La Pasqua è arrivata -auguri- ma la Quaresima da virus continua

            Scrive giustamente Ilvo Diamanti su Repubblica che “la Pasqua è arrivata, ma la Quaresima del Virus”, cioè da Virus, “non sembra finita” con i suoi “sacrifici e divieti, obblighi e vincoli”, che tuttavia sono “gli stessi italiani a indicare” come necessari, secondo l’ultimo sondaggio Demos.

Ma i sondaggi sono quelli che sono, capricciosi a dir poco. Ad Alessandra Ghisleri, per esempio, risulta da altri sondaggi cui ha provveduto lei stessa, ed ha esposto sulla Stampa, che “sette italiani su dieci dicono basta alle restrizioni”. Sarebbero quindi solo tre su dieci i responsabili, gli avveduti o, secondo gli altri sette, gli sprovveduti, gli ingenui, i manipolati dai virologi, o almeno da quelli che all’emergenza ci credono e non considerano i vaccini “acqua di fogna”, o i virus agenti pericolosi di Israele e dintorni, secondo un libro demenziale scritto a più mani, fra le quali quelle di un magistrato di Corte d’Appello. Cui è riuscito di strappare la prefazione ad un procuratore della Repubblica che frequenta spesso con foto, dichiarazioni e conferenze stampa le prime pagine dei giornali: Nicola Gratteri, naturalmente. E’ proprio lui: quello risparmiatoci come ministro della Giustizia qualche anno fa da un veto posto dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al presidente del Consiglio Matteo Renzi, che glielo aveva proposto nella lista del suo primo e unico governo portata al Quirinale nel 2014.

            Tra quei sette sprovveduti che sono stanchi delle “restrizioni” e vorrebbero proclamare festosamente finita la Quaresima da virus può anche capire di avere la voglia di arruolarsi quando si vede su un giornale la foto di quei due agenti di Polizia sprecati nel controllare documenti e quant’altro di un’innocua coppia seduta con tanto di mascherine sul naso, in una piazza per  niente affollata, sul basamento di un monumento. E magari a qualche centinaio di metri di distanza nessuno interveniva a sfoltire gli assembramenti alle bancarelle di frutta e verdura di un mercato. O altri a Brescia potevano andare in giro tranquillamente con le loro bottiglie Molotov da lanciare come bombe a mano su un centro di vaccinazioni, spero non nell’ambito di quel piano eversivo di anarchici e simili contro la salute temuto da Franco Locatelli, il presidente del Comitato Tecnico Scientifico alle cui valutazioni si attiene il governo prima di prendere le sue decisioni.

            C’è tuttavia chi in questa Quaresima Continua, con le maiuscole di un titolo da movimento politico, mostra di avere finalmente messo giudizio in fortunata astinenza televisiva. Mi riferisco all’indimenticato Michele Santoro. Che, intervistato in una delle sue giornate inoperose, ha risposto così ad una domanda sul ritorno, o sulla permanenza, dell’odiato Silvio Berlusconi sulla scena politica con la partecipazione della sua Forza Italia, o di quel che ne rimane, al governo di Mario Draghi: “Per me è drammatico che siamo ancora a Berlusconi. Come è drammatico che vada al potere un comico, Beppe Grillo, e abbiamo il servizio pubblico più controllato della storia senza un programma di satira sul potere”. Ma, visto che si trovava, Santoro ha colto l’occasione anche per pentirsi di avere votato a suo tempo per Virginia Raggi al Campidoglio, assicurando che non tornerà a farlo, forse disertando le urne, visto che la grillina rischia di essere confermata in un altro ballottaggio, non si sa ancora contro chi, con l’aiutino dei partiti per i quali Santoro ha di solito sempre votato prima della sbandata per la Raggi.

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Quella Via Crucis di Enrico Letta così poco promettente per il Pd

            Ironia a parte, naturalmente, non hanno poi tutti i torti quelle due donne che Enrico Letta ha appena fatto eleggere alla presidenza dei gruppi parlamentari del Pd a preoccuparsi -nella vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera- sul tipo di Via Crucis celebrato venerdì santo dallo stesso Letta. Che, avvolto in un saio, e rigorosamente scalzo, si porta sulle spalle lungo la salita del Golgota il Conte appeso al nulla del discorso con cui ha esordito su Facebook come capo del MoVimento 5 Stelle. Le penitenti si chiedono, in particolare più la deputata Debora Serracchiani parlandone con la senatrice Simona Malpezzi, se non sia “Giuseppe”, cioè Conte, piuttosto che Enrico, cioè Letta, l’uomo destinato alla Resurrezione.

            Il rischio politico di un Pd che ha meno da guadagnare dal cantiere che il nuovo segretario si è compiaciuto di avere aperto, o ereditato da Nicola Zingaretti, col movimento pentastellato dell’eterno “garante” Beppe Grillo, c’è davvero. Lo ha esposto bene il professore Giovanni Orsina, intervistato dai giornali del gruppo Riffeser, dicendo che “Pd e nuovo movimento 5 Stelle si rubano voti a vicenda”.

