Paolo Armaroli ha scritto in cinque mesi due libri dai quali credo che non potranno prescindere gli storici di questa stranissima, diciottesima legislatura. Che tante sorprese ha già riservato nei suoi primi
tre anni di vita e chissà quante potrà ancora produrne nei due che le mancano
alla scadenza ordinaria, nel 2023, salvo naturalmente uno scioglimento anticipato nell’ultimo anno, dopo il mese di febbraio del 2022. Non prima, perché dalla prossima estate il capo dello Stato Sergio Mattarella entrando nell’ultimo semestre del suo settennato -semestre perciò definito “bianco”- non potrà avvalersi di quell’arma formidabile concessagli dall’articolo 88 della Costituzione. Che dice: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”.
“Riflessivo” come un costituzionalista e “curioso” come un giornalista, secondo le qualità riconosciutegli nella prefazione di questo secondo libro da Enzo Cheli, professore di diritto costituzionale, vice presidente emerito della Corte Costituzionale e accademico dei Lincei, Armaroli ha raccontato, spiegato, persino psicanalizzato in qualche modo la diciottesima legislatura focalizzando il suo binocolo metaforico sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Di cui ha scrutato prima i rapporti col presidente del Consiglio Giuseppe Conte -nel libro uscito in ottobre dell’anno scorso col titolo “Conte e Mattarella. Sul palcoscenico e dietro le quinte del Quirinale”- e ora quelli con Mario Draghi. Che, diversamente dal predecessore, non è arrivato a Palazzo Chigi quasi per caso, designato a sorpresa da grillini e leghisti che se n’erano riservati un controllo politico strettissimo attraverso i vice presidenti del Consiglio, rispettivamente, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Draghi no, è giunto a Palazzo Chigi su iniziativa diretta, direi personale, di Mattarella a conclusione di una crisi non a torto definita da qualcuno durante la sua lunga gestazione “la più pazza del mondo”: una crisi la cui soluzione, decisa dal capo dello Stato riflettendo e guardandosi “allo specchio”, come ha felicemente immaginato Armaroli, ha contribuito a segnare come più chiaramente non si poteva “la metamorfosi di una Repubblica”. Che è anche l’azzeccato sottotitolo del libro su cui troneggia, in copertina un “Effetto Draghi”.
Sul rapporto fra Mattarella e Draghi il professore Armaroli ha in qualche modo scommesso per sperare che dall’attuale, terza edizione o “fase” convulsa della Repubblica si passi alla quarta o si torni, se non al meglio
della prima, almeno alla seconda. Il cui merito, secondo Armaroli, è stato quello di avere fatto praticare col bipolarismo l’alternanza al governo fra il centrodestra e il centrosinistra, più in particolare fra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Anche se quest’ultimo, quando gli è toccato di andare a Palazzo Chigi ha saputo o potuto restarvi al massimo per due anni, sgambettato dagli alleati nel 1998 e nel 2008.
Pubblicato sul Dubbio
Ripreso da http://www.startmag.it il 21 marzo
vicaria Irene Tenagli e
Giuseppe Provenzano, Beppe per gli amici. Tutti, nonostante la giovane età di entrambi i nominati, l’una di 46 anni e l’altro di 38, si sono affrettati a spulciare le loro “provenienze”, appunto, per capire il nuovo corso del partito. E hanno attribuito la paternità politica della prima non so se più a Luca di Montezemolo o a Mario Monti, e del secondo a Emanuele Macaluso. Pochi si sono soffermati sulle loro posizioni di fronte ai problemi, per esempio, sociali ed economici che attanagliano il paese, specie nella morsa di una pandemia non ancora domata. Dopo la la quale, comunque, niente potrà rimanere o tornare come prima.
