Conte rischia di inciampare anche nei consigli di Bettini e di D’Alema

Affollato”: così la compianta lady Diana nel novembre del 1995 definì con amarissima ironia il suo matrimonio col principe Carlo d’Inghilterra in una intervista televisiva. Ad “affollare” la famiglia di Diana era notoriamente Camilla, l’amante di Carlo.

            “Affollata” potrebbe essere definita anche la verifica di governo troppo tardi e troppo malvolentieri  accettata dal presidente del Consiglio, e da troppo tempo in corso tra penultimatum e rinvii delle annunciate, minacciate, promesse -come preferite- dimissioni delle due ministre di Matteo Renzi. Che Mattarella dietro le quinte sta cercando di trattenere sino a quando non sarà approvato dal Parlamento il piano d’impiego dei fondi europei della ripresa. Ma poi le loro dimissioni obbligherebbero davvero Giuseppe Conte a una decisione: dimettersi ed aprire ufficialmente la crisi, con tutti i riti e rischi del caso, o cercare di imitare Giulio Andreotti. Che nel 1990 -come ha significativamente ricordato oggi Il Fatto Quotidiano filocontiano- sostituì ben cinque ministri democristiani dissidenti, fra i quali Sergio Mattarella, e col consenso dell’allora capo dello Stato Francesco Cossiga continuò sulla sua strada. 

             Tuttavia la situazione di allora era ben diversa. I dimissionari avevano alle spalle una Dc che li lasciò isolati. Ora senza i renziani Conte dovrebbe cambiare maggioranza sostituendoli al Senato con parlamentari sparsi provenienti dall’opposizione: “responsabili” almeno di un tentativo di salvataggio di Conte a Palazzo Chigi.

            Ma chi affollerebbe questa interminabile e sempre più pasticciata verifica di governo? Almeno due persone, che sussurrano più o meno all’orecchio del presidente del Consiglio. Uno è Massimo D’Alema, secondo il quale Conte è l’uomo più popolare d’Italia e Renzi il più impopolare. L’altro è Goffredo Bettini, marchigiano di origini aristocratiche, 68 anni compiuti il 5 novembre scorso, entrato nelle cronache della verifica con interviste quasi quotidiane- l’ultima è di oggi al Corriere della Sera- tese a indirizzare il suo partito, il Pd, pur essendo lui solo uno dei 217 esponenti della direzione nazionale. A promuoverlo mediatore è stato addirittura Renzi, che ha rivelato di avergli mandato biglietti, lettere, appunti e quant’altro, facendo forse chissà quali e quante telefonate, per cercare di smuovere da arroccamenti, ambiguità e quant’altro non solo o non tanto il segretario del Pd quanto Conte in persona. Di cui pertanto sarebbe diventato il consigliere principale e fra i più adoranti, visto che non si lascia scappare occasione, come quella di oggi sul Corriere, per tessere le lodi del presidente del Consiglio e descrivere con tinte fosche qualsiasi scenario che non lo contempli ancora a Palazzo Chigi.

            Questo Bettini, ora fisso in Italia dopo anni di lunghi soggiorni in Tahilandia, sembra che cominci a infastidire o impensierire anche il segretario del suo partito Nicola Zingaretti. Al quale Augusto Minzolini sul Giornale della famiglia Berlusconi ha attribuito questo commento non smentito: “Vanno tutti da Bettini e non capisco perché, visto che non ha nessun incarico nel partito”. Minzolini ha anche attribuito a Bettini un soprannome che si sarebbe guadagnato in romanesco nel Pd: “er monaco”, speriamo senza allusioni a Rasputin, che fece una brutta fine, a dir poco, senza parlare della corte dello Zar che aveva frequentato.  

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