Conte passa da gladiatore ad esploratore nello scenario della crisi

             Derivano dalla confusione politica, e non solo dagli sviluppi della pandemia, le incertezze delle famiglie interessate alla riapertura delle scuole e quelle degli italiani, più in generale, sulla riapertura del governo. Che non si riesce ancora a capire se, quando e come potrà riemergere dalla navigazione sommersa alla quale è costretto da qualche settimana per l’offensiva aperta da Matteo Renzi nella maggioranza giallorossa.

            Secondo le ultime notizie, che tuttavia variano di ora in ora, Giuseppe Conte sarebbe passato dal ruolo di gladiatore auspicato da quanti lo incitavano all’operazione di sfida totale a Renzi nell’aula del Senato, cercando di sostituirne il partito con un gruppetto di transfughi “responsabili” di varia provenienza, ma soprattutto dal centrodestra, a quello più prudente e forse salvifico, per lui, di esploratore marittimo. Così lo rappresentano d’altronde persino sul Fatto Quotidiano nella vignetta di prima pagina, in vista di una terra intesa come terzo governo da lui presieduto, dopo i due già collezionati in poco più di due anni e mezzo.  Ma Conte vi arriverebbe a maggioranza invariata, col “presunto alleato” Renzi, come lo definiscono nel giornale di Marco Travaglio. Dove, comunque, la soluzione dei “responsabili”, che avrebbe dovuto risparmiare a Conte  “rimpasti e concessioni” al senatore toscano, è finita in terza pagina, tra “i pareri” sullo sbocco della verifica, a firma di Andrea Scanzi.

            Potrebbe maturare persino un rimpastone, non un semplice rimpasto. Che, pur motivato con l’esigenza di “rafforzare” il governo e la maggioranza,  come gli fa dire il Corriere della Sera, in realtà ridimensionerebbe il peso sia di Conte a Palazzo Chigi sia dei grillini. Fra i quali la paura di elezioni anticipate, da cui uscirebbero a pezzi, sta prevalendo su ogni altra cosa: e con la paura anche le tensioni interne.  I cui sviluppi sono davvero imprevedibili, con un reggente peraltro come Vito Crimi nuovamente scaduto nell’incarico.

            Lo scoglio sommerso che insidia e preoccupa Conte sia come acrobata sia come esploratore,  secondo le vignette di prima pagina, rispettivamente, del Corriere della Sera e del Fatto Quotidiano, è il passaggio formale delle dimissioni del presidente del Consiglio reclamate da Renzi. Di cui a fidarsi poco, o a non fidarsi per niente, non è solo Marco Travaglio, il direttore del Fatto, ma anche Conte, per quanto praticamente obbligato dal Pd a “vedere”, cioè a trattare, rinunciando alla cosiddetta operazione dei “responsabili”. Che a parere non solo del capogruppo al Senato Andrea Marcucci, sospettato di renzismo sotterraneo, ma anche di Luigi Zanda e dello stesso segretario del Pd Nicola Zingaretti, sarebbe nient’altro che un ossimoro, dovendosi ritenere irresponsabile, nella situazione in cui si trova il Paese, il ricorso ad una soluzione pasticciata e persino incerta nei numeri.

           “Niente maggioranze raccogliticce”, fa dire Sergio Staino, nella sua vignetta sul Riformista, al mitico Bobo perché “di raccogliticcio ci basta il Parlamento”, com’è stato infatti ridotto dalle trasmigrazioni, dalla riduzione dei seggi imposta dai grillini e ratificata con tanto di referendum, dalla tonnara che ne è pertanto derivata, temendo più della metà dei deputati e senatori uscenti di non tornare la prossima volta, e dalla crisi cosiddetta identitaria, ma ancor più elettorale, degli stessi grillini, usciti dalle urne del 2018 addirittura come il partito più rappresentato nelle Camere.  

 

 

 

 

 

 

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Il Conte di Palazzo Chigi tra i brividi della crisi, ora tentato anche dall’odiato rimpasto

             Il Conte di Palazzo Chigi che Mario Makkox Dambrosio nella vignetta di copertina del Foglio ci propone con i brividi alla ricerca del suo portavoce viene invece proposto ai lettori di Repubblica come un uomo finalmente disposto a cedere a Matteo Renzi sul rovesciamento del piano d’impiego dei fondi europei per la ripresa e sulla rinuncia alla gestione diretta, senza delega,  dei servizi segreti. E persino pronto, se già non impegnato, a trattare l’odiato rimpasto ministeriale, che potrebbe portare Renzi -secondo alcune indiscrezioni- alla Farnesina, al posto del grillino Luigi Di Maio spostato all’Interno, al posto della “tecnica” Luciana Lamorgese.

