sono oggi determinanti per la sopravvivenza della maggioranza giallorossa, o giallorosa, come la vedono nel giornale di Vauro.

             Ma forse -va detto con onestà- Fico quando evoca, minaccia, auspica e quant’altro elezioni anticipate che non dipendono da lui pensa anche o soprattutto alle decine e decine di compagni di partito o movimento che, insofferenti pure loro, ricorrentemente tentati dal ricattare e immobilizzare Conte nel confronto con gli alleati e con i problemi tutti emergenziali del Paese, rischiano di rivedere solo in cartolina le Camere. Che sono diventate di decimazione sicura sia per i voti che i grillini perdono sistematicamente da due anni sia per il terzo dei seggi tagliato da loro stessi con le forbici prima parlamentari e poi referendari.

            Le Camere sono un po’ diventate adesso delle tonnare, dove ogni cosa ribolle nella disperazione e diventa miserabile: persino una decisione umanitaria come quella appena tentata dalla presidente del Senato di restituire il vitalizio al quasi moribondo Ottaviano Del Turco. Sì, ma per un mese, è sembrato che le abbiano praticamente imposto i soliti moralizzatori di turno volendo prima accertarsi di quanto davvero disponga il reprobo condannato per induzione indebita, con qualche probabilità -ahimè- che il poveretto nel frattempo muoia davvero. Che tristezza. O che schifo.

 

 

 

 

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Matteo Renzi è antipatico, d’accordo, ma prenderlo in giro non serve

            Non so, francamente, se Matteo Renzi abbia davvero usato la “sua” ministra Teresa Bellanova e il tema delle etichettature alimentari col quale la signora era alle prese a Bruxelles con i suoi interlocutori europei come pretesto per offrire al pubblico addirittura il brivido, o la complicazione, di un rinvio dell’incontro di Giuseppe Conte con la delegazione di Italia Viva, nell’ambito della verifica  della maggioranza. Che naturalmente non deve chiamarsi così perché il passato, cui quel termine appartiene, è brutto e odioso, per quanto rappresenti ancora il meglio della storia della Repubblica italiana. “Renzi allunga la verifica”, ha scritto il manifesto mentre sul Foglio si racconta di uno sconsolato o preoccupato Nicola Zingaretti che, accompagnato dal suo staff mediatico del Nazareno, va a mangiare in una trattoria deserta del centro di Roma e chiede il parere anche del cameriere sulla mossa dell’ex presidente del Consiglio.

            Certo, con queste trovate, chiamiamole così, Renzi non recupera la simpatia che ha largamente perduto, se mai ne ha avuta tanta, rispetto agli anni della scalata alla segreteria del Pd, della conquista pur un po’ troppo ruvida di Palazzo Chigi, del 40 per cento dei voti di memoria democristiana conquistato nelle elezioni europee del 1984. Poi fece il grandissimo, fatale errore di personalizzare il referendum su una pur apprezzabile -da me personalmente votata- riforma costituzionale, scatenando contro di sè tutte le antipatie che evidentemente covavano già allora sotto la cenere o le apparenze.

            A volte sembra addirittura che il giovane senatore di Scandicci provi gusto nelle sfide che gli possono procurare antipatie o, più in generale, ostilità. E mi ricorda un po’ il mio compianto amico Bettino Craxi, che suo malgrado, con quell’altezza fisica che aveva, il passo troppo lungo che seminava gli interlocutori, certe battute urticanti contro gli avversari e altro ancora si rendeva antipatico, pur essendo nel fondo -credetemi- un timido. Che tuttavia Renzi non è, avendo anzi la presunzione di essere il più furbo, e soprattutto di avere per la sua età più tempo di tutti gli altri per scalare tutto ciò che potrebbe capitargli a tiro, fosse pure la segreteria generale della Nato dopo l’elezione alla Casa Bianca del presidente Biden, di cui ha appena diffuso una vecchia foto insieme.

