Pochi e molto deplorevoli gli “interessati” alla crisi di governo

            Debbo vivere in un ambiente strano, frequentare e condividere persone singolari se mi sono sentito nel modestissimo 5 per cento degli “interessati” alla crisi di governo calcolato da uno dei sondaggi dei cui risultati ho appreso vedendo la puntata di ieri sera della trasmissione televisiva di Giovanni Floris, sulla 7. Parlo naturalmente di interessati nel senso di non contrari, fiduciosi solo che la crisi non venga sprecata, come auspica Il Foglio, per esempio. Tutti gli altri, ben più numerosi,  risultano in vario modo contrari: persino 7 su 10 secondo Alessandra Ghisleri sulla Stampa.

            Mah, è proprio vero che i sondaggi vanno presi con le pinze, non scambiati per verità accertate, come ha fatto Massimo D’Alema  accreditando la rappresentazione di Conte come dell’uomo “più popolare” d’Italia e di Matteo Renzi come dell’uomo “più impopolare”, uno sciamano intestardito a mettere in discussione il presidente del Consiglio. Evidentemente, avendogli accordato la fiducia un anno e mezzo fa, avendone anzi promosso la permanenza a Palazzo Chigi dopo la rottura con Salvini, egli si sarebbe dovuto sentire impegnato a condividerne tutte e sempre le decisioni e la condotta. Eppure anche i matrimoni hanno finito da tempo di essere indissolubili.

            Si invoca l’emergenza, che sicuramente esiste, per giunta di varia natura, per sostenere la irrazionalità, anzi lo scandalo della crisi perseguita da Renzi come sbocco di una lunga verifica della maggioranza prima osteggiata da Conte, poi subìta, infine gestita col rallentatore, sino a quando il presidente del Consiglio non si è dichiarato “impaziente” e non si è messo a “correre”. Ma lo ha fatto puntando ad arrivare nell’aula del Senato per sostituire i renziani con un po’ di transfughi  “responsabili” dal centrodestra, raccolti più  o meno alla spicciolata. Come se una maggioranza di questo tipo, peraltro contestata a Silvio Berlusconi nel 2010, in tempi meno preoccupanti di adesso, fosse più adeguata alle varie emergenze in corso e Mattarella fosse disponibile a consentirla senza il passaggio formale di una crisi.

            Tra le grida d’allarme e proteste trovo più singolari di tutte non quelle di Marco Travaglio e dei grillini, in fondo davvero “interessati” per affinità elettive, diciamo così, al salvataggio di Conte dall’”Italia Virus”, anziché viva a meno del 3 cento dei voti sottolineato dal vignettista Giannelli sul Corriere della Sera, ma quelle del Pd. Il cui vice segretario Andrea Orlando non più tardi di domenica scorsa ha cercato di spegnere l’incendio della crisi invocando due precedenti, ma da autorete, come vedremo.

         “La storia -ha detto Orlando alla Stampa– ci racconta di coalizioni in cui convivevano personalità che sicuramente non si amavano. Senza tornare indietro a Togliatti e De Gasperi”, che comunque ruppero nel 1947 senza mai più riconciliarsi, “basta ricordare Craxi e De Mita. Gli stessi Prodi e D’Alema non si amavano alla follia”, come Conte e il Renzi vichingo di queste ore.

            Ebbene, la sordida partita tra Craxi e De Mita si concluse nel 1987 col defenestramento di Craxi da Palazzo Chigi, anche se il segretario della Dc De Mita dovette aspettare un anno per succedergli, e durare solo 13 mesi. L’altrettanto sordida partita tra Prodi e D’Alema sfociò nell’autunno del 1998 con la defenestrazione di Prodi, sempre da Palazzo Chigi, anche se D’Alema ne prese il posto per durare solo un anno e mezzo, e con ben due governi. Roba, se evocata oggi, da scongiuri per Conte.

 

 

 

 

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