L’ora legale europea felicemente anticipata da Mario Draghi

            Direi che Mario Draghi, dopo essersi negato all’abitudine del suo predecessore di parlare, parlare, parlare ogni giorno, spesso in dirette interminabili televisive nelle ore anche più impensabili, interrompendoci pranzi, cene e sonno, sta prendendo gusto alle conferenze stampa, pur in modica quantità di frequenza e durata. L’ultima, fatta dopo il Consiglio Europeo, pur avendo colpito molti solo per il modo in cui egli ha zittito a distanza  capitan Matteo Salvini, smanioso che tutto torni aperto come prima anche perdurando la pandemia virale, e i bollettini quotidiani dei morti, ha dato invece la misura dello spessore internazionale del nuovo presidente del Consiglio. Che, senza farsi o alimentare illusioni sulla rapidità del processo d’integrazione europea con gli eurobond, un bilancio e una fiscalità comune perché “ci vorranno generazioni”, ha incalzato con critiche e richieste costruttive i partner continentali mostrando la competenza e il prestigio guadagnatisi sul terreno al vertice della Banca Centrale Europea.

            “Così l’Italia torna leader”, dice il titolo del commento di Giampiero Massolo sulla Stampa. “Parla da leader europeo”, ha titolato il Giornale. “Draghi detta la linea a Bruxelles”, ha titolato il manifesto. “Incastra la Germania”, ha titolo La Verità. E’ un po’ come se Draghi avesse fatto scattare in anticipo l’ora legale europea, che ci farà spostare la prossima notte in avanti di 60 minuti le lancette dei nostri orologi. A proposito, non dimenticatevi di farlo e non travestitevi da sovranisti per pigrizia.

            A qualcuno di voi apparirà forse troppo entusiastico, e persino retorico, ma mi sento di condividere ciò che ha scritto sul Dubbio Paolo Delgado riferendo e commentando proprio la conferenza stampa del “capo  di governo del terzo Paese” dell’Unione Europea. Draghi “si candida a succedere non a Giuseppe Conte e forse a Sergio Mattarella ma, almeno sul teatro europeo, ad Angela Merkel”, ormai arrivata per sua stessa scelta al capolinea dopo una così lunga e sostanziale guida. “E da questo angolo visuale -ha insistito Delgado- una certa discontinuità con i premier del passato in effetti la si deve registrare” a vantaggio di Draghi.

            Opposta ma patetica -direi- è la valutazione del solito Marco Travaglio. Che sul suo Fatto Quotidiano ha tonicamente perduto il sonno, che gli procura il presidente del Consiglio, leggendo il sondaggio fresco di anticipazione di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera. Da cui risulta Conte al 61 per cento del gradimento, “Speranza 41, Meloni 37, Salvini 33, Letta 32, Pd e M5S in crescita, governo 48, Draghi non pervenuto”. E questo alla faccia -ha osservato Travaglio- dei “cazzari” che si rifiutano di rimpiangere l’ex presidente del Consiglio così ferocemente pugnalato alla schiena nell’ultima crisi di governo. Il quale, secondo la vignetta di Vauro Senesi troneggiante proprio oggi sulla prima pagina del Fatto Quotidiano, se ne sarebbe lamentato nell’incontro appena avuto con Enrico Letta. Che a sua volta, pugnalato anche lui a suo tempo, e dalla stessa persona, naturalmente Matteo Renzi, lo avrebbe realisticamente consolato dicendogli che “col tempo ci si abitua” anche con quel pugnale ancora nelle carni.

             Ma come sono spiritosi questi critici, avversari e quant’altro di Mario Draghi, prestatosi come Bruto a cotanta congiura.

 

 

 

 

 

 

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La fastidiosa “anticamera” imposta da Enrico Letta a Matteo Renzi

            Quel “resto in Italia Viva” annunciato da Matteo Renzi in una intervista al Messaggero non va inteso solo nel senso letterale suggerito dalla formulazione della domanda sulla possibilità ch’egli, pur di continuare a guadagnare con viaggi e conferenze all’estero che gli stanno procurando polemiche, lasci il suo nuovo partito. Che improvvisò dopo la formazione del secondo governo di Giuseppe Conte, nel 2019, da lui stesso patrocinato per impedire le elezioni anticipate e la scontata vittoria del centrodestra guidato da un Matteo Salvini alla ricerca dei “pieni poteri”.

