Occhio al Quirinale per gli sviluppi della crisi di governo

              Più che alle dimissioni personalmente annunciate alla fine dallo stesso Matteo Renzi delle sue due ministre e sottosegretario per materializzare una crisi di fatto in corso da mesi – che non ha certamente sorpreso il capo dello Stato, avendoci addirittura scommesso secondo l’ironica rappresentazione che ne ha fatto il vignettista del Foglio– per capire quello che bolle in pentola bisogna guardare al Quirinale. Dove non a caso, in vista proprio dell’annuncio di Renzi, il presidente del Consiglio è salito ieri “all’ora di pranzo”, ha raccontato Marzio Breda sul Corriere della Sera, uscendone alquanto diverso da come vi era arrivato: con minore prosopopea, disposto ad aprire ciò che aveva chiuso il giorno prima avvertendo praticamente: mai più con quello lì.

             Evidentemente Mattarella, già impaziente di suo per “l’incertezza”, come ha fatto sapere, che grava da troppo tempo sulla situazione politica, aveva fatto capire al suo ospite che si era incamminato su una strada troppo accidentata con quel proposito sbandierato di una resa dei conti al Senato per sostituire i renziani nella maggioranza con un pugno di transfughi dall’opposizione e dintorni, cosiddetti “responsabili” dai tempi in cui ne fece uso Silvio Berlusconi.  Che nel 2010  si salvò così da una crisi predisposta addirittura dal presidente della Camera Gianfranco Fini. “Mattarella -ha ricordato Breda- ha sempre evocato il bisogno di maggioranze solide e con un perimetro ben chiaro, altrimenti qualsiasi governo rischia di essere costruito sulla sabbia”.

                Proprio di “costruzioni sulla sabbia” non vuole sentir parlare neppure Renzi, che lo ha detto nella conferenza stampa sulle dimissioni delle sue due ministre, aperta significativamente con parole di fiducia nei riguardi del Capo dello Stato. Nel cui messaggio di Capodanno, d’altronde, il senatore di Scandicci, o di Rignano, ormai raffigurato da Vauro Senesi sulla prima pagina del Fatto Quotidiano come una “variante” del Covid 19,  si era già affrettato a riconoscersi totalmente, come per agganciarvi la fune della sua scalata sulla parete della crisi.

                Ora, con la disponibilità di Renzi a trattare, senza tuttavia escludere un cambio a Palazzo Chigi, Conte è “in notevole difficoltà” anche per ammissione del suo estimatore Eugenio Scalfari, sceso oggi su Repubblica dalle vette della filosofia per occuparsi delle beghe della politica. I titoli del giornali si sprecano sulla problematica posizione del presidente del Consiglio. Che tuttavia, diversamente da come si faceva nella cosiddetta prima Repubblica, come ha sottolineato Breda nel suo articolo dal Colle, non si è ancora dimesso, programmando anzi alcune sedute del Consiglio dei Ministri per il varo di provvedimenti urgenti.

             In un supplemento di pazienza Mattarella attende gli sviluppi della situazione, e forse anche degli umori di Conte. Probabilmente egli condivide l’urgenza dei provvedimenti in dirittura d’arrivo, compreso il nuovo scostamento di bilancio necessario a finanziare altri interventi per i danneggiati dalla pandemia virale, che intanto continua a mietere vittime. Ma prima o dopo, se Conte dovesse procrastinare con furbizia le dimissioni, o altre iniziative di chiarimento, temo che il capo dello Stato sbotterà, come ha fatto capire Breda al termine della sua corrispondenza dal Quirinale, E in modo clamoroso, come solo i pazienti, tolleranti e simili riescono a fare quando, appunto, sbottano, anche a costo di essere scambiati per matti. 

 

 

 

 

 

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Pochi e molto deplorevoli gli “interessati” alla crisi di governo

            Debbo vivere in un ambiente strano, frequentare e condividere persone singolari se mi sono sentito nel modestissimo 5 per cento degli “interessati” alla crisi di governo calcolato da uno dei sondaggi dei cui risultati ho appreso vedendo la puntata di ieri sera della trasmissione televisiva di Giovanni Floris, sulla 7. Parlo naturalmente di interessati nel senso di non contrari, fiduciosi solo che la crisi non venga sprecata, come auspica Il Foglio, per esempio. Tutti gli altri, ben più numerosi,  risultano in vario modo contrari: persino 7 su 10 secondo Alessandra Ghisleri sulla Stampa.

