La scommessa di Paolo Armaroli sull’effetto Draghi a Palazzo Chigi

Paolo Armaroli ha scritto in cinque mesi due libri dai quali credo che non potranno prescindere gli storici di questa stranissima, diciottesima legislatura. Che tante sorprese ha già riservato nei suoi primi tre anni di vita e chissà quante potrà ancora produrne nei due che le mancano alla scadenza ordinaria, nel 2023, salvo naturalmente uno scioglimento anticipato nell’ultimo anno, dopo il mese di febbraio del 2022. Non prima, perché dalla prossima estate il capo dello Stato Sergio Mattarella entrando nell’ultimo semestre del suo settennato -semestre perciò definito “bianco”- non potrà avvalersi di quell’arma formidabile concessagli dall’articolo 88 della Costituzione. Che dice: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse”.

“Riflessivo” come un costituzionalista e “curioso” come un giornalista, secondo le qualità riconosciutegli nella prefazione di questo secondo libro da Enzo Cheli, professore di diritto costituzionale, vice presidente emerito della Corte Costituzionale e accademico dei Lincei,  Armaroli ha raccontato, spiegato, persino psicanalizzato in qualche modo la diciottesima legislatura focalizzando il suo binocolo metaforico sul presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Di cui ha scrutato prima i rapporti col presidente del Consiglio Giuseppe Conte -nel libro uscito in ottobre dell’anno scorso col titolo “Conte e Mattarella. Sul palcoscenico e dietro le quinte del Quirinale”- e ora quelli con Mario Draghi. Che, diversamente dal predecessore, non è arrivato a Palazzo Chigi quasi per caso, designato  a sorpresa da grillini e leghisti che se n’erano riservati un controllo politico strettissimo attraverso i vice presidenti del Consiglio, rispettivamente, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Draghi no, è giunto a Palazzo Chigi su iniziativa diretta, direi personale, di Mattarella a conclusione di una crisi non a torto definita da qualcuno durante la sua lunga gestazione “la più pazza del mondo”: una crisi la cui soluzione, decisa dal capo dello Stato riflettendo e guardandosi “allo   specchio”, come ha felicemente immaginato Armaroli, ha contribuito a segnare come più chiaramente non si poteva “la metamorfosi di una Repubblica”. Che è anche l’azzeccato sottotitolo del libro su cui troneggia, in copertina un “Effetto Draghi”.

Sul rapporto fra Mattarella e Draghi il professore Armaroli ha in qualche modo scommesso per sperare che dall’attuale, terza edizione o “fase” convulsa della Repubblica si passi alla quarta o si torni, se non al meglio della prima, almeno alla seconda. Il cui merito, secondo Armaroli, è stato quello di avere fatto praticare col bipolarismo l’alternanza al governo fra il centrodestra e il centrosinistra, più in particolare fra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Anche se quest’ultimo, quando gli è toccato di andare a Palazzo Chigi ha saputo o potuto restarvi al massimo per due anni, sgambettato dagli alleati nel 1998 e nel 2008.

 

 

 

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Ripreso da http://www.startmag.it il 21 marzo

Enrico Letta alla difficile ricerca di un vaccino per il suo Pd

            In attesa che riprendano le vaccinazioni anti-Covid anche con AstraZeneca, il nuovo segretario Enrico Letta cerca un altro vaccino per mettere il Pd finalmente al riparo dal virus che ne insidia la salute sin dalla nascita, nel 2007. Che non è, o non è solo il virus delle correnti poltroniste, o poltronare, denunciato da Nicola Zingaretti dimettendosi all’improvviso da segretario addirittura per la “vergogna” avvertita di fronte alle condizioni di vita al Nazareno. E’ un virus identitario, prodotto dal sostanziale rifiuto di tutte le componenti di quel partito di guardare davvero in avanti, e non solo all’indietro, cioè alle loro provenienze, prevalentemente comunista e democristiana di sinistra, ma con venature anche liberali e ambientaliste.

            L’abitudine di guardare più indietro che avanti si è avvertita anche nelle generali reazioni alla scelta, appena compiuta dal nuovo segretario, dei due vice. Che sono, in ordine di galanteria e di gradi, la vicaria Irene Tenagli e Giuseppe Provenzano, Beppe per gli amici. Tutti, nonostante la giovane età di entrambi i nominati, l’una di 46 anni e l’altro di 38, si sono affrettati a spulciare le loro “provenienze”, appunto, per capire il nuovo corso del partito. E hanno attribuito la paternità politica della prima non so se più a Luca  di Montezemolo o a Mario Monti, e del secondo a Emanuele Macaluso. Pochi si sono soffermati sulle loro posizioni di fronte ai problemi, per esempio, sociali ed economici che attanagliano il paese, specie nella morsa di una pandemia non ancora domata. Dopo la la quale, comunque, niente potrà rimanere o tornare come prima.