          Quel “resto” va inteso anche, o soprattutto, come intenzione di non rientrare nel Pd, ora che alla guida c’è Enrico Letta, pur da lui detronizzato nel 2014 da Palazzo Chigi, e non più Nicola Zingaretti. Che Renzi riteneva ormai a rimorchio dei grillini, in una concezione “strategica”, “strutturale”, “organica” e quant’altro di un’alleanza che il senatore di Scandicci aveva concepito invece solo come momentanea: per evitare o allontanare le elezioni anticipate, non per prepararne un’edizione rafforzata dopo il rinnovo ordinario del Parlamento, nel 2023

         Una certa impazienza o diffidenza per il modo in cui il nuovo segretario del Pd sta scegliendo gli interlocutori con i quali incontrarsi e confrontarsi, da Carlo Calenda a Giuseppe Conte, col quale ha persino prospettato, parlandone poi con i giornalisti, “un’avventura affascinante”, Renzi l’ha dimostrata con queste parole, sempre nell’intervista al Messaggero: “Al momento non è fissato alcun incontro. Non ho alcun problema personale a incontrare Letta. Ci farà sapere lui”.

         Di problemi “personali”, in effetti, Renzi in questi giorni ne ha altri. Quello di scrivere un libro da presentare in Italia -ha rivelato lui stesso- “finito il lockdown” più o meno a rate o a macchie un cui stiamo trascorrendo la Quaresima e potremo trascorrere anche il dopo-Pasqua. O il problema dei controlli sanitari quotidiani che gli sono stati consigliati dai medici dopo che la sua segretaria è risultata contagiata dal Covid 19. Ma resta, eccome, anche il problema politico di un chiarimento col Pd a guida lettiana. Che Renzi ha salutato con interesse, per niente imbarazzato dalla brusca rottura con “l’amico Enrico” esortato a suo tempo a “stare sereno” pur mentre lo stesso Renzi, fresco di elezione a segretario del partito, si preparava a prendergli il posto di presidente del Consiglio non considerandolo “adatto”. E preferendo piuttosto immaginarlo, in una telefonata intercettata con un generale amico della Guardia di Finanza, al Quirinale. Dove però era stato da alcuni mesi confermato Giorgio Napolitano, non ancora stanco del secondo mandato e tentato dalla rinuncia sopraggiunta nel 2015. Intanto i rapporti con Letta si erano rotti con quel campanello del Consiglio dei Ministri scambiato con visibile fastidio e le dimissioni polemiche dell’ormai ex presidente del Consiglio anche da deputato per un esilio dorato a Parigi, insegnante di una prestigiosa scuola di politica.

           C’è chi, per esempio sul Riformista, ha visto nel Pd che sta ridisegnando Enrico Letta addirittura “una pura ridotta democristiana”, ma Renzi non ne sembra convinto. E forse teme che con i grillini il nuovo segretario voglia in fondo zingarettare, diciamo così, sia pure con un altro passo, o con un altro stile del predecessore, in vista delle elezioni amministrative d’autunno per ora, ma di altro successivamente: magari alla luce dei risultati delle corse al Campidoglio e dintorni, diciamo così in senso lato.

 

 

 

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Quella sede galeotta dell’incontro fra Enrico Letta e Giuseppe Conte

             Senza volere scomodare Wlilliam Shakespeare col suo Amleto e quel metodo nella follia che induce a simulare ciò che non c’è e dissimulare ciò che c’è, l’incontro svoltosi fra il novo segretario del Pd Enrico Letta e quello in pectore, o non so dov’altro, del movimento grillino, che è l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha una curiosa dicotomia.

            Il contenuto dell’incontro è stato tradotto da Conte nell’immagine di “un cantiere” aperto, in cui i due partiti o movimenti si confrontano, dialogano e magari stringono accordi impegnativi di governo ad ogni livello, anche locali in questa lunga vigilia di elezioni amministrative, notoriamente rinviate all’autunno. Da Letta è stato tradotto addirittura in una “affascinante avventura”, che è stata definita “sorprendente” su Repubblica da Stefano Folli, in qualche modo in sintonia con Laura Pellegrini. Che nella sua vignetta firmata, al solito, Ellekappa fa capire sullo stesso giornale che avrebbe preferito morire prima di dovere sentir dire e vedere che il Pd è “l’interlocutore privilegiato dei 5Stelle”, come del resto pensava anche Nicola Zingaretti, il predecessore dell’attuale segretario chissà perché, a questo punto, dimessosi per la “vergogna” procuratagli dal poltronismo delle correnti. Alle quali poteva bastare e avanzare che egli cominciasse davvero a prescrivere e fare rispettare una certa dieta, senza fare tanto chiasso e aggravare con la sua protesta l’immagine del partito.

