La solita corsa contro il tempo dell’imbarazzante Bilancio dello Stato

            A dispetto della sicumera, a questo punto, del grande consigliere, suggeritore, regista del Pd Goffredo Bettini -ormai stabile in Italia, avendo diradato i suoi soggiorni nella lontana Tahilandia per stare più vicino ai compagni che si dividono tra sofferenza e speranza nell’alleanza con i grillini da lui fortemente sostenuta- il Bilancio dello Stato che la Camera ha appena approvato non è per niente “un lavoro positivo” di cui compiacersi. Dal Senato non possono certamente aspettarsi miglioramenti nei tre giorni che gli sono stati lasciati a disposizione per ratificarlo, naturalmente con le stesse procedure brevi della fiducia adottate a Montecitorio.

            Bettini  deve aver letto con fastidio e incredulità un costituzionalista di professione, nonché componente dell’Autorità di garanzia della concorrenza, come Michele Ainis. Che su Repubblica ieri ha denunciato le prepotenze ripetute anche quest’anno dal governo contro il Parlamento, riducendo il Senato ad una sostanziale finzione, a dispetto del bicameralismo salvato dalla riforma di Matteo Renzi nel 2016.   Il presidente della Repubblica, dal canto suo, pur avendo il diritto riconosciutogli dalla Costituzione di trattenere per 30 giorni sulla sua scrivania una legge per valutarla con consapevolezza prima della promulgazione, o di un suo rinvio alle Camere, anche quest’anno dovrà per forza fingere di studiarsi bene le carte, e i conti, perché glien’è stato negato il tempo.

            Pur di evitare il ricorso al cosiddetto “esercizio provvisorio”, per quanto previsto dalla Costituzione, come gli ha ricordato Ainis, che lo preferirebbe a un bilancio approvato ormai abitualmente con procedure iugulatorie, il povero Sergio Mattarella – “solo nella tempesta”, ha titolato su di lui lo spagnolo El Pais- firmerà in tutta fretta, al massino dolendosi delle circostanze in cui gli è nuovamente capitato di farlo. E la Corte Costituzionale girerà la testa dall’altra parte, pur avendo ammonito a suo tempo le Camere ad affrontare con più tempo e serietà una scadenza del genere.

            Eppure, a parte Ainis, che all’inizio del suo intervento su Repubblica, ne ha fatto solo un cenno, nessuno ha ricordato che quella chiamata anche “manovra da 40 miliardi” è stata liquidata come “un coacervo di misure senza disegno” dall’Ufficio parlamentare di Bilancio.  Vi si trova -ha spiegato Ainis- “un po’ di tutto: dal bonus rubinetti al finanziamento di un master in medicina termale”, in  quanto tale neppure coinvolta più di tanto -credo- nell’emergenza virale con cui tutto si cerca in questi tempi di giustificare o coprire.

            L’Ufficio parlamentare di Bilancio non è qualcosa di privato o esoterico, ma un organismo pubblico e indipendente di sorveglianza sulla finanza pubblica, con una trentina di dipendenti, un presidente e due consiglieri nominati dai presidenti delle Camere, scegliendoli tra una decina di nomi proposti dalle Commissioni Bilancio a maggioranza dei due terzi, più un collegio di revisori di altre tre persone, più ancora un comitato scientifico di una ventina di esperti. La sua formazione risale al 2014, in attuazione della legge costituzionale del 2012 con la quale fu reso obbligatorio il pareggio.

            La sede gli è stata assegnata nel Palazzo parlamentare di San Macuto, o del Seminario. Dove, per intenderci, lavora anche il Comitato di Sicurezza della Repubblica, che vigila sui servizi segreti. Tanta forma, diciamo così, meriterebbe altrettanta sostanza e considerazione: non certo l’indifferenza opposta dal governo a questo organo di controllo dei conti dello Stato.

 

 

 

 

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Sale la fiducia nelle vaccinazioni ma per il governo è sempre aria di crisi

            Il “Vax pensiero” felicemente suonato sulla sua prima pagina dal manifesto per partecipare al clima di speranza che merita l’avvio della campagna di vaccinazione antipandemica -a dispetto dell’ironia usata da Beppe Grillo nell’assordante silenzio degli amici, ma anche degli avversari politici, che in fondo lo temono ancor più di quanto non appaia-  non solleva il governo dal rischio dello scongelamento di una crisi che ha già costretto il presidente del Consiglio alla pratica indesiderata della “verifica” della maggioranza.

