Più che alle dimissioni personalmente annunciate alla fine dallo stesso Matteo Renzi delle sue due ministre e sottosegretario per materializzare una crisi di fatto in corso da mesi – che non ha certamente
sorpreso il capo dello Stato, avendoci addirittura scommesso secondo l’ironica rappresentazione che ne ha fatto il vignettista del Foglio– per capire quello che bolle in pentola bisogna guardare al Quirinale. Dove non a caso, in vista proprio dell’annuncio di Renzi, il presidente del Consiglio è salito ieri “all’ora di pranzo”, ha raccontato Marzio Breda sul Corriere della Sera, uscendone alquanto diverso da come vi era arrivato: con minore prosopopea, disposto ad aprire ciò che aveva chiuso il giorno prima avvertendo praticamente: mai più con quello lì.
Evidentemente Mattarella, già impaziente di suo per “l’incertezza”, come ha fatto sapere, che grava da troppo tempo sulla situazione politica, aveva fatto capire al suo ospite che si era incamminato su una strada troppo accidentata con quel proposito sbandierato di una resa dei conti al Senato per sostituire i renziani nella maggioranza con un pugno di transfughi dall’opposizione e dintorni, cosiddetti “responsabili” dai tempi in cui ne fece uso Silvio Berlusconi. Che nel 2010
si salvò così da una crisi predisposta addirittura dal presidente della Camera Gianfranco Fini. “Mattarella -ha ricordato Breda- ha sempre evocato il bisogno di maggioranze solide e con un perimetro ben chiaro, altrimenti qualsiasi governo rischia di essere costruito sulla sabbia”.
Proprio di “costruzioni sulla sabbia” non vuole sentir parlare neppure Renzi, che lo ha detto nella conferenza stampa sulle dimissioni delle sue due ministre, aperta
significativamente con parole di fiducia nei riguardi del Capo dello Stato. Nel cui messaggio di Capodanno, d’altronde, il senatore di Scandicci, o di Rignano, ormai
raffigurato da Vauro Senesi sulla prima pagina del Fatto Quotidiano come una “variante” del Covid 19, si era già affrettato a riconoscersi totalmente, come per agganciarvi la fune della sua scalata sulla parete della crisi.
Ora, con la disponibilità di Renzi a trattare, senza tuttavia escludere un cambio a Palazzo Chigi, Conte è “in notevole difficoltà” anche per ammissione del suo
estimatore Eugenio Scalfari, sceso
oggi su Repubblica dalle vette della filosofia per occuparsi delle beghe
della politica. I titoli del giornali si sprecano sulla problematica
posizione del presidente del Consiglio. Che tuttavia, diversamente da come si faceva nella cosiddetta prima Repubblica, come ha sottolineato Breda nel suo articolo dal Colle, non si è ancora dimesso, programmando anzi alcune sedute del Consiglio dei Ministri per il varo di provvedimenti urgenti.
In un supplemento di pazienza Mattarella attende gli sviluppi della situazione, e forse anche degli umori di Conte. Probabilmente egli condivide l’urgenza dei provvedimenti in dirittura d’arrivo, compreso
il nuovo scostamento di bilancio necessario a finanziare altri interventi per i danneggiati dalla pandemia virale, che intanto continua a mietere vittime. Ma prima o dopo, se Conte dovesse procrastinare con furbizia le dimissioni, o altre iniziative di chiarimento, temo che il capo dello Stato sbotterà, come ha fatto capire Breda al termine della sua corrispondenza dal Quirinale, E in modo clamoroso, come solo i pazienti, tolleranti e simili riescono a fare quando, appunto, sbottano, anche a costo di essere scambiati per matti.
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Giovanni Floris, sulla 7. Parlo naturalmente di interessati nel senso di non contrari, fiduciosi
intestardito a mettere in
discussione il presidente del Consiglio. Evidentemente, avendogli accordato la fiducia un anno e mezzo fa, avendone anzi promosso la permanenza a Palazzo Chigi dopo la rottura con Salvini, egli si sarebbe dovuto sentire impegnato a condividerne tutte e sempre le decisioni e la condotta. Eppure anche i matrimoni hanno finito da tempo di essere indissolubili.