            Mah, è proprio vero che i sondaggi vanno presi con le pinze, non scambiati per verità accertate, come ha fatto Massimo D’Alema  accreditando la rappresentazione di Conte come dell’uomo “più popolare” d’Italia e di Matteo Renzi come dell’uomo “più impopolare”, uno sciamano intestardito a mettere in discussione il presidente del Consiglio. Evidentemente, avendogli accordato la fiducia un anno e mezzo fa, avendone anzi promosso la permanenza a Palazzo Chigi dopo la rottura con Salvini, egli si sarebbe dovuto sentire impegnato a condividerne tutte e sempre le decisioni e la condotta. Eppure anche i matrimoni hanno finito da tempo di essere indissolubili.

            Si invoca l’emergenza, che sicuramente esiste, per giunta di varia natura, per sostenere la irrazionalità, anzi lo scandalo della crisi perseguita da Renzi come sbocco di una lunga verifica della maggioranza prima osteggiata da Conte, poi subìta, infine gestita col rallentatore, sino a quando il presidente del Consiglio non si è dichiarato “impaziente” e non si è messo a “correre”. Ma lo ha fatto puntando ad arrivare nell’aula del Senato per sostituire i renziani con un po’ di transfughi  “responsabili” dal centrodestra, raccolti più  o meno alla spicciolata. Come se una maggioranza di questo tipo, peraltro contestata a Silvio Berlusconi nel 2010, in tempi meno preoccupanti di adesso, fosse più adeguata alle varie emergenze in corso e Mattarella fosse disponibile a consentirla senza il passaggio formale di una crisi.

            Tra le grida d’allarme e proteste trovo più singolari di tutte non quelle di Marco Travaglio e dei grillini, in fondo davvero “interessati” per affinità elettive, diciamo così, al salvataggio di Conte dall’”Italia Virus”, anziché viva a meno del 3 cento dei voti sottolineato dal vignettista Giannelli sul Corriere della Sera, ma quelle del Pd. Il cui vice segretario Andrea Orlando non più tardi di domenica scorsa ha cercato di spegnere l’incendio della crisi invocando due precedenti, ma da autorete, come vedremo.

         “La storia -ha detto Orlando alla Stampa– ci racconta di coalizioni in cui convivevano personalità che sicuramente non si amavano. Senza tornare indietro a Togliatti e De Gasperi”, che comunque ruppero nel 1947 senza mai più riconciliarsi, “basta ricordare Craxi e De Mita. Gli stessi Prodi e D’Alema non si amavano alla follia”, come Conte e il Renzi vichingo di queste ore.

            Ebbene, la sordida partita tra Craxi e De Mita si concluse nel 1987 col defenestramento di Craxi da Palazzo Chigi, anche se il segretario della Dc De Mita dovette aspettare un anno per succedergli, e durare solo 13 mesi. L’altrettanto sordida partita tra Prodi e D’Alema sfociò nell’autunno del 1998 con la defenestrazione di Prodi, sempre da Palazzo Chigi, anche se D’Alema ne prese il posto per durare solo un anno e mezzo, e con ben due governi. Roba, se evocata oggi, da scongiuri per Conte.

 

 

 

 

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I sampietrini della salita del Colle sulla strada della crisi di governo

            Nella grande commedia degli equivoci, delle ambiguità e delle ipocrisie che è diventata la verifica di governo, durante la quale quasi tutti hanno detto una cosa pensando ad un’altra di segno anche opposto, mettiamo che a Sergio Mattarella riesca il miracolo annunciato un po’ da tutti i giornali. Che è quello  di fare uscire dal contenzioso fra Conte e Renzi, o viceversa, la materia dalla quale tutto in fondo è partito, almeno a parole: il cosiddetto Recovery plan, cioè il piano d’utilizzo degli ingenti fondi europei della ripresa destinati all’Italia.

            Il presidente della Repubblica non ha torto, per carità, a considerare questo piano di tale interesse nazionale, nella crisi economica e sociale aggravata dalla pandemia virale, da volerlo mettere -come si dice- in sicurezza. Cioè, dal chiedere ai partiti della maggioranza di approvarlo comunque, accontentandosi i renziani – pur sfottuti come arresi dal Fatto Quotidiano- delle tante modifiche già ottenute rispetto al testo originario.