sull’ipotesi di un “ritorno a casa”, ha risposto, sornione, che non vorrebbe creare all’amico Enrico, che gli fu vice segretario al Nazareno, un altro
problema oltre a quelli che ha ereditato da Zingaretti. Ma poi, ricorrendo alle sue note e in fondo anche simpatiche iperboli amplificate dalle imitazioni di Maurizio Crozza, ha aggiunto: “A chi servirebbe una fusione di vertice? Non possiamo tirarci su per le stringhe delle scarpe da soli. Sarebbe un errore. Dove vanno soggetti troppo piccoli e deboli”, fra i quali il suo movimento “Articolo 1” inglobato nella sinistra dei liberi e uguali, “e un Pd che appare più respingente che attrattivo ?”, evidentemente anche dopo l’elezione del nuovo segretario.
che cosa Bersani è tornato a riproporre, come già nei giorni precedenti in alcuni salotti televisivi? La ricerca di un’altra, nuova “Cosa”, come Achille Occhetto da segretario chiamò la riedizione del Pci cercata dopo il crollo del muro di Berlino, cioè del comunismo.
davanti al monumento che ricorda in via Fani il sequestro di Aldo Moro, a 43 anni esatti dalla tragica operazione delle brigate rosse. Essa costò la vita subito ai cinque agenti della scorta, macellati dai proiettili, e dopo 55 giorni di prigionia allo stesso presidente della Dc.
campioni di Dna a più di 10 persone, tra le quali gli ex br toscani Giovanni Senzani e Paolo Baschieri”. Ancora Senzani, a 78 anni compiuti nello scorso mese di novembre, dei quali 17 trascorsi in carcere e 5 in libertà condizionata dopo essere stato condannato all’ergastolo per il sequestro e il delitto di Roberto Peci, fratello del
brigatista pentito Patrizio, e per il sequestro dell’assessore regionale democristiano in Campania Ciro Cirillo? Sì, ancora Senzani in questo giallo interminabile che è il caso Moro. Su cui ormai si è perso il conto, diciamo così, delle indagini e dei processi: un giallo ancora più giallo di quello che negli Stati Uniti porta il nome dello storico presidente Jhon Fitzgerald Kennedy, assassinato a Dallas il 22 novembre 1963.
altolocato, diciamo così, per imprese successive all’agguato di via Fani, il nome di Senzani ricorre ogni tanto anche in quella vicenda per impulsi soprattutto parlamentari.
soprattutto dopo che un magistrato del prestigio e dell’esperienza antiterroristica come Tindari Baglione aveva risposto pressappoco così, in quella commissione, alla domanda
se il rapimento di Moro dovesse essere attribuito più alla preparazione delle brigate rosse o alla impreparazione dello Stato: “Francamente non so, ma certo è che disponevamo dello stesso consulente”. E si riferiva appunto a Senzani, di cui egli si era occupato a Firenze proprio per fatti di terrorismo.
in qualche modo dei sospetti della commissione parlamentare auspicando un chiarimento del ruolo di Senzani nella vicenda Moro e raggiunto da una querela dell’interessato per diffamazione, aveva dovuto chiudere la causa col patteggiamento. Vi aveva contribuito un rifiuto pur amichevolmente oppostomi dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga di testimoniare sulla controversa circostanza di avere disposto come ministro dell’Interno di una consulenza pure di Senzani, appunto, nella gestione del sequestro Moro, fra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978.
contro quella linea non fosse pienamente consapevole di ciò che scriveva. Moro invece non difese sino all’ultimo soltanto la sua vita, ma anche le sue idee, la sua idea della politica. Ne fu convinto sin da allora, fra i pochi, il presidente della Repubblica Giovanni Leone predisponendosi a quella grazia ad una detenuta -Paola Besuschio- compresa nell’elenco dei 13 “prigionieri” con i quali i terroristi avevano proposto di scambiare l’ostaggio.
a caso al Cremlino il presidente Vladimir Putin per accreditare il vaccino scoperto in Russia e chiamato Sputnik in onore dello storico successo sovietico nella corsa allo spazio oltre la Terra, se lo fece iniettare pubblicamente fra i primi, se non per primo.