Pertanto è difficile pensare che da quel cantiere possa davvero uscire una coalizione impropriamente definita di centro sinistra che, recuperando tutte le distanze accumulate nelle elezioni di ogni tipo svoltesi negli ultimi tre anni dopo quelle generali del 2018, possa vincere alle prossime consultazioni politiche contro la coalizione di centrodestra. Che, pur divisa oggi tra leghisti e forzisti da una parte, imbarcatisi nel governo di Mario Draghi, e i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni dall’altra, rimasti all’opposizione per ragioni di igiene democratica, come la stessa Meloni ha spiegato, è destinata a ripresentarsi unita al rinnovo del Parlamento, come del resto lo è al governo della maggior parte delle regioni. Non dimentichiamo questo particolare, credo, non irrilevante dello scenario politico nazionale, che rimarrà tale comunque andranno a finire nell’autunno prossimo le elezioni in programma in pur importanti città come Milano e soprattutto Roma. Dove peraltro Letta, per quanti incontri cerchi di avere dentro e fuori casa, come quello di ieri con Luigi Di Maio, non essendo evidentemente bastato il colloquio con Giuseppe Conte di qualche giorno fa a due passi dal Senato, deve ancora trovare un candidato che eviti la conferma della sindaca uscente Virginia Raggi. Che, per quanto grillina, cioè appartenente al “cantiere” accennato sopra, sarebbe una clamorosa sconfitta per il Partito Democratico. O no?

            Per quanto possa essere per lui imbarazzante ammetterlo, sia per il contenuto del titolo sia per il giornale sulla cui prima pagina è stato pubblicato, cioè La Verità di Maurizio Belpietro, di sapore indiscutibilmente leghista, e perciò indigesto per l’uomo tornato al Nazareno, il segretario del Pd sa benissimo che il Conte reduce dall’esordio come capo del movimento grillino in corso di rifondazione può ben essere definito con felice sarcasmo “il dottor Divago”. Così come non è campato in aria il titoletto del Quotidiano del Sud, sempre in prima pagina, secondo il quale “Letta è partito”, con tutti i suoi spostamenti fisici e verbali, “ma il Pd è fermo”.

            Per fortuna Mario Draghi, con l’ampia maggioranza parlamentare di cui dispone e per la sua serietà, per quanto sfottuto quotidianamente da Marco Travaglio, che se la prende con la lingua bavosa dei sostenitori del presidente del Consiglio dimenticando quella dei nostalgici del predecessore, è alla guida del governo. E può sorridere anche di chi lo insolentisce.   

Il Conte del nuovo corso grillino alla prova col caso di Del Turco

Se all’ex presidente del Consiglio, professore, avvocato ma soprattutto capo esordiente di un “suo”, “nuovo”, “rifondato”, “rigenerato” movimento 5 Stelle, o quante ne risulteranno alla fine di questo processo evolutivo, chiamiamolo così, non dispiace, o addirittura non si offende, come spero non accada, vorrei chiedere una prova dei suoi buoni propositi, pur limitati -ho paura- da quel “senza rinnegare il passato” che ha inserito nel  lungo discorso di debutto. Una formula, quest’ultima, che somiglia tanto a quel che lo stesso Conte ed altri, come il nuovo segretario del Pd Enrico Letta, rimproverano all’europeismo praticato da qualche tempo da Matteo Salvini senza rinnegare -pure lui- il passato con parole, incontri internazionali e quant’altro, alla faccia pure del suo amico, compagno di partito e ministro Giancarlo Giorgetti.

            La prova che chiedo a Conte è una direttiva, un consiglio, una raccomandazione, come preferisce lui, a chi parteciperà giovedì prossimo per conto del suo movimento alla riunione dell’Ufficio di Presidenza del Senato, con tutte le maiuscole che gli spettano, sulla vicenda del vitalizio dell’ex parlamentare, ex ministro, ex sindacalista, ex segretario socialista Ottaviano Del Turco. Al quale, per quanto ammalato contemporaneamente di cancro, Parckinson e Altzeimer, praticamente in fin di vita, sono stati tolti i 5.500 e rotti euro percepiti prima dell’intervento punitivo perché condannato definitivamente a 3 anni e 11 mesi per “induzione indebita” come presidente della regione Abruzzo.

In quella veste Del Turco -è bene ricordarlo agli smemorati-  incorse in un processo procuratogli dalle accuse ritorsive di un imprenditore della sanità privata che lui aveva danneggiato facendone controllare senza sconti, diciamo così, conti e rapporti da convenzioni con gli uffici regionali.

            I millesettecento euro mensili di pensione che percepisce l’ex senatore per la sua attività sindacale, giustamente protetti da una legge dello Stato valida per tutti, anche i condannati e i detenuti,  dovrebbero bastare, e forse pure avanzare, secondo le valutazioni già espresse dall’Ufficio di Presidenza del Senato prima di riconvocarsi, a far vivere con la necessaria e costosa assistenza gli ultimi mesi o anni che restano a Del Turco.

