“Bugiardo”, “e tu farabutto”: le cortesie…. fra de Magistris e Mastella

Finita, bene o male,  ma forse più male che bene per lui, l’avventura di “medico” -quale si definì ironicamente- della crisi del secondo governo di Giuseppe Conte, cui cercò con l’aiuto della moglie e senatrice Alessandrina Lonardo di assicurare i voti necessari a sopravvivere alla rottura con Matteo Renzi, il sindaco di Benevento Clemente Mastella è tornato protagonista: questa volta in uno scontro televisivo al fulmicotone col collega di Napoli Luigi de Magistris.

Entrambi, collegati dall’esterno con lo studio di Massimo Giletti, su la 7, sono rimasti inchiodati con reciproci insulti alla loro esperienza non di amministratori delle due città campane ma, rispettivamente, di magistrato e di ministro della Giustizia. “Bugiardo”, ha gridato de Magistris a Mastella, che di rimando gli ha dato del “farabutto” ricordandogli che gli deve risarcire, per una causa perduta, danni che però debbono essere ancora quantificati da una Corte d’Appello. E’ la solita giustizia a singhiozzo.

I non addetti ai lavori debbono essere rimasti interdetti di fronte a tanta animosità immaginandoli ancora ai loro posti originari -ripeto, di magistrato e di guardasigilli- e deducendo la tossicità, a dir poco, dell’amministrazione della giustizia in Italia. Di cui peraltro gli spettatori nella stessa trasmissione avevano appena imparato a conoscere particolari non esaltanti ascoltando l’ospite Luca Palamara. Che è stato per anni un magistrato, diciamo così, potente guidando il sindacato delle toghe e partecipando ad un sistema perverso di nomine e persino di regìa dei processi a mezzadria con la politica. Ora che ne è rimasto vittima, radiato dalla magistratura in pendenza delle inchieste che lo hanno investito, condotte con l’arma letale delle intercettazioni a mezzo trojan, che trasformano il cellulare dell’indagato in una fornace, egli si è proposto di raccontare al pubblico ciò che i suoi ex colleghi -dice lui- da inquirenti non hanno voluto ascoltare per farne il capro espiatorio della lunga tresca tra giustizia e politica.

La colpa che de Magistris non perdona a Mastella è di avere manovrato al Ministero della Giustizia per disturbarne e fargli infine perdere un’indagine che riguardava anche l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi. Di cui pertanto Mastella volle difendere la posizione, al pari dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano in veste di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ma della sorte politica di Prodi il guardasigilli nel gennaio del 2008 non si preoccupò minimamente dimettendosi da ministro della Giustizia perché la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ne aveva fatto arrestare la moglie per un’indagine, praticamente, sul partito di famiglia.

Mastella, in verità, nega ancora che la crisi di governo, sopraggiunta di pochi giorni e conclusasi con lo scioglimento anticipato delle Camere, fosse stata causata dalle sue dimissioni da guardasigilli per solidarietà con la moglie e protesta contro il magistrato che se ne occupava. Il governo, sostiene Mastella, era già debole di suo per la eccessiva eterogeneità della maggioranza. Che andava in effetti dallo stesso Mastella ai nostalgici del comunismo tradito, secondo loro, dagli eredi del Pci pur di non rimanere travolti dalle macerie del muro di Berlino.

Se è per questo, debbo cordialmente ricordare a Mastella che quel governo Prodi -il secondo ed ultimo del professore emiliano- aveva cominciato a stargli stretto, anzi strettissimo, già da mesi: esattamente da quando i post-comunisti della formazione guidata da Piero Fassino e i post-democristiani ed altro ancora della formazione guidata da Francesco Rutelli col nome della margherita  si fusero nel Pd. Il cui primo segretario Walter Veltroni esordì rivendicando  orgogliosamente una vocazione “maggioritaria” che obiettivamente non prometteva nulla di buono, a dir poco, ai piccoli partiti come quello di Mastella.

Circolò in quei tempi, fra cronisti e retroscenisti, una storiella mai smentita dall’allora guardasigilli, che sembrò anzi vantarsene perché era in fondo la rappresentazione plastica della sua franchezza, astuzia e agilità politica.  Grazie alle quali egli aveva potuto sopravvivere alla cosiddetta prima Repubblica, dove era cresciuto all’ombra del potentissimo Ciriaco De Mita, e districarsi nella seconda come una volpe tra centrodestra e centrosinistra, tra gli alternativi Berlusconi e Prodi.

Mastella aveva reagito al proposito di Veltroni di liberarsi degli alleati minori irrompendo nell’ufficio di Prodi, a Palazzo Chigi, e dicendogli pressappoco così: “Dì a Veltroni che se ci vuole fottere, noi vi possiamo fottere prima”. Più esplicito non poteva certamente essere. E più opportuno, anche se sgradevole per gli effetti sulla moglie, non poteva rivelarsi dopo qualche mese l’iniziativa della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Che, pur riproponendo il conflitto tra giustizia e politica, consentì a Mastella di accelerare quanto meno la caduta del governo.

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