Donald Trump si fece iniettare il vaccino su cui aveva scommesso nella lotta al Covid. La democraticità degli Usa, nonostante l’assalto al Campidoglio e il suo sistema elettorale molto atipico, per cui un presidente può trovarsi eletto senza la maggioranza dei voti dei cittadini, è dimostrata proprio dal fatto che Trump non è più il presidente, essendo stato battuto dal suo rivale Joe Biden.
Sergio Mattarella, recandosi disciplinatamente di persona all’ospedale romano Spallanzani, si è vaccinato sulla soglia, diciamo così, degli 80 anni regolamentari, che compirà il 23 luglio prossimo. Il presidente del Consiglio ne ha compiuto solo 73 il 3 settembre scorso. Non parliamo poi, per la Francia, di Emmanuel Macron, che ha compiuto solo 43 anni nello scorso mese di dicembre.
di quel bravo….Figliuolo del generale di Corpo d’Armata degli alpini, ancora fresco di nomina a commissario straordinario dell’emergenza pandemica, per fare iniettare una dose di quel vaccino da medici e infermieri militari ad un Draghi disposto pure lui a saltare il turno nell’interesse superiore del Paese. Che lo stesso Draghi è stato chiamato a governare dal capo dello Stato con tanto di fiducia regolarmente concessagli poi dal Parlamento. Con un tale onere sulle spalle, il signor Presidente del Consiglio avrà pure il diritto e il dovere di cautelarsi e cautelarci.
sorpasso su Forza Italia con la conseguente assunzione della leadership del centrodestra, Salvini ha obbiettive difficoltà ad aggiornarsi, diciamo così, anche sui problemi sollevati dal nuovo segretario del Pd. Che egli considera né urgenti né condivisibili, anche se molti dei suoi elettori, specie al Nord, faticano a capire perché i compagni scuola con i quali i loro figli giocano e parlano in italiano, spesso pure in dialetto, non abbiano il diritto di aspirare alla cittadinanza italiana solo perché nati da immigrati.
a coinvolgere nel problema il governo sentendolo minacciato dal nuovo segretario del Pd, e dimenticando che il tema non è stato minimamente toccato nel programma esposto alle Camere dal nuovo presidente del Consiglio, per cui è stato lasciato alla sola valutazione o dialettica parlamentare.
telefonico aperto dal segretario uscente e dimissionario, 23 persone su cento preferivano ancora una conferma di Nicola Zingaretti, per quanto sapessero della dichiarata irreversibilità delle sue dimissioni. Diciotto risultavano preferire già Letta, 12 Dario Franceschini, 6 Stefano Bonaccini, il presidente della regione Emilia-Bologna contro la cui potenziale candidatura in un congresso anticipato si era forse mosso Zingaretti prendendolo di contropiede, 13 per altri. Ventotto, cioè la maggioranza relativa, risultavano sostanzialmente indifferenti, dividendosi tra il “non sa” e “non risponde”, nonostante il clima di emergenza creato, volente o nolente, da Zingaretti dimettendosi per denunciare, anzi per “vergognarsi” delle condizioni di un partito diviso in correnti solo per spartirsi poltrone e sgabelli.
ancora il risultato del sondaggio di Demos, quando dal suo quartiere di Testaccio è andato al vicino Ghetto per richiamarsi al recente monito della senatrice a vita Liliana Segre a non cadere nella tentazione dell’indifferenza, appunto.
Antonio Gramsci. Che ben prima della senatrice Segre, nel lontano 1917, aveva gridato dalle sponde comuniste il suo “odio” per gli indifferenti.
segreteria, e di scontato nuovo segretario, col ricordo di Enrico -pure lui- Berlinguer. Che è rimasto nel cuore della componente post-comunista del Pd e che fu certamente il teorizzatore del “compromesso storico” con la Dc, e l’ultimo interlocutore di Aldo Moro sino al tragico sequestro dello statista democristiano, ma prima del ritorno all’alternativa addirittura “morale” allo scudocrociato.
