Il ritorno festoso di Berlusconi e l’allegria insolita di Draghi…..

            Beh, quella foto di Silvio Berlusconi al solito festoso e Mario Draghi insolitamente allegro e visibilmente compiaciuto di incontrare un amico più che il leader di uno dei partiti schieratisi a favore del governo che sta per formare, può ben considerarsi la più emblematica della lunga e tortuosa crisi finalmente in via di conclusione. E’ una immagine che ha risparmiato al giornale di Marco Travaglio di ricorrere ad un altro fotomontaggio per rappresentare, inorridito, la svolta che temeva di più da quando ha vacillato il secondo governo di Giuseppe Conte. La realtà dura da digerire per lui è di un Draghi per niente stanco e disinteressato a Palazzo Chigi, come lo stesso Conte invece lo aveva imprudentemente descritto nei mesi scorsi, e per niente refrattario a rapporti col “pregiudicato” e “amico di mafiosi”, come il direttore del Fatto Quotidiano grida ogni volta che ne ha l’occasione davanti alle telecamere rischiando un malore, ed è tornato a scrivere oggi.

            Il colpo di Berlusconi e  Draghi felicemente insieme è per Travaglio e simili peggiore della partecipazione di Matteo Salvini alla maggioranza perché in fondo al leader leghista alleato con i grillini il direttore del Fatto aveva preso l’abitudine per un anno abbondante.

            Immagino l’altro colpo che deve avere procurato a Travaglio l’ipotesi prospettata da Enrico Mentana in televisione che nel secondo giro di consultazioni del presidente del Consiglio incaricato abbiano avuto l’occasione di incrociarsi e salutarsi come compagni di viaggio nei corridoi di Montecitorio l’odiato Cavaliere e Beppe Grillo in persona. Cos’altro mi toccherà sentire, vedere o immaginare ?, si sarà chiesto il povero, inconsolabile cultore dell’epopea di Conte a Palazzo Chigi.

 

 

 

 

 

 

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Quella pugnalata alla schiena di otto anni fa sulla strada del Quirinale

              Alla notizia della morte di Franco Marini, già segretario generale della Cisl, ministro del Lavoro e presidente del Senato, chissà se e quanti di quei 157 che nel 2018 lo pugnalarono nella corsa al Quirinale si saranno pentiti di quella cattiva azione. Centocinquasette furono infatti il 18 aprile di quell’anno i voti che mancarono ai 672 della maggioranza dei due terzi dell’assemblea dei deputati, senatori e delegati regionali richiesta dall’articolo 84 della Costituzione nei primi tre scrutini per l’elezione del presidente della Repubblica. E Marini, per quanto candidato dal Pd ma sostenuto sulla carta da una larghissima maggioranza, comprensiva del centrodestra, con esclusione dei grillini che avevano candidato Stefano Rodotà, non potette tentare ancora perché il partito che lo aveva proposto buttò subito la spugna, temendo che la dissidenza interna sarebbe aumentata nelle votazioni successive. Il più lesto nel chiedere di cambiare candidato fu il pur non ancora parlamentare Matteo Renzi, che tuttavia poteva già disporre di un po’ di truppe comandate dall’esterno.

            D’altronde lo stesso Renzi aveva definito la candidatura di Marini, come quella di Anna Finocchiaro prospettata alla vigilia delle elezioni presidenziali, “un dispetto al Paese”. E non per i 79 anni che aveva Marini, perché la Finocchiaro ne aveva soltanto 57.

            Le cose andarono ancora peggio per Romano Prodi, alla cui candidatura lanciata sempre dal Pd, ma contrastata dal centrodestra, mancarono nella quarta votazione 109 voti dei 504 della maggioranza assoluta che le sarebbe stata a quel punto sufficiente. Ma per Marini non fu una consolazione perché era un uomo leale, non meschino. Onore alla sua memoria.

Dietro il cordone sanitario reclamato contro la Lega di Matteo Salvini

           Beati i giovani, pur col futuro più incerto di quello cui abbiamo potuto pensare alla loro età noi anziani che ci ostiniamo ancora a vivere e a resistere al Covid, tenendoci ben stretti i nostri presunti privilegi sfuggiti a forbici, apriscatole e altri attrezzi, magari anche da scasso . Essi, avendo potuto risparmiarsi le cronache da noi raccontate e vissute della cosiddetta prima Repubblica, quando -per esempio- dovevamo misurarci con i sospiri, le pause, gli aggettivi, gli avverbi di Enrico Berlinguer per valutarne gli strappi veri o presunti da Mosca rimproveratigli da Armando Cossutta, e su cui fior di leader politici scommettevano per disegnare nuovi equilibri e scenari, non possono ora confrontarli con i loro eredi, presunti o reali che siano. E con tutte le diffidenze, le smorfie, i nasi turati, gli allarmi opposti al Matteo Salvini messosi ora a disposizione, o quasi, di Mario Draghi.