            Scritto tutto questo, resto tuttavia convinto che il migliore modo di contrastare Renzi non sia quello di deriderlo, come è tornato oggi a fare il giornale più amico o sostenitore del presidente del Consiglio -naturalmente Il Fatto Quotidiano- celebrandone in qualche modo le nozze in prima pagina con la “cosiddetta” ministra Bellanova, o “Vispa Teresa”, “braccia rubate all’agricoltura” e altro ancora, secondo lo stile inconfondibile del direttore Marco Travaglio.

            Per quanto malmesso pure lui, con quelle percentuali bassissime raccolte nelle elezioni in cui ultimamente si è misurato, Renzi ha una consistenza parlamentare -come del resto ce l’hanno anche i grillini- tanto sproporzionata alla forza elettorale quanto pericolosa per il governo che lui stesso d’altronde fece nascere l’anno scorso, sfilandosi subito dopo dal Pd proprio per conservarne le chiavi. Credo alle parole attribuitegli da Maria Teresa Meli oggi sul Corriere della Sera: “Se Conte non molla sulle cose che gli chiediamo apro la crisi. Non ora, ovviamente, che c’è la legge di bilancio da approvare, ma dopo, a gennaio”. E sarebbero guai seri.

 

 

 

 

 

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Jhon Elkann accusato di “tagliare la lingua” ai giornalisti delle sue testate

            Giovanni Valentini, tra i più nostalgici degli anni ruggenti di Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti all’Espresso e Repubblica, quando andavano d’amore e d’accordo e ritenevano, qualche volta a ragione, di avere la politica italiana in pugno, di poterla condizionare con una telefonata o un semplice corsivo, è saltato sulla sedia leggendo la “Mediamorfosi”  dettata ai suoi giornali da John Elkann, il nipote del compianto avvocato Gianni Agnelli. Che probabilmente sarebbe stato più prudente o meno esplicito di lui volendo dettare nuove regole o dare nuovi indirizzi alle testate di cui già disponeva direttamente o indirettamente, anche se pure lui quando ne aveva voglia andava giù pesante a criticare, come fece una volta col Corriere della Sera indicandolo “in mutandine”.

            All’amico Valentini potrei anche dare ragione quando contesta ad Elkann, come domenica sul Fatto Quotidiano, di avere indicato alla “Stampubblica” e annessi e connessi come modello “Radio Deejay”, con i suoi cinque milioni di ascoltatori, per “andare incontro all’immaginario collettivo sfidando ogni conformismo”. E’ un riferimento, in realtà,  “vagamente blasfemo”, come ha scritto Valentini vantando “il grande impegno politico, culturale, civile” di testate come Repubblica e l’Espresso.

            Non parliamo tuttavia della rivista MicroMega di Paolo Flores d’Arcais, che il nipote dell’avvocato ha scaricato improvvisamente sfidandone il fondatore a trovarsi un altro editore. E che la buona Sandra Bonsanti, strappandosi pure lei le vesti parlandone col Fatto Quotidiano, ha un po’ troppo generosamente paragonato ad una specie di cattedrale laica del giornalismo italiano. La cui ragione di nascere e di vivere fu negli anni Ottanta una furibonda lotta all’emergente presidente socialista del Consiglio Bettino Craxi, a sostegno invece del Pci di Enrico Berlinguer e successori: qualcosa che Jhon Elkann non ha potuto vivere appieno per ragioni anagrafiche, avendo per fortuna solo 44 anni, ma di cui qualcuno deve avergli lasciato un penoso ricordo.

             A parte le sue critiche al “modello Radio Deejay,” non condivido invece la quasi disperazione di Valentini per la regola, dettata dal nipote dell’avvocato, del giornalismo praticato con “equilibrio, distanza critica dai fatti” e da “ogni forma di militanza”: tutta roba che Valentini traduce sbrigativamente nel “taglio della lingua”. Par di capire che tra la partigianeria, sin forse alla faziosità, e la militanza Valentini non veda differenze, per cui sospetta della democraticità e persino “purezza”, come si suol dire, di un editore come Jhon Elkann, con tutti gli altri  interessi extra-giornalistici che ha.