            Quasi in sintonia con queste indiscrezioni, come per accreditarle, Di Maio è uscito da un certo ermetismo degli ultimi tempi, che aveva impensierito Conte, per definire una “follia” la rimozione dell’attuale presidente del Consiglio attribuita al piano di Renzi. Che, dal canto suo, in una intervista al Corriere della Sera ha praticamente detto a Di Maio che molto più concretamente egli potrebbe sostenere e difendere il posto di Conte rimuovendo il veto dei grillini all’uso del credito europeo di 36 miliardi di euro disponibile per il potenziamento del servizio sanitario nazionale. Le cui debolezze sono confermate in questi giorni anche delle previste difficoltà della campagna di vaccinazione anti-Covid.  

            Che la crisi stia arrivando su un binario favorevole più a Renzi che a Conte, a lungo elogiato per la decisione con la quale nell’estate del 2019 si liberò del “truce” alleato leghista Matteo Salvini, lo si capisce sul Foglio, oltre che dai brividi della vignetta di Makkox, dai commenti del direttore Claudio Cerasa e del fondatore Giuliano Ferrara. Il primo ha auspicato “più renzismo, meno grillismo”. L’altro, l’elefantino rosso che vigila sul suo giornale, si è un po’ compiaciuto della “ferocia dei morsi” di Renzi, da lui del resto apprezzato già prima del  famoso patto del Nazareno con quella specie di padre politico putativo che poteva essere ritenuto Silvio Berlusconi, “l’amor nostro” dei foglianti. Fu proprio Ferrara a coniare per Renzi la formula o immagine del “Royal baby” e a dolersi pubblicamente dell’opposizione del Cavaliere alla conferma referendaria della riforma costituzionale renziana: opposizione subentrata al mancato accordo sulla candidatura di Giuliano Amato al Quirinale nel 2015, quando Renzi gli preferì Sergio Mattarella.

            Il mio amico Giuliano si è spinto, con l’abitudine che ha di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, a immaginare un Renzi sotto sotto deciso anche a provocare davvero le elezioni anticipate che invece esclude a parole, perché ne potrebbe uscire finalmente rafforzato per il logoramento, a dir poco, cui sarebbe destinato il Pd se davvero andasse alle urne alleato con i grillini, un’eventuale lista di Conte e la sinistra dei “liberi e uguali”.

            Marco Travaglio invece continua a sognare sul Fatto Quotidiano sia un Conte che, senza dimettersi dopo le eventuali dimissioni delle due ministre grilline, si presenta al Senato e ottiene la fiducia con l’aiuto dei cosiddetti “responsabili” transfughi del centrodestra o ex grillini, sia un Conte che si mette decisamente alla testa dei pentastellati e vince le elezioni, o comunque sconfigge un Pd ormai “in mano a Renzi e allo sbando”, come ha detto in una intervista Achille Occhetto proprio al Fatto. Dove tuttavia c’è ancora qualcuno che conta sui “pontieri Pd” disposti a “far ragionare” il senatore di Scandicci.  

 

 

 

 

 

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La crisi di governo in arrivo ormai nella calza della Befana

            La crisi anche del secondo governo di Giuseppe Conte, come quella del primo nel 2019, corre ormai con tale velocità o evidenza, destinata probabilmente ad arrivare al traguardo con o nella calza della Befana, che anche i più refrattari all’evento ne parlano e scrivono come di cosa praticamente scontata. E’ il caso del Fatto Quotidiano, che ne riferisce in rosso in apertura della prima pagina, sia pure la più ridotta possibile. O del Corriere della Sera.

            A far cadere le ultime illusioni di Conte su quella che pure Il Fatto definisce “la caccia ai senatori “responsabili” in fuga da FI”, intesa come Forza Italia di Silvio Berlusconi, “e da Iv”, intesa come Italia Viva di Matteo Renzi, è stato il chiarissimo avvertimento arrivato dal Pd per bocca del capogruppo al Senato Andrea Marcucci. Che ha detto: “Una follia andare avanti raccattando qualche senatore”, producendo cioè una maggioranza posticcia e indefinita, non certo all’altezza di compiti come la campagna di vaccinazione antivirale e l’impiego degli ingenti fondi europei per la ripresa o “ripartenza”, ha detto nel suo messaggio di Capodanno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che al manifesto, ma non solo a questo giornale, con tanto di “gelo” sparato nel titolo di prima pagina, risulta anch’egli perplesso, se non decisamente contrario ad una soluzione così stentata e debole della crisi incombente,