            Francesco Verderami sul Corriere della Sera ha attributo a Matteo Renzi -che peraltro sta preparando il discorso al Senato sulla legge di bilancio in uscita proprio oggi dalla Camera con la ormai solita corsa contro il tempo- questa confidenza agli amici: “L’esperienza del Conte 2 per me è già archiviata. Se volete, discutiamo sul dopo”. E ancora: “Dovrei nascondermi su Marte se cambiassi idea”. Infine, giusto per non bruciarsi alle spalle proprio tutti i ponti: “Certo, dare la fiducia a un Conte 3 mi costerebbe”. Ma sarebbe comunque un altro governo, che il presidente del Consiglio dovrebbe negoziare con i suoi attuali alleati, a cominciare da Renzi. Non sarebbe certamente una compagine ministeriale con Renzi all’opposizione e Silvio Berlusconi, per esempio, nella maggioranza o direttamente o indirettamente, con un bel po’ di cosiddetti responsabili in buona parte provenienti dalle sue parti e in qualche modo prestati a Conte.

            D’altronde, già all’inizio di questa anomala legislatura, nel 2018, se a Conte riuscì l’impresa di fare, come fiduciario dei grillini, il suo primo governo con la Lega di Matteo Salvini, ciò accadde perché Berlusconi più o meno malvolentieri, pur di evitare nuove elezioni dalle quali il suo alleato di centrodestra potesse uscire sorpassando ancora di più Forza Italia, diede una vera e propria autorizzazione. Che Salvini  gli rinfacciò  anche pubblicamente quando il Cavaliere dall’opposizione divenne più nervoso un po’ perché l’esperienza di governo gialloverde durava più di quanto egli non avesse messo nel conto e un po’ perché la Lega, anziché risultarne penalizzata, come lui forse sperava, cresceva in ogni elezione parziale, o locale. Essa arrivò a raddoppiare i propri voti, e a dimezzare quelli dei grillini, nelle elezioni di fine maggio dell’anno scorso per il rinnovo del Parlamento europeo. Poi sbagliò modi e tempi della crisi, fidandosi troppo dell’impegno pubblico del segretario del Pd Nicola Zingaretti di non cambiare alleati prima di un passaggio elettorale.

            Ora la musica di Berlusconi sembra cambiata, pur negli ondeggiamenti e nei tatticismi che anche lui ha imparato a praticare con un certo professionismo politico negato solo a parole. Proprio oggi in una lettera sempre al Corriere della Sera l’ex presidente del Consiglio si è mostrato tutto proteso perché “i liberali”, che ritiene di rappresentare, anche se con meno voti “di quanti vorremmo”, possano “tornare al ruolo di guida della coalizione di centrodestra”.

            Il contesto, diciamo così, è insomma diverso. E dovrà forse farsene una ragione sul Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Che, sempre schieratissimo con Conte, ne ha oggi celebrato “la vetta” nei sondaggi, contro il “flop dei 2 Matteo”, Renzi e Salvini. E ha preannunciato “pulizie di fine anno” di segno naturalmente opposto a quello perseguito dagli avversari o critici del presidente del Consiglio faticosamente in carica.

 

 

 

 

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La “siringata” di Beppe Grillo nella campagna di vaccinazione anti-Covid

            Mentre arrivava a Roma il furgone con per le prime 9750 dosi di vaccino acquistate dall’Italia e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si affrettava a vantarsi della campagna immunitaria con la quale -ha detto- “ci riprenderemo le nostre libertà e torneremo ad abbracciarci”, il suo amico, “garante”, “elevato” e quant’altro Beppe Grillo diffondeva dal  blog “personale” un video, peraltro assai scadente anche di qualità, oltre che di contenuto, per irridere sostanzialmente a tutta l’operazione. Del resto, sono arcinote le tradizioni culturali, diciamo così, di Grillo contro le vaccinazioni, per quanto corrette una volta dall’adesione ad un documento molto apprezzata dal pur “rivalissimo” Matteo Renzi. Che cominciò a fidarsene sino a portarne il movimento nella maggioranza e al governo l’anno scorso.