sviluppo del Paese
perché -ha praticamente spiegato- non potete immaginare quanti siano i mancati investimenti stranieri in Italia per la nostra giustizia lenta, incerta e perciò inefficiente. Sì, per carità, anche questo è vero, ma la prima cosa o il primo effetto che mi fa personalmente inorridire della giustizia inefficiente è l’offesa che arreca alla dignità e alla vita stessa della persona danneggiata. La giustizia non deve solo efficiente nei tempi ma anche, e prima ancora, giusta nelle decisioni, e severa con i magistrati che sbagliano.
ma una
lezione, forse la migliore che gli sia riuscita nel ruolo di professore datosi come una medicina, una terapia, dopo la cocente delusione politica procuratagli nel 2014 proprio dal Pd, appena conquistato come segretario da Matteo Renzi, con la rimozione del suo primo e unico governo. “Non è cattivo, ma non è capace”, disse impietosamente Renzi dell’allora presidente del Consiglio preparandone la decapitazione politica in una conversazione telefonica con l’amico generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi, intercettata non ricordo più con l’autorizzazione di quale ufficio giudiziario, tanto per darvi un altro elemento di valutazione dell’amministrazione della giustizia in Italia.
sopraggiunto alla “vergogna” avvertita e denunciata dall’ex segretario Nicola Zingaretti per la loro incontenibile
fame di “poltrone”, Enrico Letta è atteso alla prova del “nuovo Pd” -testuale- che ha promesso tornando alla politica dall’insegnamento esercitato a Parigi. Dove il suo dichiarato e compiaciuto sponsorizzatore Marc Lazar in una intervista a Repubblica ha raccontato che l’amico è davvero maturato, unendo alla competenza e a tante altre virtù anche quel tocco di decisionismo che occorre pure in politica. E della cui mancanza probabilmente profittò sette anni fa Renzi per disarcionarlo.
in prima persona al plurale, cioè “noi faremo, noi diremo, noi ci proponiano, eccetera eccetera, fra cui il voto ai sedicenni e la cittadinanza agli immigrati. Se sono
rose fioriranno, con le loro spine naturalmente. Sennò sarà una catastrofe, non so se più per il nuovo, ottavo segretario -come lo ha incoronato Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera- o per il Pd. Di cui davvero Enrico -il magico nome
ufficialmente da una rappresentazione devastante delle condizioni del partito. Che affidandosi a Enrico Letta si è in qualche modo imbavagliato da solo, e con un certo sollievo. Né c’è da sperare che a riempire il vuoto dell’Assemblea Nazionale possa essere la parola passata dal nuovo segretario ai circoli, in uno dei quali, il più vicino a casa sua, egli sé è già fatto vedere e fotografare senza alcun imbarazzo con una specie di richiamo festoso ai “cocci” che ha ereditati.
depistaggio, quale è stata, per esempio, attribuita a Zingaretti sul Foglio da Salvatore Merlo. Che ha forse incoraggiato Giuliano Ferrara a quell’intervento agrodolce in cui l’ex presidente del Consiglio è stato esortato a non sprecare l’autorità, il prestigio e quant’altro è riuscito a procurarsi nel suo dorato esilio parigino dopo essere stato defenestrato da Palazzo Chigi nel 2014.
che gli occorreva per preparare la propria candidatura alla segreteria nella prospettiva di un congresso anticipato. E portando Enrico Letta al vertice ha salvaguardato, anzi salvato, la propria incidenza nel partito, propostasi
annunciando di volere continuare ad esserci. E non senza far nulla, ma continuando a portare avanti la sua linea politica di alleanza praticamente ad ogni costo con i grillini. Che non a caso da presidente della regione Lazio l’ex segretario del Pd ha appena portato in giunta. Egli ha scommesso su un rapporto con le 5 Stelle, e con Giuseppe Conte come nuovo fiduciario di Beppe Grillo, che gli possa procurare vantaggi personali, diciamo così, nella prossima legislatura: Palazzo Chigi o dintorni. Un genio, questo Zingaretti, se i fatti naturalmente gli dovessero dare ragione, a dispetto dei sondaggi per ora avari col Pd.