 Ma se c’è una legge che ne tutela la pensione da sindacalista perché a Del Turco è negata la pensione di ex parlamentare che si chiama vitalizio, peraltro già ridotta dai tagli apportati a tutti i trattamenti di quel tipo per rapportarli meglio ai contributi effettivamente versati? Gli è negata per una delibera congiunta, che ne porta i nomi, dei presidenti delle Camere della scorsa legislatura, Pietro Grasso e Laura Boldrini, emessa sulla spinta della campagna anti-casta condotta dai grillini, allora peraltro ancora in minoranza in Parlamento ma già scambiati per i vendicatori di tutte le ingiustizie e di tutti i privilegi, veri o presunti che fossero, o siano ancora.

            Via, professore, avvocato, rifondatore del movimento ancora di maggioranza relativa nel Parlamento eletto nel 2018, per quanto esso  abbia perduto per strada un bel po’ di senatori e deputati, per non parlare dei punti perduti nelle varie elezioni di diverso livello svoltesi negli ultimi tre anni e dei sondaggi che spulciamo una settimana sì e l’altra pure sui vari giornali che li commissionano, dia un taglio a questa storia che francamente mi sembra coerente solo con una logica perversa, farcita di demagogia, populismo e -diciamolo pure- cattiveria. Alla quale è doveroso opporsi per un minimo sentimento di “pietà” o “umanità” non a torto invocate in questi giorni da chi sta cercando di difendere la dignità di un uomo, prima ancora di un ex parlamentare, ex ministro, ex sindacalista, ex politico, e padre -non dimentichiamo neppure questo- di un figlio incaricato dall’autorità giudiziaria di amministrarne, cioè tutelarne, diritti e interessi.  

            Cerchi, professore, almeno lei, di non avere imbarazzo, diciamo così, a guardarsi nello specchio pensando a ciò che si è fatto e si vorrebbe continuare a fare contro l’inerme Del Turco. E torni a ripetere ai suoi compagni ormai di movimento, anche se non mi pare che vi sia ancora iscritto, visto che lo sta rifondando, il danno che procurano anche a chi le pronuncia le parole che ha definito “aggressive”. E anche certi gesti che le accompagnano, come quelle forbici gigantesche pur di carta sventolate davanti al Parlamento. O certe gazzarre in aula.

Qui se c’è qualcosa da tagliare davvero è -creda a me, professore- la giustizia amministrata dai politici. I quali, come ha giustamente osservato l’ex guardasigilli Claudio Martelli, riescono a fare più danni, materiali e morali, dei peggiori magistrati.

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 6 aprile

Il mezzo pesce d’aprile di Conte all’esordio come capo delle 5 Stelle

            I pessimisti, i maliziosi, gli scettici, i prevenuti, gli avversari, chiamateli come volete, temevano che fosse solo il classico, puntuale pesce d’aprile il debutto di Giuseppe Conte come nuovo capo del MoVimento 5 Stelle annunciato per ieri, in collegamento Facebook con parlamentari, o portavoce, consiglieri regionali, comunali e d’ogni altro livello, simpatizzanti. No. Non è stato un pesce d’aprile. E’ stato solo un mezzo pesce d’aprile. Mezzo, perché il debutto c’è stato davvero sul piano fisico, per giunta con le modalità streaming sospese da un po’ di tempo dagli addetti ai lavori per timore di imprevisti.

 Anche se a Marcello Sorgi sulla Stampa e a quelli del Fatto, con un bel titolo giallino in prima pagina, l’ex presidente del Consiglio è apparso vestito di verde -giusto per avvalorare l’edizione ecologica del movimento, che ha permesso a Grillo di portarlo, anzi di spingerlo nel governo di Mario Draghi, con tanto di Ministero nuovo per la transizione verde, appunto- e a me che ho visto le foto comparse su tutti i giornali mi è sembrato invece  vestito del solito blu, o azzurro elettrico, a seconda della luminosità tipografica, Conte si è davvero presentato all’appuntamento serale. E stavolta con un modesto ritardo -solo  mezz’ora- rispetto alle abitudini di quando lavorava a Palazzo Chigi e faceva notte.

Si è presentato avendo alle spalle una “solida libreria” certificata sul Corriere della Sera dall’esperto e simpatico Fabrizio Roncone, e ha parlato addirittura per un’ora raccogliendo centomila like e diecimila commenti in diretta, pensate un po’: roba da far tremare i polsi anche ad uno come il portavoce ora personale dell’avvocato, l’indimenticato Rocco Casalino. Che avrà già cominciato a giocare con i suoi algoritmi per prevedere in quanti voti o percentuali elettorali possa trasformarsi l’esordio telematico dell’ex presidente del Consiglio in altra veste.