           “Eh, i vaccini…io li sto aspettando. Li sto aspettando tutti. Li vorrò fare tutti insieme, in un’unica siringata. Comincerò -ha detto Grillo- con lo Sputnik 5 russo che dà la controindicazione di una leggera fosforescenza ai polpastrelli che verrà eliminata dal vaccino cinese. Che in controtendenza darà luccichio giallognolo al palmo della mano.  Tutti e due poi verranno coperti dai vaccini americani e inglesi, ultimo quello italiano che amalgamerà tutto l’insieme. Quindi io sarò immune e vi consiglio di fare altrettanto fino al Covid 2045”.

            Due mi sembrano gli aspetti tragici, o più tragici, di questa sortita. Il primo è individuabile nel successo che Grillo ha come comico. Personalmente -ma io sono un tipo strano- mi viene poco da ridere ascoltandolo anche solo come comico. E mi capita da parecchio, prima ancora che egli unisse alla comicità la politica.

             Tanti anni fa -più di una trentina- in uno spettacolo estivo ad Orbetello, essendo capitato tra le prime file, fui severamente redarguito con battute che volevano essere naturalmente ironiche dal protagonista dello spettacolo perché non ridevo.

            L’altro aspetto maggiormente tragico dell’esperienza di Beppe Grillo sta nella sua “discesa” in politica, come si vantò di aver fatto Silvio Berlusconi nel 1994, e dei danni che è riuscito a procurarle, superando di parecchie spanne il Cavaliere, definito forse anche per questo dallo stesso Grillo sprezzantemente “psiconano”.

            Formalmente il comico non ha, o non ha ancora funzioni dirette di governo, avendo preferito farsi rappresentare a Palazzo Chigi da un avvocato. Che però dipendendo, nel fondo delle cose, dai suoi umori -suoi, nel senso di Giuseppe Conte naturalmente- è diventato un problema per il Paese, nonostante gli sforzi di realismo che ogni tanto cerca di fare Luigi Di Maio guadagnandosi gli elogi persino del professore berlusconiano e mancato premio Nobel per l’economia Renato Brunetta.

             C’è chi dice apertamente, magari dopo averlo sperimentato direttamente da alleato di governo, come il capo della Lega Matteo Salvini, che Il presidente del Consiglio in carica è diventato un problema, e non più la “risorsa” che si era proposto di essere per il Paese. C’è chi lo fa capire, come Matteo Renzi, anche partecipando alla sua attuale maggioranza, e avendo appena ottenuto una verifica non ancora conclusa. C’è infine chi fa sforzi sovrumani per non farlo capire ma ogni tanto si tradisce con battute o comportamenti, come il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Ma quanto potrà durare ancora questa storia?

 

 

 

 

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In questo Babbo Natale vedete più Giuseppe Conte o Mario Draghi ?

            Secondo voi questo fotomontaggio rimasto nella rete dell’Ansa per buona parte della vigilia di Natale, quasi come augurio alla politica, è stato realizzato col volto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, com’è apparso a molti, truccato da Babbo Natale, con quei 200 e rotti miliardi di euro dei fondi europei della ripresa da gestire con criteri e metodi che hanno già provocato mezza crisi di governo, o col volto di Mario Draghi? Che è diventato nelle cronache, nei retroscena e nelle analisi politiche il virtuale concorrente dello stesso Conte nel caso in cui la crisi dovesse scongelarsi ed esplodere.

            Non ci crederete, ma tra i sostenitori del presidente del Consiglio uscente  il nervosismo è tale che si è coltivato il sospetto che all’Ansa -la maggiore agenzia di stampa italiana, molto conosciuta e apprezzata anche all’estero, per quanto in crisi anch’essa come tutta l’editoria- abbiano voluto tirare un colpo mancino all’inquilino di Palazzo Chigi allungando in qualche maniera l’ombra dell’ex presidente della Banca Europea sui precari equilibri politici del momento, nascosto sotto i panni e la barba di  Babbo Natale.  

Imperdibile quella “mangiatoia delle vanità” denunciata dal Papa

            Della predica di Papa Francesco nella Messa di Natale ha molto e giustamente colpito l’informazione televisiva e on line, nella breve pausa che si è data la carta stampata, l’esortazione all’ottimismo in questi tempi di pandemia. Che hanno peraltro costretto in uno spazio relativamente angusto della imponente Basilica di San Pietro la solenne celebrazione religiosa.  Anche questa volta, ha detto praticamente il Pontefice, usciremo dal tunnel della paura, per quanti errori possano essere stati compiuti nella gestione dell’emergenza e possano ancora compiersi, adesso che si è aperta la fase delle vaccinazioni.