            Se la crisi dovesse aprirsi senza l’approvazione preventiva di questo piano, la Commissione Europea rimarrebbe di fatto, nella gestione dei fondi della ripresa, senza interlocutore nel nostro Paese, al di là dell’ordinaria amministrazione di competenza di un governo dimissionario. Ma di ordinario c’è francamente ben poco in uno stato di emergenza via via prorogato.

             I renziani, che hanno già ingoiato il bilancio preventivo del 2021 per non dare il pretesto del cosiddetto esercizio provvisorio alle solite speculazioni internazionali contro i titoli dell’ingente, ora ingentissimo debito pubblico italiano, potrebbero anche ingoiare come “ultimo atto” -ha titolato la Repubblica-  il Recovery plan grazie alle modifiche ottenute.  Il testo originario destinava alla sanità pur colpita dalla pandemia soli e miseri 9 miliardi di euro, portati a 18, cioè raddoppiati, senza attingere neppure un euro dal fondo europeo salva-Stati noto come Mes per non fare incenerire quel che resta del contrarissimo Movimento 5 Stelle. L’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria si chiede scettico in ogni intervista dove il governo abbia trovato tanti soldi dalla mattina alla sera.

            Privata di questo benedetto o maledetto piano, alla verifica di governo rimarrebbe il compito non piccolo di concordare, prevedibilmente col passaggio formale di una crisi, un cosiddetto “programma di fine legislatura”, naturalmente ordinaria, da portare a termine nel 2023. Si dà il caso però che tra i problemi di fine legislatura ce ne sia uno politico e istituzionale grande come una casa: l’elezione fra un anno del presidente della Repubblica, scadendo il mandato di quello attuale, come lo stesso Mattarella ha ricordato -forse non a caso- nel suo messaggio di fine anno a reti unificate, e in piedi davanti ad una vetrata del Quirinale. Mi chiedo se questa maggioranza così scombinata, pur in un rinnovato governo Conte “alla rovescia”, come scrive un deluso e preoccupato Marco Travaglio, sia in grado di affrontare un simile tema senza esplodere. Probabilmente lo accantonerebbe come una miccia per la crisi successiva. Non sarebbe d’altronde la prima maggioranza di governo a dissolversi sulla strada del Colle. Ma ne riparleremo.

 

 

 

 

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L’orribile 2020 raccontato giorno per giorno

Chi poteva immaginare che il 2020 sarebbe stato peggiore di un 2019 che Giuseppe Conte, ancora fresco, o quasi, di rinnovo del suo contratto politico a Palazzo Chigi con una maggioranza diversa, anzi opposta, a quella di prima, aveva tentato di venderci per “bellissimo” ? Eppure il 2020 si è rivelato davvero orribile con l’esplosione della pandemia e di tutte le altre emergenze ch’essa ha prodotto, compresa quella politica.

 Graffiarne gli sviluppi, giorno per giorno, spulciando gli eventi per quelli che erano e per come risultavano dalle rappresentazioni dei giornali, non è stato piacevole. Eppure ripassarli potrebbe essere utile per apprezzare l’anno  nuovo, che ha paradossalmente nella stessa negatività di quello che è trascorso, la premessa -spero- di essere migliore. Sarà ben difficile trovarselo peggiore, ora che è arrivato il vaccino della liberazione dalla pandemia e della possibile restituzione di tutti noi ad un minimo di normalità.

Anche i temporali politici nei quali si è chiuso l’orribile 2020 potrebbero rivelarsi utili a un chiarimento e alla restituzione della politica a quella ordinarietà obbiettivamente perduta da un bel po’ di tempo in un avvicendarsi fantasioso di Repubbliche: dalla prima alla seconda, alla terza e addirittura alla quarta, cui sono state titolate trasmissioni televisive.

Eppure viviamo sempre nella stessa Repubblica, solo più vecchia di quella che nacque nel 1946 fra tante speranze ravvivate dai costituenti alla fine dell’anno dopo. Forse è invecchiata male, ma ne siamo responsabili un po’ tutti, a cominciare da quelli -tanti, troppi- che hanno voluto deresponsabilizzarsi disertando le urne e facendo diventare quello degli astensionisti il principale partito italiano. In questo vuoto di responsabilità si sono insediati e sono cresciuti paradossalmente altri vuoti, cui altrettanto paradossalmente è toccato il compito di governare. In fondo, cambiare dipende solo da noi, più e prima ancora che dagli altri. f.d.