In circa un’ora di discorso sul “mio”, “nuovo”, “rifondato”, “rigenerato” movimento consegnatogli da Beppe Grillo in casco d’astronauta a Roma davanti ai ruderi dei Fori imperiali, Conte ha speso una quantità enorme di parole. Cui egli ha attribuito -testuale- un grande “potere trasformativo”, esortando quindi gli amici a cominciare ad adoperarle anche loro con giudizio, o con minore sprovvedutezza e “aggressività” del solito, visti i danni che con uso avventato della lingua sono riusciti a procurarsi, pur al governo con lui, perdendo in poco più di due anni una metà, più o meno, dei voti raccolti nelle elezioni generali del 2018, secondo i sondaggi o i risultati delle elezioni via via affrontate a livello locale o per il Parlamento europeo, nel 2019.

Ma anche con l’uso più accorto delle parole, da buon professore di diritto e avvocato che è, sia pure civilista, che usa più scrivere che parlare, come tocca invece al penalista per colpire e convincere anche emotivamente la Corte dei giudici, Conte ha finito per scivolare pure lui e per regalarci il sia pur mezzo pesce di aprile accennato all’inizio. Egli ha detto, in particolare, che il movimento dovrà farsi rifondare, rigenerare e quant’altro da lui “senza rinnegare il passato”, testualmente. E’ qui che casca l’asino pur metaforico, a mio avviso, per carità, senza volerlo dare anche fisicamente a cotanto oratore. Per non andare troppo lontano da lui, che per un po’ ci ha governato insieme, Conte ha fatto come Matteo Salvini col suo ritrovato o scoperto europeismo senza rinnegare il passato, anche rinverdendolo ogni tanto con parole e incontri.

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Neppure lo spionaggio riesce più ad essere una cosa seria…

            Scusatemi, ma non riesco né a indignarmi né a preoccuparmi per questa storia di spionaggio che per qualche ora -non di più, per fortuna- ha sovrastato quella più seria della pandemia o -come ha titolato un giornale- dell’”Europa in ginocchio da Putin” per ottenere un po’ del vaccino dal nome sovietico dello Sputnik. E’ lo stesso Putin al quale, con la forza dei “bicipiti gonfi” del giovane ministro degli Esteri Luigi Di Maio ironicamente rivelatici da Mattia Feltri sulla Stampa,  abbiamo rimandato indietro due spie russe. Che a Spinaceto, senza travestirsi da preti come sarebbe avvenuto  all’ombra del Cupolone, pagavano 5000 euro l’uno i documenti digitali contenenti chissà quali e quanti segreti della Nato e  consegnati  da un capitano italiano di fregata. Da cui si spera, per il grado della sua uniforme, siano state passate solo fregature ai suoi clienti.

            Ma più dei gradi, scusatemi anche questa ironia, mi fa sorridere il cognome del capitano arrestato: Biot, Walter Biot. Che non è uno pseudonimo del celebre James Bond, d’altronde ormai fuori tempo. Delle due l’una: o è un discendente alla larga di un omonimo scienziato francese vissuto fra il 1774 e il 1862, morto quindi alla straordinaria età, per quei tempi, di 88 anni, che sono tanti anche per noi di questo 2021, o è un simulatore elettrico, essendo il BIOT, tutto maiuscolo, l’unità di misura dell’intensità di corrente elettrica pari a 10 ampere.

            Tutta questa storia che mi sembra, più che di spie vere, da vignetta del tipo di quella di Sergio Staino sulla prima pagina della Stampa, già citata per i bicipiti di Di Maio, rischia di tradursi in una boutade diplomatica e militare se fosse vera la poca rilevanza, o addirittura la inconsistenza, dei segreti venduti del resto non a caso a così buon mercato in quel di Spinaceto: poca rilevanza o inconsistenza anticipata da “ambienti” della Nato anche per le postazioni modeste di accesso dell’ufficiale italiano in difficoltà economiche, piuttosto che in crisi di coscienza politica. Se davvero le pen drive passate dal capitano di fregatura, più che di fregata, sono state un po’ farlocche, più da banchetti di Porta Portese che da spacci di spie, c’è da preoccuparsi solo per la figuraccia che rischiamo al Dipartimento di Stato, Pentagono, Casa Bianca e dintorni. Dove, secondo gli immancabili retroscenisti di casa nostra, il ministro italiano dai gonfi bicipiti avrebbe voluto mandare un segnale rasserenante di vigilanza e insieme di lealtà atlantica per dissipare i dubbi che possono procurare oltre Oceano le perduranti simpatie per i cinesi da parte di Beppe Grillo. Il cui movimento è notoriamente a pezzi, tanto da essere stato affidato a Giuseppe Conte come ad un meccanico, ma rimane ancora -ahimè- il più rappresentato, e quindi centrale, del Parlamento italiano.

            Gira e rigira, ripeto, questa storia non mi sembra seria. Non quanto, comunque, quella di non ho capito quanti milioni di mascherine fallate, e quindi fasulle, siamo riusciti ad acquistare dalla Cina, o la Cina è riuscita a rifilarci, per proteggerci dalla guerra dichiarataci e condotta spietatamente dal Covid 19  quando non c’erano ancora i vaccini. E spero che non sia un affare vero di spionaggio, cioè di sabotaggio, essendo partito il Covid da quelle parti.  