            Ma a chi in qualche modo è condannato dalle abitudini o dal mestiere a seguire la politica – nell’avvicendarsi addirittura delle Repubbliche, peraltro a Costituzione sostanzialmente invariata, salvo per alcune parti che ne hanno ridotto l’autonomia a vantaggio del potere giudiziario o hanno dilatato a tal punto i poteri locali da compromettere il governo del Paese- non ha potuto non procurare una scossa quell’immagine della “mangiatoia delle vanità” contrapposta da Papa Francesco alla mangiatoia dell’umiltà e, insieme, sacralità in cui nacque Gesù.

            Quanta “vanità” in effetti si può scorgere nella crisi sospesa o congelata in cui si sta concludendo questo sfortunatissimo 2020. Abbiamo la vanità, certo, di chi è sempre all’attacco, dall’opposizione ma anche dall’interno di una maggioranza troppo composita e affrettata per non prevederne l’intrinseca debolezza, ma anche la vanità di chi è arroccato nella difesa di un equilibrio che è ormai saltato nei rapporti politici, e persino in quelli personali, senza neppure il pudore ormai di nasconderlo.

            Un presidente del Consiglio -spiace dirlo- che sembrava prestato alla politica ne è diventato un professionista incallito, com’è d’altronde capitato anche ad altri che l’hanno più o meno preceduto ai confini tra la cosiddetta società civile contrapposta a quella politica, o del Paese reale contrapposto al Paese legale.

              Pure Silvio Berlusconi, benedett’uomo, peraltro confortato a lungo da un ampio consenso elettorale, sembrò arrivato a Palazzo Chigi per liberare il Paese da una politica che l’aveva troppo asservita e ne divenne rapidamente un “signor professionista”, come gli disse una volta pranzando con la sua famiglia uno che s’intendeva di queste cose e di questo mondo: l’ex presidente, o presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Che peraltro proprio in quel periodo stava beffardamente pescando nelle sue acque -quelle del centrodestra- per improvvisare un partito che serviva a portare alla guida del governo Massimo D’Alema, dopo la prima caduta di Romano Prodi dall’albero dell’Ulivo del cosiddetto centrosinistra.

            Abbiamo inoltre assistito alla metamorfosi politica di “tecnici” che sembravano impermeabili ai partiti come Lamberto Dini e Mario Monti, finiti per allestirne di propri dalla durata effimera. Ora è il turno di Giuseppe Conte, che galleggia sulla paura delle elezioni anticipate da parte di chi sa di uscirne comunque indebolito, cioè tutti dopo il taglio cosiddetto lineare dei seggi parlamentari, e sulla crisi identitaria, oltre che elettorale, dell’ex ormai partito di maggioranza -quello grillino-uscito dalle urne del 2018. Tutto il resto è chiacchiera.

 

 

 

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Per rimanere congelata la crisi avrà bisogno dei -75 gradi del vaccino

            Se siamo davvero alla crisi “congelata” di cui hanno scritto fior di analisti, temo che le mancheranno le condizioni necessarie per non scongelarsi. Anche ad essa occorreranno forse i 75 gradi sotto zero di cui hanno bisogno per essere conservati e trasportati in sicurezza i vaccini antipandemici.

            Va bene che le previsioni meteorologiche non sono delle migliori e che è già caduta in molte parti d’Italia tanta di quella neve da aver fatto imbufalire gestori d’impianti e sciatori costretti invece alla chiusura o astinenza, ma i 75 gradi sotto zero mi sembrano francamente difficili da preventivare.

            Né, fuor di metafora, i rapporti fra i partiti interessati più direttamente alla verifica della maggioranza giallorossa mi sembrano tali da consentire il lusso o il disastro, secondo i punti di vista, di una crisi lasciata a lungo sospesa a mezz’aria, o stipata nei contenitori dei vaccini.

