A dispetto della sicumera, a questo punto, del grande consigliere, suggeritore, regista del Pd Goffredo Bettini -ormai stabile in Italia, avendo diradato i suoi soggiorni nella lontana Tahilandia per stare più vicino ai compagni che si dividono
tra sofferenza e speranza nell’alleanza con i grillini da lui fortemente sostenuta- il Bilancio dello Stato che la Camera ha appena approvato non è per niente “un lavoro positivo” di cui compiacersi. Dal Senato non possono certamente aspettarsi miglioramenti nei tre giorni che gli sono stati lasciati a disposizione per ratificarlo, naturalmente con le stesse procedure brevi della fiducia adottate a Montecitorio.
Bettini deve aver letto con fastidio e incredulità un costituzionalista di professione, nonché componente dell’Autorità di garanzia della concorrenza, come Michele Ainis. Che su Repubblica ieri ha denunciato le prepotenze ripetute anche quest’anno dal governo contro il Parlamento, riducendo il Senato ad una sostanziale finzione, a dispetto del bicameralismo salvato dalla riforma di Matteo Renzi nel 2016. Il presidente della Repubblica, dal canto suo, pur avendo il diritto riconosciutogli dalla Costituzione di trattenere per 30 giorni sulla sua scrivania una legge per valutarla con consapevolezza prima della promulgazione, o di un suo rinvio alle Camere, anche quest’anno dovrà per forza fingere di studiarsi bene le carte, e i conti, perché glien’è stato negato il tempo.
Pur di evitare il ricorso al cosiddetto “esercizio provvisorio”, per quanto previsto dalla Costituzione, come gli ha ricordato Ainis, che lo preferirebbe a un bilancio approvato ormai abitualmente con procedure iugulatorie, il povero
Sergio Mattarella – “solo nella tempesta”, ha titolato su di lui lo spagnolo El Pais- firmerà in tutta fretta, al massino dolendosi delle circostanze in cui gli è nuovamente capitato di farlo. E la Corte Costituzionale girerà la testa dall’altra parte, pur avendo ammonito a suo tempo le Camere ad affrontare con più tempo e serietà una scadenza del genere.
Eppure, a parte Ainis, che all’inizio del suo intervento su Repubblica, ne ha fatto solo un cenno, nessuno ha ricordato che quella chiamata anche “manovra da 40 miliardi” è stata liquidata come “un coacervo di misure senza disegno” dall’Ufficio parlamentare di Bilancio. Vi si trova -ha spiegato Ainis- “un po’ di tutto: dal bonus rubinetti al finanziamento di un master in medicina termale”, in quanto tale neppure coinvolta più di tanto -credo- nell’emergenza virale con cui tutto si cerca in questi tempi di giustificare o coprire.
L’Ufficio parlamentare di Bilancio non è qualcosa di privato o esoterico, ma un organismo pubblico e indipendente di sorveglianza sulla finanza pubblica, con
una trentina di dipendenti, un presidente e due consiglieri nominati dai presidenti delle Camere, scegliendoli tra una decina di nomi proposti dalle Commissioni Bilancio a maggioranza dei due terzi, più un collegio di revisori di altre tre persone, più ancora un comitato scientifico di una ventina di esperti. La sua formazione risale al 2014, in attuazione della legge costituzionale del 2012 con la quale fu reso obbligatorio il pareggio.
La sede gli è stata assegnata nel Palazzo parlamentare di San Macuto, o
del Seminario. Dove, per intenderci, lavora anche il Comitato di Sicurezza della Repubblica, che vigila sui servizi segreti. Tanta forma, diciamo così, meriterebbe altrettanta sostanza e considerazione: non certo l’indifferenza opposta dal governo a questo organo di controllo dei conti dello Stato.
Ripreso da www,startmag.it e http://www.policymakermag.it
contro il tempo- questa confidenza agli amici: “L’esperienza del Conte 2 per me è già archiviata. Se volete, discutiamo sul dopo”. E ancora: “Dovrei nascondermi su Marte se cambiassi idea”. Infine, giusto per non bruciarsi alle spalle proprio tutti i ponti: “Certo, dare la fiducia a un Conte 3 mi costerebbe”. Ma sarebbe comunque un altro governo, che il presidente del Consiglio dovrebbe negoziare con i suoi attuali alleati, a cominciare da Renzi. Non sarebbe certamente una compagine ministeriale con Renzi all’opposizione e Silvio Berlusconi, per esempio, nella maggioranza o direttamente o indirettamente, con un bel po’ di cosiddetti responsabili in buona parte provenienti dalle sue parti e in qualche modo prestati a Conte.
professionismo politico negato solo a parole. Proprio oggi in una lettera sempre al Corriere della Sera l’ex presidente del Consiglio si è mostrato tutto proteso perché “i liberali”, che ritiene di rappresentare, anche se con meno voti “di quanti vorremmo”, possano “tornare al ruolo di guida della coalizione di centrodestra”.