            A fermare Renzi, dalle cui contestazioni della politica del governo sono partite prima la cosiddetta verifica e poi l’epilogo negativo che sta maturando, non sarà certo l’ironia o il sarcasmo di Sergio Staino, che peraltro non gli perdona di avere consentito da segretario del Pd la chiusura della “sua” Unità, la storica testata del Pci fondata da Antonio Gramsci. Nella vignetta pubblicata sulla prima pagina della Stampa egli cerca, in particolare, di mettere in difficoltà Renzi accusandolo di fare con la crisi un regalo al pur odiato Matteo Salvini, il leader della Lega contro la cui richiesta dei “pieni poteri” e delle elezioni anticipate lo stesso Renzi, ancora componente del Pd, promosse nell’estate del 2019 la formazione dell’attuale governo.

            A Renzi, contestandogli il diritto delegato a Maria Elena Boschi di parlare sprezzantemente dei transfughi del centrodestra che potrebbero servire da stampelle al presidente del Consiglio uscente, Marco Travaglio ha rinfacciato sul Fatto Quotidiano di non avere soltanto promosso la maggioranza giallorossa seguita a quella gialloverde, ma anche di aver fatto ingoiare al partito di cui allora faceva ancora parte, il Pd, la conferma di Conte a Palazzo Chigi, contro la “discontinuità” chiesta dal segretario Nicola Zingaretti. E poi -ha sostanzialmente rimproverato il sostenitore del governo uscente alla “masnada renziana”- transfughi in fondo sono anche i parlamentari di Italia Viva per essere usciti dal partito in cui erano stati eletti nel 2018.

            Si tratta tuttavia di polemiche ormai solo retoriche, diciamo così, o di furbizia politica, inutili di fronte al passo veloce di una crisi che, a meno di clamorose sorprese o di miracoli, toccherà gestire fra poco al preoccupatissimo capo dello Stato. Sul quale Conte- temo per lui- ha forse fatto troppo affidamento scommettendo sulla sua disponibilità a sciogliere le Camere e mandare gli italiani alle urne in pandemia ancora in corso pur di mantenerlo o salvarlo a Palazzo Chigi.

Scalfari riscrive la storia della Repubblica dando morto Berlinguer già nel 1978

            Beh, si rimane francamente trasecolati a leggere la lunga intervista del fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari al direttore Maurizio Molinari, catalogata peraltro come “cultura” e non politica, visto forse il deprezzamento o discredito della seconda in questo passaggio a dir poco confuso e tormentato del Paese, dove gli equilibri fra i partiti e gli schieramenti, e all’interno di essi, sembrano dei birilli.

            Scalfari -con la complicità silenziosa dell’intervistatore, interessato ad accreditare una certa continuità della sua direzione rispetto alla linea e persino agli umori del fondatore, non foss’altro per smentire quanti invece sottolineano e a volte lamentano differenze imposte da una nuova linea dettata dall’altrettanto nuova proprietà Elkann-Agnelli-  ha riproposto il riformismo e il liberalsocialismo come riferimenti costanti della sua lunga attività giornalistica. Ed è tornato a inserire il compianto Enrico Berlinguer, che soleva frequentare a casa, sua o del portavoce Antonio Tatò, tra i riformisti più convinti e apprezzabili, erede quasi di Carlo Rosselli e forse anche di Filippo Turati, pur non menzionato quest’ultimo. Così come non è stato mai menzionato nell’intervista l’inviso Bettino Craxi, che pure ebbe proprio sul riformismo uno scontro durissimo con Berlinguer, conclusosi storicamente e politicamente, secondo esponenti del vecchio Pci come Piero Fassino in un libro autobiografico, a vantaggio del leader socialista. Che vide prima e contro un certo conservatorismo berlingueriano la necessità, fra l’altro, di una riforma istituzionale.

            Ma la memoria, diciamo così, ha tirato un altro brutto, anzi bruttissimo scherzo a Scalfari. Che è tornato, fra l’altro, ad attribuire al povero Moro, parlando di un incontro avuto con lui “poco prima” del giorno del suo tragico sequestro ad opera delle brigate rosse, il progetto di una vera e propria alleanza col Pci “per due legislature”, e non di una tregua di breve durata, espressasi con l’astensione e poi il voto di fiducia vera e propria dei comunisti a un governo interamente democristiano presieduto da Giulio Andreotti. Peccato, per Scalfari, che proprio in quei giorni Moro da presidente della Dc aveva chiuso una lunga trattativa col Pci sbarrandogli la porta del governo socchiusa invece da Andreotti e dall’allora segretario democristiano Benigno Zaccagnini con l’ipotesi di nomina a ministri di due indipendenti di sinistra eletti nelle liste comuniste.