            Ma come si permette?, hanno l’aria di chiedere i più accaniti avversari del leader leghista, magari con l’aria di proteggere il presidente del Consiglio incaricato dall’insidia di un falso abbraccio o di una falsa conversione o semplice correzione di rotta. E parlo di gente che a sentire il nome di Draghi convocato al Quirinale da Mattarella per ottenere l’incarico di formare il nuovo governo per poco non sono svenuti dalla delusione e dalla paura, annunciando riserve o contrarietà poi sbollite per opportunismo o senso di realtà, e magari anche per qualche discreto richiamo dal Colle. Dove pure avevano avuto l’accortezza di spiegare ben bene davanti alle telecamere, come in un messaggio diretto del capo dello Stato agli italiani, le emergenze di vario tipo e genere che non permettono più vecchi giochi e giochetti, e impongono un governo di “alto profilo” e fuori dalle formule politiche, dagli schemi e quant’altro di questa legislatura a dir poco avventurosa. A meno della cui metà si sono già alternate due maggioranze di segno opposto: una gialloverde e l’altra giallorossa, entrambe curiosamente e disinvoltamente guidate dalla stessa persona.

            Eppure è almeno dalla scorsa estate che dalla Lega provenivano segnali d’europeismo che potevano ben essere considerati tuoni rispetto a quelli levatisi negli anni Settanta del secolo scorso dal Pci per fare versare i classici litri di inchiostro e chilometri di analisi stampate per descrivere o prevedere botteghe -dalla strada romana della sede del partito berlingueriano- non più oscure ma chiarissime, limpide come acqua sorgente. E non datemi, per favore, del blasfemo per avere appaiato la Lega al Pci, perché non appartiene ad un modestissimo e anziano cronista come me ma addirittura a Massimo D’Alema, quello degli anni d’oro, in cui si era messo in testa, alla fine riuscendovi, di essere il primo e unico comunista o post-comunista a poter arrivare a Palazzo Chigi, la classificazione della Lega come “costola della sinistra”.

            Si, so bene che era la Lega di Umberto Bossi, da alcuni considerata ben diversa da quella di Salvini. Sì, diversa anche nel senso che quella reclamava sulle calli di Venezia e lungo il Po la secessione e annunciava la formazione di governi “provvisori” della Repubblica indipendente della Padania. E il suo leader intimava alla povera signora veneziana che esponeva il tricolore italiano alla finestra di casa di andarlo subito a “gettare nel cesso”. Questi spettacoli, almeno, il sovranista, il “truce” Salvini dei racconti di Giuliano Ferrara e il “Cazzaro verde” delle invettive di Marco Travaglio le ha risparmiate a noi poveri e sgomenti spettatori. O no?

 

 

 

 

 

 

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“Bugiardo”, “e tu farabutto”: le cortesie…. fra de Magistris e Mastella

Finita, bene o male,  ma forse più male che bene per lui, l’avventura di “medico” -quale si definì ironicamente- della crisi del secondo governo di Giuseppe Conte, cui cercò con l’aiuto della moglie e senatrice Alessandrina Lonardo di assicurare i voti necessari a sopravvivere alla rottura con Matteo Renzi, il sindaco di Benevento Clemente Mastella è tornato protagonista: questa volta in uno scontro televisivo al fulmicotone col collega di Napoli Luigi de Magistris.

Entrambi, collegati dall’esterno con lo studio di Massimo Giletti, su la 7, sono rimasti inchiodati con reciproci insulti alla loro esperienza non di amministratori delle due città campane ma, rispettivamente, di magistrato e di ministro della Giustizia. “Bugiardo”, ha gridato de Magistris a Mastella, che di rimando gli ha dato del “farabutto” ricordandogli che gli deve risarcire, per una causa perduta, danni che però debbono essere ancora quantificati da una Corte d’Appello. E’ la solita giustizia a singhiozzo.

I non addetti ai lavori debbono essere rimasti interdetti di fronte a tanta animosità immaginandoli ancora ai loro posti originari -ripeto, di magistrato e di guardasigilli- e deducendo la tossicità, a dir poco, dell’amministrazione della giustizia in Italia. Di cui peraltro gli spettatori nella stessa trasmissione avevano appena imparato a conoscere particolari non esaltanti ascoltando l’ospite Luca Palamara. Che è stato per anni un magistrato, diciamo così, potente guidando il sindacato delle toghe e partecipando ad un sistema perverso di nomine e persino di regìa dei processi a mezzadria con la politica. Ora che ne è rimasto vittima, radiato dalla magistratura in pendenza delle inchieste che lo hanno investito, condotte con l’arma letale delle intercettazioni a mezzo trojan, che trasformano il cellulare dell’indagato in una fornace, egli si è proposto di raccontare al pubblico ciò che i suoi ex colleghi -dice lui- da inquirenti non hanno voluto ascoltare per farne il capro espiatorio della lunga tresca tra giustizia e politica.