            Tuttavia il luogo che Letta ha scelto per incontrare Conte, di fronte alla storica Basilica romana di Sant’Andrea della Valle, fra l’altro famosa per essere stata immaginata da Giacomo Puccini nel primo atto della sua Tosca, è il più distante politicamente dal tipo di operazione che i due hanno indicato con le loro dichiarazioni. E questo non per la bella Chiesa barocca che troneggia sulla piazza, ma per il posto preciso che in un altro edificio di quella piazza Letta -presumo- ha scelto per incontrare Conte: la sede della sua Arel. Dico “sua” perché lì, nell’Agenzia di Ricerche e Legislazione, il segretario del Pd è in qualche modo cresciuto intellettualmente e politicamente al seguito dell’economista e più volte ministro Beniamino Andreatta. Il cui rigore intellettuale e la cui assonanza politica con Aldo Moro mi sembrano francamente di una distanza -ripeto- siderale dal movimento grillino: sia nella versione d’esordio, sia in quelle di segno diverso e contraddittorio emerso dalle alleanze di governo strette prima con la Lega di Matteo Salvini e poi col Pd di Zingaretti, sia infine in quella che Conte elabora faticosamente, a dir poco, maneggiando codici, contratti e quant’altro. E dividendosi fra la professione o l’esperienza forense e la vocazione politica scoperta governando, pur a suo modo, in questa così anomala legislatura.

            Anche Conte, sempre a suo modo, ha più volte fatto professione di moroteismo per affinità geografiche, essendo pugliese, e culturali col compianto statista democristiano così ferocemente sequestrato e poi assassinato dalle brigate rosse. Ma consentitemi di dire -io che l’ho davvero conosciuto e un po’ anche frequentato, diversamente sia da Letta sia da Conte, non foss’altro per ragioni anagrafiche- che Moro avrebbe scambiato i grillini per marziani: lui che pure sapeva scrutare il futuro più di tanti altri ai suoi tempi.

Il figlio di Aldo Moro apre col pensiero del padre al Pd di Enrico Letta

Avevo perso un po’ le tracce -e me ne scuso con l’interessato- di Giovanni Moro, il figlio del presidente della Dc assassinato dalle brigate rosse il 9 maggio 1978 dopo 55 giorni di penosa prigionia e quello sterminio della scorta, in via Fani, che un’esponente delle stesse brigate rosse, ospite di una trasmissione televisiva, avrebbe poi definito con orrore “una macelleria”. Come se non fosse stata macelleria anche quella improvvisata con l’ostaggio nel bagagliaio di quell’auto in cui i suoi aguzzini l’avevano messo per sparagli, inerme, a turno.

Insegnante di sociologia politica alla facoltà di scienze sociali dell’Università Gregoriana di Roma e autore di numerosi saggi sui temi a lui cari della cittadinanza attiva e della qualità della democrazia – che, ahimè, è rimasta “incompiuta” come il padre l’aveva drammaticamente lasciata morendo ucciso a 62 anni, mentre il figlio ne aveva solo 20- Giovanni Moro ha cercato di tenersi sempre lontano dai riflettori, anche nelle tante cerimonie celebrative del padre. Ed io sono rimasto un po’ fermo alle sue immagini di ragazzo, quando lo vedevo camminare con la mano in quella del padre. Che dalla cosiddetta prigione del popolo in cui lo tenevano rinchiuso i terroristi nel loro lungo braccio di ferro con lo Stato, ma ancor più in generale col senso profondo della vita e dell’umanità, aveva in qualche modo consigliato al figlio, forse già attratto allora dalla naturale propensione a seguire le orme del genitore, a tenersi lontano dalla politica che gli era stata così fatale.

Ho pertanto letto con un misto di sorpresa e di emozione l’articolo di Giovanni Moro che sotto forma di lettera, ma sistemato con la dignità di un commento vero e proprio nella pagina delle “idee”,  la Repubblica ha ospitato ieri col titolo felicemente significativo “Le parole che cerco nel Pd”. Al quale Giovanni, pur essendo ancora dichiaratamente “senza partito”, con tanto di virgolette, ha rivolto la sua attenzione non certo a caso “apprezzando i propositi del nuovo segretario” Enrico Letta. Che può ben considerarsene compiaciuto, più ancora -a mio avviso- del cambio al femminile propostosi ai vertici dei gruppi parlamentari, che mi sembra peraltro condiviso da Giovanni Moro con quella doglianza per  le diffuse “resistenze- ha scritto- a prendere sul serio la questione delle donne”. Come anche per “la ritrosia a trattare temi “divisivi connessi ai diritti civili o alla ridefinizione dello status legale della cittadinanza”. Che invece il nuovo segretario del partito ha sollevato nel sostanziale discorso di investitura, pur avendo a mio avviso sbagliato poi, per difendersi e quasi scusarsi di fronte alle critiche, anzi agli attacchi ricevuti all’esterno dal leader della Lega Matteo Salvini, di averne parlato per “soli venti secondi”. Per cui sarebbe stata esagerata tanta reazione negativa.