            E’ attratto più dal passato che dal futuro anche chi a sinistra, fuori dal Pd da un po’ di tempo pur avendolo guidato, reclama novità come Pier Luigi Bersani. Che, intervistato da un giornalista di Repubblica sull’ipotesi di un “ritorno a casa”, ha risposto, sornione, che non vorrebbe creare all’amico Enrico, che gli fu vice segretario al Nazareno, un altro problema oltre a quelli che ha ereditato da Zingaretti. Ma poi, ricorrendo alle sue note e in fondo anche simpatiche iperboli amplificate dalle imitazioni di Maurizio Crozza, ha aggiunto: “A chi servirebbe una fusione di vertice? Non possiamo tirarci su per le stringhe delle scarpe da soli. Sarebbe un errore. Dove vanno soggetti troppo piccoli e deboli”, fra i quali il suo movimento “Articolo 1” inglobato nella sinistra dei liberi e uguali, “e un Pd che appare più respingente che attrattivo ?”, evidentemente anche dopo l’elezione del nuovo segretario.

            Ebbene, per non rischiare di impiccarsi, diciamo così, ai lacci delle sue scarpe, se ne usa appunto con le stringhe e non preferisce i mocassini, sapete che cosa Bersani è tornato a riproporre, come già nei giorni precedenti in alcuni salotti televisivi? La ricerca di un’altra, nuova “Cosa”, come Achille Occhetto da segretario chiamò la riedizione del Pci cercata dopo il crollo del muro di Berlino, cioè del comunismo.

           Benedetto Bersani, peraltro autore di quella famosa visione del partito come di una “ditta”, siamo ancora e sempre a quel punto? Ecco una domanda che penso si sia posto in silenzio anche Enrico Letta leggendo sui giornali e sentendo in televisione proposte, considerazioni, battute e quant’altro del suo amico Pier Luigi.

 

 

 

 

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Il buco sempre nero del sequestro Moro e quel nome ricorrente di Senzani

La notizia si trova come incidentale nella didascalia della foto di Sergio Mattarella, pubblicata a pagina 15 del Corriere della Sera, in raccoglimento davanti al monumento che ricorda in via Fani il sequestro di Aldo Moro, a 43 anni esatti dalla tragica operazione delle brigate rosse. Essa costò la vita subito ai cinque agenti della scorta, macellati dai proiettili, e dopo 55 giorni di prigionia allo stesso presidente della Dc.

“Intanto -si legge testualmente nella didascalia- nell’ambito di una nuova inchiesta della Procura di Roma sono stati prelevati campioni di Dna a più di 10 persone, tra le quali gli ex br toscani Giovanni Senzani e Paolo Baschieri”. Ancora Senzani, a 78 anni compiuti nello scorso mese di novembre, dei quali 17 trascorsi in carcere e 5 in libertà condizionata dopo essere stato condannato all’ergastolo per il sequestro e il delitto di Roberto Peci, fratello del brigatista pentito Patrizio, e per il sequestro dell’assessore regionale democristiano in Campania Ciro Cirillo? Sì, ancora Senzani in questo giallo interminabile che è il caso Moro. Su cui ormai si è perso il conto, diciamo così, delle indagini e dei processi: un giallo ancora più giallo di quello che negli Stati Uniti porta il nome dello storico presidente Jhon Fitzgerald Kennedy, assassinato a Dallas il 22 novembre 1963.

La notizia di quel clamoroso attentato soprese il povero Moro mentre trattava con i socialisti a Roma la formazione del suo primo governo di centrosinistra “organico”, cioè con la partecipazione dei socialisti sino ad allora impegnatisi solo a sostenere dall’esterno governi propedeutici a quella svolta. Ricordo ancora nitidamente, all’arrivo di quella notizia, il volto terreo di Moro, che certo non poteva neppure immaginare di dover pagare così tragicamente anche lui il suo  impegno politico dopo 15 anni.

Pur estraneo giudiziariamente al sequestro e alla fine spietata di Moro, essendo stato condannato come terrorista altolocato, diciamo così, per imprese successive all’agguato di via Fani, il nome di Senzani ricorre ogni tanto anche in quella vicenda per impulsi soprattutto parlamentari.

Fu un’indagine parlamentare sul caso Moro, appunto, in particolare da parte della commissione bicamerale sulle stragi presieduta da Giovanni Pellegrino, che ripropose il coinvolgimento di Senzani anche in quel sequestro. E ciò soprattutto dopo che un magistrato del prestigio e dell’esperienza antiterroristica come Tindari Baglione aveva risposto pressappoco così, in quella commissione, alla domanda se il rapimento di Moro dovesse essere attribuito più alla preparazione delle brigate rosse o alla impreparazione dello Stato: “Francamente non so, ma certo è che disponevamo dello stesso consulente”. E si riferiva appunto a Senzani, di cui egli si era occupato a Firenze proprio per fatti di terrorismo.

La commissione Pellegrino al termine dei lavori mandò le sue valutazioni e quant’altro alla Procura di Roma perché indagasse. Ma l’iniziativa si concluse, peraltro nei lunghi tempi consentiti dalla legge per questo tipo di indagini, con l’archiviazione. Intanto chi, come me, fattosi carico in qualche modo dei sospetti della commissione parlamentare auspicando un chiarimento del ruolo di Senzani nella vicenda Moro e raggiunto da una querela dell’interessato per diffamazione, aveva dovuto chiudere la causa col patteggiamento. Vi aveva contribuito un rifiuto pur amichevolmente oppostomi dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga di testimoniare sulla controversa circostanza di avere disposto  come  ministro dell’Interno di una consulenza pure di Senzani, appunto, nella gestione del sequestro Moro, fra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978.