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In attesa di un rimorso improbabile di Caselli su Andreotti

Se fosse vero, come mi auguro, che la direttiva europea appena approvata alla Camera sulla presunzione d’innocenza, già stabilita del resto nella nostra Costituzione almeno a parole, dovrà tradursi, come ha detto il deputato Enrico Costa contestando la versione minimalistica datane dai grillini, segnerà la fine dei processi mediatici, delle conferenze stampa dei pubblici ministeri e dei nomi dati enfaticamente a certe indagini, come le famose “mani pulite” di una trentina d’anni fa contro tutte le mani presuntivamente sporche dei politici che capitavano sotto tiro; se fosse vero tutto questo, ripeto, dovrei tirare finalmente un sospiro di sollievo. E non unirmi allo scetticismo di chi ha già dubitato che la direttiva, per quanti sforzi si possano attendere da una ministra della Giustizia garantista come Marta Cartabia, non si tradurrà mai, o si tradurrà chissà quando, in qualche disposizione concreta che punisca i recidivi. I quali vanno intesi naturalmente come magistrati votati, destinati e quan’altro a proseguire in certe abitudini. Ma temo di non farcela a coltivare l’ottimismo della volontà piuttosto che il pessimismo della ragione, come pure esortava a fare lo sfortunato Antonio Gramsci.

            Nel mio pessimismo della ragione fatico anche a immaginare, di fronte al voto della Camera e ciò che ne potrà seguire, il rimorso di qualcuno dei magistrati appena glorificati sulle prime pagine di molti giornali nella pregustazione della condanna degli imputati a carico dei quali si è appena aperto un processo santificato anche dalle telecamere della televisione di Stato. Non faccio nomi perché anche in questo caso, come in altri qui lamentati, non è problema di nomi ma di metodo, essendosi già viste e sentite storie del genere di quelle denunciate e ottimisticamente date per finite dal deputato Costa.

            Un nome però permettetemi di farlo per lamentarmi di certe pratiche non proprio compatibili con la direttiva europea, in particolare con quella parte in cui si vieta di considerare colpevole una persona sulla quale sono state espresse nelle competenti sedi “decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza”. Ne faccio il nome- che è quello di Gian Carlo Caselli- per la grande stima che ne ho, a parte il dissenso su ciò che tornerò fra poco a contestargli, e per il coraggio col quale egli ha trattato nell’esercizio delle sue funzioni fenomeni terribili come il terrorismo prima e la mafia poi.

            Ebbene, da Caselli mi aspetto prima o poi, proprio per la stima che gli confermo, un po’ di rimorso per l’insistenza con la quale -polemizzando con chiunque parlasse o scrivesse dell’assoluzione definitiva, in Cassazione, di Giulio Andreotti dai reati di mafia contestatigli, a dispetto anche di quel decreto legge a rischio di illegittimità costituzionale con cui aveva rimandato in galera mafiosi che ne erano usciti per cosiddetta decorrenza dei termini della loro custodia “cautelare”- ha tante volte sostenuto la colpevolezza, invece, dell’ex presidente del Consiglio. Il quale sarebbe stato assolto solo per i fatti successivi -se non ricordo male- al 1980, risultando provati, secondo lui, ma prescritti i fatti o i rapporti precedenti con esponenti della mafia.

            Mi è dispiaciuto, ripeto, per la stima che ho di Caselli e non solo per essere stato fra i giornalisti con i quali lui ha polemizzato, ch’egli abbia continuato a sostenere la tesi dell’assoluzione praticamente a metà anche dopo che gli avvocati difensori dell’ancor vivo ex imputato gli risposero educatamente una volta riportando un virgolettato della voluminosa sentenza della Cassazione. In esso si riconosceva pari credibilità, cioè nulla ai fini di un giudizio finale, sia a una lettura colpevolista dei fatti e rapporti antecedenti il 1980 sia a quella innocentista.

            Ricordo con rammarico, a dir poco, il rifiuto oppostomi dal direttore del giornale sul quale si era svolta la polemica con l’ex capo della Procura di Palermo alla richiesta di replicare ai suoi ragionamenti con quel richiamo degli avvocati di Andreotti, che erano notoriamente Franco Coppi e Giulia Buongiorno. Quel rifiuto mi fu motivato pressappoco così: non voglio chiudere questa polemica senza lasciare l’ultima parola a Caselli, cui però, negando la mia risposta, egli curiosamente non concedeva neppure la replica. Alla quale certamente io non mi sarei opposto sia per ragioni di stile sia per il rispetto dovuto alle competenze contrattuali e morali del direttore.