Il Pd, nato da una fusione “fredda”, diciamo così, fra i resti del Pci e della sinistra democristiana con tracce anche liberali e ambientaliste, attraversa dalla stessa fondazione, per le modalità in cui avvenne, una crisi d’identità in apparenza meno grave ma temo, in realtà, altrettanto grave come quella dell’ancora più improvvisato Movimento 5 Stelle, delle cui regole, vere o presunte, ha difficoltà a venire a capo anche un avvocato civilista e un giurista dell’esperienza accademica di Giuseppe Conte. E’  importante, o quanto meno significativo, il fatto che pur in queste condizioni il Pd riesca ad attirare l’interesse, e forse anche la voglia di parteciparvi, del figlio di Aldo Moro. Sul luogo del cui tragico sequestro, non dimentichiamo neppure questo, lo stesso Enrico Letta ha raccontato di essere stato portato ancora adolescente dal padre avvertendo emotivamente la voglia di fare politica da grande. E cominciò in effetti a farla nel liceo di Pisa dove studiava.

Poi, datosi alla politica completamente, egli crebbe alla scuola -guarda caso- di un moroteo come Beniamino Andreatta. Che Moro ai suoi tempi di governo usava sempre consultare prima di prendere decisioni in materia economica, anche senza seguirne sempre e necessariamente le indicazioni perché Andreatta abitualmente preferiva le soluzioni nette ai compromessi, cui invece Moro era obbligato dal carattere sempre composito delle sue maggioranze.

Nella sua analisi dei mali della politica –“l’abuso delle risorse pubbliche, la personalizzazione della leadership, la sostituzione della comunicazione alla stessa politica, il primato delle dinamiche interne ai gruppi dirigenti, la passione per le ormai famose poltrone”- il figlio di Moro li ha in qualche modo ricondotti tutti, o almeno in parte, a quelli già avvertiti dal padre negli “anni 70”. Le cui ansie di cambiamento “i gruppi dirigenti provenienti dal Pci e dalla sinistra democristiana” hanno rimosso “dimostrando nei fatti una piena continuità di cui dovrebbero invece preoccuparsi”, perché con “la scorciatoia di unire due debolezze” si riesce “raramente” a fare “una forza”. Sembra di leggere Aldo Moro.

 

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ma quanto sono spiritosi questi giornali che inseguono i politici….

            Giustamente, per carità, ci lamentiamo spesso del livello al quale è sceso il dibattito o confronto -come si dice con più finezza- fra i politici. Che se ne dicono, e spesso se ne danno pure di tutti i colori nelle aule parlamentari. E’ ancora fresca di stampa quella “troia” gridata sui giornali da un leghista -se non ricordo male- ad una collega appena passata ad un altro partito. Ma anche noi giornalisti, non ancora soddisfatti di quante copie abbiamo lasciato perdere ai nostri giornali, appunto, facendoli semplicemente male, e qualche volta provocandone anche la chiusura, non scherziamo nella corsa con i politici a chi la spara più grossa o sporca, pensando a volte di essere persino spiritosi.

            Mi permetto di segnalare la Letizia Moratti -la “sventurata”, mi verrebbe da dire, lasciatasi manzonianamente convincere dagli amici milanesi ad accettare la proposta di fare l’assessora e la vice presidente della regione Lombardia in tempi di pandemia- offerta oggi dal Fatto Quotidiano ai suoi lettori in prima pagina con la vignetta di Riccardo Mannelli. Che le dà della “Moratti sua”, traducibile a vista o a orecchio in “mortacci sua”. Ma, non bastandogli l’ironia del vignettista, Marco Travaglio nel suo editoriale-direttoriale ha storpiato il nome della Moratti da Letizia a Mestizia. Bel colpo. E meno male che questo campione della spiritosaggine non è finito a dirigere qualche ufficio anagrafico perché vi lascio immaginare che cosa avrebbe combinato negli atti di nascita e nella confezione delle carte d’identità.

            Nello stesso editoriale-direttoriale del medesimo giornale troviamo oggi Guido Bertolaso, notoriamente poco gradito da quelle parti, degradato a Disguido e il presidente della regione lombarda Attilio Fontana, neppure lui molto gradito, generosamente promosso ad Artiglio.

            Credo che abbia proprio ragione Piero Sansonetti sul Riformista, ovviamente per nulla apprezzato dal Fatto e ricambiato, a chiedere “Marco, sei impazzito?”. Ma non per il numero di giornale che quello stava chiudendo mentre Sansonetti scriveva, bensì per quello già uscito, in cui al direttore purtroppo, per lui, non più giovane del Giornale Alessandro Sallusti era stato dato del “bambino ritardato”, riuscendo a fare un torto all’uno e all’altro.