         Cerchiamo, via, di non fare  Matteo Renzi, cui si debbono sia la nascita di questa maggioranza e di questo governo sia questa crisi, congelata o sospesa che sia, più sprovveduto o imprudente di quanto già non sia. Non a caso Mattarella si è premurato di riceverlo nei giorni scorsi al Quirinale, come ha appena rivelato Massimo Franco sul Corriere della Sera, per verificarne personalmente i malumori. È chiaro che ormai, per quanto Conte abbia cercato nel salotto televisivo di Bruno Vespa di apparire teso a “sminare” la situazione, come hanno scritto sul Fatto Quotidiano, quanto più sopravviverà questo governo, magari anche rimpastato, tanto meno dureranno l’Italia Viva del senatore di Scandicci e i suoi gruppi parlamentari, già sottoposti ad un certo logoramento. Cui Renzi reagisce non indietreggiando ma insistendo negli attacchi, come ha fatto nel salotto televisivo di Myrta Merlino.

            Nè un sostanziale suicidio, neppure assistito, di Renzi con una resa si tradurrebbe automaticamente in un affare anche per il Pd, oltre che per Conte. Al contrario, il partito di Nicola Zingaretti e di Dario Franceschini si troverebbero, senza Renzi, prigionieri di Conte e dei grillini ancora più di prima.

            Quali siano i veri umori dei parlamentari, e quindi degli elettori del Pd, nei riguardi del presidente del Consiglio dipendente dalle tensioni interne del Movimento 5 Stelle, ormai non più catalogabili con soli criteri politici, emergendo spesso da quelle parti più sette che correnti o “anime”, come soavemente le chiama Conte, lo si è capito e visto negli applausi strappati da Renzi agli ex compagni di  partito nell’ultimo discorso pre-verifica tutto d’attacco  pronunciato nell’aula del  Senato. Dove peraltro Renzi ha  prenotato un altro intervento nella settimana prossima, quando  passerà fuggevolmente a Palazzo  Madama il bilancio.

           Temo che non sarà neppure quello un discorso rasserenante per Conte. O  sarà di quel  particolare tipo di serenità che solo Renzi riesce disinvoltamente a promettere o garantire mentre prepara tutt’altro. Lo imparò a suo spese Enrico Letta proprio di questi tempi, negli ultimi giorni della sua unica e  breve esperienza a Palazzo Chigi. Che era cominciata addirittura all’insegna delle cosiddette larghe intese, dopo l’improvvida scommessa di Pierluigi Bersani sui grillini, nel 2013, per un governo, pensate un po’, di “minoranza e combattimento”.

 

 

 

 

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L’oggetto ormai misterioso della verifica della maggioranza

            Tra chi l’ha reclamata all’interno della maggioranza giallorossa -renziani e Pd, gli uni a passo di carica e l’altro con la solita diversità di toni- e chi l’ha dovuta subire, dopo averne contestato persino il nome, cioè il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i suoi referenti grillini, non si capisce che fine abbia fatto o possa fare la verifica, ora che gli incontri a Palazzo Chigi risultano formalmente conclusi con l’annuncio, fra l’altro, di un’importante seduta del Consiglio dei Ministri fra Natale e Capodanno.

              Saranno gli stessi giorni peraltro durante i quali, come ormai al solito, un ramo del Parlamento -in questo caso il Senato- dovrà approvare a scatola chiusa con la fiducia il bilancio discusso per modo di dire nell’altro ramo del Parlamento, anche lì con le strette e i bavagli della fiducia. Questo ormai è ciò che è rimasto del bicameralismo salvato, secondo i suoi cultori tradizionali, dalla riforma costituzionale tentata nel 2016 dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che imprudentemente si era presentato al Senato annunciando che quella in procinto di chiedere sarebbe stata l’ultima fiducia a un governo nell’aula di Palazzo Madama. Quante fesserie capita di dire quando ci si avvolge nelle bandiere della retorica o dei sogni, cioè delle illusioni.

                Della verifica -tornando al tema- non si si sa se è fra le palle ancora appese all’albero di Natale allestito da Conte nei suoi uffici o fra quelle che un vignettista ha fatto buttare giù da Renzi in uno dei suoi riti o esercizi di rottamazione. La Stampa e il manifesto hanno parlato di “tregua” in attesa di un “rimpasto”, secondo almeno il quotidiano orgogliosamente comunista, ma meno fiduciosamente Libero ha parlato di “tarallucci e vino tra Conte e Renzi” in attesa della “resa dei conti dopo le feste”.