            Ora, a distanza di anni dall’accaduto, grazie alla correttezza, e al nome stesso della testata del Dubbio,  e del suo direttore, e infine all’attualità della questione riproposta dalla direttiva europea sulla presunzione di innocenza, voglio sperare di vedere finalmente Caselli smetterla di sostenere l’assoluzione solo a metà della buonanima di Andreotti. Che peraltro, proprio da buonanima non può proprio fisicamente difendersi, temo neppure in una seduta spiritica. Di  cui, del resto, non sono un esperto o solo casuale partecipe, come capitò invece a Romano Prodi durante il sequestro di Aldo Moro.

Pubblicato sul Dubbio

La forza di un’immagine vera e di una falsa

            Ah, la forza di una foto, ma anche -come vedremo, pur al rovescio- di un fotomontaggio.

            La foto è quella della coppia Draghi -il presidente del Consiglio e la moglie- in fondo ad una sala, seduti e dialoganti fra di loro, che attendono il turno della vaccinazione da ultrasettantenni con il tanto contestato AstraZeneca, pur abilitato dalla competente agenzia europea di controllo anche nel nuovo nome, credo, che si è dato di Vaxzevria. E proprio questo dello specifico vaccino che i coniugi Draghi, come il figlio che vive a Londra, hanno accettato di farsi iniettare è il messaggio più importante di quella foto: “il gesto”, come lo ha chiamato in un titolo Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana.

Che anche il presidente del Consiglio, peraltro membro dell’Accademia Pontificia delle scienze sociali nominato personalmente dal Papa, credo acquisti davanti alla chiesa di turno delle messe festive alle quali assiste senza prima avvertire fotografi, cameramen e simili per ricavarne pubblicità.

            E’ confortante vedere un uomo pubblico, diciamo così, senza neppure scomodare le figure del presidente della Repubblica, anche lui sottopostosi di recente alla vaccinazione, o del presidente del Consiglio, che compie un “gesto” esemplare di immediata lettura o comprensione.

            Ed ora passiamo al fotomontaggio di copertina del solito Fatto Quotidiano in cui il generale Francesco Paolo Figliuolo -il commissario straordinario all’emergenza virale che ha sostituito Domenico Arcuri, rimpianto da quel giornale come un campione pugnalato e deposto dal governo succeduto a quello di Giuseppe Conte, anche lui disarcionato a tradimento- viene esposto al ludibrio dei lettori con le sue decorazioni e i suoi gradi farciti di uova di cioccolata, provolone, pollo arrostito e altro.

E ciò a dimostrazione dell’”ultima” che il generale avrebbe commesso secondo “i controllori dei conti”, quelli della omonima Corte, spendendo “senza criteri” 850 milioni di euro “e pure le sponsorizzazioni per pagare gli hotspot”. Sono “contestazioni”, ripeto, per ammissione dello stesso giornale, che però con quel fotomontaggio e nel contesto del suo modo di vedere l’amministrazione della giustizia diventano nei fatti, plurale del Fatto, già una sentenza definitiva di condanna, in un processo sommario di carta stampata.

            Mi chiedo, anzi torno a chiedermi, con la solita ingenuità o il solito rincitrullimento di un anziano che ha trascorso buona parte della sua vita nelle redazioni, tra le vecchie macchine da scrivere e i computer che ne hanno poi preso il posto, se questo può essere davvero considerato giornalismo. O come altro si debba invece ritenere e definire. E me lo chiedo all’indomani dell’approvazione alla Camera, finalmente, di una direttiva europea sulla presunzione d’innocenza contro l’abitudine purtroppo diffusa di presentare persino con “dichiarazioni pubbliche” di magistrati e loro prolunghe  una persona “come colpevole” non solo in assenza di giudizio ma addirittura dopo “decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza”. Direttiva europea, Stato di diritto, serietà d’informazione e altro ancora….Ma di che parliamo di fronte allo scempio quotidiano, come la testata in questione, che se ne fa?

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Le toghe…assetate di vaccini e certe penne di rimorsi, a loro insaputa

             Non c’è giornale -o quasi, come vedremo- che non abbia messo in prima pagina la vicenda del sindacato dei magistrati costretto, di fronte all’indignazione generale, anche di alcune celebri firme della magistratura come quelle di Carlo Nordio e di Antonio Di Pietro, a fare marcia indietro, o di lato, dopo avere minacciato qualcosa di simile allo sciopero per reclamare la precedenza nelle vaccinazioni. Che peraltro era stata sollecitata alla Protezione Civile da Alfonso Bonafede negli ultimi giorni di ministro dimissionario della Giustizia, a febbraio.

            Titoli e commenti alternano rabbia, ironia, sarcasmo e quant’altro: dalla convinzione, per esempio, di Vittorio Feltri, su Libero, che in fondo sia meglio vedere i magistrati scioperare che lavorare perché non lavorando “non fanno guai”, al richiamo del figlio Mattia, sulla Stampa, al famoso “io sò io” lasciando sottinteso, sulla lingua dei magistrati in agitazione, il resto. Che suona molto volgarmente così in romanesco stretto: “voi non siete un cazzo”. E mi scuso naturalmente con chi mi legge.