La colpa che de Magistris non perdona a Mastella è di avere manovrato al Ministero della Giustizia per disturbarne e fargli infine perdere un’indagine che riguardava anche l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi. Di cui pertanto Mastella volle difendere la posizione, al pari dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano in veste di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ma della sorte politica di Prodi il guardasigilli nel gennaio del 2008 non si preoccupò minimamente dimettendosi da ministro della Giustizia perché la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ne aveva fatto arrestare la moglie per un’indagine, praticamente, sul partito di famiglia.

Mastella, in verità, nega ancora che la crisi di governo, sopraggiunta di pochi giorni e conclusasi con lo scioglimento anticipato delle Camere, fosse stata causata dalle sue dimissioni da guardasigilli per solidarietà con la moglie e protesta contro il magistrato che se ne occupava. Il governo, sostiene Mastella, era già debole di suo per la eccessiva eterogeneità della maggioranza. Che andava in effetti dallo stesso Mastella ai nostalgici del comunismo tradito, secondo loro, dagli eredi del Pci pur di non rimanere travolti dalle macerie del muro di Berlino.

Se è per questo, debbo cordialmente ricordare a Mastella che quel governo Prodi -il secondo ed ultimo del professore emiliano- aveva cominciato a stargli stretto, anzi strettissimo, già da mesi: esattamente da quando i post-comunisti della formazione guidata da Piero Fassino e i post-democristiani ed altro ancora della formazione guidata da Francesco Rutelli col nome della margherita  si fusero nel Pd. Il cui primo segretario Walter Veltroni esordì rivendicando  orgogliosamente una vocazione “maggioritaria” che obiettivamente non prometteva nulla di buono, a dir poco, ai piccoli partiti come quello di Mastella.

Circolò in quei tempi, fra cronisti e retroscenisti, una storiella mai smentita dall’allora guardasigilli, che sembrò anzi vantarsene perché era in fondo la rappresentazione plastica della sua franchezza, astuzia e agilità politica.  Grazie alle quali egli aveva potuto sopravvivere alla cosiddetta prima Repubblica, dove era cresciuto all’ombra del potentissimo Ciriaco De Mita, e districarsi nella seconda come una volpe tra centrodestra e centrosinistra, tra gli alternativi Berlusconi e Prodi.

Mastella aveva reagito al proposito di Veltroni di liberarsi degli alleati minori irrompendo nell’ufficio di Prodi, a Palazzo Chigi, e dicendogli pressappoco così: “Dì a Veltroni che se ci vuole fottere, noi vi possiamo fottere prima”. Più esplicito non poteva certamente essere. E più opportuno, anche se sgradevole per gli effetti sulla moglie, non poteva rivelarsi dopo qualche mese l’iniziativa della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Che, pur riproponendo il conflitto tra giustizia e politica, consentì a Mastella di accelerare quanto meno la caduta del governo.

Quel merito che nessuno vuole riconoscere a Matteo Renzi

             Dall’alto del suo metro e ottanta centimetri, sempre avvolti in abiti stretti che li fanno apparire anche di più, Matteo Renzi potrebbe godersi lo spettacolo della ressa alla porta o sul tram, come preferite, di Mario Draghi. Che ha ottenuto l’incarico di presidente del Consiglio certamente dal capo dello Stato, giustamente geloso delle sue prerogative costituzionali, ma grazie anche a lui, che ne ha dato a Mattarella l’occasione con un bel po’ di spallate al secondo governo di Giuseppe Conte, pur dopo averne promosso la formazione nell’estate del 2019. Una cosa, questa, che adesso gli rinfacciano da opposti punti di vista i molti avversari e alcuni dei pochi amici rimastigli.

            Invece Renzi si diverte poco allo spettacolo prima della folla e poi della ressa attorno a Draghi perché, sorretto oggi dalla comprensione dello psicanalista Massimo Recalcati sulla Stampa,  lamenta  l’”odio” -ha detto- di cui è stato vittima nell’opera di liberazione dal presidente del Consiglio uscente. Cui pure -dice sempre lui- ha dato, durante l’esplorazione affidata da Sergio Mattarella al presidente grillino della Camera Roberto Fico, l’occasione di fare il tanto voluto terzo governo, sino a partecipare ai “tavoli” di Montecitorio per concordarne il programma.