            Invece la militanza è un male vero, un guaio per i giornali. Mi riferisco non a quella di chi ha lavorato in scuole di giornalismo come sono state spesso le ormai scomparse testate di partito, piccole e grandi: dall’Unità all’Avanti, dalla Voce Repubblicana al Popolo e al Secolo d’Italia. Mi riferisco a quella, per esempio, che ho personalmente visto all’opera negli anni di Tangentopoli. Allora giornali di diversa e persino opposta tendenza politica, uniti però nell’antisocialismo, concordavano ogni sera come e cosa offrire ai loro lettori l’indomani per farli godere del gran lavoro che facevano nella Procura di Milano e dintorni a caccia del “cinghiale” Craxi. Quello non era chiaramente giornalismo. E ce ne sono ancora residui, anche se gli avversari sono cambiati, e si chiamano magari Matteo Renzi, o Matteo Salvini o ancora il vecchio, ostinatissimo e persino ondeggiante Silvio Berlusconi.

 

Una mezza “grazia” è in arrivo per Ottaviano Del Turco

            Al di là dell’arrabbiatura procuratale da un intervento televisivo di Vittorio Feltri, la presidente del Senato ha dunque deciso di intervenire per ripristinare -si vedrà in che modo ed entità- il vitalizio parlamentare tolto a Ottaviano Del Turco. Delle cui gravi condizioni di salute, attigue alla morte, Maria Elisabetta Alberti Casellati ha precisato di non essere stata informata quando ha partecipato all’”atto dovuto” contro l’ex senatore, deputato, europarlamentare, ministro, segretario del Partito Socialista, vice segretario della Cgil, perché condannato in via definitiva nel 2015 a 3 anni e 11 mesi di reclusione per “induzione indebita”.

            Fu l’unico reato sopravvissuto ad una lunga lista di ancora più gravi capi d’imputazione mossigli dalla Procura di Pescara per gli anni in cui era stato presidente della regione Abruzzo, arrestato ancora in quella veste nell’estate del 2008 per la gestione della sanità locale. Il cui principale imprenditore privato, scampato con la prescrizione ai reati contestati pure a lui, lo aveva accusato di avergli estorto danaro di cui tuttavia non furono trovate tracce negli accertamenti disposti sul patrimonio mobiliare e immobiliare dell’imputato. Che aveva invece potuto dimostrare di avere inferto pesanti penalità nei rimborsi regionali alle cliniche del suo accusatore, guadagnandosi così più di un motivo di rivalsa.

           Rivelato che nella “stessa seduta del Consiglio di Presidenza” occupatasi del caso di Del Turco aveva “assunto l’iniziativa per sanare un caso di decurtazione di un vitalizio che presentava forti elementi di iniquità”, Maria Elisabetta Casellati ha assicurato che “coerentemente mi impegnerò personalmente per tutelare le ragioni” dell’ex governatore della regione abruzzese. Con altrettanta coerenza, e senso di opportunità, anche se desta qualche perplessità sapere che un organo istituzionale si riunisce e decide su qualcuno senza disporre di tutte le informazioni necessarie o opportune,  pur in mancanza di iniziative di parte, Vittorio Feltri ha chiuso la polemica con parole di “commozione” e “ringraziamento per ciò che potrà realizzare” la presidente del Senato. Il cui intervento peraltro -notizia non certo irrilevante sul piano istituzionale e politico- toglie dall’imbarazzo in cui si è trovato il presidente della Repubblica di fronte alla richiesta pervenutagli da più parti di sanare lui la situazione graziando il pur inconsapevole, ormai, Del Turco, affetto anche dal morbo di Alzheimer, oltre che Parkinson e tumore.