               Decisamente ottimistica, dal suo punto di vista, è stata la rappresentazione del Fatto Quotidiano con la garanzia di Luigi di Maio che “per noi c’è solo Conte”, anche se altri gli hanno attribuito e gli attribuiscono ancora sentimenti o ambizioni diverse, ma soprattutto con retroscena su un “pressing  del Colle” al quale Renzi si sarebbe “arreso” ritirandosi dalla crisi.

                Anche Romano Prodi ha voluto mettersi in questa girandola di notizie e impressioni spargendo consigli dal Corriere della Sera, come quello a Conte di andare più spedito nella sua azione, anche per non complicare i rapporti con l’Unione Europea così generosa con quei 209 miliardi di euro messi a disposizione dell’Italia per l’emergenza pandemica, e a Renzi di stare attento “alle discese e alle curve” in cui evidentemente sarebbe impegnato dopo avere esaurito la o  le scalate. C’è da dire che da corridore provetto, che alla sua età percorre ancora un bel po’ di chilometri quasi al giorno, Prodi s’intende di cadute applicabili alla politica. Basta pensare ai suoi due brevi governi di cosiddetto centrosinistra -non uno solo- caduti a dieci anni di distanza, fra il 1998 e il 2008,  nelle curve delle discese impostegli dalle componenti più agitate della maggioranza, o dalle disavventure giudiziarie del suo guardasigilli Clemente Mastella.

                 Significativa mi sembra anche la prudenza mostrata oggi dall’immancabile Goffredo Bettini, che dall’interno del Pd, in una intervista al Riformista. ha mostrato una certa inedita indifferenza alle sorti del governo, tenendo più alla necessità che il suo partito si riprenda “il popolo”. Vasto programma, avrebbe detto il compianto generale De Gaulle.

 

 

 

 

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Se gli amici di Conte perdono tanto la testa contro Mario Draghi

            E’ una notiziola non di oggi, né di ieri, ma addirittura dell’altro ieri, quarta domenica d’Avvento nella liturgia cristiana: quella in cui si accende l’ultima candela degli angeli impegnati ad annunciarono la nascita di Gesù. E’ in questo contesto che ha voluto inserirsi con una vignetta a dir poco blasfema Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Il quale sostituendosi all’ormai laicissimo Papa Francesco – riverito su Repubblica in quasi tutti gli editoriali dal dichiaratissimo e compiaciuto “amico” Eugenio Scalfari- ha scontato tutte le tappe intermedie, a cominciare da quella iniziale della morte, per conferire la Santità a un ancor vivo e vegeto Mario Draghi.

            Non si tratta di un omonimo inconsapevole ma proprio di lui: l’ex presidente della Banca Centrale Europea, ex governatore della Banca d’Italia e tante altre cose ancora Mario Draghi. Che per sua somma sventura è entrato da qualche tempo, a torto o a ragione, nelle cronache politiche, tra retroscena, indiscrezioni, proposte, auspici e simili, come un possibile successore di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Ciò  in caso di crisi naturalmente, non certamente di suicidio del presidente del Consiglio, e di formazione di un governo, anzi un “governassimo”, capace già col suo stesso nome di fronteggiare tutte le emergenze nate e cresciute fra le mani e i piedi del precedente, sino a risparmiare all’ultimo momento al capo dello Stato la scomodità e l’angoscia delle minacciate elezioni anticipate a metà soltanto della legislatura, o quasi. E con tantissimi dei parlamentari uscenti, anche di quelli a parole smaniosi di un ricorso veloce alle urne, ma in realtà terrorizzati dalla consapevolezza del combinato disposto, diciamo cosi, della riduzione dei seggi imposta dai grillini ai loro alleati di turno, e confermata dall’apposito referendum, e della dieta elettorale procuratasi con la loro azione in questi anni dai loro bizzarri partiti, a cominciare proprio dai grillini.

           Per chi non lo gradisce, e lo vive di giorno e di notte come un’ossessione, Draghi ha anche l’inconveniente di poter diventare da presidente del Consiglio un eccellente, quasi naturale candidato al Quirinale per succedere a Sergio Mattarella nelle elezioni presidenziali che si dovranno svolgere in Parlamento a febbraio del 2022. Egli potrebbe proprio dal Colle aiutare il successore a Palazzo Chigi  a portare a termine nel residuo anno della legislatura l’azione risanatrice ed emergenziale avviate dal suo governo, sempre senza compromettere il mandato dei deputati e senatori uscenti, specie di quelli a scarsissima possibilità di ricandidatura e rielezione.