del Consiglio non
si è dichiarato “impaziente” e non si è messo a “correre”. Ma lo ha fatto puntando ad arrivare nell’aula del Senato per sostituire i renziani con un po’ di transfughi “responsabili” dal centrodestra, raccolti più o meno alla spicciolata. Come se una maggioranza di questo tipo, peraltro contestata a Silvio
Berlusconi nel 2010, in tempi meno preoccupanti di adesso, fosse più adeguata alle varie emergenze in corso e Mattarella fosse disponibile a consentirla senza il passaggio formale di una crisi.
anziché viva a meno del 3 cento dei voti sottolineato dal vignettista Giannelli sul Corriere della Sera, ma quelle del Pd. Il cui vice segretario Andrea Orlando non più tardi di domenica scorsa ha cercato di spegnere l’incendio della crisi invocando due precedenti, ma da autorete, come vedremo.
che sicuramente non si amavano. Senza
tornare indietro a Togliatti
e De Gasperi”, che comunque ruppero nel 1947 senza mai più riconciliarsi, “basta ricordare Craxi e De Mita. Gli stessi Prodi e D’Alema non si amavano alla follia”, come Conte e il Renzi vichingo di queste ore.
aspettare un anno
per succedergli, e durare solo 13 mesi. L’altrettanto sordida partita tra Prodi e D’Alema sfociò nell’autunno del 1998 con la defenestrazione di Prodi, sempre da Palazzo Chigi, anche se D’Alema ne prese il posto per durare solo un anno e mezzo, e con ben due governi. Roba, se evocata oggi, da scongiuri per Conte.
opposto, mettiamo che a Sergio Mattarella riesca il miracolo annunciato un po’ da tutti
chiedere ai partiti della maggioranza di approvarlo comunque, accontentandosi i renziani – pur sfottuti come arresi dal Fatto Quotidiano- delle tante modifiche già ottenute rispetto al testo originario.
i problemi di fine legislatura ce ne sia uno politico e istituzionale grande come una casa: l’elezione fra un anno del presidente della Repubblica, scadendo il mandato di quello attuale, come lo stesso Mattarella ha ricordato -forse non a caso- nel suo messaggio di fine anno a reti unificate, e in piedi davanti ad una vetrata del Quirinale. Mi chiedo se questa maggioranza così scombinata, pur in un rinnovato governo
sta cercando di trattenere sino a quando non sarà approvato dal Parlamento il piano d’impiego dei fondi europei della ripresa. Ma poi le loro dimissioni
obbligherebbero davvero Giuseppe Conte a una decisione: dimettersi ed aprire ufficialmente la crisi, con tutti i riti e rischi del caso, o cercare di imitare Giulio Andreotti. Che nel 1990 -come ha significativamente ricordato oggi Il Fatto Quotidiano filocontiano- sostituì ben cinque ministri democristiani dissidenti, fra i quali Sergio Mattarella, e col consenso dell’allora capo dello Stato Francesco Cossiga continuò sulla sua strada.
presidente del Consiglio. Uno è Massimo D’Alema, secondo il quale Conte è l’uomo più popolare d’Italia e Renzi il più impopolare. L’altro è Goffredo Bettini, marchigiano di origini aristocratiche, 68 anni compiuti il 5 novembre scorso, entrato nelle
cronache della verifica con interviste quasi quotidiane- l’ultima è di oggi al Corriere della Sera- tese a indirizzare il suo partito, il Pd, pur essendo lui solo uno dei 217 esponenti della direzione nazionale. A promuoverlo mediatore è stato addirittura Renzi, che ha rivelato di avergli mandato biglietti, lettere, appunti e quant’altro, facendo forse chissà quali e quante telefonate, per cercare di smuovere da arroccamenti, ambiguità e quant’altro non solo o non tanto il segretario del Pd quanto Conte in persona. Di cui
pertanto sarebbe diventato il consigliere principale e fra i più adoranti, visto che non si lascia scappare occasione, come quella di oggi sul Corriere, per tessere le lodi del presidente del Consiglio e descrivere con tinte fosche qualsiasi scenario che non lo contempli ancora a Palazzo Chigi.
da Bettini e non
capisco perché, visto che non ha nessun incarico nel partito”. Minzolini ha anche attribuito a Bettini un soprannome che si sarebbe guadagnato in romanesco nel Pd: “er monaco”, speriamo senza allusioni a Rasputin, che fece una brutta fine, a dir poco, senza parlare della corte dello Zar che aveva frequentato.