            Niente da fare. Conte -si duole Renzi- ha continuato a farsi sostenere da alleati improvvidi, come i grillini e i piddini, che non gli volevano far fare un governo nuovo davvero, ma un semplice rimpasto di quello finalmente dimissionario, una volta fallita la rianimazione tentata nell’aula di Palazzo Madama con quella votazione di fiducia fermatasi a quota 156 sì. Ne occorrevano almeno cinque in più per dare la prima mano di asfalto sulla strada dell’annientamento di Renzi tracciata dai pretoriani di Conte. Che sognavano una maggioranza a prescindere dai renziani, o da quel che ne sarebbe rimasto con una più felice campagna di arruolamento, fra i banchi dell’opposizione e gli ex grillini, di “europeisti, volenterosi, responsabili” e quant’altro.

            Ora è Draghi che, con quella ressa davanti alla porta, potrebbe contare su una maggioranza a prescindere dai renziani, visto che sono pronti a partecipare al suo governo di “alto profilo”, dai banchi dell’ormai ex opposizione,  i leghisti di Matteo Salvini e i  forzisti di Silvio Berlusconi, oltre naturalmente ai “volenterosi” mobilitatisi inutilmente per un terzo governo Conte. Ma Draghi naturalmente non ha la minima intenzione di rifiutare la mano tesagli da Renzi praticamente senza condizioni.

            I renziani, anzi, sono quelli obiettivamente più affini alla storia e alla visione che l’ex presidente della Banca Centrale Europea ha dei problemi dell’Italia, a cominciare dalle varie emergenze -sanitaria, sociale ed economica- ricordate dal presidente della Repubblica prima di dargli l’incarico, spiegando le ragioni della impraticabilità, in questo momento, dello scioglimento anticipato delle Camere. Che in apertura della crisi era stato reclamato con curiosa sintonia dall’opposizione di centrodestra ancora formalmente unita e dai settori della maggioranza uscente col motto di “Conte o elezioni”, come quello di “Roma o morte” scolpito sul monumento di Garibaldi al Gianicolo. Cui deve essersi ispirato Goffredo Bettini, il segretario ombra del Pd al quale oggi Il Fatto Quotidiano –e chi sennò?- fa dare del “sicario” a Renzi lamentando che siano tutti i liberi i suoi “mandanti”.  

 

 

 

 

 

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Ormai a rischio movida gli incontri di Draghi per il nuovo governo

             Meno male che, europeo in tutto, Mario Draghi ha chiuso di sabato pomeriggio il primo giro delle consultazioni per la formazione del suo governo e fissato per lunedì pomeriggio l’apertura del secondo giro. Dato il “perimetro” ormai larghissimo della maggioranza che si è già delineato, in cui si ritroveranno grillini e leghisti, piddini e berlusconiani, con la sola Giorgia Meloni all’opposizione come una “sentinella” quale ha voluto dichiararsi, altri incontri di sabato sera e di domenica si sarebbero tradotti in assembramenti. E avrebbero fatto la fine delle piazze romane della movida chiuse per paura del “mucchio selvaggio”, come ha titolato il manifesto alludendo proprio al nuovo governo.

            Mi assicurano che anche nell’incontro a Montecitorio il “reggente” pentastellato Vito Crimi, accompagnato con gli altri colleghi dal “papà” del movimento Beppe Grillo, come da sfottò del vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX, ha assicurato “piena lealtà” a Draghi “se -ha poi ripetuto davanti alle telecamere- si formerà un nuovo governo”. E non si realizzerà quindi l’originario, improbabilissimo  sogno di Giuseppe Conte di essere rinviato alle Camere con la sua “magnifica” squadra di ministri. Mi assicurano anche che Draghi ha cortesemente sorriso conservando ben visibili le mani sul tavolo per non sembrare il solito scaramantico che si gratta sino a rompere il cavallo…dei pantaloni.

            Il treno di Draghi ha ormai tutte le carrozze prenotate, nonostante le riserve di Crimi, smentite da Grillo con la richiesta addirittura di un nuovo Ministero per “la transizione ecologica” da assegnare naturalmente al Movimento 5 Stelle. Vi saliranno infine -ci scommetto- anche quelli del Pd, che l’inconsolabile Goffredo Bettini non vorrebbe confusi o solo affiancati a Salvini, e cui perciò consiglia -stando ad alcuni retroscena- di astenersi. Eppure sarebbe quanto meno uno sgarbo, se non una rivolta, verso il presidente della Repubblica, dalla cui iniziativa nasce il governo Draghi con l’esplicito richiamo alla necessità di superare ogni “formula politica” di fronte alle varie emergenze del Paese.