            Non meno sconfortante è la presunta ironia di Libero. Che in prima pagina ha tradotto le critiche di un giornale tedesco all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al perdurante ministro della Sanità Roberto Speranza per la gestione della pandemia in una vignetta colorata in cui l’uno e l’altro sono seduti, in vigilanza o raccoglimento processuale, su una bara. Mah. Di questi tempi, poi…..

 

 

 

 

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Morra di nome e di fatto, a sua insaputa, alle prese con i vaccini

              Per una volta Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia di ormai vecchia e forse anche abusata pratica, perché ogni volta che se ne rinnova la legge istitutiva sorgono polemiche sulla sua attualità, visto che della mafia si occupa così abbondantemente la magistratura, ha preso sul serio a sua insaputa il proprio cognome. Che equivale, secondo il dizionario della lingua italiana, ad un “antichissimo gioco d’azzardo”. Al quale, in qualche modo, Morra e la scorta -cui egli ha ordinato o non ha impedito di “identificare” alcuni presenti alla “ispezione” improvvisata in una struttura sanitaria di Cosenza, suo collegio elettorale- si sono esercitati scommettendo su non so quale violazione di leggi, regolamenti o altro nella selezione delle persone da vaccinare. E Dio solo sa -per carità- quante sono quelle che vorrebbero immunizzarsi dal Covid 19 e non ci riescono, non solo a Cosenza o, più regionalmente, in Calabria.

            Ma l’”ispezione”, sempre con le virgolette, risulta un po’ meno generale e imparzale, o più mirata dal racconto fatto dal direttore della struttura, Mario Marino. Che ha raccontato a un cronista: “Ma quali comuni cittadini? Ci ha forniti i nomi e le date di nascita di questi parenti over 80, un uomo del 1923 e una donna del 1937. E quando non li ha trovati sulla lista ha fatto il pazzo”, chiamando peraltro al telefono il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, collega o ex collega di partito perché nel frattempo Morra risulta espulso dal movimento grillino per avere negato la fiducia al governo Draghi. Una telefonata che potrebbe avere contribuito a far salire la pressione del sangue al funzionario, sino a farlo sentire male, per fortuna non tanto perché l’interessato ha già annunciato che andrà in commissariato a denunciare l’accaduto.

            La vicenda è naturalmente finita sulle prime pagine di molti giornali con titoli, corsivi e notizie sulle reazioni politiche, molte delle quali ovviamente finalizzate a far dimettere Morra dalla presidenza della commissione antimafia, d’altronde già contestagli in questa legislatura dalle opposizioni di turno per i modi in cui viene esercitata. Molti giornali, dicevo, ma casualmente -per carità- non Il Fatto Quotidiano, al quale Morra sospetto che piaccia politicamente per avere dissentito dalla gestione e conclusione dell’ultima crisi di governo, criticate anche dal giornale diretto da Marco Travaglio, sino a procurarsi o a rischiare l’espulsione, non avventurandomi a valutare sviluppi ed esiti del ricorso cui penso che anche Morra abbia proceduto. Neppure “la cattiveria” di giornata gli è stata dedicata per cercare di indorare con l’ironia una critica o qualcosa che le potesse assomigliare, essendo stati preferiti come “cattivi” due renziani pur tornati nel Pd, forse per dare una mano al capogruppo a rischio di sostituzione per motivi di genere.  

            La vicenda di Morra è stata invece trattata dal Fatto in terza pagina con una breve ma tutto sommata circostanziata cronaca, debbo riconoscere. Tuttavia nel titolo, o in quella parte che tecnicamente si chiama “occhiello”, c’è un di più, diciamo così, che fa la differenza. “Attaccato con falsità”, è scritto a proposito di Morra, a dispetto di tutte le apparenze, a dir poco. E le apparenze nella cultura non proprio garantista dei grillini d’antan, come Morra andrebbe considerato, dovrebbero avere la loro importanza.

 

 

 

 

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Enrico Letta vuole far calzare al Pd scarpe femminili, rigorosamente rosse

           Il buon Paolo Mieli nell’editoriale sul Corriere della Sera, spalleggiando la cronaca di Alessandro Trocino sui cambiamenti in corso nel Pd, ha in qualche modo attinto persino al libro della Genesi per scrivere che “in una sola settimana -tanto è trascorso da quando è stato eletto segretario- Enrico Letta è riuscito a fare cose che sembravano impossibili”. In una sola settimana, ripeto, compreso il settimo giorno riservatosi da Dio per riposarsi e al tempo stesso contemplare ciò che aveva fatto.

            L’ultima “sfida” di Letta e quant’altro, sempre stando ai titoli dei giornali, è consistita nell’ordine al partito di calzare scarpe femminili, col tacco, presumo rigorosamente in rosso: il colore felicemente scelto in tutti i manifesti, locandine e bozzetti delle sacrosante campagne contro i troppi omicidi di donne. Cui il povero segretario nuovo del Pd ritiene di non avere abbastanza riparato, almeno rispetto al maschilismo incautamente praticato dal predecessore, osservando la cosiddetta parità di genere nella nomina prima dei due vice segretari, e poi dell’intero ufficio di segreteria.

