La settimana di passione al gruppo del Pd alla Camera dei Deputati

            In questa domenica delle palme che dovrebbe ispirare pace o armonia i giornali sono pieni di una lite scoppiata nel gruppo del Pd alla Camera. Dove si sta trasformando nella classica ciambella uscita senza il buco quel cambio di genere praticamente imposto al vertice dal nuovo segretario del partito Enrico Letta, quasi per scusarsi di non averlo saputo imporre alla guida della formazione politica. Avrebbe potuto farlo semplicemente rinunciando alla candidatura offertagli dal segretario dimissionario Nicola Zingaretti e invocando una segretaria finalmente donna, dopo una sfilza di segretari tutti uomini succedutisi dalla fondazione.

            La giovane e già ex ministra Marianna Madia, trovatasi in competizione nella corsa a capogruppo con la meno giovane e già presidente di regione Debora Serracchiani, peraltro presidente in carica di una commissione permanente della Camera non da poco com’è quella del Lavoro, quindi già elevata sul palco della cosiddetta parità di genere, ha accusato il capogruppo uscente Graziano Delrio di avere sostanzialmente truccato la gara sponsorizzando l’elezione della sua concorrente. Che, dal canto suo, ha mostrato una concezione particolare della sua vantata autonomia dal gioco perverso delle correnti denunciato con forza dall’ex segretario, sino a vergognarsene e a dimettersi: tanto particolare da avere negoziato con Br -per fortuna l’acronimo non delle brigate rosse ma della corrente degli ex renziani chiamata “Base riformista”- l’assegnazione del posto di vice presidente vicario, per parità di genere rigorosamente uomo. Sarebbe Piero De Luca, peraltro figlio di Vincenzo, il noto presidente della regione Campania non certo parco di iniziative spesso clamorose, senza le quali Maurizio Crozza perderebbe buona parte del suo divertente repertorio di imitatore, o comico.

            Graziano Delrio ha reagito alle proteste di Marianna Media con stupore e amarezza, se non vogliamo chiamarla indignazione, non negando di appoggiare la candidatura della Serracchiani, perché tutti si sono accorti obiettivamente della sua propensione, ma garantendo ugualmente neutralità e distacco. In pratica, sembra di capire ch’egli voterebbe per la Serracchiani, se non decidesse di astenersi per ragioni di stile, ma lo farebbe a titolo rigorosamente personale, di un semplice e ormai ex capogruppo entusiasticamente prestatosi alla necessità avvertita dal novo segretario di allontanare finalmente dal partito l’ombra del maschilismo.

            Beh, da questa vicenda francamente discutibile, a dir poco, specie alla luce anche di ciò che è già accaduto al Senato, dove l’ex capogruppo Andrea Marcucci, dopo un po’ di resistenza, si è scelta la succeditrice Simona Malpezzi incoronandola con un’elezione all’unanimità per la stragrande maggioranza di cui egli dispone nel gruppo, Enrico Letta avrebbe a mio avviso un solo modo di uscirne bene, o il meno male possibile. Che non è quello già adottato di compiacersi della “sana e bella competizione”, destinata a sfociare martedì in un’altra sana e bella votazione nel gruppo a scrutinio rigorosamente segreto. Sarebbe forse il caso di ricorrere ad un sano e garantito sorteggio, cui peraltro Letta durante il suo recente esilio da insegnante d’alta scuola a Parigi si è mostrato favorevole parlando degli esperimenti, diciamo così, che sono stati fatti in materia in Francia. Se non la meno brava, vincerebbe la più fortunata. Già Napoleone, d’altronde, preferiva che i suoi generali fossero più fortunati che bravi.  

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