            A questo punto Bettini, come sul verso della giustizia è già capitato a Piercamillo Davigo, può bene aspirare ad una collaborazione col Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che tra editoriale del suo direttore, titoli, fotomontaggi e vignette sta versando un misto di lacrime e di invettive sullo scenario politico delineatosi per la fine della crisi di governo. E anche per quella personale di Giuseppe Conte, che sembra avere già perduto il tanto vantato -proprio dal Fatto Quotidiano, oltre che da Massimo D’Alema- primato della popolarità.

           Del sorpasso di Draghi su Conte nel gradimento del pubblico ha appena scritto su Repubblica non Matteo Salvini ma l’autorevole sociologo Ilvo Diamanti procurando -temo- un’altra cocente delusione al presidente davvero uscente del Consiglio. Che, dal canto suo, pur rientrato ormai nelle fila grilline, partecipando alle riunioni di partito dopo avere accarezzato o minacciato, secondo i gusti, la formazione di un suo movimento, o lista, ha pensato ad una ritorsione pari all’altissima considerazione che ha di sé, e che altri preferiscono definire presunzione. In particolare, egli ha chiesto agli amici di non strattonarlo per farlo partecipare al nuovo governo, neppure come ministro degli Esteri, al posto dell’amico, concorrente e chissà cos’altro Luigi Di Maio.

 

 

 

 

 

 

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In pochi giorni dalla fila alla ressa davanti alla porta di Super Mario

             Formidabile quell’Altan, sulla prima pagina di Repubblica, che reclama in questi tempi di epidemia virale i distanziamenti sul tram affollato di Mario Draghi. Il povero Sergio Mattarella al Quirinale si sentirà un po’ in colpa per avere messo nella circolazione politica un mezzo così pericoloso per i contagi cui si espongono i passeggeri. Dalla fila, in effetti, si è passati in pochi giorni alla ressa lamentata in rosso dal Fatto Quotidiano davanti alla metaforica porta dell’ex presidente della Banca Centrale Europea. Che è stato incaricato di formare il nuovo governo al di fuori delle formule e degli schemi sperimentati in questa legislatura sempre più abbinabile a quel maggiolino matto del cinema per le strade di San Francisco.

            Un fotomontaggio del giornale diretto da Marco Travaglio con le immagini, a scalare da sinistra a destra, di Nicola Zingaretti, i due Mattei -Renzi e Salvini- e Silvio Berlusconi ha cercato di coprire di sarcasmo “il governo di alto profilo” affidato dal Quirinale alla sartoria, diciamo così, di Draghi. Ma per reticenza manca un attore in quel fotomontaggio: Beppe Grillo. Dal quale Travaglio deve essersi sentito pugnalato come Cesare da Bruto, pur ad età invertita, prima per la lunga telefonata col presidente incaricato, poi coll’improvviso viaggio a Roma per cercare di controllare di persona quell’inferno che è diventato il Movimento 5 Stelle e guidarne come “garante”, “elevato” e quant’altro la delegazione con la quale Draghi ha voluto chiudere il suo primo giro di incontri o consultazioni. E ciò nelle sale messegli a disposizione dal presidente, guarda caso grillino, della Camera Roberto Fico, della cui esplorazione Mattarella si è servito per archiviare l’aspirazione di Giuseppe Conte a formare un suo terzo governo, in meno di tre anni, quanti non ne sono ancora passati dalle elezioni del 2018.

            Ora Conte, per quanto resosi forse disponibile a entrare pure lui nel governo Draghi per continuare ad esserci, come ha promesso dietro al tavolino allestito in tutta fretta in Piazza Colonna, fra Palazzo Chigi e Montecitorio, fa bella mostra di sé fra le statuine in terracotta aggiornate durante la crisi da Genny Di Virgilio, l’artigiano dell’arte del presepe di via San Gregorio Armeno, nella Napoli di Fico. Per Conte il povero Travaglio aveva progetti più ambiziosi, e se ne sarà sentito tradito non meno che da Grillo, Vito Crimi, Luigi Di Maio e altri ancora votatisi ormai al “suicidio assistito”, che peraltro non mi sembra estraneo alla sensibilità del direttore del giornale sicuramente fra i più letti sotto le cinque stelle.

            Temo che Travaglio sia ormai in caduta immunitaria così libera da meritare la precedenza nella campagna di vaccinazione in corso antipandemica. Lo desumo dalla speranza che ha appena espresso che in un sussulto di dignità, coerenza e chissà cos’altro i grillini, convocati dalla solita piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio, facciano ancora in tempo a rifugiarsi almeno nell’astensione verso il governo Draghi e a proporre la nomina dell’ormai pensionato Piercamillo Davigo a ministro della Giustizia, visto che la conferma di Alfonso Bonafede è difficile anche da immaginare. Davigo, si sa, è quello che ritiene gli assolti, nei processi, soltanto scampati ad una più meritata condanna.  