            No, tanto per non essere scambiato per un Orbàn qualsiasi, come lui stesso ha spiegato in una intervista, Letta ha chiesto ai due capigruppo parlamentari del partito, al Senato e alla Camera, di rinunciare alle loro cariche -dopo avere tuttavia graziato il capo della delegazione piddina al Parlamento Europeo- per lasciare eleggere due donne, appunto. O due femmine, come preferite. E pazienza se entrambi -Andrea Marcucci al Senato e Graziano Delrio alla Camera- sono provenienti dalla corrente renziana, pur non avendo seguito nel 2019 l’uscita del senatore di Scandicci, ex segretario ed ex presidente del Consiglio, dal Pd in cui si sentiva troppo ristretto. Eppure egli aveva appena convinto il buon Nicola Zingaretti a rinunciare al preventivo passaggio elettorale cui si era impegnato pubblicamente per sostituire immediatamente la Lega al governo alleandosi col MoVimento 5 Stelle. E per giunta lasciando a Palazzo Chigi Giuseppe Conte, dopo avere reclamato “discontinuità” al primo accenno dell’operazione proposta da Renzi per impedire un ricorso anticipato alle urne destinato, secondo tutti i sondaggi disponibili sul mercato, a far vincere un centrodestra a ormai fortissima trazione leghista, anzi salviniana: da Matteo Salvini, naturalmente, quello del Papete, del mojto e dei “pieni poteri” imprudentemente chiesti agli elettori per poter governare spedito, alla sua maniera, fra tute più o meno militari, rosari, immaginette della Madonna e crocifissi appesi al collo, o baciuchiati sui palchi dei comizi.

            La femminizzazione completa del Pd almeno ai vertici dei gruppi parlamentari, prestatasi per la comune origine correntizia dei presidenti uscenti alla lettura di una purga dipinta di rosa, come si legge in un titolo ironico ma non troppo della Verità di Maurizio Belpietro, ha creato malumori, e non solo sorpresa, fra i polli, chiamiamoli così, destinati alla mensa quasi pasquale, visto che siamo ormai prossimi alla fine della Quaresima. Delrio è stato il più rapido ed esplicito a lamentare l’”autonomia” compromessa dal cambio della guardia, anzi delle guardie, chiesto dal segretario, anche se -a dire il vero- una certa autonomia dei gruppi parlamentari, intesa in senso largo, è compromessa già da molti anni. Lo è, in particolare, da quando si va alle elezioni con le liste bloccate, per cui deputati e senatori sono nominati dal segretario di turno dei rispettivi partiti, prima ancora che eletti.  

 

 

 

 

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La curiosa caccia al generale in questi tempi di guerra virale

            Per una volta, o per una delle poche volte, non ho né riso né sorriso alla vignetta sulla prima pagina del Corriere della Sera in cui Emilio Giannelli ha rimesso addosso tutta la divisa “mimetica” al generale degli alpini Francesco Figliuolo: il commissario straordinario all’emergenza virale sottopostosi promozionalmente al controverso vaccino AstraZeneca appena riammesso alla campagna di immunizzazione. Quella divisa per intero serve solo per consentire ad una coppia immaginaria di medici di sfottere il generale, diciamo così. Cioè, di dargli praticamente dell’esibizionista. Un altro vignettista che non mi ha fatto oggi né ridere né sorridere è Stefano Rolli, sul Secolo XIX, che ha voluto scherzare sulla “mira” del generale “alla sua età”, che poi non è neppure di 60 anni compiuti, per l’obiettivo propostosi di “500 mila vaccini al giorno”.

            Avranno invece sorriso e riso, forse anche a crepapelle, i soliti del Fatto Quotidiano, che hanno definito “gaffe” quella compiuta dal generale incoraggiando il pubblico a offrirsi alle “dosi eccedenti” del vaccino nei 1800 punti di raccolta provocando “resse” e mandando “in tilt” tutto il sistema. Che è già compromesso peraltro da disfunzioni, pasticci e simili delle regioni più o meno disgraziatamente provviste di competenze sanitarie con tanto di bolli costituzionali.