            Si passa, fra l’altro, dal perentorio invito del Tempo ai magistrati a mettersi in fila alla “pandemia giudiziaria” del Foglio, rigorosamente in rosso perché non sfugga al lettore. Ma consentitemi di tornare su Carlo Nordio, ormai in pensione ma sempre sulla breccia a scrivere di argomenti come questi, per riportarne – oltre al “disgusto” e alla “ribellione” avvertita di fronte alla minaccia di sostanziale sciopero, equiparata a “manifestazione di presunzione sconfinante nell’arroganza”-  la “sorpresa per un atteggiamento che farà precipitare la credibilità delle toghe nella considerazione generale, ammesso che ci sia ancora lo spazio per precipitare dopo le rivelazioni di Palamara”. Grazie alle quali abbiamo trovato tutti conferma, con dovizia di particolari, del traffico di influenze  contestato come reato a qualunque disgraziato che abbia procurato un posto ad un disoccupato con una raccomandazione, ma praticato come segno di autonomia e di indipendenza nella gestione delle carriere giudiziarie.

            Veniamo adesso al “quasi” cui ho accennato all’inizio per segnalarvi che non sono stati proprio tutti i giornali ad avvertire la gravità di questa vicenda portandola sulle loro prime pagine. Non ha avvertito questa gravità, per esempio, la nave ammiraglia della flotta di carta stampata anti-casta, anti-privilegi, anti-abusi eccetera, eccetera. Mi riferisco naturalmente al Fatto Quotidiano, che ha preferito continuare a portare, o a mantenere, come preferite, in prima pagina come un’ossessione i viaggi all’estero di Matteo Renzi o le sparate dell’altro Matteo, cioè Salvini. Cui, in un tratto di sorprendente generosità, ha riconosciuto a Mario Draghi in una vignetta il merito di avere tirato le orecchie facendogliele diventare rosse, come fece a suo tempo l’intrepido Giuseppe Conte, quando lo aveva quasi sopra di sé come vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

            Però con Draghi il direttore del Fatto è tornato pungente nel suo editoriale per avvisarlo, naturalmente “nel suo bene”, dei danni che gli procurano “gli amici di lingua” che ne scrivono così goffamente compiaciuti da diventare “i suoi peggiori nemici”. Temo che ci sia, a insaputa dell’interessato, come capitò a Cristoforo Colombo di scoprire l’America cercando le Indie, dell’autobiografico e del pentimento per i tanti cattivi servizi resi a Conte scrivendone così bene quando stava a Palazzo Chigi, ma -a dire il vero- anche ora che non c’è più, rimpiangendolo quasi in lacrime.

 

 

 

 

 

 

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Mario Draghi fra il tiro al piccione e la corsa in una utilitaria

              In questa settimana santa, o di passione, la polemica politica continua a svilupparsi spesso coi toni e nei modi di una qualsiasi settimana ancora di Carnevale. Lo dimostra quel titolo sparato con una ironia mal riuscita, se voleva essere ironia, su tutta la prima pagina di Libero. Che attribuendo praticamente al presidente del Consiglio tutte o gran parte delle responsabilità dei disagi procuratici non da lui ma dalla pandemia virale ostinata a perseguitarci, pur tra errori che, per carità, possono essere stati commessi ai vari livelli delle cosiddette autorità preposte, quindi anche ai più alti, gli rinfaccia in nero la “Pasqua di tumulazione” in arrivo. E in rosso spiega che “Cristo risorge, l’Italia no”.

            Il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, cerca a suo modo di difendere Draghi da critiche, pressioni e quant’altro provenienti anche dall’interno della sua maggioranza, tanto estesa quanto complicata, spiegando a un lettore: “Ci possono essere naturalmente diversità di opinione in una maggioranza così vasta. E’ giusto che vengano discusse e affrontate e che il premier dia il suo indirizzo. Profondamente sbagliato è invece inaugurare un tiro al piccione e un fuoco incrociato giornaliero. Non è serio nei confronti delle difficoltà che stiamo vivendo”.  

             Mi sembra un commento azzeccato, anzi serio, al contrario del tiro al piccione in corso contro Mario Draghi. Di cui, peraltro, dopo avere permesso, condiviso e quant’altro le fluviali esternazioni del predecessore Giuseppe Conte, ora per fortuna alle prese silenziose col marasma grillino, si esaminano al microscopio aggettivi, sostantivi e mimiche delle conferenze stampa. Che pure qualcuno sospettava ch’egli non volesse fare chissà per quale paura o disegno perverso.

            All’immagine del piccione sotto tiro usata dal direttore del Corriere il buon Massimiliano Panarari sulla Stampa ne ha preferito un’altra per rappresentare la situazione “eccezionale” e “anomala” in cui si trova il presidente del Consiglio ancora fresco di nomina e di fiducia parlamentare, si potrebbe dire anche se l’una e l’altra non sono proprio di ieri o di pochi giorni fa. Egli ha scritto, in particolare e con una certa efficacia, che il buon Draghi è un po’ come “un motore Ferrari inserito su un’utilitaria”, viste le condizioni in cui l’inquilino di Palazzo Chigi ha ereditato il sistema politico, e persino anche quello istituzionale. Che, non essendo nessuno riuscito ad ammodernare -mi permetto di ricordare- per le bocciature referendarie riservate dal popolo sovrano, come dice la Costituzione, cioè dagli elettori, alle riforme tentate sia dal centrodestra sia dal centrosinistra, funziona come funziona, cioè a scartamento ridotto.