 

 

 

 

 

 

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Berlusconi dalla Provenza ruba un pò la scena anche a Draghi

Figuriamoci se Silvio Berlusconi non si lasciava perdere l’occasione per partecipare in qualche modo alla festa del “suo” Mario Draghi. Al quale ha telefonato di persona per anticipargli l’appoggio che la delegazione forzista gli avrebbe espresso nelle ore successive e scusarsi del divieto impostogli da medici e familiari di muoversi dalla villa in Provenza. Dove la figlia Marina lo ha affettuosamente e metaforicamente chiuso a chiave per proteggerlo dal Covid.

Quel “suo” nasce dalla convinzione di Berlusconi di essere stato lui nel 2011, ancora presidente del Consiglio, a volere e saper portare Draghi alla presidenza della Banca Centrale Europea.

Certo, il curriculum già internazionale dell’allora governatore della Banca d’Italia era tanto consistente da rendere difficile alla Cancelleria di Berlino o all’Eliseo una resistenza oltre un certo limite alla candidatura avanzata da Berlusconi. Al quale i vertici comunitari, a dire il vero, guardavano ormai più con diffidenza che con simpatia, preferendo spesso interloquire direttamente col presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, sino a metterlo qualche volta in imbarazzo. Ma, per carità, non ditelo al Cavaliere, convinto di essere stato lui, e soltanto lui, l’artefice di quel trasferimento di Draghi a Francoforte.

Si sa che Berlusconi è tanto orgoglioso quanto geloso dei suoi successi e gli dà fastidio doverli condividere con altri. D’altronde, ai tempi della sua sostanziale defenestrazione da Palazzo Chigi, sempre in quel fatidico autunno del 2011, egli fece buon viso al cattivo gioco della crisi del suo ultimo governo di fronte al nome del successore: Mario Monti.  A proposito del quale Berlusconi  non perse un istante per vantarsi di averlo voluto, da presidente esordiente del Consiglio nel 1994, a rappresentare l’Italia con Emma Bonino nella Commissione Europea. Anche Monti era in qualche modo “suo”, e continuava ad esserlo anche dopo essere stato confermato a Bruxelles dai governi successivi, di segno politico opposto.

Fu tanto orgoglioso di dovergli cedere Palazzo Chigi che Berlusconi, contrariamente alla prassi, volle controfirmare personalmente il decreto del Presidente della Repubblica con cui Monti veniva nominato a senatore a vita per alti meriti prima di ottenere l’incarico di presidente del Consiglio. Così peraltro quel poco che era, ed è, rimasto dell’immunità parlamentare poteva in qualche modo mettere al riparo il capo del nuovo governo da qualche iniziativa avventata di un sostituto procuratore della Repubblica. E chi più di Berlusconi poteva capire e condividere una simile cautela?

Va detto che Monti non si mostrò per nulla imbarazzato da tanto calore. E si compiacque della decisione di Berlusconi di interrompere, diciamo così, l’alleanza con la Lega di Umberto Bossi pur di votargli la fiducia. Quella del Carroccio fu invece opposizione dura, alla quale tuttavia si convertì pure Berlusconi in vista delle elezioni ordinarie del 2013. Che il Cavaliere, col fiuto e l’ostinazione che gli riconoscono anche gli avversari, ritenne di poter vincere se affrontate con la Lega. E ci sarebbe riuscito se Monti, per una sostanziale ritorsione in nome della difesa della propria “agenda” politica, non fosse sceso in campo pure lui con un movimento che poi si dissolse come neve al sole nella nuova legislatura, non prima però di impedire -come poi egli stesso si sarebbe più volte vantato- una candidatura vincente di Berlusconi al Quirinale per la successione a Giorgio Napolitano. Che infatti, fallite le corse di Franco Marini e di Romano Prodi, entrambi azzoppati dai soliti “franchi tiratori” dello schieramento di appartenenza, fu confermato.

Lasciatemi esprimere con tutta franchezza la convinzione che Berlusconi, se fosse riuscito ad andare al Quirinale, difficilmente sarebbe finito dopo solo qualche mese in quella curiosa storia di un processo per frode fiscale celebrato in ultima istanza, quasi al limite della prescrizione, e conclusosi con la condanna del primo o fra i primi contribuenti italiani. Quello che è uscito proprio in questi giorni dai ricordi di Luca Palamara sugli intrecci fra magistratura e politica avvalora, a dir poco, la mia impressione.