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Conte rischia di inciampare anche nei consigli di Bettini e di D’Alema

Affollato”: così la compianta lady Diana nel novembre del 1995 definì con amarissima ironia il suo matrimonio col principe Carlo d’Inghilterra in una intervista televisiva. Ad “affollare” la famiglia di Diana era notoriamente Camilla, l’amante di Carlo.

            “Affollata” potrebbe essere definita anche la verifica di governo troppo tardi e troppo malvolentieri  accettata dal presidente del Consiglio, e da troppo tempo in corso tra penultimatum e rinvii delle annunciate, minacciate, promesse -come preferite- dimissioni delle due ministre di Matteo Renzi. Che Mattarella dietro le quinte sta cercando di trattenere sino a quando non sarà approvato dal Parlamento il piano d’impiego dei fondi europei della ripresa. Ma poi le loro dimissioni obbligherebbero davvero Giuseppe Conte a una decisione: dimettersi ed aprire ufficialmente la crisi, con tutti i riti e rischi del caso, o cercare di imitare Giulio Andreotti. Che nel 1990 -come ha significativamente ricordato oggi Il Fatto Quotidiano filocontiano- sostituì ben cinque ministri democristiani dissidenti, fra i quali Sergio Mattarella, e col consenso dell’allora capo dello Stato Francesco Cossiga continuò sulla sua strada. 

             Tuttavia la situazione di allora era ben diversa. I dimissionari avevano alle spalle una Dc che li lasciò isolati. Ora senza i renziani Conte dovrebbe cambiare maggioranza sostituendoli al Senato con parlamentari sparsi provenienti dall’opposizione: “responsabili” almeno di un tentativo di salvataggio di Conte a Palazzo Chigi.

            Ma chi affollerebbe questa interminabile e sempre più pasticciata verifica di governo? Almeno due persone, che sussurrano più o meno all’orecchio del presidente del Consiglio. Uno è Massimo D’Alema, secondo il quale Conte è l’uomo più popolare d’Italia e Renzi il più impopolare. L’altro è Goffredo Bettini, marchigiano di origini aristocratiche, 68 anni compiuti il 5 novembre scorso, entrato nelle cronache della verifica con interviste quasi quotidiane- l’ultima è di oggi al Corriere della Sera- tese a indirizzare il suo partito, il Pd, pur essendo lui solo uno dei 217 esponenti della direzione nazionale. A promuoverlo mediatore è stato addirittura Renzi, che ha rivelato di avergli mandato biglietti, lettere, appunti e quant’altro, facendo forse chissà quali e quante telefonate, per cercare di smuovere da arroccamenti, ambiguità e quant’altro non solo o non tanto il segretario del Pd quanto Conte in persona. Di cui pertanto sarebbe diventato il consigliere principale e fra i più adoranti, visto che non si lascia scappare occasione, come quella di oggi sul Corriere, per tessere le lodi del presidente del Consiglio e descrivere con tinte fosche qualsiasi scenario che non lo contempli ancora a Palazzo Chigi.

            Questo Bettini, ora fisso in Italia dopo anni di lunghi soggiorni in Tahilandia, sembra che cominci a infastidire o impensierire anche il segretario del suo partito Nicola Zingaretti. Al quale Augusto Minzolini sul Giornale della famiglia Berlusconi ha attribuito questo commento non smentito: “Vanno tutti da Bettini e non capisco perché, visto che non ha nessun incarico nel partito”. Minzolini ha anche attribuito a Bettini un soprannome che si sarebbe guadagnato in romanesco nel Pd: “er monaco”, speriamo senza allusioni a Rasputin, che fece una brutta fine, a dir poco, senza parlare della corte dello Zar che aveva frequentato.  

Imbarazzante per Giuseppe Conte l’offerta d’incarico a un dissidente grillino

            Provate a mettere Silvio Berlusconi, o soltanto un suo uomo di fiducia, al posto del Conte di Palazzo Chigi rivelato in una intervista a Repubblica dal senatore ex grillino e ora leghista Ugo Grassi, professore universitario di diritto privato e in qualche modo amico -o adesso ex amico, chissà- del presidente del Consiglio. Dal quale, invitato in ufficio e fatto accomodare “nel salotto, sul divano, forse per creare subito un clima più informale”, si vede “guardare in faccia” e chiedere subito, “per entrare -dice lo stesso Conte- nel cuore del nostro incontro”, se vuole “qualche incarico”. E provate a immaginare che cosa verrebbe ridetto e gridato contro il Cavaliere di Arcore.