rivelato in una intervista a Repubblica dal senatore ex grillino e ora leghista Ugo Grassi, professore universitario di diritto privato e in qualche modo amico -o adesso ex amico, chissà- del presidente del Consiglio. Dal quale, invitato
in ufficio e fatto accomodare “nel salotto, sul divano, forse per creare subito un clima più informale”, si vede “guardare in faccia” e chiedere subito, “per entrare -dice lo stesso Conte- nel cuore del nostro incontro”, se vuole “qualche incarico”. E provate a immaginare che cosa verrebbe ridetto e gridato contro il Cavaliere di Arcore.
direttamente ai tentativi in corso di sostituire nella maggioranza i senatori evidentemente irresponsabili di Matteo Renzi con altri “responsabili” provenienti dall’opposizione, hanno
Conte come approdo dell’uscita dai grillini, di cui evidentemente lo stesso Conte era informato. Un presidente del Consiglio che cerca di smistare il traffico dei dissidenti 5 Stelle indirizzandolo verso il partito di Nicola Zingaretti non so se sia più imbarazzante per lui, per i grillini o per il segretario del Pd.
avuta una cocente vedendo -e leggendone le motivazioni in una intervista- fra i centomila e più firmatari
dell’appello alla sfiducia al governo promosso da Giorgia Meloni persino Luca Moro, il nipote del presidente della Dc ucciso dalle brigate rosse nel 1978. Cui Conte ha orgogliosamente detto più volte di ispirarsi, immagino con quanta soddisfazione da parte di un improbabile moroteo come Beppe Grillo. Ai cui spettacoli Moro non avrebbe neppure sorriso.
difensive” delle truppe italiane nella seconda guerra mondiale. Ai meno anziani o più giovani, e fortunati, possono bastare le finestre di Palazzo Chigi illuminate di sera, dietro alle quali è di fatto asserragliato il presidente del Consiglio nella gestione della famosa, non voluta ma subìta verifica di governo. Egli si divide fra le riunioni sempre interlocutorie, ma anche sempre più burrascose, con i cosiddetti capi delle delegazioni dei partiti della maggioranza e gli “assistit”- come li chiamano i suoi amici del Fatto Quotidiano- che gli arrivano inutilmente dall’estero per cercare di rafforzarne le difese sulle barricate del nuovo piano di utilizzo dei fondi europei della ripresa.
governo è “al capolinea” e nessuno “è insostituibile”, e via chiudendo. Alla Bellanova, di cui qualcuno ha tratto dagli archivi la foto che la propone mangiando voracemente una pizzetta come se fosse proprio la versione alimentare di Conte, lo stesso Renzi si aggiunge ogni tanto con interviste cui Massimo Gramellini sul Corriere della Sera, ancora e giustamente colpito dalle avventure di Trump negli Stati Uniti, ha ironicamente attribuito “il massimo brivido eversivo” procurato alla politica italiana.
Paolo Mieli, sempre sul
parte dei suoi sostenitori. Che si sono spinti sul Fatto -e dove sennò?- ad accusare Renzi di avere “rotto” e a dargli nella vignetta di Vauro dello “strenzi” con voluto refuso. Stupisce che Conte, con la sua cultura, i suoi titoli
accademici e tutto il resto, alterni disinvoltamente propositi battaglieri e rinvii, come la forse decisiva seduta del Consiglio dei Ministri prima annunciata per oggi e poi rinviata ad almeno martedì, secondo un titolo della Stampa. Se quella di Renzi è lotta continua, quella di Conte sembra ormai agonia continua, intesa naturalmente in senso tutto politico.
ancora debitore dell’aiuto ricevuto da lui nell’estate del 2019. L’allusione è a quell’ormai famosissimo “Giuseppi” amichevolmente levatosi dalla Casa Bianca, ma anche al famoso, o più dimenticato, capitolo italiano -diciamo così- del cosiddetto Russiagate. Che fu uno dei tanti affaracci di Trump con tracce però italiane, sulle quali il ministro americano Barr venne a Roma per incontrare, con la necessaria o scontata autorizzazione di Conte, i vertici dei servizi segreti. “Ora capite perché la delega ai servizi segreti è un fatto di sicurezza nazionale, e non di poltrone”, ha detto Renzi tornando a contestare le resistenze opposte da Conte a delegare ad altri la materia. Contemporaneamente la ministra renziana Teresa Bellanova liquidava come “paginette” le tredici cartelle del nuovo piano di utilizzo dei fondi europei della ripresa cui formalmente è legata un’altra, decisiva tappa della verifica della maggioranza, con incontri e la convocazione del Consiglio dei Ministri.