Ma torniamo a Draghi e al suo governo, di cui si può dare ormai per scontato che nascerà con l’aiuto, a dir poco, di Berlusconi. Che è tornato d’altronde sulla scena già da  qualche tempo, se mai ne è stato davvero allontanato, col progressivo logoramento del secondo governo di Giuseppe Conte. E’ un Berlusconi di cui non si capacita -giustamente dal suo punto di vista- il pugnace Marco Travaglio. Che ieri sul Fatto Quotidiano, nervoso anche coi pentastellati refrattari ai suoi consigli e ormai prenotatisi, secondo lui, al “suicidio assistito”, si chiedeva se davvero Draghi e persino Beppe Grillo, con tanto di fotomontaggio, si apprestassero a “governare con lo Psiconano”. Che naturalmente è diventato nel testo dell’editoriale, non bastando il dileggio fisico, il solito “pregiudicato amico dei mafiosi”.

 

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Mario Draghi è già riuscito a scomporre tutti gli schieramenti politici

             Mario Draghi è riuscito già a scomporre così tanto gli schieramenti di questa diciottesima legislatura che a contrastarlo davvero sulla strada della formazione del nuovo governo, quello di “alto profilo” e svincolato dalle “formule” che gli ha chiesto il presidente della Repubblica, è rimasta la sola Giorgia Meloni nella rappresentazione sommaria, diciamo così, del vignettista Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera. Sommaria, perché mancano accanto alla Meloni quei grillini -non si può ancora sapere quanti esattamente- che resistono ancora alla svolta ordinata, autorizzata, suggerita, come preferite, da Beppe Grillo in persona, col supporto del presidente del Consiglio uscente Giuseppe Conte. Che è sceso in piazza a incoraggiare Draghi parlando dietro un tavolino, sullo sfondo di Montecitorio, che forse lo ha fatto scambiare da qualche passante per un venditore di pentole, o di microfoni.

            La svolta dei vertici pentastellati -fra i quali naturalmente Luigi Di Maio, che cerca di guadagnarsi sul terreno il pragmatismo andreottiano attribuitogli tempo fa con generosa intuizione dal direttore del Corriere Luciano Fontana- ha messo particolarmente in crisi Marco Travaglio. Che sul suo Fatto Quotidiano ha protestato contro “il suicidio assistito” degli amici in un editoriale che gli è venuto anche un pò sgrammaticato, con un “che” di troppo d’altronde comprensibile per lo stato d’animo nel quale lo ha scritto. Diavoli di amici, non hanno seguito il suo consiglio di opporre a Draghi quel “no cortese ma fermo” che sarebbe stato necessario almeno per salvare un po’ della faccia originaria, dopo tutte le giravolte seguite alle elezioni del 2018.

            Ancora più forte sul Fatto Quotidiano è stata la reazione del vignettista Riccardo Mannelli, che se l’è presa col presidente della Repubblica Sergio Mattarella scorgendo nell’incarico a Draghi tracce di golpismo, aggravate -temo per Mannelli- dalla fila che si è già creata davanti alla porta del presidente del Consiglio incaricato per salire a bordo del suo governo, secondo lo spietato titolo del manifesto. D’altronde solo gli sprovveduti, nelle condizioni in cui si trova un Paese stretto fra varie emergenze, potevano prevedere qualcosa di diverso da ciò che si sta verificando attorno alla decisione del capo dello Stato di ricorrere alla riserva maggiore della Repubblica. Che solo un pazzo avrebbe potuto lasciare inoperosa, dopo la storica presidenza della Banca Centrale Europea, nell’ufficio onorifico di governatore emerito della Banca d’Italia o nella lista dei consulenti, o quasi, del Papa come esponente della Pontificia Accademia delle scienze sociali.

            Tra gli effetti consolanti della chiamata di Draghi alla guida del governo, dove spero che saprà comporre nel giusto equilibrio scelte tecniche e politiche, guardando contemporaneamente alla concretezza dei problemi e all’immagine dei partiti destinati ad appoggiarlo in Parlamento, permettetemi di includere il ritorno del vegliardo Eugenio Scalfari all’interesse per la crisi. Dai cui sviluppi solo qualche giorno fa egli aveva preso a tal punto le distanze da scrivere con toccante sconforto della “fine del viaggio” che avvertiva avvicinandosi la sua 97.ma primavera. La chiamata di Draghi ha felicemente sorpreso pure lui, che si era accontentato di auspicare, prima della sconfortante visione della morte, il ricorso di Mattarella a Paolo Gentiloni, richiamandolo dalla Commissione Europea di Bruxelles. Egli ha ottenuto e visto ben di più.

 

 

 

 

 

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Salvate il soldato Casalino… nella debacle del secondo governo Conte

Vi prego di comprendere la mia debolezza -temo inguaribile alla mia età- di difendere lo sconfitto, piuttosto che di saltare sul carro del vincitore di turno, o addirittura del trionfatore, come potrebbe risultare alla fine di questa crisi di governo il prestigioso Mario Draghi.