Travaglio. Che, sempre schieratissimo con Conte, ne ha oggi celebrato “la vetta” nei sondaggi, contro il “flop dei 2 Matteo”, Renzi e Salvini. E ha preannunciato “pulizie di fine anno” di
la quale -ha detto- “ci riprenderemo le nostre libertà e torneremo ad
abbracciarci”, il suo amico, “garante”, “elevato” e quant’altro Beppe Grillo diffondeva dal blog “personale” un video, peraltro assai scadente anche di qualità, oltre che di contenuto, per irridere sostanzialmente a tutta l’operazione. Del resto, sono arcinote le tradizioni culturali, diciamo così, di Grillo contro le vaccinazioni, per quanto corrette una volta dall’adesione ad un documento molto apprezzata dal pur “rivalissimo” Matteo Renzi. Che cominciò a fidarsene sino a portarne il movimento nella maggioranza e al governo l’anno scorso.
di Giuseppe Conte naturalmente- è diventato un problema per il Paese, nonostante gli sforzi di realismo che ogni tanto cerca di fare Luigi Di Maio guadagnandosi gli elogi persino del professore berlusconiano e mancato premio Nobel per l’economia Renato Brunetta.
proposto di essere per il Paese. C’è chi lo fa capire, come Matteo Renzi, anche partecipando alla sua attuale maggioranza, e avendo appena ottenuto una verifica non ancora conclusa. C’è infine chi fa sforzi sovrumani per non farlo capire ma ogni tanto si tradisce con battute o comportamenti, come il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Ma quanto potrà durare ancora questa storia?
anche all’estero, per quanto in crisi anch’essa come tutta l’editoria- abbiano voluto tirare un colpo mancino all’inquilino di Palazzo Chigi allungando in qualche maniera l’ombra dell’ex presidente della Banca Europea sui precari equilibri politici del momento, nascosto sotto i panni e la barba di Babbo Natale.
hanno ridotto l’autonomia a vantaggio del potere giudiziario o hanno dilatato a tal punto i poteri locali da compromettere il governo del Paese- non ha potuto non procurare una scossa quell’immagine della “mangiatoia delle vanità” contrapposta da Papa Francesco alla mangiatoia dell’umiltà e, insieme, sacralità in cui nacque Gesù.
di Giuseppe Conte, che galleggia sulla paura delle elezioni anticipate da parte di chi sa di uscirne comunque indebolito, cioè tutti dopo il taglio cosiddetto lineare dei seggi parlamentari, e sulla crisi identitaria, oltre che elettorale, dell’ex ormai partito di maggioranza -quello grillino-uscito dalle urne del 2018. Tutto il resto è chiacchiera.
già non sia. Non a caso Mattarella si è premurato di riceverlo nei giorni scorsi al Quirinale, come ha appena rivelato Massimo Franco sul Corriere della Sera, per verificarne personalmente i malumori. È chiaro che ormai, per
quanto Conte abbia cercato nel salotto televisivo di Bruno Vespa di apparire teso a “sminare” la situazione, come hanno scritto sul Fatto Quotidiano, quanto più sopravviverà
questo governo, magari anche rimpastato, tanto meno dureranno l’Italia Viva del senatore di Scandicci e i suoi gruppi parlamentari, già
sottoposti ad un certo logoramento. Cui Renzi reagisce non indietreggiando ma insistendo negli attacchi, come ha fatto nel salotto televisivo di Myrta Merlino.
a suo spese Enrico Letta proprio di questi tempi, negli ultimi giorni della sua unica e breve esperienza a Palazzo Chigi. Che era cominciata addirittura all’insegna delle cosiddette larghe intese, dopo l’improvvida scommessa di Pierluigi Bersani sui grillini, nel 2013, per un governo, pensate un po’, di “minoranza e combattimento”.
dei suoi riti o esercizi di
con la garanzia di Luigi di Maio
che “per noi c’è solo Conte”, anche se altri gli hanno attribuito e gli attribuiscono ancora sentimenti o ambizioni diverse, ma soprattutto con retroscena su un “pressing del Colle” al quale Renzi si sarebbe “arreso” ritirandosi dalla crisi.
a disposizione dell’Italia per l’emergenza pandemica, e a Renzi di stare attento “alle discese e alle curve” in cui evidentemente sarebbe impegnato
dopo avere esaurito la o le scalate. C’è da dire che da corridore provetto, che alla sua età percorre ancora un bel po’ di chilometri quasi al giorno, Prodi s’intende di cadute applicabili alla politica. Basta pensare ai suoi due brevi governi di cosiddetto centrosinistra -non uno solo- caduti a dieci anni di distanza, fra il 1998 e il 2008, nelle curve delle discese impostegli dalle componenti più agitate della maggioranza, o dalle disavventure giudiziarie del suo guardasigilli Clemente Mastella.