Dopo la commissione Pellegrino, sciolta nel 2001, intervenne sul caso Moro la commissione d’inchiesta parlamentare presieduta fra il 2014 e il 2017 da Giuseppe Fioroni, dove tornò come un fantasma ad essere evocata la figura di Senzani e furono elaborate ipotesi, tesi e quant’altro finite anch’esse all’esame della Procura di Roma. Nell’”ambito” delle cui indagini, come si legge nella didascalia della foto di Mattarella in via Fani sul Corriere della Sera, si deve presumere che siano stati eseguiti i prelievi di campioni di Dna a più di 10 persone, tra le quali appunto Senzani.  Ma fra le quali, secondo una ricostruzione dell’Huffington Post, si cercano anche sette partecipanti al sequestro, di nazionalità pure tedesca, sfuggiti alle pur tante e complesse indagini condotte in sede giudiziaria da quel dannato 16 marzo 1978, e alle ricostruzioni dei fatti da parte dei terroristi processati. Si riuscirà a venirne una buona volta a capo davvero? A saperlo….

Di certo c’è solo, o soprattutto, nella tragica vicenda del sequestro Moro che quanto più è passato il tempo più sono cresciuti i dubbi: non foss’altro quelli di carattere tutto politico, se non lo vogliamo definire morale, su uno dei due pilastri della cosiddetta linea della fermezza: da una parte la sicurezza dello Stato, certo, dall’altra la convinzione che Moro nelle sue lettere e nei suoi appelli dalla prigione “del popolo” contro quella linea non fosse pienamente consapevole di ciò che scriveva. Moro invece non difese sino all’ultimo soltanto la sua vita, ma anche le sue idee, la sua idea della politica. Ne fu convinto sin da allora, fra i pochi, il presidente della Repubblica Giovanni Leone predisponendosi a quella grazia ad una detenuta -Paola Besuschio- compresa nell’elenco dei 13 “prigionieri” con i quali i terroristi avevano proposto di scambiare l’ostaggio.

Leone non ebbe purtroppo il tempo di firmare la grazia perché i terroristi, evidentemente tanto informati quanto decisi a non di dividersi ancora sulla scelta della tragica soluzione finale del sequestro, affrettarono l’esecuzione della loro sciagurata sentenza di morte.  E Leone -circostanza inquietante non meno di tutto il resto della vicenda- fu costretto poi a chiudere in anticipo con le proprie dimissioni il mandato al Quirinale.

 

 

 

 

 

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Se Macron e Draghi si facessero vaccinare con AstraZeneca….

             Se davvero l’AstraZeneca, il vaccino anti-Covid sospeso anche in Italia in attesa delle valutazioni sui decessi intervenuti dopo alcune somministrazioni, rischia di diventare per l’Europa “il cigno nero”, evocato da qualcuno perché ha praticamente messo in crisi la campagna di prevenzione seminando sfiducia, c’è un solo modo -diciamo la verità- perché riescano nel loro proposito i due leader comunitari accordatisi sulla ripresa delle somministrazioni subito dopo il via libera atteso per domani dall’Ema, l’agenzia competente per la valutazione scientifica del problema. Mi riferisco naturalmente al presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e al presidente del Consiglio italiano Mario Draghi.

             Proprio loro dovrebbero essere i primi a incoraggiare i loro connazionali facendosi iniettare quel vaccino. E’ inutile girarci intorno. Questo è il primo problema di cosiddetta comunicazione. Non a caso al Cremlino il presidente Vladimir Putin per accreditare il vaccino scoperto in Russia e chiamato Sputnik in onore dello storico successo sovietico nella corsa allo spazio oltre la Terra, se lo fece iniettare pubblicamente fra i primi, se non per primo.  

            Non mi si venga a dire, per cortesia, che il discorso non vale perché il tasso democratico della Russia è dubbio. Dovremmo allora dire lo stesso del tasso democratico degli Stati Uniti, dove l’allora presidente Donald Trump si fece iniettare il vaccino su cui aveva scommesso nella lotta al Covid. La democraticità degli Usa, nonostante l’assalto al Campidoglio e il suo sistema elettorale molto atipico, per cui un presidente può trovarsi eletto senza la maggioranza dei voti dei cittadini, è dimostrata proprio dal fatto che Trump non è più il presidente, essendo stato battuto dal suo rivale Joe Biden.

            Contro l’ipotesi di una vaccinazione di Macron e di Draghi con l’AstraZeneca come esempio per i loro connazionali e, più in generale, per gli europei minacciati -ripeto- dal presunto “cigno nero”, gioca la solita trappola demagogica -demagogica almeno quanto la stessa ipotesi dell’esempio- di cui sono capaci di rimanere intrappolati non solo i populisti ma anche gli antipopulisti. E’ la trappola paradossale del “ciascuno aspetti il suo turno”, a dispetto anche del buon senso.