            Moro non solo chiuse quella porta ma si oppose anche all’estromissione dal governo di due democristiani contro cui il Pci aveva posto il veto: Carlo Donat-Cattin e Antonio Bisaglia. La loro conferma provocò una tale irritazione fra i comunisti da mettere in discussione il voto di fiducia appena concordato. Solo il sequestro di Moro, la mattina del 16 marzo 1978, arrestò la rivolta nel Pci ed evitò la riapertura della crisi.

            In quei giorni, secondo i ricordi di Scalfari, addirittura Enrico Berlinguer sarebbe già morto, con sei anni di anticipo. Almeno questa, forse, l’intervistatore poteva risparmiargliela al fondatore interrompendolo, o intervenendo dopo. Invece ha preferito lasciargliela lì. Tanto, specie in questi tempi tutto fa cultura, e non solo politica. 

 

 

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Renzi aggancia la corda della crisi al messaggio di Mattarella come a un chiodo

            Immagino la smorfia di Sergio Mattarella leggendo l’astuto commento di Matteo Renzi al suo messaggio di Capodanno. Che l’ex presidente del Consiglio ha interpretato e usato come un chiodo al quale agganciare sulla parete della crisi la corda con la quale sta cercando di arrivare alla vetta. Che, secondo anticipazioni virgolettate attribuitegli sulla Stampa il 31 dicembre e non smentite, è costituita da questa alternativa: “O un governo retto da uno del Pd o arriva Mario Draghi”.

             Un’altra variante, che Renzi considera tuttavia la più conveniente per lui perché gli consentirebbe dall’opposizione di crescere finalmente nella parte rimanente della legislatura, potrebbe essere quella sognata masochisticamente da Conte sostituendo Italia Viva nella maggioranza con un po’ di transfughi del centrodestra ed ex grillini: una soluzione appesa in Senato a numeri ancora più modesti e pericolanti di adesso.

            Ma veniamo al commento di Renzi al messaggio presidenziale di Capodanno, che avrebbe “rappresentato totalmente lo spirito di un Paese ferito ma pronto a ripartire”. “Il richiamo di Mattarella alla scienza e all’Europa mostra con chiarezza- ha detto Renzi- i due pilastri che permetteranno di uscire dal tunnel della pandemia: i vaccini e l’aiuto economico comunitario”. Che l’ex presidente del Consiglio teme venga invece “sperperato” dal governo, come ha detto nell’aula del Senato pur approvando il bilancio, con una politica troppo assistenzialistica, di mance e sussidi, imposta a Conte dai grillini insieme al rifiuto di usare i 36 miliardi di credito del cosiddetto Mes per il potenziamento del servizio sanitario. Di fronte alla convergenza, secondo Renzi, fra le contestazioni sulle quali egli sta facendo maturare la crisi e le necessità indicate nel suo messaggio da Mattarella “Italia Viva ringrazia il presidente della Repubblica”.

            La conclusione logica di questa lettura del messaggio del capo dello Stato proiettata sulla crisi si trova in un passaggio dell’intervista concessa da Renzi nei giorni scorsi al giornale spagnolo El Pais. Alla cui domanda sul rischio di elezioni anticipate, avvalorato da indiscrezioni giornalistiche sulle intenzioni del Colle, Renzi rispose: “Il Quirinale in Italia non parla. Quelle sono fonti attribuite a chi vuole che dica una certa cosa. Ma in Italia il sistema prevede che il presidente della Repubblica debba verificare se in Parlamento ci sono i numeri per formare un altro governo. E se si trovano, è fatta. Altrimenti si vota”.

            Questa affidata da Renzi al giornale spagnolo, parlando delle prerogative del capo dello Stato, è la stessa logica applicata proprio da Mattarella nel 2017 contro le elezioni anticipate chiestegli da Renzi, reduce dalla sconfitta nel referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Cui erano seguite le sue dimissioni da presidente del Consiglio e la successione del collega di partito Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi.

            In quell’occasione Mattarella non ebbe bisogno di cercare un altro governo, essendosi a lui convertito Gentiloni, a sorpresa di Renzi ancora segretario del Pd.  Se non si vuole pensare persino a una vendetta, considerando che nel 2015 era stato Renzi a selezionare Mattarella per il Quirinale, si può ben dire che in politica accade di vedere posizioni intrecciarsi e capovolgersi. Adesso è Renzi a contrastare il voto anticipato e Mattarella disposto -secondo alcuni- a concederlo sperando così di rafforzare la posizione assai in pericolo di Conte.  