            D’accordo, Conte non offre soldi, come più banalmente si potrebbe immaginare per Berlusconi con tutti quelli contenibili nella tasca destra, in quella sinistra, nelle tasche posteriori dei pantaloni e in tutte le fessure della giacca. Ma non c’è differenza ai fini delle pratiche corruttive contro le quali è nato e cresciuto il movimento che ha imposto l’attuale presidente del Consiglio agli alleati di turno in questa legislatura arcobaleno.

            Dal 2012, anno secondo dell’unico governo di Mario Monti nella storia della Repubblica, l’articolo 343 bis del codice penale sul cosiddetto  traffico di influenze illecite dice, al netto di alcuni passaggi di richiamo ad altre norme: “Chiunque indebitamente fa dare e promettere a sé o altri denaro o altra utilità –ripeto, altra utilità- come prezzo della propria mediazione illecita verso un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, ovvero per remunerarlo in relazione all’esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, è punito con la pena della reclusione da un anno a quattro anni e sei mesi……La pena è aumentata se il soggetto che indebitamente fa dare o promettere a sé o ad altri denaro e altra utilità riveste la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio”. Il capo del governo lo è.

Da Palazzo Chigi, preoccupati che la rivelazione del senatore Grassi potesse essere collegata direttamente ai tentativi in corso di sostituire nella maggioranza i senatori evidentemente irresponsabili di Matteo Renzi con altri “responsabili” provenienti dall’opposizione, hanno smentito il contenuto e precisato che l’incontro tra Conte e il suo collega professore risale al 31 ottobre 2019. Grassi, quello vero, non i “grassi saturi” dello sfottò di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, conferma tutto.

Beh, la precisazione sulla data è come la pezza peggiore del buco, visto che Grassi ha raccontato anche di essersi sentito raccomandare il Pd da Conte come approdo dell’uscita dai grillini, di cui evidentemente lo stesso Conte era informato. Un presidente del Consiglio che cerca di smistare il traffico dei dissidenti 5 Stelle indirizzandolo verso il partito di Nicola Zingaretti non so se sia più imbarazzante per lui, per i grillini o per il segretario del Pd.

            E’ certamente un Conte a sorpresa, per le abitudini, le tendenze e le simpatie che s’intravvedono nel racconto del senatore Grassi. Un Conte che, a proposito di sorprese, ne deve avere appena avuta una cocente vedendo -e leggendone le motivazioni in una intervista- fra i centomila e più firmatari dell’appello alla sfiducia al governo promosso da Giorgia Meloni persino Luca Moro, il nipote del presidente della Dc ucciso dalle brigate rosse nel 1978. Cui Conte ha orgogliosamente detto più volte di ispirarsi, immagino con quanta soddisfazione da parte di un improbabile moroteo come Beppe Grillo. Ai cui spettacoli Moro non avrebbe neppure sorriso.  

 

 

 

 

 

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Conte, ormai asserragliato a Palazzo Chigi, si barcamena tra sfide e rinvii

              Di fronte ai 620 morti di Covid registrati ieri in Italia, 206 in più del giorno prima, e l’annuncio di Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, che “la curva ha rallentato la decrescita” dei contagi, i più anziani sopravvissuti sinora alla pandemia saranno andati con la mente a Palazzo Venezia e ai comunicati di Benito Mussolini sulle “nuove postazioni difensive” delle truppe italiane nella seconda guerra mondiale. Ai meno anziani o più giovani, e fortunati, possono bastare le finestre di Palazzo Chigi illuminate di sera, dietro alle quali è di fatto asserragliato il presidente del Consiglio nella gestione della famosa, non voluta ma subìta verifica di governo. Egli si divide fra le riunioni sempre interlocutorie, ma anche sempre più burrascose, con i cosiddetti capi delle delegazioni dei partiti della maggioranza e gli “assistit”- come  li chiamano i suoi amici del Fatto Quotidiano- che gli arrivano inutilmente dall’estero per cercare di rafforzarne le difese sulle barricate del nuovo piano di utilizzo dei fondi europei della ripresa.

            Una volta c’era Donald Trump, che dalla Casa Bianca gli dava del “Giuseppi”. Ora che Trump è in uscita, e rovinato definitivamente anche nel ricordo di molti dei suoi amici per quell’assalto dei fans al Congresso da lui incoraggiato con dichiarazioni inequivocabili, che potrebbero costargli care, Conte deve accontentarsi di qualche telefonata di riservata consolazione della cancelliera tedesca Angela Merx e degli apprezzamenti espliciti di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea. Che, pur volendo, non potrebbe tuttavia unirsi ai senatori “responsabili” che da giorni vengono contattati direttamente o indirettamente da Conte per verificare la disponibilità a sostituire i 18 di Matteo Renzi passando dall’opposizione, prevalentemente di centrodestra, alla maggioranza in una eventuale resa dei conti, al minuscolo e al plurale, nell’aula di Palazzo Madama.