dall’interno del Pd, in una
intervista al Riformista. ha mostrato una certa inedita indifferenza alle sorti del governo, tenendo più alla necessità che il suo partito si riprenda “il popolo”. Vasto programma, avrebbe detto il compianto generale De Gaulle.
la nascita di Gesù. E’ in questo contesto che ha voluto inserirsi con una vignetta a dir poco blasfema Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Il quale sostituendosi all’ormai laicissimo Papa Francesco – riverito su Repubblica in quasi tutti gli editoriali dal dichiaratissimo e compiaciuto “amico” Eugenio Scalfari- ha scontato tutte le tappe intermedie, a cominciare da quella iniziale della morte, per conferire la Santità a un ancor vivo e vegeto Mario Draghi.
formazione di un governo, anzi un “governassimo”, capace già col suo stesso nome di fronteggiare tutte le emergenze nate e cresciute fra le mani e i piedi del precedente, sino a risparmiare all’ultimo momento al capo dello Stato la scomodità e l’angoscia delle minacciate elezioni anticipate a metà soltanto della legislatura, o quasi. E con tantissimi dei parlamentari uscenti, anche di quelli a parole smaniosi di un ricorso veloce alle urne, ma in realtà terrorizzati dalla consapevolezza del combinato disposto, diciamo cosi, della riduzione dei seggi imposta dai grillini ai loro alleati di turno, e confermata dall’apposito referendum, e della dieta elettorale procuratasi con la loro azione in questi anni dai loro bizzarri partiti, a cominciare proprio dai grillini.
cui si può arrivare dietro il paravento alquanto ipocrita della satira o ironia, specie quando non si riesce ad agganciarla alla consultazione del casellario giudiziario per liquidare il nemico o mostro di turno. Ma il mondo è bello perché vario, come avverte la vignetta di oggi, sempre del Fatto Quotidiano. Infatti sul Foglio Paolo Mieli oggi stesso ha decantato in una lunga intervista le prospettive di un governo Draghi.
determinato una maggiore attenzione sul Pd, privo ancora di un suo candidato al Campidoglio e perciò “scosso” -sempre secondo il principale quotidiano romano- dal ritorno in campo della vincitrice grillina delle passate elezioni, nel 2016.
che la Raggi si è troppo rafforzata nel suo Movimento perché qualcuno possa rimuoverla per facilitare un accordo col partito di Nicola Zingaretti. Che, dal canto suo, non può
decentemente contraddire l’opposizione condotta contro l’amministrazione capitolina uscente dopo il clamoroso strappo, se non proprio l’autorete dell’anno scorso costituita dalla conferma di Conte a Palazzo Chigi, rinunciando alla “discontinuità” reclamata all’inizio per subentrare nel governo ai leghisti.
scelte masochistiche, che si riducano le resistenze contro la oggettivamente forte candidatura di Carlo Calenda. Che ha appena annunciato di volere aspettare Zingaretti per qualche settimana ancora, massimo sino a febbraio, salvo un rinvio delle elezioni amministrative dalla primavera all’autunno, pronto diversamente a correre da solo contro una Raggi alla quale ha voluto elegantemente, ma anche furbescamente, fare i complimenti per l’assoluzione, felicissimo di misurarsi con lei nella competizione capitolina.
Bertolaso come candidato, pronto a confrontarsi anche con lui. Ma non dimentichiamo che il centrodestra romano è lo stesso delle elezioni del 2016, solo quattro anni fa, quando non riuscì ad esprimere una candidatura comune davvero condivisa, né con Bertolaso né con Alfio Marchini, e
nel ballottaggio, pur di non votare il candidato del Pd Roberto Giachetti, neppure lui di certo un bolscevico,
oggi non a caso schierato da renziano con Calenda, gli preferì la Raggi con dichiarazioni persino pubbliche di voto di leghisti, forzisti e fratelli d’Italia. Pensate un pò di cosa sono stati e sono capaci anche da quelle parti sulla scivolosa scalinata del Campidoglio, così poco lontana peraltro da Palazzo Chigi.
a Roma hanno confermato l’assoluzione di primo grado per falso, impugnata dalla Procura, per la vicenda della promozione a capo del Dipartimento del Turismo del Comune il vice comandante dei Vigili Urbani e fratello del capo del personale e grande consigliere della sindaca, Raffaele Marra, poi arrestato per altri fatti risalenti alla precedente amministrazione.
la indisponibilità del Pd a sostenerla, Beppe Grillo in persona pubblicamente la invitò- fra il serio e il faceto- a lasciar perdere perché i romani non la meritavano. Poi l’attesa del giudizio d’appello aggravò le tensioni nel Movimento, spingendo alcuni cosiddetti “governisti” a scommettere sostanzialmente sulla condanna per rimuovere dal campo la candidata diventata un impedimento insormontabile per un accordo col Pd.
possono sbagliare, eccome, sino a scrivere nel suo editoriale del “degrado di gran parte della magistratura, che nessuna persona sensata può ridurre al caso Palamara”. Meglio tardi che mai, verrebbe da chiosare.