 

 

 

 

 

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Sergio Mattarella infastidito dalla crisi incombente di governo

            Non credo proprio che sia stata casuale la scelta del presidente della Repubblica di salutare l’anno nuovo, senza rimpianti per quello orribile in uscita, rinunciando all’ambiente un pò intimo o familiare del salotto, ed anche alla scrivania del suo ufficio, per pronunciare il proprio messaggio in piedi, con la solennità di un intervento istituzionale, come per sottolinearne l’importanza. E non credo sia stata casuale neppure la scelta di ignorare, senza dedicarle neppure un inciso, la crisi incombente di governo. Che potrebbe impegnarlo fra pochi giorni o poche settimane, e chissà per quanto.

            Sergio Mattarella ha dato l’impressione, almeno ad un vecchio cronista politico come me, che ha perso ormai il conto dei messaggi presidenziali di fine anno da raccontare o commentare, di essere tanto infastidito, a dir poco, dai confusi sviluppi dei rapporti fra la maggioranza e le opposizioni, e al loro interno, da voltare lo sguardo altrove. Se ne può capire la delusione per le risposte negative ricevute da tutti i suoi precedenti appelli alla concordia, all’unità e simili.

            Più che alla sorte del governo uscente, d’altronde neppure nominato una volta, e al colore o alla formula di quello che potrebbe succedergli, si vedrà se per cercare di portare a termine in via ordinaria la legislatura o se per gestirne l’interruzione sulla strada delle elezioni anticipate, cui il Quirinale non ha mai smentito di essere pronto a ricorrere in caso di crisi, il capo dello Stato è sembrato interessato al fatto che il 2021 diventi l’anno della “ripartenza”. Così lui l’ha chiamata, dopo avere ricordato i danni procurati dalla pandemia e dalle altre emergenze che sono seguite, aggravate da vari tentativi non certamente sfuggiti al presidente della Repubblica di ricavarne “vantaggi di parte”, se non addirittura personali. Mattarella si è pietosamente fermato a parlare di “parte”, non nominando neppure i partiti, oltre che il governo.

            Tutti hanno fatto finta di non capire, visti gli apprezzamenti generali espressi sul messaggio di Mattarella, ciascuno impegnato ad allontanare da sé ogni sospetto di essere tra i demolitori e non fra i “costruttori” reclamati dal capo dello Stato. Ma il gioco delle ipocrisie avrà il fiato corto. Nessuno potrà nascondersi più di tanto una volta aperta la crisi, come sembra ormai scontato, o difficile da evitare, essendovisi troppo avvicinati sia Matteo Renzi minacciandola sia Giuseppe Conte -si, anche lui- usando come un bastone l’apparentemente corretta parlamentarizzazione della cosiddetta verifica. Che d’altronde è stata malvolentieri accettata dallo stesso Conte dopo avere cercato di sottrarvisi, e addirittura di negarne il nome pur consolidato da decenni di pratica politica.

             Ripeto: pratica politica, non criminale, come da anni cercano di far credere, parlando del passato, i presunti innovatori, rivoluzionari e simili, approdati alle Camere -ricordate ?- per aprirle come scatole di tonno e svuotarle divorandone il contenuto, magari solo per il gusto poi di vomitarlo, secondo un’espressione usata una volta da Beppe Grillo  – e da chi sennò- contro gli odiati giornalisti che lo infastidivano facendo il loro mestiere. Che è quello di raccontare e fare domande, non di nascondere, tacere e ridere a comando, anche quando ci sarebbe da piangere.

 

 

 

 

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Conte e Renzi si contendono adesso anche il fantasma di Moro

            Quest’anno già anomalo di suo, e orribile con quei 73 mila morti e più di Covid in una pandemia che purtroppo non è finita, anche se le vaccinazioni appena cominciate possono farci almeno immaginare la luce in fondo al tunnel, si chiude sul piano politico come più sorprendentemente non si poteva immaginare. Si conclude col fantasma di Aldo Moro conteso da entrambi i protagonisti dello scontro politico che sembra ormai destinato a sfociare nella crisi: Giuseppe Conte e Matteo Renzi. L’ordine è solo alfabetico perché, in verità, a trascinare il fantasma nella lite è stato prima Renzi, nell’aula del Senato, e poi Conte, nella conferenza stampa di fine anno, come per ritorsione.

