Eppure un terzo del Pd è indifferente al cambiamento del segretario

Senza volere entrare nel contenuto del discorso programmatico e, insieme, di insediamento  pronunciato da Enrico Letta all’Assemblea Nazionale, preferendo attenderlo alla prova dei fatti, a cominciare dal “nuovo Pd” che egli ha promesso, consentitemi di soffermarmi su un sondaggio della Demos effettuato per la Repubblica, alla vigilia della scelta del nuovo segretario, fra gli elettori del Pd, comprensivi -credo-dei militanti.

A candidatura praticamente già annunciata di Letta, sbarcato l’11 marzo a Fiumicino da Parigi dopo giorni di corteggiamento telefonico aperto dal segretario uscente e dimissionario, 23 persone su cento preferivano ancora una conferma di Nicola Zingaretti, per quanto sapessero della dichiarata irreversibilità delle sue dimissioni. Diciotto risultavano preferire già Letta, 12 Dario Franceschini, 6 Stefano Bonaccini, il presidente della regione Emilia-Bologna contro la cui potenziale candidatura in un congresso anticipato si era forse mosso Zingaretti prendendolo di contropiede, 13 per altri. Ventotto, cioè la maggioranza relativa, risultavano sostanzialmente indifferenti, dividendosi tra il “non sa” e “non risponde”, nonostante il clima di emergenza creato, volente o nolente, da Zingaretti dimettendosi per denunciare, anzi per “vergognarsi” delle condizioni di un partito diviso in correnti solo per spartirsi poltrone e sgabelli.

Ecco, una maggioranza di indifferenti è quella che, a mio avviso, segna di più la crisi del Pd e costituisce la realtà che più deve temere il nuovo segretario. Che, d’altronde, ha mostrato di esserne consapevole, pur non conoscendo ancora il risultato del sondaggio di Demos, quando dal suo quartiere di Testaccio è andato al vicino Ghetto per richiamarsi al recente monito della senatrice a vita Liliana Segre a non cadere nella tentazione dell’indifferenza, appunto.

Capisco il pudore politico, diciamo così, del cattolico e post-democristiano Enrico Letta nel richiamarsi alla celebre superstite della Shoah piuttosto che ad Antonio Gramsci. Che ben prima della senatrice Segre, nel lontano 1917, aveva gridato dalle sponde comuniste il suo “odio” per gli indifferenti.

Alle radici comuniste, e non solo democristiane, del Pd di cui si accingeva ad assumere la guida Enrico Letta aveva forse già deciso, e preferito, dare un riconoscimento  nel suo discorso da candidato alla segreteria, e di scontato nuovo segretario, col ricordo di Enrico -pure lui- Berlinguer. Che è rimasto nel cuore della componente post-comunista del Pd e che fu certamente il teorizzatore del “compromesso storico” con la Dc, e l’ultimo interlocutore di Aldo Moro sino al tragico sequestro dello statista democristiano, ma prima del ritorno all’alternativa addirittura “morale” allo scudocrociato.

Da avveduto e colto politico, nel contrasto alla indifferenza Letta ha preferito la senatrice Segre a Gramsci per non esagerare nella valutazione o rivalutazione della parte o dell’anima comunista o post-comunista di quel partito complesso come il Pd, su cui pesa come una maledizione il giudizio che ne diede subito, alle prime difficoltà, uno spietato Massimo D’Alema parlandone come di “un amalgama mal riuscito”. Di cui hanno fatto le spese già sette segretari in meno di 14 anni.

A complicare i problemi di un partito già frutto della fusione più o meno fredda fra i resti di due formazioni politiche a lungo contrapposte, e non solo concorrenti, come lo furono invece nella breve pausa o tregua della già accennata “solidarietà nazionale”, all’epoca del terzo e quarto governo di Giulio Andreotti, entrambi monocolori democristiani appoggiati esternamente dal Pci, fra il 1976 e il mese di gennaio del 1979; a complicare, dicevo, i problemi del Pd sono intervenuti dall’estate del 2019 i rapporti di alleanza col MoVimento 5 Stelle. Il cui esordio parlamentare nel 2013 fu salutato dall’allora vice segretario del Pd Enrico Letta con enorme preoccupazione, diversamente dalle aperture o speranze del segretario del partito Pier Luigi Bersani. Che si incaponì sino a tentare la formazione del famoso “governo di minoranza e combattimento”, fallita non so ancora, francamente, se più per la immaturità dei pentastellati, recentemente lamentata dallo stesso Bersani, o per la fermezza dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Fu quest’ultimo, una volta rieletto al Quirinale per il naufragio delle candidature di Franco Marini e di Romano Prodi, a togliere a Bersani l’incarico, anzi il pre-incarico, di presidente del Consiglio e ad aprire la strada al governo di Enrico Letta. Che nacque di “larghe intese” con Silvio Berlusconi poi ristrettesi ai “diversamente berlusconiani” di Angelino Alfano, una volta rimosso dal Senato e spinto il Cavaliere all’opposizione per la condanna definitiva per frode fiscale. Sopraggiunse infine la ruspa del rottamatore e quant’altro Matteo Renzi. Che in quell’operazione fu aiutato proprio da Berlusconi, ricevuto in pompa magna al Nazareno come interlocutore privilegiato sul terreno delle riforme costituzionali ,ma alla fine perso per strada nell’operazione Mattarella al Quirinale.

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 20 marzo

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