            All’annuncio della decisione del capo dello Stato  di mandare finalmente a Palazzo Chigi Draghi con tutta la sua esperienza e il prestigio guadagnatosi a livello internazionale mi tornò in mente una foto, in particolare, fra quelle dell’assalto che nel 2015 a Francoforte l’allora presidente della Banca Centrale Europea durante una conferenza stampa aveva subìto da una giovane dimostrante caucasica, saltata per protesta sul tavolo per lanciargli addosso quelli che poi per fortuna si sarebbero rivelati solo coriandoli, e non proiettili. Draghi aveva fatto una faccia tra lo sgomento e il terrore: la stessa -immaginai- che dovette fare ricevendo da Mattarella in persona, come mi risulta, la telefonata con la quale veniva avvertito del compito che lo aspettava alla guida del nuovo governo italiano. Buon lavoro, signor presidente del Consiglio.

 

 

 

 

 

 

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La settimana di passione al gruppo del Pd alla Camera dei Deputati

            In questa domenica delle palme che dovrebbe ispirare pace o armonia i giornali sono pieni di una lite scoppiata nel gruppo del Pd alla Camera. Dove si sta trasformando nella classica ciambella uscita senza il buco quel cambio di genere praticamente imposto al vertice dal nuovo segretario del partito Enrico Letta, quasi per scusarsi di non averlo saputo imporre alla guida della formazione politica. Avrebbe potuto farlo semplicemente rinunciando alla candidatura offertagli dal segretario dimissionario Nicola Zingaretti e invocando una segretaria finalmente donna, dopo una sfilza di segretari tutti uomini succedutisi dalla fondazione.

            La giovane e già ex ministra Marianna Madia, trovatasi in competizione nella corsa a capogruppo con la meno giovane e già presidente di regione Debora Serracchiani, peraltro presidente in carica di una commissione permanente della Camera non da poco com’è quella del Lavoro, quindi già elevata sul palco della cosiddetta parità di genere, ha accusato il capogruppo uscente Graziano Delrio di avere sostanzialmente truccato la gara sponsorizzando l’elezione della sua concorrente. Che, dal canto suo, ha mostrato una concezione particolare della sua vantata autonomia dal gioco perverso delle correnti denunciato con forza dall’ex segretario, sino a vergognarsene e a dimettersi: tanto particolare da avere negoziato con Br -per fortuna l’acronimo non delle brigate rosse ma della corrente degli ex renziani chiamata “Base riformista”- l’assegnazione del posto di vice presidente vicario, per parità di genere rigorosamente uomo. Sarebbe Piero De Luca, peraltro figlio di Vincenzo, il noto presidente della regione Campania non certo parco di iniziative spesso clamorose, senza le quali Maurizio Crozza perderebbe buona parte del suo divertente repertorio di imitatore, o comico.

            Graziano Delrio ha reagito alle proteste di Marianna Media con stupore e amarezza, se non vogliamo chiamarla indignazione, non negando di appoggiare la candidatura della Serracchiani, perché tutti si sono accorti obiettivamente della sua propensione, ma garantendo ugualmente neutralità e distacco. In pratica, sembra di capire ch’egli voterebbe per la Serracchiani, se non decidesse di astenersi per ragioni di stile, ma lo farebbe a titolo rigorosamente personale, di un semplice e ormai ex capogruppo entusiasticamente prestatosi alla necessità avvertita dal novo segretario di allontanare finalmente dal partito l’ombra del maschilismo.

            Beh, da questa vicenda francamente discutibile, a dir poco, specie alla luce anche di ciò che è già accaduto al Senato, dove l’ex capogruppo Andrea Marcucci, dopo un po’ di resistenza, si è scelta la succeditrice Simona Malpezzi incoronandola con un’elezione all’unanimità per la stragrande maggioranza di cui egli dispone nel gruppo, Enrico Letta avrebbe a mio avviso un solo modo di uscirne bene, o il meno male possibile. Che non è quello già adottato di compiacersi della “sana e bella competizione”, destinata a sfociare martedì in un’altra sana e bella votazione nel gruppo a scrutinio rigorosamente segreto. Sarebbe forse il caso di ricorrere ad un sano e garantito sorteggio, cui peraltro Letta durante il suo recente esilio da insegnante d’alta scuola a Parigi si è mostrato favorevole parlando degli esperimenti, diciamo così, che sono stati fatti in materia in Francia. Se non la meno brava, vincerebbe la più fortunata. Già Napoleone, d’altronde, preferiva che i suoi generali fossero più fortunati che bravi.  

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