            Renzi, parlando sul bilancio dello Stato che poi ha votato controvoglia, ha ricordato a Conte l’importanza che Moro attribuiva alla “verità” nel dibattito politico: la verità alla quale il capo attuale del governo cercherebbe invece di sfuggire scansando o ritardando i chiarimenti, e confondendo fra pregi della “stabilità” e danni dell’”immobilismo”. Che tuttavia non impedirebbe a Conte, sempre secondo Renzi, di condannare il Paese, col suo originario Recovery plan, allo “sperpero” di quelle irripetibili e grandi risorse finanziarie messe a disposizione dell’Italia dall’Unione Europea per la ricostruzione e ripresa dalla pandemia. “Noi non ne saremo complici”, ha avvertito.

            Conte gli ha in qualche modo risposto da una parte parlando della “parlamentarizzazione” della verifica ancora aperta, se dovesse sfociare in una crisi, anche per mettere alla prova la compattezza del partito di Renzi, e vedere se poterlo sostituire in qualche modo nella maggioranza con i “responsabili” provenienti dal centrodestra e da ex grillini, di cui scrivono i retroscenisti sui giornali. E dall’altra parte  rinfacciando a Renzi un altro Moro, diciamo così, che lui naturalmente preferisce e al quale si ispira anche da corregionale, cioè da pugliese: quello che nel suo ultimo discorso politico da uomo libero, nel 1978, pochi giorni prima del tragico sequestro da parte delle brigate rosse, spiegò ai gruppi parlamentari della Dc che non si fa politica con gli “ultimatum”. Così invece  farebbe Renzi.

            Da vecchio e convinto estimatore e amico di Moro, pur riconoscendo che Renzi gli è più distante di Conte per stile, cultura e altro, in questo frangente politico lo si può considerare più vicino perché il compianto presidente della Dc prima del sequestro aveva gestito con fatica una crisi di governo per impedire, sia pure senza ultimatum, come ha ricordato il presidente del Consiglio, che la politica della cosiddetta “solidarietà nazionale” col Pci di Enrico Berlinguer superasse i limiti ch’egli si era proposto. E che invece l’allora segretario della Dc ed amico Benigno Zaccagnini e Giulio Andreotti, presidente del Consiglio, erano disposti a superare aprendo le porte del governo almeno a due “indipendenti di sinistra” eletti nelle liste comuniste. Il Pci non doveva e poteva superare invece in quelle circostanze l’appoggio esterno al monocolore democristiano, né porre veti alla conferma di alcuni ministri scudocrociati particolarmente e politicamente invisi alle Botteghe Oscure come Carlo Donat-Cattin e Antonio Bisaglia. Che infatti furono entrambi confermati ai loro posti, anche a rischio di riportare la crisi in alto mare.

            Ora l’argine che Renzi sta cercando di costruire è nei rapporti con i grillini, già troppo determinanti nel governo, sino a immobilizzarlo, per lasciarli immutati.

Il povero Sergio Mattarella è ormai l’eroe ignoto della porta accanto

            Manca un nome, a mio avviso, nell’elenco degli “eroi della porta accanto”- come li ha felicemente definiti qualcuno-  appena insigniti dal capo dello Stato delle onorificenze di ufficiale o commendatore o cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica per essersi distinti in casi di “impegno civile e di dedizione al bene comune”. Ai 36 italiani di nascita o di adozione selezionati al Quirinale meriterebbe di essere aggiunto proprio lui, il premiante presidente Sergio Mattarella. Che si appresta a firmare e promulgare entro domani, pur di evitare il cosiddetto esercizio provvisorio, la legge di bilancio che il Senato sta licenziando con la procedura della fiducia nello stesso testo approvato domenica scorsa dalla Camera, anche lì con la procedura iagulatoria della fiducia. Ma si appresta a farlo -temo, facendo storcere il naso a fior di costituzionalisti- anche dopo l’ultimo errore che ha dovuto ammettere il governo, colto in flagranza di pasticcio dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati.

            A quest’ultima un imbarazzatissimo vice ministro dell’Economia Antonio Misiani, del Pd, ha dovuto riconoscere l’incongruenza, a dir poco, contestata a una norma del bilancio applicando la quale il contributo integrativo dei redditi medio-bassi, istituito dal governo Renzi in misura di 80 euro mensili e portati a 100 dal governo in carica, si ridurrebbero in realtà a 50 euro. Il giornale che meglio racconta la vicenda in prima pagina, diversamente dai richiami generici e un po’ ermetici di altri, è Il Tempo con un titolo che più esplicito non poteva essere: “Tagliati gli 80 euro di Renzi”, giusto -potrà osservare qualcuno- per fare aumentare nell’ex presidente del Consiglio la già forte tentazione che ha di provocare la crisi.