            Ma più Conte cerca aiuti in Italia e all’estero, più Renzi si incaponisce contro di lui e fa annunciare dalla sua ministra Teresa Bellanova che il tempo del presidente del Consiglio è “finito” o “scaduto”, che il governo è “al capolinea” e nessuno “è insostituibile”, e via chiudendo.  Alla Bellanova, di cui qualcuno ha tratto dagli archivi la foto che la propone mangiando voracemente una pizzetta come se fosse proprio la versione alimentare di Conte, lo stesso Renzi si aggiunge ogni tanto con interviste cui Massimo Gramellini sul Corriere della Sera, ancora e giustamente colpito dalle avventure di Trump negli Stati Uniti, ha ironicamente attribuito “il massimo brivido eversivo” procurato alla politica italiana.

            In questa situazione a dir poco anomala, che fa scrivere al pur mite, prudente e conciliante o conciliatore Paolo Mieli, sempre sul Corriere della Sera, di una “legislatura scombinata”, cui si vorrebbe lasciare persino il compito di eleggere l’anno prossimo il nuovo presidente della Repubblica, non stupisce solo la furia iconoclasta della difesa di Conte da parte dei suoi sostenitori. Che si sono spinti sul Fatto -e dove sennò?- ad accusare Renzi di avere “rotto” e a dargli nella vignetta di Vauro dello “strenzi” con voluto refuso. Stupisce che Conte, con la sua cultura, i suoi titoli accademici e tutto il resto, alterni disinvoltamente propositi battaglieri e rinvii, come la forse decisiva seduta del Consiglio dei Ministri prima annunciata per oggi e poi rinviata ad almeno martedì, secondo un titolo della Stampa.  Se quella di Renzi è lotta continua, quella di Conte sembra ormai agonia continua, intesa naturalmente in senso tutto politico.

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I guai americani si rovesciano come un fiume di fango sulla crisi italiana

             Le corna di bufalo esibite dal capo dei fanatici di Donald Trump nell’inaudito assalto al Congresso americano non rischiano di fare “sprofondare” solo gli Stati Uniti, come Stefano Rolli ci ha proposto di credere nella sua vignetta di prima pagina del Secolo XIX. Curiosamente, e non solo per il cognome italiano -Angeli- del capo di quei fanatici del presidente uscente degli Usa, rischia di sprofondare ancora di più la crisi di governo in maturazione in Italia. Sulla quale la vicenda americana si è rovesciata come un fiume di fango. E ciò per il tentativo da tutti compiuto, a destra, a sinistra e al centro, di usare il fattaccio di Washington a vantaggio della propria parte  nella sordida lotta in corso dietro e sotto le quinte romane per ridefinire gli equilibri politici o, se preferite, per una resa dei conti  dentro e persino fuori della maggioranza giallorossa.

            Hanno cominciato i renziani, con qualche sponda nel Pd, contestando la reticente deplorazione dell’assalto al Campidoglio americano espressa dal presidente del Consiglio Conte. Che non se la sarebbe presa direttamente con Trump perché ancora debitore dell’aiuto ricevuto da lui nell’estate del 2019. L’allusione è a quell’ormai famosissimo “Giuseppi” amichevolmente levatosi dalla Casa Bianca, ma anche al famoso, o più dimenticato, capitolo italiano -diciamo così- del cosiddetto Russiagate. Che fu uno dei tanti affaracci di Trump con tracce però italiane, sulle quali il ministro americano Barr venne a Roma per incontrare, con la necessaria o scontata autorizzazione di Conte, i vertici dei servizi segreti. “Ora capite perché la delega ai servizi segreti è un fatto di sicurezza nazionale, e non di poltrone”, ha detto Renzi tornando a contestare le resistenze opposte da Conte a delegare ad altri la materia. Contemporaneamente la ministra renziana Teresa Bellanova liquidava come “paginette” le tredici cartelle del nuovo piano di utilizzo dei fondi europei della ripresa cui formalmente è legata un’altra, decisiva tappa della verifica della maggioranza, con incontri e la convocazione del Consiglio dei Ministri.