            Proprio Draghi ha recentemente indicato come esempio lo scrupolo col quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, recandosi disciplinatamente di persona all’ospedale romano Spallanzani, si è vaccinato sulla soglia, diciamo così, degli 80 anni regolamentari, che compirà il 23 luglio prossimo. Il presidente del Consiglio ne ha compiuto solo 73 il 3 settembre scorso. Non parliamo poi, per la Francia, di Emmanuel Macron, che ha compiuto solo 43 anni nello scorso mese di dicembre.

            Senza volere improvvisare un’edizione speciale di “Scherzi a parte”, mi verrebbe voglia di auspicare, una volta sbloccata la praticabilità dell’AstraZeneca, una corsa a Palazzo Chigi di quel bravo….Figliuolo del generale di Corpo d’Armata degli alpini, ancora fresco di nomina a commissario straordinario dell’emergenza pandemica, per fare iniettare una dose di quel vaccino da medici e infermieri militari  ad un Draghi disposto pure lui a saltare il turno nell’interesse superiore del Paese.  Che lo stesso Draghi è stato chiamato a governare dal capo dello Stato con tanto di fiducia regolarmente concessagli poi dal Parlamento. Con un tale onere sulle spalle, il signor Presidente del Consiglio avrà pure il diritto e il dovere di cautelarsi e cautelarci.

 

 

 

 

 

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Salvini cerca maldestramente di mettere Enrico Letta contro Mario Draghi

               Può essere comprensibile -conoscendo i problemi di linea che ha partecipando ad un governo anche col Pd, oltre che con i ritrovati alleati, per diversi aspetti, di Forza Italia e 5 Stelle- il fastidio politico e forse anche fisico del leader leghista Matteo Salvini per i temi del voto ai sedicenni e soprattutto della cittadinanza agli immigrati riproposti da Enrico Letta nel discorso che gli ha procurato l’elezione alla quasi unanimità al vertice del partito del Nazareno.

            Già costretto dagli oggettivi cambiamenti solidaristici intervenuti nell’Unione Europea con le varie emergenze provocate dalla pandemia, dalla pressione esercitata nel suo partito da Giancarlo Giorgetti e dall’elettorato del Nord produttivo ad annacquare, quanto meno, il cosiddetto sovranismo anticomunitario cavalcato nella campagna elettorale del 2018, e fruttatogli peraltro il sorpasso su Forza Italia con la conseguente assunzione della leadership del centrodestra, Salvini ha obbiettive difficoltà ad aggiornarsi, diciamo così, anche sui problemi sollevati dal nuovo segretario del Pd. Che egli considera né urgenti né condivisibili, anche se molti dei suoi elettori, specie al Nord, faticano a capire perché  i compagni scuola con i quali i loro figli giocano e parlano in italiano, spesso pure in dialetto, non abbiano il diritto di aspirare alla cittadinanza italiana solo perché nati da immigrati.

            Mah, vedremo di quanto altro tempo avrà bisogno Salvini per riflettere meglio o di più su questo problema. Ma egli commette comunque un errore politico a coinvolgere il governo di Mario Draghi in questo tema accusando Letta di averne praticamente compromesso la stabilità, cioè la sopravvivenza, nel momento in cui ha sollevato o riproposto la questione. Non va infatti dimenticato che questa del cosiddetto ius soli, che sarebbe meglio comunque chiamare ius culturae, com’è perché la cittadinanza è collegata all’integrazione culturale, appunto, e non solo al posto in cui si nasce, è una vecchia istanza del Pd e, più in generale, della sinistra.

            Più che Enrico Letta nel sollevarlo, o risollevarlo, è Salvini a coinvolgere nel problema il governo sentendolo minacciato dal nuovo segretario del Pd, e dimenticando che il tema non è stato minimamente toccato nel programma esposto alle Camere dal nuovo presidente del Consiglio, per cui è stato lasciato alla sola valutazione o dialettica parlamentare.

            E’ lui insomma, Salvini, a pestare in qualche modo i piedi a Mario Draghi, più o prima ancora del nuovo segretario del Pd. E lo fa in un momento assai delicato, anzi difficile per il governo a causa delle complicazioni -vogliamo chiamarle almeno così?- sorte sulla strada delle emergenze dalle quali esso è nato, dopo i limiti dimostrati dal secondo governo di Giuseppe Conte. Che ora è alle prese esclusive o assorbenti -secondo me fortunatamente anche per le sorti della nuova segreteria del Pd- non più con quelle emergenze ma col caos del movimento di cui Beppe Grillo gli ha consegnato le chiavi. Chiavi tuttavia -tanto perché il caos resti tale, se non per aggravarlo ulteriormente- nuove e perciò non adatte ad aprire le vecchie serrature. Delle quali non a caso l’ex presidente del Consiglio si è riservato di studiare e verificare gli ingranaggi, forse scoprendoli più rovinati del previsto, se mai sono stati davvero in ordine.  