nella nuova versione, approvata da Papa Francesco, della più celebre preghiera cristiana. Che è naturalmente il Padre nostro, al quale ora chiediamo di “non abbandonarci alla tentazione”, appunto, dopo avergli chiesto per tanto tempo di non tentarci direttamente Lui. “Non indurci in tentazione”, ricordate? Ancora si prega così in molte chiese, perché l’abitudine è dura a morire.
un po’ di sangue e merda”, ha tradotto oggi sul Foglio Giuliano
Ferrara avvertendo l’amico Enrico che “l’autorevolezza è meglio perderla che sprecarla”. Figuratevi, con quella
mascherina applicatagli sul sedere da Nico Pillinini, della Gazzetta del Mezzogiorno. O col vaccino AstraZeneca inoculatogli dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio tra le polemiche e le paure sulla sua efficacia.
lo hanno disarcionato non più tardi di sette, otto anni fa” da Palazzo Chigi, “per cui -aveva insistito l’ex direttore del Corriere della Sera- lui vede negli occhi tutte le persone che lo hanno tradito. Tutti, nessuno escluso”. L’unico che può risparmiarsi di vedere, perché se n’è andato dal partito per improvvisarne un altro, è Matteo Renzi. Che peraltro -aveva inferito Mieli- “tutti ora vogliono combattere” dopo averlo “sostenuto quasi unanimemente nel far fuori Letta” dalla guida del governo nel febbraio del 2014.
stessa Repubblica tuttavia, in un’altra pagina, sono risultate otto: quelle di Zingaretti, valutata attorno al 28 per cento, di Dario Franceschini attorno al 14, di Andrea Orlando altrettanto, di Gianni Cuperlo attorno al 7, di Matteo Orfini altrettanto, dell’ex renziano Lorenzo Guerini attorno all’11, di Graziano Delrio, anche lui ex renziano, attorno al 10 e di Anna Ascani attorno al 9. Perché sette allora, come ha scritto Ainis senza che nessuno lo avvisasse e correggesse dalla redazione? Perché forse il costituzionalista aveva scritto di sette perfidamente come plurale di setta.
alla guida di un Pd che un po’ da storico e un po’ da editorialista Paolo Mieli ha
appena definito “un partito divoratore di leader e adoratore del potere”. Per cui sembra appropriata la vignetta di Stefano Rolli, sul Secolo XIX, che praticamente suggerisce all’ex presidente del Consiglio di assumere subito quanto meno “un assaggiatore”, non essendo stato ancora scoperto e tanto meno prodotto un vaccino anche per gli avvelenamenti, oltre che per il Covid.
Fanfani, e quello più recente che si chiama naturalmente Matteo Renzi, caduto e risorto più volte negli ultimi sei anni: dalla sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale nel 2016 alla conferma a segretario del Pd l’anno dopo, dalla sconfitta elettorale nel 2018 anche come segretario del partito alla ricomparsa come regista, l’anno dopo. del secondo governo di Giuseppe Conte, salvo abbatterlo poi per spianare la strada di Palazzo Chigi a Mario Draghi.
in “maschio” nella vignetta di Sergio Staino sulla Stampa dalla figlia del mitico Bobo, sentendosi
però rispondere dal padre che Enrico Letta “ha tanta femminilità dentro…tanta, credimi, tantissima”. Quelli del Foglio invece sono stati attratti dalle lenti dell’interessato per definire “il partito degli occhialini” quello che
egli potrebbe costruire attorno a sé, fra “giuristi, economisti, giovani”, sempre che naturalmente i “divoratori” -per dirla con Paolo Mieli- gliene lasceranno il tempo.
prima pagina: “Enrico Letta è rientrato in Italia dopo l’invito a diventare il nuovo segretario del Pd. Imbarazzo nel partito: intendevano Gianni Letta”. Già, perché in quel giornale sono convinti che, prima di dimettersi forse per pentimento, Zingaretti abbia lasciato fare a Mario Draghi un governo su misura per Berlusconi, oltre che per Matteo Salvini. L’ultima prova sarebbe la decisione appena presa