Il solito Prodi fra rimpianti e moniti agli oppositori della Meloni

       Il 21 aprile, cioè domani, non sarà il solo il 2.769.mo compleanno di Roma, fondata nel 743 avanti Cristo. Sarà anche -ma soprattutto per Romano Prodi e tuttora amici e ammiratori- il 30.mo anniversario, tondo tondo, della vittoria elettorale dell’Ulivo, simbolo della prima coalizione di centrosinistra della seconda Repubblica, sul centrodestra di Silvio Berlusconi. Che aveva vinto due anni prima perdendo però rapidamente la sua maggioranza per l’abbandono di Umberto Bossi.  

       Vincere in quelle condizioni di divisione e naufragio dello schieramento opposto non era francamente difficile. Anche se Romano Prodi, incoronato capo dell’alternativa a Berlusconi da Massimo D’Alema, ha cercato ieri di far credere ai lettori della Stampa, in una intervista autocelebrativa, che l’impresa fosse invece quasi disperata. Egli sentiva all’inizio la sua come una semplice “barchetta”, diventata via via lungo la campagna elettorale “una flotta”, ma sempre di barchette. E venne la vittoria, secondo lui, per un’ondata di emozioni e partecipazione diffusasi fra la gente. Ondata che oggi -si è doluto l’ex premier- manca agli aspiranti all’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni, pur dopo la vittoria referendaria contro la riforma costituzionale della magistratura, perché non vi è ancora traccia di un loro programma comune. Vi sono invece troppi aspiranti a capeggiare la coalizione.

       Facciano tutti gli ambiziosi -ha praticamente detto e ammonito Prodi- quello che fece lui, imbastiscano cioè un programma per motivare gli elettori sulle cose concrete da fare o ottenere, e potranno anche loro aspirare a vincere.

       Nell’euforia del ricordo della sua avventura, assecondata dalla Stampa anche fotograficamente, Prodi si è dimenticato di dare il rilievo che merita ad una circostanza che è stata comune alle sue due esperienze a Palazzo Chigi: nel 1996, trent’anni fa, e nel 2006, dieci anni dopo, con l’Unione al posto dell’Ulivo un po’ rinsecchito. La circostanza è la breve durata di quei due governi. Il primo dei quali, come ha ricordato l’intervistatore di Prodi, Fabio Martini, pur essendo composto come ministri da “due ex premier, un ex governatore della Banca d’Italia, due futuri Capi dello Stato”, cadde in un anno e mezzo, sostituito da altri tre governi di breve durata presieduti due da D’Alema e uno da Giuliano Amato grazie all’aiuto di Francesco Cossiga e qualche profugo del centrodestra.

       Quel primo governo Prodi cadde non perché avesse governato male ma perché Fausto Bertinotti gli ritirò l’appoggio avendo perduto voti per strada o, peggio, temendo di perderne. Perché non potrebbe riaccadere all’eventuale successore di Meloni a capo di una coalizione di partiti tutti essenziali per la tenuta della maggioranza?

       Della caduta del secondo governo Prodi, nel 2008, fu responsabile Clemente Mastella, già del centrodestra, dimettendosi da ministro della Giustizia per essere finito con l’intera famiglia nel mirino della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetera. Ma anche perché la nascita del Pd, in cui erano confluiti post-comunisti, post-democristiani e cespugli vari a vocazione “maggioritaria”, come diceva il primo segretario Walter Veltroni, comportava il rischio alle elezioni successive che i 500 mila voti di Mastella in Campania non fossero più decisivi per la maggioranza. Fu un’altra crisi per inadempienze non programmatiche ma umorali. Sempre possibili, anche oggi e domani.         

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