 

 

 

 

 

 

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Eppure un terzo del Pd è indifferente al cambiamento del segretario

Senza volere entrare nel contenuto del discorso programmatico e, insieme, di insediamento  pronunciato da Enrico Letta all’Assemblea Nazionale, preferendo attenderlo alla prova dei fatti, a cominciare dal “nuovo Pd” che egli ha promesso, consentitemi di soffermarmi su un sondaggio della Demos effettuato per la Repubblica, alla vigilia della scelta del nuovo segretario, fra gli elettori del Pd, comprensivi -credo-dei militanti.

A candidatura praticamente già annunciata di Letta, sbarcato l’11 marzo a Fiumicino da Parigi dopo giorni di corteggiamento telefonico aperto dal segretario uscente e dimissionario, 23 persone su cento preferivano ancora una conferma di Nicola Zingaretti, per quanto sapessero della dichiarata irreversibilità delle sue dimissioni. Diciotto risultavano preferire già Letta, 12 Dario Franceschini, 6 Stefano Bonaccini, il presidente della regione Emilia-Bologna contro la cui potenziale candidatura in un congresso anticipato si era forse mosso Zingaretti prendendolo di contropiede, 13 per altri. Ventotto, cioè la maggioranza relativa, risultavano sostanzialmente indifferenti, dividendosi tra il “non sa” e “non risponde”, nonostante il clima di emergenza creato, volente o nolente, da Zingaretti dimettendosi per denunciare, anzi per “vergognarsi” delle condizioni di un partito diviso in correnti solo per spartirsi poltrone e sgabelli.

Ecco, una maggioranza di indifferenti è quella che, a mio avviso, segna di più la crisi del Pd e costituisce la realtà che più deve temere il nuovo segretario. Che, d’altronde, ha mostrato di esserne consapevole, pur non conoscendo ancora il risultato del sondaggio di Demos, quando dal suo quartiere di Testaccio è andato al vicino Ghetto per richiamarsi al recente monito della senatrice a vita Liliana Segre a non cadere nella tentazione dell’indifferenza, appunto.

Capisco il pudore politico, diciamo così, del cattolico e post-democristiano Enrico Letta nel richiamarsi alla celebre superstite della Shoah piuttosto che ad Antonio Gramsci. Che ben prima della senatrice Segre, nel lontano 1917, aveva gridato dalle sponde comuniste il suo “odio” per gli indifferenti.

Alle radici comuniste, e non solo democristiane, del Pd di cui si accingeva ad assumere la guida Enrico Letta aveva forse già deciso, e preferito, dare un riconoscimento  nel suo discorso da candidato alla segreteria, e di scontato nuovo segretario, col ricordo di Enrico -pure lui- Berlinguer. Che è rimasto nel cuore della componente post-comunista del Pd e che fu certamente il teorizzatore del “compromesso storico” con la Dc, e l’ultimo interlocutore di Aldo Moro sino al tragico sequestro dello statista democristiano, ma prima del ritorno all’alternativa addirittura “morale” allo scudocrociato.

Da avveduto e colto politico, nel contrasto alla indifferenza Letta ha preferito la senatrice Segre a Gramsci per non esagerare nella valutazione o rivalutazione della parte o dell’anima comunista o post-comunista di quel partito complesso come il Pd, su cui pesa come una maledizione il giudizio che ne diede subito, alle prime difficoltà, uno spietato Massimo D’Alema parlandone come di “un amalgama mal riuscito”. Di cui hanno fatto le spese già sette segretari in meno di 14 anni.

A complicare i problemi di un partito già frutto della fusione più o meno fredda fra i resti di due formazioni politiche a lungo contrapposte, e non solo concorrenti, come lo furono invece nella breve pausa o tregua della già accennata “solidarietà nazionale”, all’epoca del terzo e quarto governo di Giulio Andreotti, entrambi monocolori democristiani appoggiati esternamente dal Pci, fra il 1976 e il mese di gennaio del 1979; a complicare, dicevo, i problemi del Pd sono intervenuti dall’estate del 2019 i rapporti di alleanza col MoVimento 5 Stelle. Il cui esordio parlamentare nel 2013 fu salutato dall’allora vice segretario del Pd Enrico Letta con enorme preoccupazione, diversamente dalle aperture o speranze del segretario del partito Pier Luigi Bersani. Che si incaponì sino a tentare la formazione del famoso “governo di minoranza e combattimento”, fallita non so ancora, francamente, se più per la immaturità dei pentastellati, recentemente lamentata dallo stesso Bersani, o per la fermezza dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Fu quest’ultimo, una volta rieletto al Quirinale per il naufragio delle candidature di Franco Marini e di Romano Prodi, a togliere a Bersani l’incarico, anzi il pre-incarico, di presidente del Consiglio e ad aprire la strada al governo di Enrico Letta. Che nacque di “larghe intese” con Silvio Berlusconi poi ristrettesi ai “diversamente berlusconiani” di Angelino Alfano, una volta rimosso dal Senato e spinto il Cavaliere all’opposizione per la condanna definitiva per frode fiscale. Sopraggiunse infine la ruspa del rottamatore e quant’altro Matteo Renzi. Che in quell’operazione fu aiutato proprio da Berlusconi, ricevuto in pompa magna al Nazareno come interlocutore privilegiato sul terreno delle riforme costituzionali ,ma alla fine perso per strada nell’operazione Mattarella al Quirinale.