            La ritorsione dei sostenitori di Conte è stata immediata. Renzi, per quanto dichiaratamente amico del presidente eletto Biden, è stato arruolato d’ufficio tra gli avversari. Il solito Fatto Quotidiano gli ha contestato di “usare pure Trump per attaccare Conte”, gli ha messo addosso gli indumenti del capo dell’irruzione al Congresso americano ed ha rafforzato il tutto con la “cattiveria” di giornata. Che dice: “E’ folle che una democrazia venga tenuta in pugno da una manciata di esaltati. Ma ora basta parlare di Renzi”.

            A destra, per sottolineare le differenze da Trump e dai suoi fans o simpatizzanti politici veri o presunti in Italia, da Matteo Salvini  a Giorgia Meloni e forse anche Conte per via di quel “Giuseppi”, l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sul Giornale di famiglia si è vantato di come si fosse comportato diversamente lui nel 2006. Allora egli perse le elezioni politiche contrassegnate -è ancora convinto- da brogli tempestivamente ma inutilmente segnalati. Ma prese ugualmente atto della proclamazione dei risultati passando la mano a Palazzo Chigi a Romano Prodi, che vi sarebbe rimasto per soli due anni, quasi quanto l’altra volta, una decina d’anni  prima. Egli ha tuttavia omesso di ricordare che a contrastare i controlli o riconteggi da lui reclamati furono insieme, sul piano politico e istituzionale, il “suo” ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu e l’allora capo dello Stato  Carlo Azeglio Ciampi.

 

 

 

 

 

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La crisi della democrazia da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico

              Facciamo bene, per carità, a sorprenderci, indignarci e allarmarci, da amici ed alleati, per il colpo inferto alla democrazia americana con l’assalto dei “brigatisti” trumpiani al Congresso: un assalto per niente folcloristico, con 4 morti, 13 feriti e la guardia nazionale chiamata a fronteggiare quella che il presidente entrante Joe Biden ha definito “insurrezione”. Della quale Trump personalmente può essere considerato responsabile per averla prima incoraggiata e poi compresa in guanti neri,, ancora convinto che siano stati i brogli a negargli la rielezione.

              Non dimentichiamo tuttavia la crisi della democrazia italiana, e non solo di quella ancora virtuale del secondo governo di Conte, il Giuseppi” aiutato anche da Trump a rimanere a Palazzo Chigi dopo la rottura con la Lega di Matteo Salvini e l’intesa col Pd.

            Giusto per aiutare il presidente del Consiglio a ricomporre la maggioranza giallorossa attorno a un “Recovery plan” fatto riscrivere dal Ministro dell’Economia per recepire le richieste degli alleati, definite dallo stesso Conte “utili contributi” all’uso dei fondi europei della ripresa, Beppe Grillo sul suo blog personale si è in qualche modo travestito da Cicerone. E ha paragonato Matteo Renzi a Lucio Sergio Catilina, che congiurò contro la Repubblica romana nel 63 avanti Cristo, chiedendogli fino a quando intende abusare della pazienza altrui.

            Eppure era circolata voce che il comico fondatore e “garante” del Movimento 5 Stelle  fosse intervenuto su Conte per consigliargli di non irrigidirsi nella verifica della maggioranza. Evidentemente ha cambiato idea e ora, liquidando Renzi come un golpista, o una specie di Trump dei poveri, dà la sensazione di incoraggiare il presidente del Consiglio nell’uso del pallottoliere, per contare i senatori “responsabili”  delle opposizioni, cioè disponibili a sostituire nella maggioranza l’odiato gruppo di Renzi, o quel che ne rimarrebbe in caso di resa dei conti e di crisi.

            Grillo, avvolto metaforicamente nelle tuniche dei senatori dell’antica Roma dipinti nel 1880 da Cesare Maccari in un affresco esposto in una sala di Palazzo Madama, non pensa minimamente che qualcuno possa chiedere anche a lui sino a quando pretende di abusare della pazienza altrui, e delle varie emergenze che accompagnano quella della pandemia virale. Egli  impone da tempo le ragioni del suo tormentatissimo movimento, in crisi elettorale e identitaria, agli alleati e al governo paralizzandone praticamente l’azione. O confondendo la stabilità con l’immobilismo, come Renzi, il presunto Catilina dei nostri giorni, disse al Senato il 30 dicembre nella dichiarazione di voto pur favorevole al bilancio dello Stato sostanzialmente precluso alla discussione in un ramo del Parlamento destinato ormai a non toccare palla.