            L’imbarazzo di Sergio Mattarella, ospite proprio ieri del Senato per il concerto tradizionale di Natale nell’aula di Palazzo Madama, derivava -e deriva- anche dal fatto che è pendente una richiesta difensiva di revisione del processo conclusosi con la condanna definitiva di Del Turco. Essa potrebbe al limite, pur con tutti i dubbi consigliati dai precedenti passaggi della vicenda giudiziaria dell’ex senatore, garantire all’interessato una  riabilitazione più piena, diciamo così, di una sia pur apprezzabile grazia presidenziale. Che per sua natura non può incidere sul merito del trattamento giudiziario riservato a Del Turco e colpirne le responsabilità.

           Ai familiari ormai, viste le condizioni personali dell’amico Ottaviano, auguro sinceramente di avere, e in tempo, la revisione del processo e una ben diversa conclusione per il loro congiunto. Che non è il mostro uscito dalle aule giudiziarie in una stagione di falsa e rigeneratrice rivoluzione. Non c’era in Italia nessuna Bastiglia da espugnare, nessun Capeto da ghigliottinare.

 

 

 

 

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Al pettine anche il nodo della “discontinuità” mancata a Palazzo Chigi

            Non appena si apre uno spiraglio di chiarimento della pasticciatissima situazione politica, in cui la maggioranza e l’opposizione hanno in comune una elevatissima confusione interna, si pongono questioni apparentemente verbali che in realtà nascondono la volontà di non chiarire un bel niente.

            Gli spiragli si aprono quando si torna al vecchio e vero linguaggio della politica, come la crisi, improvvisa o “pilotabile” che sia, la verifica, il rimpasto e simili, attraverso cui sono trascorsi una cinquantina d’anni di democrazia in Italia, succedendosi e intrecciandosi diverse formule politiche: dalla originaria unità resistenziale al centrismo, al centrosinistra, alla cosiddetta pausa o tregua di solidarietà nazionale e infine al superamento della vecchia incompatibilità fra socialisti e liberali, ritrovatisi insieme nel governo durante la fase conclusiva della cosiddetta Prima Repubblica, mentre la Storia, con la maiuscola, segnava il fallimento spontaneo del comunismo. La seconda guerra mondiale aveva già segnato per fortuna la fine del nazifascismo.

            Poi arrivarono la seconda, la terza e forse persino la quarta Repubblica, più o meno in corso, con le loro illusioni alternate di presidenzialismo, grazie alla personalizzazione dei partiti, piccoli e grandi, e di elezione diretta del governo con la designazione formale del presidente del Consiglio sulle schede delle coalizioni o singole forze politiche aspiranti alla guida del Paese. Ma questo sostanziale espediente  non ha impedito il passaggio a Palazzo Chigi di uomini mai votati a questo scopo dagli elettori, come -nell’ordine in cui si sono avvicendati- Lamberto Dini, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e  Giuseppe Conte. Che, messo alle strette in questi ultimi giorni, perdendo per strada pezzi della sua maggioranza e strizzando l’occhio a pezzi dell’opposizione, ha mostrato di volere accettare i rischi o la salvezza -secondo l’esito della partita- di una verifica, di un rimpasto e persino di una crisi. Ma si è subito corretto spiazzando i giornali con interpretazioni opposte e ripiegando su altri termini, soprattutto uno che forse considera nuovo ma non lo è: “confronto”. Eppure da autentico o presunto ispirato al celebre conterraneo pugliese che lo precedette a Palazzo Chigi nella Prima Repubblica dovrebbe sapere che di “confronto”, appunto, visse e si distinse Aldo Moro smontando e rimontando ai suoi tempi gli equilibri politici, dentro e fuori la sua Dc.

           Anche il presidente grillino della Camera, Roberto Fico, peraltro sempre più tentato dall’avventura di sindaco della sua Napoli, ha appena ribadito di non volere assolutamente chiamare “verifica” quella che pure Conte, magari consigliato da volenterosi sopra e sotto il Colle, si è praticamente incaricato di tentare, sfidato ormai un giorno sì e l’altro pure da Matteo Renzi. Che da socio parlamentarmente determinante della maggioranza gli ha posto condizioni che -chissà perché- in bocca a lui  diventano “ricatti” da scherno. Come se non fosse stato un “ricatto” anche il no opposto l’anno scorso dai grillini alla condizione di una “discontinuità” a Palazzo Chigi posta dal Pd per subentrare ai leghisti nel governo.