 

 

 

 

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Ripreso da http://www.startmag.it il 20 marzo

In attesa del “nuovo Pd” promesso dall’ottavo segretario Enrico Letta

            Non un aggettivo, un sostantivo, un congiuntivo fuori posto. Non un concetto astruso: magari non condivisibile ma chiaro, come quello sulla giustizia. Di cui Enrico Letta, nel discorso di candidatura e insieme anche di investitura a segretario del Pd, ha reclamato l’efficienza solo come garanzia dello sviluppo del Paese perché -ha praticamente spiegato- non potete immaginare quanti siano i mancati investimenti stranieri in Italia per la nostra giustizia lenta, incerta e perciò inefficiente. Sì, per carità, anche questo è vero, ma la prima cosa o il primo effetto che mi fa personalmente inorridire della giustizia inefficiente è l’offesa che arreca alla dignità e alla vita stessa della persona danneggiata. La giustizia non deve solo efficiente nei tempi ma anche, e prima ancora, giusta nelle decisioni, e severa con i magistrati che sbagliano.

            Ma torniamo agli aspetti più generali, al tono, allo stile del discorso insieme programmatico e d’investitura del nuovo segretario del Pd, eletto con la sostanziale e prevista unanimità di 860 voti, 2 soli contrari e 4 astensioni. Non sembrava, per la sua accuratezza, neppure un discorso ma una lezione, forse la migliore che gli sia riuscita nel ruolo di professore datosi come una medicina, una terapia, dopo la cocente delusione politica procuratagli nel 2014 proprio dal Pd, appena conquistato come segretario da Matteo Renzi, con la rimozione del suo primo e unico governo. “Non è cattivo, ma non è capace”, disse impietosamente Renzi dell’allora presidente del Consiglio preparandone la decapitazione politica in una conversazione telefonica con l’amico generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi, intercettata non ricordo più con l’autorizzazione di quale ufficio giudiziario, tanto per darvi un altro elemento di valutazione dell’amministrazione della giustizia in Italia.

            Ora che ha ottenuto l’elezione, o gliel’hanno accordata tutte le correnti in un momento di tregua sopraggiunto alla “vergogna” avvertita e denunciata dall’ex segretario Nicola Zingaretti per la loro incontenibile fame di “poltrone”, Enrico Letta è atteso alla prova del “nuovo Pd” -testuale- che ha promesso tornando alla politica dall’insegnamento esercitato a Parigi. Dove il suo dichiarato e compiaciuto sponsorizzatore Marc Lazar in una intervista a Repubblica ha raccontato che l’amico è davvero maturato, unendo alla competenza e a tante altre virtù anche quel tocco di decisionismo che occorre pure in politica. E della cui mancanza probabilmente profittò sette anni fa Renzi per disarcionarlo.

            In effetti nel suo discorso-lezione di politica Renzi ha parlato molto frequentemente in prima persona al singolare –“io farò, io ho pensato, io ho deciso, io porterò, eccetera eccetera- e poco  in prima persona al plurale, cioè “noi faremo, noi diremo, noi ci proponiano, eccetera eccetera, fra cui il voto ai sedicenni e la cittadinanza agli immigrati. Se sono rose fioriranno, con le loro spine naturalmente. Sennò sarà una catastrofe, non so se più per il nuovo, ottavo segretario -come lo ha incoronato Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera- o per il Pd. Di cui davvero Enrico -il magico nome anche di Berlinguer, ha ricordato Letta strizzando l’occhio alla componente di provenienza comunista- può essere considerato a questo punto “l’ultima speranza”, col suo proposito di giocare per vincere. E non per andare semplicemente a rimorchio delle 5 Stelle, come il suo predecessore almeno nel tratto finale del suo mandato.

Il Pd fra le parole di Enrico Letta e i fatti di Nicola Zingaretti

            Complice questa maledetta pandemia, che ne riduce i tempi e altera spesso i confronti con le modalità dei rapporti a distanza, sino a vanificarli, il cambio della guardia al vertice del Pd è maturato senza che si siano potute discutere e capire bene le ragioni delle improvvise dimissioni del segretario Nicola Zingaretti, pur motivate ufficialmente da una rappresentazione devastante delle condizioni del partito. Che affidandosi a Enrico Letta si è in qualche modo imbavagliato da solo, e con un certo sollievo. Né c’è da sperare che a riempire il vuoto dell’Assemblea Nazionale possa essere la parola passata dal nuovo segretario ai circoli, in uno dei quali, il più vicino a casa sua, egli sé è già fatto vedere e fotografare senza alcun imbarazzo con una specie di richiamo festoso ai “cocci” che ha ereditati.