              Di fronte a simili prospettive, temo avvertite da Travaglio e simili, notoriamente adoranti di Conte come i pastori davanti alla grotta, già spiazzati dalla recente nomina di Draghi alla Pontificia Accademia delle Scienze, l’ex presidente della Banca Centrale Europea è diventato sul Fatto Quotidiano, con tanto di immaginetta adeguata al tipo di venerazione, il Santo protettore dei “masturbatori”.

              Direi che si tratta di un preclaro esempio del livello dell’informazione e della formazione dell’opinione pubblica cui si può arrivare dietro il paravento alquanto ipocrita della satira o ironia, specie quando non si riesce ad agganciarla alla consultazione del casellario giudiziario per liquidare il nemico o mostro di turno. Ma il mondo è bello perché vario, come avverte la vignetta di oggi, sempre del Fatto Quotidiano. Infatti sul Foglio Paolo Mieli oggi stesso  ha decantato in una lunga intervista le prospettive di un governo Draghi.

 

 

 

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Tutti i partiti ormai sulla scivolosa scalinata del Campidoglio

            Com’era normale che accadesse, il “rafforzamento” della ricandidatura della sindaca uscente Virginia Raggi, come l’ha definito Il Messaggero dopo la sua seconda assoluzione dall’accusa di falso, ha determinato una maggiore attenzione sul Pd, privo ancora di un suo candidato al Campidoglio e perciò “scosso” -sempre secondo il principale quotidiano romano- dal ritorno in campo della vincitrice grillina delle passate elezioni, nel 2016.

            Anche i piddini più smaniosi di estendere in sede locale l’alleanza nazionale di governo con i pentastellati, peraltro già in difficoltà per la verifica di maggioranza imposta e condotta da Matteo Renzi col piglio almeno di chi vuole in ogni modo arrivare ad una crisi o resa di conti proprio per essere stato lui a volere e determinare l’intesa l’anno scorso vedendone poi effetti meno soddisfacenti o più negativi del previsto; anche i piddini, dicevo, più smaniosi di accordarsi con i pentastellati nelle prossime elezioni capitoline, e in altre analoghe dell’anno prossimo, sanno ormai che la Raggi si è troppo rafforzata nel suo Movimento perché qualcuno possa rimuoverla per facilitare un accordo col partito di Nicola Zingaretti. Che, dal canto suo, non può decentemente contraddire l’opposizione condotta contro l’amministrazione capitolina uscente dopo il clamoroso strappo, se non proprio l’autorete dell’anno scorso costituita dalla conferma di Conte a Palazzo Chigi, rinunciando alla “discontinuità” reclamata all’inizio per subentrare nel governo ai leghisti.

            Come la Raggi e i grillini sono ora obbligati a cercare aiuti solo di liste locali per tentare l’improbabile impresa di conservare il Campidoglio –“Tanti -ha detto la sindaca -sui territori, nelle periferie, vogliono impegnarsi con noi, al di fuori dei salotti e dei giochi di potere”-  così nel Pd la logica vuole, salvo scelte masochistiche, che si riducano le resistenze contro la oggettivamente forte candidatura di Carlo Calenda. Che ha appena annunciato di volere aspettare Zingaretti per qualche settimana ancora, massimo sino a febbraio, salvo un rinvio delle elezioni amministrative dalla primavera all’autunno, pronto diversamente a correre da solo contro una Raggi alla quale ha voluto elegantemente, ma anche furbescamente, fare i complimenti per l’assoluzione, felicissimo di misurarsi con lei nella competizione capitolina.