            Il bilancio a questo punto avrebbe dovuto essere modificato. Ma, mancando il tempo  per un altro passaggio parlamentare entro domani, il governo ha deciso di rimediare subito dopo la promulgazione del provvedimento con un apposito decreto legge. Conte ha insomma contato -scusate il bisticcio verbale- sulla benevolenza, pazienza, comprensione, anzi eroismo -come dicevo all’inizio- del presidente della Repubblica.

            Di fronte a questo modesto ma pur significativo episodio politico e istituzionale stona alquanto la disinvoltura attribuita al presidente del Consiglio dai suoi più accaniti sostenitori. Che sono naturalmente quelli del Fatto Quotidiano, secondo i quali  Conte si sarebbe consultato col “regista” del Pd Goffredo Bettini ed avrebbe deciso di prendere praticamente per le corna quel rompistacole di Renzi, anzi d mandarlo letteralmente a quel posto con un “Vaffanculo” acronimo di qualcosa da opporre al “Ciao”, anch’esso acronimo, di un documento predisposto da Renzi per contestare la politica del governo. Tanto, al Senato ci sarebbero già dissidenti del centrodestra e dello stesso partito renziano sufficienti a garantire comunque la fiducia.

             La situazione politica è arrivata a un tale punto di tensione e confusione che persino Mario Monti, compiaciutosi recentemente con Conte di avere ammorbidito, se non cambiato, i grillini sul versante del sovranismo anti-europeo, lo ha invitato, in una intervista al Corriere della Sera, a chiarire finalmente ciò che non si è ancora capito dopo più di due anni di governo: che idea egli abbia dell’Italia e di quali obiettivi assegnarle per i prossimi cinque o dieci anni.

 

 

 

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Il governo tra il Ciao di Matteo Renzi e il Ciaone attribuito a Giuseppe Conte

            Ci sarà pure un po’ o un po’ troppo scautismo o goliardia in quel Ciao di Matteo Renzi a Giuseppe Conte, formalmente inteso come acronimo di un contropiano proposto dall’ex presidente del Consiglio per la gestione dei fondi europei della ripresa ispirato a “cultura, infrastrutture, ambiente e opportunità”, ma apparso a molti, in questa fine d’anno ambivalente per il governo, come un saluto, anzi un commiato, non passando ormai giorno senza che le due ministre e il sottosegretario del nuovo partito renziano non preannuncino o minaccino le dimissioni e la crisi. La famosa verifica della maggioranza -ricordiamolo- è cominciata ma non ancora conclusa.  

            Eppure stavolta, nonostante lo scetticismo manifestato dal direttore Alessandro Sallusti sul Giornale della famiglia Berlusconi, che teme un altro ripensamento del senatore di Scandicci, sembra che le cose siano state spinte troppo in avanti per essere fermate. Stavolta la mossa di Renzi, che non ha voluto aspettare il pur prenotato intervento al Senato sul bilancio del 2021 da approvare in tutta fretta per evitare il cosiddetto esercizio provvisorio, assomiglia più allo scacco matto che ad una mossa del cavallo, per stare all’immagine della scacchiera altre volte usata dall’interessato.

            Direi che, dato il contesto risultante anche dall’editoriale odierno del giornale milanese di via Solferino, affidato a Sabino Cassese per una impietosa analisi della “manovra” da 40 miliardi in via di approvazione a Palazzo Madama, ancora più negativa di quella dell’Ufficio parlamentare del Bilancio, appare un po’ riduttivo il titolo del Corriere della Sera alle notizie di giornata su Renzi e sugli sviluppi della già ricordata verifica. “E ora si teme per il governo”, dice questo titolo. Soltanto adesso ? Ma sono ormai giorni e settimane che Renzi scala la crisi, pur fingendo a volte di volere scalare addirittura il rilancio del cosiddetto Conte 2 o di concedere al presidente del Consiglio una terza esperienza a Palazzo Chigi, in condizioni naturalmente diverse da quelle acquisite grazie anche all’emergenza virale.

            La sensazione che le cose si siano messe davvero male per il professore è confermata dalle reazioni del suo principale sostenitore mediatico, diciamo così. Che è naturalmente il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Il quale nell’editoriale sugli sviluppi della situazione politica ha ammesso che, al di là o contro le apparenze di uno Zingaretti indeciso se sospettare più di Conte o di Renzi, “mezzo Pd” è ormai contro il presidente del Consiglio. Per cui egli ha descritto o si è augurato uno scenario di sfida che somiglia più a un incubo che ad altro.