            Ma più che dolersi di questi effetti presumibilmente perversi della mobilitazione del generale Figliuolo, ma anche del capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio, da non confondere naturalmente col Renato delle brigate rosse, ritratti insieme alla Cecchignola mentre andavano a vaccinarsi, o ne uscivano, vignettisti e titolisti  hanno dato l’aria -specie nel giornale diretto da Marco Travaglio- di compiacersi delle difficoltà in cui si trova, e potrebbe trovarsi ancora di più nei prossimi giorni, il governo di Mario Draghi. La cui colpa principale per costoro rimane quella di avere sostituito l’indimenticabile, impareggiabile, prezioso secondo governo di Giuseppe Conte. Il quale sarebbe adesso costretto a mettere le sue doti di giurista, organizzatore e portafortuna, addirittura, al servizio di una causa ancora più disperata di quella del governo di un paese assediato, come tanti altri, dalla pandemia: la rifondazione e la guida del MoVimento 5 Stelle, per incarico diretto dell’”Elevato”, “garante” e quant’altro Beppe Grillo.

            A quest’ultimo è appena venuta anche la voglia di insegnare il loro mestiere a conduttori televisivi, registi, cameramen, elettricisti di scena o studio e simili per consentire agli eventuali ospiti pentastellati condizioni di garanzia, anzi di sicurezza, nelle loro prestazioni…artistiche e politiche, mettendoli al riparo da inconvenienti derivanti in gran parte dalla loro incompetenza.  E tutto questo nel silenzio più assoluto del sunnominato Conte, presumibilmente distratto dall’esame, in corso ormai da settimane, di statuti, contratti e simili del MoVimento e associazioni più o meno collegate per venirne in qualche modo a capo e sciogliere la riserva con la quale accolse l’incarico di rifondatore e capo una domenica mattina, in un albergo romano con vista sui ruderi dei Fori imperiali. Ruderi sicuramente più affascinanti e comunque storici delle polveri di stelle appena offerte all’ospite da Grillo in casco bianco da astronauta, o da marziano sbarcato con ritardo rispetto ai bei tempi -quelli sì- di Ennio Flaiano. Erano tempi di pace rispetto a questi di guerra che stiamo attraversando alle prese con quel nemico invisibile e mobilissimo che è il Covid 19, e varianti.  

 

 

 

 

 

 

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Mario Draghi supera anche il debutto della conferenza stampa

            Non foss’altro per l’annuncio, qui modestamente auspicato, che si lascerà vaccinare con l’AstraZeneca, come del resto ha già fatto il figlio a Londra, non sarò certamente io a contestare il giudizio generalmente positivo dei giornali sull’esordio del presidente Mario Draghi ad una conferenza stampa dopo una seduta non certamente facile del Consiglio dei Ministri. “La sensazione -ha scritto Massimo Franco nel suo commento sul Corriere della Sera- è stata quella di una persona molto sicura di sé e di quello che deve fare, e anche per questo in grado di trasmettere fiducia a un’Italia che la miscela di crisi economica e pandemia rende spaventata e disorientata”. Tanto più perché, ricorrendo anche all’ironia, Draghi si è mostrato “molto più a suo agio di quanto si potesse immaginare di fronte alle domande, a tutte le domande”, anche a quelle rivoltegli con la malizia o comunque il proposito, del resto legittimo, di metterlo in difficoltà.

            Pazienza se a dissentire da questo giudizio -ripeto- generalmente positivo, è stato il solito Fatto Quotidiano. Che, nostalgico dei tempi, dello stile e di quant’altro di Giuseppe Conte, rimosso Palazzo Chigi in circostanze e con metodi che hanno già portato in quel giornale ad alludere a manovre di sapore golpistico, ha contestato a Draghi  i “150 minuti di ritardo” misurati forse, come se fosse stato un Conte qualsiasi, personalmente dal direttore Marco Travaglio. Il quale sa bene quanto poco puntuale per forza di cose fosse spesso il precedente e da lui tanto apprezzato e intervistato presidente del Consiglio. “Anche lui di sera”, si è spinto a contestare a Draghi il direttore del Fatto non risparmiandosi neppure il solito fotomontaggio da copertina per rappresentare lo stesso Draghi e il leader leghista Matteo Salvini nel braccio di ferro svoltosi pur a distanza, non facendo parte Salvini personalmente del governo, sul problema delle cartelle esattoriali da rottamare. Sarebbe, secondo i critici, un “condono” bello e buono, per fortuna -secondo loro- alla fine contenuto dallo stesso Draghi grazie alle valorose resistenze del Pd e dintorni entro i cinquemila euro, e non i diecimila pretesi dai leghisti, e soprattutto limitato ai titolari dei redditi non superiori ai 30 mila euro l’anno. E pazienza -anche qui- se gli esperti sanno benissimo che almeno il novanta per cento del contenzioso di questo tipo si risolve nella inesigibilità, a spese naturalmente dello Stato.