Mi ha un po’ troppo insospettito il clima generale d’ironia o sarcasmo diffusosi attorno al portavoce del presidente del Consiglio dimissionario Giuseppe Conte. Mi riferisco naturalmente a Rocco Casalino, che non ho avuto la ventura di conoscere ma di cui vedo che non basta più lamentare il passato televisivo al “Grande fratello” e l’abitudine, che riconosco nociva per il suo capo, di usare il telefonino come una mezza clava per protestare contro giornalisti e altri ancora spintisi, ai suoi occhi, troppo in avanti con le critiche e gli attacchi al suo “principe” inteso in senso machiavellico.

Ebbene, pur con tutte le riserve che merita sempre un servizio troppo zelante, mi sento di difendere o comunque proteggere Casalino dall’accusa di avere da solo, o lui soprattutto, messo sulla cattiva strada il professore, avvocato e ormai presidente davvero uscente del Consiglio dei Ministri nella gestione prima della “verifica” della maggioranza, imposta da Matteo Renzi, e poi dello stato virtuale di crisi creatosi con le dimissioni delle due ministre renziane. Ma soprattutto con le motivazioni datene dal loro leader  in persona in una conferenza stampa da cavalleria rusticana.

Più che un politico, l’ex sindaco di Firenze, ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd sembrò quella sera, nell’aula messagli a disposizione dal presidente della Camera, il protagonista di un’edizione improvvisata della celebre opera del livornese -e quindi toscano pure lui- Pietro Mascagni, ambientata tuttavia in Sicilia.

A sentire i passaggi più urticanti di quella conferenza stampa, o a leggerne i resoconti, Conte reagì  a poche centinaia di metri di distanza, nel suo ufficio a Palazzo Chigi, proponendosi di non avere “mai più” rapporti con  l’ormai ex alleato, anzi di “asfaltarlo” al Senato con un bel po’ di parlamentari in uscita dalle opposizioni. Alcuni dei quali erano già in sosta nel purgatorio del gruppo misto, in attesa di altri con cui costituire una formazione buona a rendere superflui i voti sino ad allora determinanti dei renziani.

Ma le cose, si sa, sarebbero poi andate assai diversamente dalle speranze del presidente del Consiglio e dalle attese da lui create al Quirinale. Tutta colpa di Rocco Casalino, si è praticamente detto e scritto in questi giorni. Eh no, signori. Non facciamo Rocco, e i suoi fratelli, disponendo lui di un bel gruppo di collaboratori, più influente di quanto non possa essere stato su un avvocato e un professore non certo degli ultimi, per quanto approdato in politica per caso quasi tre anni fa. E subito in una posizione di rilievo come quella di capo del governo, dopo che i suoi sostenitori non lo avevano programmato per una postazione superiore a quella di un ministro della Funzione Pubblica.

Era già da tempo, prima ancora di quella conferenza stampa galeotta di Renzi, che Conte aveva allargato, diciamo così, il cerchio dei suoi interlocutori, assistenti, consiglieri e quant’altro. E aveva preso l’abitudine di pendere dalle labbra o dal cellulare, fra o sopra gli altri, di Goffredo Bettini. Che ad un certo punto era diventato nelle cronache giornalistiche, fra retroscena e interviste, un mezzo segretario ombra del Pd: il secondo partito della coalizione di governo e primo della sinistra certificata all’anagrafe politica.

Bettini prima aveva sognato la maggioranza giallorossa come un tavolo a tre  gambe, delle quali una costituita dai grillini, l’altra dalla sinistra e l’altra ancora da un Renzi incoraggiabile nel progetto di accorpare l’area tradizionalmente moderata e di centro. Ma poi, di fronte alle libertà presesi via via sempre di più da Renzi, lo aveva abbandonato al suo destino e incoraggiato Conte a studiare il modo di liberarsene definitivamente, anche a costo di rimanere con un impossibile tavolo a due gambe.

Persino Nicola Zingaretti, il segretario del Pd spesso infastidito dalla rappresentazione di Bettini come di un suo ispiratore, e poi -in una dichiarazione attribuitagli e mai smentita- dal credito che questi guadagnava sempre di più pur non avendo alcun incarico nel partito, essendo solo uno dei duecento e rotti esponenti della direzione, è sembrato alla fine arrendersi ad una realtà sfuggitagli di mano. Egli infatti ha  lasciato silenziosamente inserire Bettini negli immancabili articoli sul toto-ministri come un nuovo esponente di un  secondo governo Conte rimpastato o di un terzo.

Immagino come anche Bettini sia rimasto deluso, a dir poco, dalla piega presa dalla crisi e cerchi anche lui di consolarsi vedendo che a rimanere sulla graticola mediatica, accanto a Conte, è rimasto solo Casalino: il povero Casalino, consentitemi di aggiungere con uno spirito o un senso di solidarietà che magari l’interessato non gradirà neppure.

 

 

 

 

 

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