             In particolare, Travaglio ha immaginato un Conte ormai disinibito, che abbandona anche la tentazione di un’alleanza elettorale col Pd, accetta di mettersi alla testa del pur malmesso, turbolento e incasinato Movimento 5 Stelle e lo riporta al 30 per cento dei voti, e anche oltre, del 2018 in uno scontro elettorale solitario contro tutti e tutto, usando la minacciata intenzione di Mattarella di reagire ad una crisi al buio col ricorso alle elezioni anticipate, anche in pieno inverno e con la campagna di vaccinazione in corso. Che peraltro si sta già rivelando più complicata ancora del previsto, con le solite polemiche, i soliti ritardi e la solita confusione, per quanto sotto il presidio, stavolta, addirittura delle Forze Armate. Temo, per lui, che il “ciaone” di Conte sollecitato o sognato da Travaglio sia quanto meno prematuro.

 

 

 

 

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La solita corsa contro il tempo dell’imbarazzante Bilancio dello Stato

            A dispetto della sicumera, a questo punto, del grande consigliere, suggeritore, regista del Pd Goffredo Bettini -ormai stabile in Italia, avendo diradato i suoi soggiorni nella lontana Tahilandia per stare più vicino ai compagni che si dividono tra sofferenza e speranza nell’alleanza con i grillini da lui fortemente sostenuta- il Bilancio dello Stato che la Camera ha appena approvato non è per niente “un lavoro positivo” di cui compiacersi. Dal Senato non possono certamente aspettarsi miglioramenti nei tre giorni che gli sono stati lasciati a disposizione per ratificarlo, naturalmente con le stesse procedure brevi della fiducia adottate a Montecitorio.

            Bettini  deve aver letto con fastidio e incredulità un costituzionalista di professione, nonché componente dell’Autorità di garanzia della concorrenza, come Michele Ainis. Che su Repubblica ieri ha denunciato le prepotenze ripetute anche quest’anno dal governo contro il Parlamento, riducendo il Senato ad una sostanziale finzione, a dispetto del bicameralismo salvato dalla riforma di Matteo Renzi nel 2016.   Il presidente della Repubblica, dal canto suo, pur avendo il diritto riconosciutogli dalla Costituzione di trattenere per 30 giorni sulla sua scrivania una legge per valutarla con consapevolezza prima della promulgazione, o di un suo rinvio alle Camere, anche quest’anno dovrà per forza fingere di studiarsi bene le carte, e i conti, perché glien’è stato negato il tempo.

            Pur di evitare il ricorso al cosiddetto “esercizio provvisorio”, per quanto previsto dalla Costituzione, come gli ha ricordato Ainis, che lo preferirebbe a un bilancio approvato ormai abitualmente con procedure iugulatorie, il povero Sergio Mattarella – “solo nella tempesta”, ha titolato su di lui lo spagnolo El Pais- firmerà in tutta fretta, al massino dolendosi delle circostanze in cui gli è nuovamente capitato di farlo. E la Corte Costituzionale girerà la testa dall’altra parte, pur avendo ammonito a suo tempo le Camere ad affrontare con più tempo e serietà una scadenza del genere.

            Eppure, a parte Ainis, che all’inizio del suo intervento su Repubblica, ne ha fatto solo un cenno, nessuno ha ricordato che quella chiamata anche “manovra da 40 miliardi” è stata liquidata come “un coacervo di misure senza disegno” dall’Ufficio parlamentare di Bilancio.  Vi si trova -ha spiegato Ainis- “un po’ di tutto: dal bonus rubinetti al finanziamento di un master in medicina termale”, in  quanto tale neppure coinvolta più di tanto -credo- nell’emergenza virale con cui tutto si cerca in questi tempi di giustificare o coprire.

            L’Ufficio parlamentare di Bilancio non è qualcosa di privato o esoterico, ma un organismo pubblico e indipendente di sorveglianza sulla finanza pubblica, con una trentina di dipendenti, un presidente e due consiglieri nominati dai presidenti delle Camere, scegliendoli tra una decina di nomi proposti dalle Commissioni Bilancio a maggioranza dei due terzi, più un collegio di revisori di altre tre persone, più ancora un comitato scientifico di una ventina di esperti. La sua formazione risale al 2014, in attuazione della legge costituzionale del 2012 con la quale fu reso obbligatorio il pareggio.

            La sede gli è stata assegnata nel Palazzo parlamentare di San Macuto, o del Seminario. Dove, per intenderci, lavora anche il Comitato di Sicurezza della Repubblica, che vigila sui servizi segreti. Tanta forma, diciamo così, meriterebbe altrettanta sostanza e considerazione: non certo l’indifferenza opposta dal governo a questo organo di controllo dei conti dello Stato.

 

 

 

 

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