            Anche Draghi, pur avendo fatto in vita sua più il banchiere che il fiscalista, lo sa. Ma ha dovuto pagare persino lui il suo prezzo alla pratica, che si è tolto tuttavia il gusto di denunciare, delle “bandierine”. Che, specie in una maggioranza larga come quella formatasi attorno al suo governo, senza che egli facesse molti sforzi per favorirla, ogni partito cerca di sventolare in ogni discussione, o di mettere su ogni fetta di un singolo provvedimento.

            D’altronde, questa pratica è stata sperimentata anche da maggioranze ristrette, come fu quella, per esempio, del primo governo di Giuseppe Conte. Che, pur limitata a due soli partiti, il MoVimento 5 Stelle e la Lega, sfornava via via leggi e decisioni a bandierine separate: quella della Lega sugli anticipi pensionistici e dei grillini sul cosiddetto reddito di cittadinanza, o sulla prescrizione breve, anzi brevissima. Essa fu introdotta come una supposta nella cosiddetta legge “spazzacorrotti”, e dall’anno scorso consente dopo l’emissione della prima sentenza, anche di assoluzione, che l’accusa renda a vita l’imputato di turno.

 

 

 

 

 

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Proteggiamo, per favore, quello scopritore di talenti che è Di Maio

          Lasciatemi esprimere la speranza che quel benedetto Figliuolo del generale di Corpo d’Armata degli alpini da cui tanto dipende la campagna di immunizzazione in corso contro il Covid 19, e varianti, abbia fra i suoi poteri di commissario straordinario anche quello di esonerare da ogni tipo di fila il giovane ministro degli Esteri italiano, di neppure 35 anni, che compirà solo a luglio, e di fargli iniettare le necessarie dosi di un vaccino a sua scelta, preferibilmente però AstraZeneca. Che funzionerebbe anche di promozione, visti gli intoppi pur rimossi e “il ritorno di fiala” felicemente annunciato in prima pagina dal manifesto dopo la pronuncia liberatoria della competente agenzia europea.

            Luigi Di Maio -non off Maio, come lo chiama qualche ambasciatore straniero- merita di essere salvaguardato, garantito, protetto e quant’altro non solo per le sue funzioni di governo -in un momento in cui, oltre alle guerre calde in corso in tanti posti dove sono compromessi anche gli interessi italiani, si rischia di tornare pure alla guerra fredda dei decenni scorsi-  ma per le doti che sta via via rivelando di scopritore di talenti. Sarebbe pericoloso doverne fare a meno per qualche incursione di virus.

            Nei mesi scorsi, quando era ancora a Palazzo Chigi un Giuseppe Conte sicuro del fatto suo, e a modo suo, che dormiva fra due guanciali, dei quali uno era la popolarità attribuitagli dai sondaggi e l’altro la convinzione che s’era fatto della stanchezza, indisponibilità e non so cos’altro di Mario Draghi a succedergli, Di Maio non riuscì a resistere alla tentazione di incontrare l’ex presidente della Banca Centrale Europea. E, anche a costo di aumentare la diffidenza di Conte, non del tutto convinto delle assicurazioni del suo portavoce Rocco Casalino sui propositi e sui progetti inoffensivi dell’ex capo politico del movimento grillino, tenne ad annunciare e spiegare la buona, anzi ottima impressione ricavata da quell’incontro. Draghi, insomma, aveva fatto colpo anche su Di Maio, cui evidentemente non era bastato, per farsene un’idea giusta, ciò che di “SuperMario” si diceva già in tutto il mondo, o almeno in Europa, per averne saputo e voluto peraltro salvare la moneta. Persino Trump oltre Atlantico, ancora imperante alla Casa Bianca, ne aveva apprezzato e invidiato le doti confrontandole col governatore della Banca Centrale americana. 

            Beh, dopo Draghi, intanto approdato felicemente a Palazzo Chigi e sollevato dalla ipotesi di allontanarlo dalla Farnesina per la indisponibilità di Conte a prenderne il posto avendo altro per la testa, Di Maio ha voluto rilasciare il suo certificato di apprezzamento anche a Enrico Letta, subentrato a Nicola Zingaretti alla guida del Pd. Con cui i grillini, o ciò che ne resterà alla fine del caos in cui si dibatte il MoVimento 5 Stelle, dovrebbero stringere secondo Di Maio forti rapporti “non solo elettorali”.

            “Ho sempre lavorato bene con Letta”, ha appena detto Di Maio pur non precisando dove e parlando, appunto, di Enrico e non dello zio Gianni, col quale probabilmente il ministro degli Esteri ha avuto già i suoi abboccamenti. Che gli potrebbero consentire di apprezzarne pubblicamente le doti quando verrà il momento di rivedere a tutti gli effetti i giudizi su Silvio Berlusconi e il berlusconismo, non limitandosi più a sopportarne la comune partecipazione all’avventura politica e istituzionale di Draghi: avventura intesa in senso buono, naturalmente.

 

 

 

 

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