            L’argomento di discussione, peraltro anche nei circoli destinata a subire le modalità riduttive dell’emergenza virale, tra mascherine e distanze, è già diventato un altro. Si discute del e col nuovo segretario, non certo del e col predecessore. Che, sornione, più furbo del fratello pur commissario Montalbano, può ben ritenersi soddisfatto di essersi sottratto ad un dibattito che avrebbe potuto imbarazzarlo. Da potenziale imputato, visto il sostanziale discredito procurato al partito rappresentandolo come un nido di vipere, quale altro non potrebbe essere perché dilaniato da correnti talmente affamate di potere da far provare “vergogna” anche chi ha avuto evidentemente la disavventura di guidarlo per un bel po’ di tempo, Zingaretti ha potuto diventare il sostanziale e benemerito regista dell’elezione del suo successore, sponsorizzato come “il più forte”, il migliore e quant’altro disponibile sulla piazza. Cui in fondo le correnti hanno riservato un’accoglienza o disponibilità tale da riscattarle dal giudizio dell’ex segretario, o da smentirlo. Curioso, no? Sì, assai curioso, direi.

          In una situazione o in un quadro così paradossale tutti possono immaginare quello che vogliono, anche che Enrico Letta si sia prestato a coprire un’operazione di raffinato o spregiudicato depistaggio, quale è stata, per esempio, attribuita a Zingaretti sul Foglio da Salvatore Merlo. Che ha forse incoraggiato Giuliano Ferrara a quell’intervento agrodolce in cui l’ex presidente del Consiglio è stato esortato a non sprecare l’autorità, il prestigio e quant’altro è riuscito a procurarsi nel suo dorato esilio parigino dopo essere stato defenestrato da Palazzo Chigi nel 2014.

          In particolare, uno Zingaretti luciferino sarebbe riuscito con le sue improvvise dimissioni a togliere al pericoloso concorrente Stefano Bonaccini, apprezzato presidente della regione Emilia-Romagna, il tempo che gli occorreva per preparare la propria candidatura alla segreteria nella prospettiva di un congresso anticipato. E portando Enrico Letta al vertice ha salvaguardato, anzi salvato, la propria incidenza nel partito, propostasi annunciando di volere continuare ad esserci. E non senza far nulla, ma continuando a portare avanti la sua linea politica di alleanza praticamente ad ogni costo con i grillini. Che non a caso da presidente della regione Lazio l’ex segretario del Pd ha appena portato in giunta. Egli ha scommesso su un rapporto con le 5 Stelle, e con Giuseppe Conte come nuovo fiduciario di Beppe Grillo, che gli possa procurare vantaggi personali, diciamo così, nella prossima legislatura: Palazzo Chigi o dintorni. Un genio, questo Zingaretti, se i fatti naturalmente gli dovessero dare ragione, a dispetto dei sondaggi per ora avari col Pd.

 

 

 

 

 

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Enrico Letta è dunque caduto in tentazione “per amore della politica”

            Non vorrei essere o solo sembrare blasfemo ma, stando almeno a quegli amici ed estimatori, da Gianfranco Pasquino al suo ex ministro delle riforme Gaetano Quagliariello, che gli avevano più o meno esplicitamente consigliato di non farlo, temo che Enrico Letta sia caduto in tentazione anche nella nuova versione, approvata da Papa Francesco, della più celebre preghiera cristiana. Che è naturalmente il Padre nostro, al quale ora chiediamo di “non abbandonarci alla tentazione”, appunto, dopo avergli chiesto per tanto tempo di non tentarci direttamente Lui. “Non indurci in tentazione”, ricordate? Ancora si prega così in molte chiese, perché l’abitudine è dura a morire.

             Enrico Letta, come la monaca di Monza di manzoniana memoria, ma in versione maschile, ha da “sventurato” risposto alla richiesta di Nicola Zingaretti di succedergli ad una segreteria che pure lo stesso Zingaretti ha lasciato dicendo peste e corna del partito, sino a “vergognarsene” per la voglia irrefrenabile delle sue correnti di litigare e occupare poltrone. E non è stato solo Zingaretti a chiedere a Letta di subentrargli. Uno alla volta, si sono accodati praticamente tutti, evidentemente fidandosi a loro modo dell’”amore per la politica” da lui dichiarato, anche a costo di scatenare la fantasia dei vignettisti.  

             “Deve sconvolgere le correnti, distruggerle”, gli aveva intimato ieri uno scettico Pasquino. “Adesso al Pd serve un po’ di sangue e merda”, ha tradotto oggi sul Foglio Giuliano Ferrara avvertendo l’amico Enrico che “l’autorevolezza è meglio perderla che sprecarla”. Figuratevi, con quella mascherina applicatagli sul sedere da Nico Pillinini, della Gazzetta del Mezzogiorno. O col vaccino AstraZeneca inoculatogli dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio tra le polemiche e le paure sulla sua efficacia.   

            Eppure -aveva ricordato ieri Paolo Mieli prevedendo il cedimento di Enrico Letta alla tentazione in una intervista al Riformista mentre ancora durava la sua riflessione- “i capi corrente sono gli stessi che lo hanno disarcionato non più tardi di sette, otto anni fa” da Palazzo Chigi, “per cui -aveva insistito l’ex direttore del Corriere della Sera- lui vede negli occhi tutte le persone che lo hanno tradito. Tutti, nessuno escluso”. L’unico che può risparmiarsi di vedere, perché se n’è andato dal partito per improvvisarne un altro, è Matteo Renzi. Che peraltro -aveva inferito Mieli- “tutti ora vogliono combattere” dopo averlo “sostenuto quasi unanimemente nel far fuori Letta” dalla guida del governo nel febbraio del 2014.  