            E’ un’espressione, quest’ultima, già usata dalla presidente in persona del Senato altre volte per lamentare l’abitudine, ormai, del governo di aggirare, anzi evadere il cosiddetto bicameralismo paritario rimasto nella Costituzione dopo la bocciatura referendaria di una riforma targata proprio Renzi. Che fu scambiato già allora per Catilina da un Grillo disinvoltamente schierato nella campagna del no con Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni a destra e Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e Ciriaco De Mita a sinistra. La disinvoltura fu reciproca, ma non per questo trasformabile in  coerenza.

 

 

 

 

 

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La sfida continua fra Renzi e Conte, o viceversa, sulla strada della crisi

                La sfida fra Matteo Renzi e Giuseppe Conte, ma anche al contrario per chi preferisce l’ordine alfabetico, è un po’ diventata una riedizione di quella che negli anni di piombo si autodefinì Lotta Continua. Ma per fortuna non siamo in tempi di terrorismo, a meno di non arruolarvi il Covid 19 alle prese adesso con una pasticciata -al solito- campagna di vaccinazione. Siamo solo in tempo di crisi virtuale di governo, congelata negli ultimi giorni del 2020, quando si interruppe la verifica subìta dal recalcitrante presidente del Consiglio, e ora scongelata nonostante il freddo e la neve.

               Renzi è irriducibile quanto il Conte che il manifesto ci propone in rosso col “pallottoliere” di nuovo fra le mani, alla ricerca di senatori “responsabili” e transfughi da varie parti disposti a sostituire nella maggioranza e persino nel governo il partito dell’ex presidente del Consiglio. Il quale in una lettera a militanti e simpatizzanti della sua Italia Viva ha liquidato come “chiacchiere” quelle raccolte dai giornali sul rimpasto, ed anche sul “rimpastone”, per placarne la presunta sete di potere. O più banalmente o meschinamente, come gli attribuisce sul Fatto Quotidiano il solito Marco Travaglio, per placarne la rabbia di fronte ad un presidente del Consiglio che sta per sorpassarlo nella classifica della durata a Palazzo Chigi. “Magari -ha scritto invece Renzi- avessimo un problema personale: noi abbiamo un problema politico con Conte”, che non potrebbe quindi cavarsela spostando ministri e nominandone di nuovi.

            Per uscire dall’assedio Conte -par di capire- dovrebbe o sottoporsi alle forche caudine di una vera e propria crisi per una nuova investitura, concordando la formazione di un suo terzo governo, o cercare un cambio di maggioranza con i “i responsabili di lady Mastella”, li ha ironicamente definiti Renzi. Che così si è procurato dalla moglie dell’ex ministro e attuale sindaco di Benevento, la senatrice Sandra Lonardo, l’accusa di “sessismo” o il rimprovero di non essere “né Sir né gentleman”.

            Ma alla sfida di Renzi di provarci con quel pallottoliere si è aggiunto un monito a Conte da parte del segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che, pur nella “doppiezza” rimproveratagli in un titoletto dal  Foglio, ha affidato un messaggio d’avvertimento significativo in un articolo del Corriere della Sera firmato da Maria Teresa Meli simile a un’intervista. Con tanto di virgolettato, salvo smentite ovviamente, egli da una parte ha sollecitato Conte ad assumere “un’iniziativa” per sbloccare la verifica, lamentandone quindi  l’attendismo, e dall’altra lo ha diffidato dal gioco del pallottoliere, appunto, perché il Pd è contrario a “cambi di maggioranza o confuse soluzioni da condividere con la destra”.

            L’unico incondizionato appoggio a Conte è arrivato in una intervista a Repubblica da Massimo D’Alema. Che, “rottamato” con una spavalderia mista a doppiezza da Renzi dopo avergli fatto coltivare nel 2014 la speranza di un approdo alla presidenza della Commissione Europea, ha detto che “non si manda via l’uomo più popolare del Paese”, quale sarebbe appunto Conte, “per volere del più impopolare”, quale sarebbe appunto il senatore di Scandicci, o Rignano. Ma di quante “truppe” dispone oggi D’Alema?, chiederebbe forse la buonanima di Giuseppe Stalin con l’aria beffarda usata a proposito del Papa ridisegnando  a Yalta l’Europa del dopo-Hitler.

 

 

 

 

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