del presidente eletto Biden, è
stato arruolato d’ufficio tra gli avversari. Il solito Fatto Quotidiano gli ha contestato di “usare pure Trump per attaccare Conte”, gli ha messo addosso gli indumenti del capo dell’irruzione al Congresso americano ed ha rafforzato il tutto con la “cattiveria” di giornata.
Che dice: “E’ folle che una democrazia venga tenuta in pugno da una manciata di esaltati. Ma ora basta parlare di Renzi”.
si è vantato di come si fosse comportato diversamente lui nel 2006. Allora egli perse le elezioni politiche contrassegnate -è ancora convinto- da brogli tempestivamente ma inutilmente segnalati. Ma prese
ugualmente atto della proclamazione dei risultati passando la mano a Palazzo Chigi a Romano Prodi, che vi sarebbe rimasto per soli due anni, quasi quanto l’altra volta, una decina d’anni prima. Egli ha tuttavia omesso di ricordare che a contrastare i controlli o riconteggi da lui reclamati furono insieme, sul piano politico e istituzionale, il “suo” ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu e l’allora capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi.
guardia nazionale chiamata a fronteggiare quella che il presidente entrante Joe Biden ha definito “insurrezione”. Della quale Trump personalmente può essere considerato responsabile per averla prima incoraggiata e poi compresa in guanti neri,, ancora convinto che siano stati i brogli a negargli la rielezione.
dallo stesso Conte “utili contributi” all’uso dei fondi europei della ripresa, Beppe Grillo sul suo blog personale si è in qualche modo travestito da Cicerone. E ha paragonato Matteo Renzi a Lucio Sergio Catilina, che congiurò contro la Repubblica romana nel 63 avanti Cristo, chiedendogli fino a quando intende abusare della pazienza altrui.
possa chiedere anche a lui sino a quando pretende di abusare della pazienza altrui, e delle varie emergenze che accompagnano quella della pandemia virale. Egli impone da tempo le ragioni del suo tormentatissimo movimento, in crisi elettorale e identitaria, agli alleati e al governo paralizzandone praticamente l’azione. O confondendo la stabilità con l’immobilismo, come Renzi, il presunto Catilina dei nostri giorni, disse al Senato il 30 dicembre nella dichiarazione di voto pur favorevole al bilancio dello Stato sostanzialmente precluso alla discussione in un ramo del Parlamento destinato ormai a non toccare palla.
referendaria di una riforma targata proprio Renzi. Che fu scambiato già allora per Catilina da un Grillo disinvoltamente schierato nella campagna del no con Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni a destra e Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e Ciriaco De Mita a sinistra. La disinvoltura fu reciproca, ma non per questo trasformabile in coerenza.
meno di non arruolarvi il Covid 19 alle prese adesso con una pasticciata -al solito- campagna di vaccinazione. Siamo solo in tempo di crisi virtuale di governo, congelata negli ultimi giorni del 2020, quando si interruppe la verifica subìta dal recalcitrante presidente del Consiglio, e ora scongelata nonostante il freddo e la neve.
presunta sete di
d’avvertimento significativo in un articolo del Corriere della Sera firmato da Maria Teresa Meli simile a un’intervista. Con tanto di virgolettato, salvo smentite
ovviamente, egli da una parte ha sollecitato Conte ad assumere “un’iniziativa” per sbloccare la verifica, lamentandone quindi l’attendismo, e dall’altra lo ha diffidato dal gioco del pallottoliere, appunto, perché il Pd è contrario a “cambi di maggioranza o confuse soluzioni da condividere con la destra”.
detto che “non si manda via l’uomo più popolare del Paese”, quale sarebbe appunto Conte, “per volere del più impopolare”, quale sarebbe appunto il senatore di Scandicci, o Rignano. Ma di quante “truppe” dispone oggi D’Alema?, chiederebbe forse la buonanima di Giuseppe Stalin con l’aria beffarda usata a proposito del Papa ridisegnando a Yalta l’Europa del dopo-Hitler.