            Anche il costituzionalista Michele Ainis su Repubblica ha ricordato a Letta con preoccupazione “le sette correnti” nelle quali è diviso il Pd. Che sulla stessa Repubblica tuttavia, in un’altra pagina, sono risultate otto: quelle di Zingaretti, valutata attorno al 28 per cento, di Dario Franceschini attorno al 14, di Andrea Orlando altrettanto, di Gianni Cuperlo attorno al 7, di Matteo Orfini altrettanto, dell’ex renziano Lorenzo Guerini attorno all’11, di Graziano Delrio, anche lui ex renziano, attorno al 10 e di Anna Ascani attorno al 9. Perché sette allora, come ha scritto Ainis senza che nessuno lo avvisasse e correggesse dalla redazione? Perché forse il costituzionalista aveva scritto di sette perfidamente come plurale di setta.

             L’elezione comunque è scontata all’Assemblea Nazionale di domani. In bocca al lupo, naturalmente, pur nella debole speranza che a crepare sia l’animale.

 

 

 

 

 

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Enrico Letta fra apprezzamenti e sfottò nella scalata al Nazareno

             Ha prodotto un minestrone di apprezzamenti, rievocazioni, soprannomi e anche sfottò ad Enrico Letta il ritorno, oltre che a casa, sulle prime pagine dei giornali come possibile successore di Nicola Zingaretti alla guida di un Pd che un po’ da storico e un po’ da editorialista Paolo Mieli ha appena definito “un partito divoratore di leader  e adoratore del potere”. Per cui  sembra appropriata la vignetta di Stefano Rolli, sul Secolo XIX, che praticamente suggerisce all’ex presidente del Consiglio di assumere subito quanto meno “un assaggiatore”, non essendo stato ancora scoperto e tanto meno prodotto un vaccino anche per gli avvelenamenti, oltre che per il Covid.

            Il “Rieccolo” di memoria montanelliana gli è in qualche modo spettato per l’affinità pur adottiva, essendo nato a Pisa da famiglia abruzzese, con altri due “Rieccoli” toscani: quello originario inventato da Indro Montanelli, cioè Amintore Fanfani, e quello più recente che si chiama naturalmente Matteo Renzi, caduto e risorto più volte negli ultimi sei anni: dalla sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale nel 2016 alla conferma a segretario del Pd l’anno dopo, dalla sconfitta elettorale nel 2018 anche come segretario del partito alla ricomparsa come regista, l’anno dopo. del secondo governo di Giuseppe Conte, salvo abbatterlo poi per spianare la strada di Palazzo Chigi a Mario Draghi.

            Proprio a proposito di Draghi, considerato il più politico dei tecnici, Enrico Letta è stato indicato come il più tecnico dei politici e perciò “il Draghi del Pd” o, per lo stato in cui quel partito è ridotto per la descrizione fattane dallo stesso segretario dimissionario, “il Draghi dei poveri”.

            Quel “forte” datogli da Zingaretti nella presunzione di aiutarlo a succedergli è stato tradotto in “maschio” nella vignetta di Sergio Staino sulla Stampa dalla figlia del mitico Bobo, sentendosi però rispondere dal padre che Enrico Letta “ha tanta femminilità dentro…tanta, credimi, tantissima”. Quelli del Foglio invece sono stati attratti dalle lenti dell’interessato per definire “il partito degli occhialini” quello che egli potrebbe costruire attorno a sé, fra “giuristi, economisti, giovani”, sempre che naturalmente i “divoratori” -per dirla con Paolo Mieli- gliene lasceranno il tempo.

            Non poteva naturalmente mancare in questo minestrone di giudizi, valutazioni e quant’altro i riferimenti familiari ad un altro Letta: lo zio Gianni, grande consigliere e ambasciatore di Silvio Berlusconi. Se n’è ricordato il solito Fatto Quotidiano dedicandogli “la cattiveria” di giornata sulla prima pagina: “Enrico Letta è rientrato in Italia dopo l’invito a diventare il nuovo segretario del Pd. Imbarazzo nel partito: intendevano Gianni Letta”. Già, perché in quel giornale sono convinti che, prima di dimettersi forse per pentimento, Zingaretti abbia lasciato fare a Mario Draghi un governo su misura per Berlusconi, oltre che per Matteo Salvini. L’ultima prova sarebbe la decisione appena presa dal presidente del Consiglio di nominare sottosegretaria allo Sport Valentina Vezzali, “berlusconiana e poi montiana”, perciò “perfetta per un governo di centrodestra”. E così è anche servito, a suo modo, Beppe Grillo per avere accettato pure lui Draghi a Palazzo Chigi trovando subito un posto politico al… deposto Giuseppe Conte: “rifondatore” del MoVimento 5 Stelle, o come diavolo esso potrà chiamarsi alla fine.

 

 

 

 

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