           I grillini pretesero e ottennero invece la conferma del presidente uscente del Consiglio  innescando non pochi dei problemi che sono oggi sul tappeto di una crisi “virtuale” -come l’ha giustamente definita Stefano Folli su Repubblica- che potrebbe trascinarsi per chissà quant’altro tempo ancora, non certo a vantaggio del Paese e di tutte le sue emergenze.

 

 

 

 

 

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La lunga difesa -30 anni- di Calogero Mannino dalla Giustizia

            Già a statuto speciale di suo dal lontano 1948, la regione siciliana sul piano giudiziario è diventata a statuto specialissimo. Solo lì poteva francamente accadere che un galantuomo, evidentemente colpevole solo di essere stato un politico, più volte ministro, dalla Marina Mercantile all’Agricoltura, dai Trasporti al Mezzogiorno, potesse trascorrere una trentina dei suoi 81 anni compiuti il 20 agosto scorso difendendosi dall’amministrazione giudiziaria. Che alla fine lo ha assolto da tutte le accuse via via formulate contro di lui dagli uffici dell’accusa, che consentitemi di scrivere con la minuscola: dal concorso esterno in associazione mafiosa a violenza o minaccia ad un corpo politico o istituzionale dello Stato, in riferimento alle cosiddette trattative con la mafia nella stagione delle stragi. Ma lo ha assolto, senza risparmiargli il carcere “preventivo”, prendendosi quasi un terzo della sua vita. Scrivo naturalmente del democristianissimo, mai pentito, direi orgogliosamente irriducibile, Calogero Mannino.  

            Le ripetute assoluzioni di Mannino-  l’ultima delle quali appena sfornata dalla Cassazione per la vicenda della trattativa, su cui altri imputati condannati in primo grado, tra mafiosi incalliti, generali e uomini politici, sono ancora sotto giudizio in appello, avendo scelto il rito ordinario, e non quello abbreviato saggiamente consigliato all’ex ministro dal suo primo difensore, il compianto giurista Carlo Federico Grosso-  non sono francamente fiori all’occhiello della quanto meno ostinata -sarà pur consentito dirlo- Procura della Repubblica di Palermo.

            Quella o quelle di Mannino sono vicende giudiziarie tutte svoltesi nella regolarità formale, che potrebbe persino essere vantata come dimostrazione di un sistema perfettamente garantista, in cui alla fine vince il famoso tempo galantuomo. Ma se questo tempo è lungo quanto quello che ha dovuto aspettare Mannino, capite bene che le cose non stanno per niente come possono apparire agli ottimisti, o ingenui. Qui c’è qualcosa -scusatemi- che grida vendetta. E sarebbe ora che qualcuno si decidesse a cambiare o far cambiare registro nella gestione della Giustizia, per farle meritare davvero la maiuscola che per abitudine siamo ancora soliti conferirle. Ma le responsabilità non sono solo dei magistrati. Sono anche nostre, dei giornalisti, che riusciamo spesso a precederli e fare anche di peggio.

            Ricordo modestamente con orgoglio la mattina di quel lontano 1992 in cui da direttore del Giorno abbandonai per protesta la trasmissione in diretta di Mezzogiorno italiano, di una rete allora Fininvest, in cui il conduttore Gianfranco Funari, vantandosi poi di solidarietà che avrebbe ricevuto personalmente dall’editore nella vicenda, aveva cercato di imbastire un processo proprio contro Mannino per concorso esterno in associazione mafiosa, facendosi forte di una cronaca pseudo-giudiziaria dell’Unità. Lo mandai furiosamente a quel posto prendendomi del “picciotto” da un altro collega ospite.