            Ma un candidato come Calenda da solo, col credito che è riuscito a conquistarsi in questi mesi, e i suoi trascorsi governativi di uomo pragmatico e competente, non certo di provenienza bolscevica, non dovrebbe preoccupare solo il Pd. Dovrebbe preoccupare anche il centrodestra, di cui Calenda ha finto di dare per sicura la scelta di Guido Bertolaso come candidato, pronto a confrontarsi anche con lui. Ma non dimentichiamo che il centrodestra romano è lo stesso delle elezioni del 2016, solo quattro anni fa, quando non riuscì ad esprimere una candidatura comune davvero condivisa, né con Bertolaso né con Alfio Marchini, e nel ballottaggio, pur di non votare il candidato del Pd Roberto Giachetti, neppure lui di certo un bolscevico, oggi non a caso schierato da renziano con Calenda, gli preferì la Raggi con dichiarazioni persino pubbliche di voto di leghisti, forzisti e fratelli d’Italia. Pensate un pò di cosa sono stati e sono capaci anche da quelle parti sulla scivolosa scalinata del Campidoglio, così poco lontana peraltro da Palazzo Chigi.

 

 

 

 

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Assolta anche in appello Virginia Raggi, che condanna il suo Movimento

            Ne ha impiegato di tempo -quattro dei cinque anni del suo mandato di sindaco a Roma, conquistato elettoralmente nel 2016 – ma Virginia Raggi ce l’ha fatta a rimediare ad almeno una parte dei suoi errori gridando in pubblico la verità, cioè prendendosela col suo partito: il Movimento 5 Stelle. Lo ha fatto commentando con una pungente denuncia politica la sentenza con la quale i giudici d’Appello a Roma hanno confermato l’assoluzione di primo grado per falso, impugnata dalla Procura, per la vicenda della promozione a capo del Dipartimento del Turismo del Comune il vice comandante dei Vigili Urbani e fratello del capo del personale e grande consigliere della sindaca, Raffaele Marra, poi arrestato per altri fatti risalenti alla precedente amministrazione.

            La sindaca si assunse per intero la responsabilità di quella nomina, decisa nell’ambito di un più vasto movimento nell’amministrazione capitolina, rammaricandosi poi con chi le aveva proposto la promozione di non essere stata informata dell’ingente aumento di stipendio che ne sarebbe derivato. Seguì, fra l’altro, un’indagine dell’Autorità anticorruzione rispondendo alla quale la sindaca avrebbe detto il falso da cui invece è stata assolta per due volte.

            Dal primo giorno di sindaca la Raggi -non se l’abbia a male- dimostrò i suoi limiti o inesperienza, nonostante la professione di avvocato e la precedente esperienza di consigliere comunale. Ma dal suo partito le vennero non aiuti per superare le difficoltà, bensì manovre destinate ad aggravarne i problemi. Persone e funzioni cambiavano continuamente su intervento dall’alto, sino a mandarle a Roma dalla Liguria un avvocato arrivato all’apice dell’Acea e arrestato. I giornali potettero titolare più volte, senza essere smentiti, dello stato di “commissariamento” politico in cui ormai operava la Raggi.

            Il logoramento derivatone fu tale che, quando la sindaca annunciò il proposito di ricandidarsi ben conoscendo la indisponibilità del Pd a sostenerla, Beppe Grillo in persona pubblicamente la invitò- fra il serio e il faceto- a lasciar perdere perché i romani non la meritavano. Poi l’attesa del giudizio d’appello aggravò le tensioni nel Movimento, spingendo alcuni cosiddetti “governisti” a scommettere sostanzialmente sulla condanna  per rimuovere dal campo la candidata diventata un impedimento insormontabile per un accordo col Pd.

            Con questa situazione a dir poco velenosa, e penosa, alle spalle la sindaca ha festeggiato l’assoluzione invitando “tutti, anche e soprattutto all’interno del Movimento 5Stelle, a riflettere. Ora -ha aggiunto- è troppo facile voler provare a saltare sul carro del vincitore con parole di circostanza”. Infatti -sarei tentato di aggiungere- Grillo si è affrettato ad esultare, contento della sconfitta dei “detrattori” della sindaca uscente.

            Compiaciuto della sua assoluzione dopo averla difesa ripetutamente, il direttore del Fatto Quotidiano ha liquidato genericamente come “fanatici” nel titolo di prima pagina gli avversari interni di partito denunciati dalla sindaca, spiegando solo nel sommario che possono trovarsi nel partito. E soprattutto riconoscendo che i pubblici ministeri possono sbagliare, eccome, sino a scrivere nel suo editoriale del “degrado di gran parte della magistratura, che nessuna persona sensata può ridurre al caso Palamara”. Meglio tardi che mai, verrebbe da chiosare.

 

 

 

 

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