            Vorrà pur dire qualcosa se, a parte le prime pagine di qualche giornale, chiamiamolo così, di nicchia garantista, oggi per trovare la notizia dell’assoluzione definitiva di Mannino bisogna spingersi a pagina 24 del Corriere, 13 del Messaggero, 9 della edizione palermitana di Repubblica, 10 del Tempo e Avvenire. Ditemi voi se questo è giornalismo.

 

 

 

 

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Quello sfogo galeotto ma vuoto di Conte a favore delle elezioni

            Se ha smentito le voci che gli attribuivano cedimenti all’ipotesi tanto disprezzata del “rimpasto” di governo pur di evitare una crisi destinata a sfociare nelle elezioni anticipate, minacciate dal Quirinale con ripetuti segnali mai smentiti, figuriamoci se adesso il presidente del Consiglio non smentirà “il caso” attribuitogli sulla Stampa e sul Secolo XIX da Carlo Bertini. Che ha riferito di uno “sfogo” sfuggito a Conte, appunto, parlando per mezz’ora con un ministro del Pd dopo il discorso nel quale al Senato Matteo Renzi gli aveva contestato il piano attribuitogli sull’uso dei fondi europei della ripresa e prenotato il passaggio all’opposizione, e quindi la crisi, nel caso in cui non lo avesse radicalmente cambiato.

            “Sarebbe meglio andare a votare”, si sarebbe sfogato a questo punto il presidente del Consiglio con un interlocutore peraltro consapevole, come spiega il vecchio Sergio Staino in una vignetta sul Riformista, che “ci deve essere qualcuno che suggerisce a Renzi cosa pensa la base del Pd”. Di cui del resto il senatore toscano, ora socio della maggioranza come leader di Italia Viva,  è stato segretario anche durante l’esperienza di presidente del Consiglio.

            “Certo, la risposta del premier -ha scritto lo stesso Bertini nel rivelarla- va contestualizzata, come la scarica di una tensione accumulata. Uno sfogo, appunto. Perché Conte, per pudore verso il ruolo del presidente della Repubblica e, per rispetto istituzionale, non lo chiederebbe mai e mai lo ripeterebbe in pubblico”.

            D’altronde, se mai ne fosse davvero tentato il presidente del Consiglio con una richiesta di elezioni anticipate, pur essendone lo spettro servito a ridurre la dissidenza dei grillini verso la riforma del Mes e ad evitare la crisi, metterebbe Sergio Mattarella nei guai. Ma in guai grossi perché, pur rientrando lo scioglimento anticipato delle Camere nelle sue insindacabili prerogative costituzionali, il capo dello Stato non potrebbe obiettivamente sottrarsi al dovere di tentare una soluzione diversa prima di ricorrervi. Glielo ha già chiesto senza mezzi termini proprio Renzi. Che in una intervista al Messaggero ha appena ripetuto come più chiaramente non poteva: “Se scoppia la crisi, si cerchi una maggioranza”  diversa dal’attuale, non per andare alle elezioni subito ma per evitarle.

            A quel punto credo onestamente che per sottrarsi ad un simile passaggio, che secondo la mia personalissima opinione non potrebbe prescindere dall’ipotesi di un cosiddetto governissimo presieduto dall’ex presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, a Sergio Mattarella non potrebbe bastare l’opinione appena affidata al Corriere della Sera dall’ormai intervistatissimo, influentissimo, misteriosissimo e quant’altro Goffredo Bettini. Secondo il quale “si va alle elezioni se il governo implode”.

            Potrò sbagliare, nonostante lo “sfogo” attribuitogli dalla Stampa, ma a dissentire sarebbe alla fine lo stesso Conte, sapendo -a meno di ambizioni a dir poco smodate- che difficilmente potrebbe ricapitargli dopo le elezioni di tornare o restare presidente del Consiglio, o diventare chissà che altro, neppure se improvvisasse all’ultimo momento, fra le ceneri o le rovine dei grillini, un partito personale. Non gli andrebbe meglio che nelle elezioni del 2013 a Mario Monti, sopravvissuto politicamente come senatore non per i voti raccolti ma per il laticlavio concessogli precedentemente e generosamente dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

 

 

 

 

 

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