La corsa veloce e allegra, ma non troppo, di Enrico Letta alla segreteria del Pd

             Ha quanto meno un aspetto divertente -pur nel contesto della situazione assai critica, se non drammatica, in cui Nicola Zingaretti ha messo il Pd accompagnando le dimissioni da segretario con giudizi abrasivi sulla sua classe dirigente, quasi da causa per danni- la corsa di Enrico Letta al vertice di un partito di cui è stato vice segretario ai tempi ormai lontani di Pier Luigi Bersani. Vignettisti, umoristi e quant’altri si sono letteralmente scatenati rinverdendo in qualche modo le sue passate disavventure con Matteo Renzi, immortalate in quella foto della campanella di Palazzo Chigi che l’uno passò all’altro con umore nero, a dir poco, per il tipo di “serenità” che gli era stata garantita prima del licenziamento.

            Pur partecipe col suo vignettista alla gara dello sfottò, coerente del resto con l’appoggio entusiastico fornito a suo tempo all’arrivo a Palazzo Chigi di Matteo Renzi, ancora fresco di elezione a segretario del partito e nelle fasce del famoso “royal baby” di Silvio Berlusconi, Il Foglio di Giuliano Ferrara e ora anche di Claudio Cerasa, suo successore alla direzione, dà tutto per fatto. Addirittura con un “plebiscito” che domenica nell’Assemblea Nazionale assegnerà ad Enrico Letta, appunto, la carica di segretario e a Roberta Pinotti la vice segreteria.

            Starebbe dunque per finire il mezzo esilio pur dorato a Parigi dell’ex presidente del Consiglio delle ex “larghe intese” del 2013, dimessosi persino da deputato dopo quell’esperienza per andare ad insegnare politica in Francia, destinando ai soli giorni festivi la sua residenza romana a Testaccio. Il condizionale è d’obbligo, nonostante la certezza del Foglio, perché la margherita -al minucolo, essendo quella con la maiuscola sciolta da tempo per la confluenza nel Pd- non è stata ancora sfogliata del tutto: né da chi dovrebbe eleggere Letta né dallo stesso Letta. Che, per quanto abbia conservato il Pd “nel cuore”, come troverete scritto su tutti i giornali, conosce bene i suoi polli e sa bene che non può fidarsene del tutto, neppure o specie nel nuovo quadro politico e istituzionale -aggiungerei- creatosi in Italia con la formazione del governo di Mario Draghi.

            Non dico -come gli attribuisce forse un po’ troppo velenosamente La Verità di Maurizio Belpietro- che il candidato alla successione a Zingaretti voglia addirittura la garanzia di salire l’anno prossimo al Quirinale non come segretario del Pd in un giro, per esempio, di consultazioni politiche, bensì come nuovo presidente della Repubblica. Ma quanto meno egli vorrà accertarsi ben bene di diventare davvero il nuovo segretario. E non un reggente travestito da segretario -reggente “di Letta e di governo” come lo sfottono sul manifesto- essendo ancora in molti, forse in troppi, a reclamare un congresso anticipato per chiarire bene linea e obbiettivi del partito, specie ora che è bastato l’annuncio di un Movimento 5 Stelle possibilmente rifondato da Giuseppe Conte per affondare nei sondaggi il Pd.

            Va bene essere ambiziosi e persino generosi, in politica poi, ma forse c’è un limite a tutto, specie per un uomo  come Enrico Letta che ha peraltro provato sulla sua pelle che cosa significhi abbassare la guardia.

 

 

 

 

 

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Quello stile tutto moroteo di Sergio Mattarella nelle foto e nei silenzi

Sospetto che Sergio Mattarella, di famiglia notoriamente morotea quali furono il padre Bernardo e il fratello Pier Santi, abbia ereditato da Aldo Moro anche la predilezione per le foto. Dalle quali spesso lo statista democristiano così barbaramente ucciso nel 1978 dalle brigate rosse si lasciava rappresentare più che dai discorsi, dalle interviste o dalle note affidate ai suoi collaboratori.

Mattarella, da qualche settimana entrato nelle perfide allusioni di costituzionalisti, politologi, editorialisti e retroscenisti spiazzati dalla forte decisione da lui presa, al termine di una lunga, ambigua e inconcludente crisi di governo, di mandare a Palazzo Chigi  Mario Draghi per una soluzione che fosse anche una svolta, al punto in cui erano arrivati i rapporti fra i partiti, ha voluto vaccinarsi nel modo clamorosamente più semplice, ordinario e al tempo stesso sorprendente. Si è presentato all’ospedale Spallanzani di Roma, ha atteso pazientemente il suo turno assieme agli altri e se n’è andato senza scomodare nessuno.

Quest’uomo, questo presidente della Repubblica sarebbe -pensate un po’- lo stesso che secondo Gustavo Zagbrebelsky, non certo l’ultimo costituzionalista fermato per strada a commentarne le scelte, avrebbe fatto calare “la democrazia dall’alto”, anziché farla salire “dal basso”, facendo fare il governo a Draghi. Sarebbe il presidente al quale, secondo il politologo Piero Ignazi su Domani,  l’ancora segretario del Pd Nicola Zingaretti avrebbe dovuto dire alto e forte il suo no alla rimozione di Giuseppe Conte. Che sarebbe pertanto avvenuta in modo un po’ troppo sbrigativo, se non autoritario. Sarebbe il presidente, secondo l’ultima vignetta del Fatto Quotidiano, che avrebbe promosso Draghi a “salvatore della Patria” senza prima verificare il gradimento degli italiani, evidentemente mandandoli alle urne con le mascherine. Sarebbe magari anche il presidente  rinfrancato dalla chiamata di un generale di Corpo d’Armata alla guida della lotta al Covid, con le vaccinazioni e tutto il resto.

Ci vuole della fantasia, oltre che della disinvoltura, per travestire il prossimo così. E uso il travestimento anch’esso pensando a Moro e a ciò ch’egli disse alla delegazione della sua ex corrente dorotea, della Dc, che era andata a casa a informarlo nel 1971 della decisione presa di candidare al Quirinale, fallita la corsa di Amintore Fanfani, il senatore Giovanni Leone anziché lui, in qualche modo danneggiato politicamente dallo scontato appoggio che avrebbe ricevuto dai comunisti. “Mi avete messo addosso un abito che non è il mio”, rispose laconicamente Moro. Qualche giorno prima in Transatlantico, alla Camera, proprio il comunista Giorgio Amendola aveva dichiarato: “In tanti democristiani sono venuti o hanno mandato a chiedere i nostri voti: tutti, fuorché Moro”.

Ebbene, di Moro estromesso dagli amici dorotei da Palazzo Chigi dopo le elezioni ordinarie del 1968, pur chiusesi con guadagni per la Dc dopo quattro anni e mezzo di ininterrotta alleanza di governo col Psi di Pietro Nenni, tutti si chiedevano in quell’estate se e come avrebbe reagito all’offensiva dei colleghi di partito.

Incaricati dai nostri rispettivi giornali, Paese sera e Momento sera, di seguire Moro nel suo ritiro di Terracina per carpirgli qualche proposito, vedere con chi si incontrasse e capire cosa bollisse nella pentola del Consiglio Nazionale scudocrociato, convocato per l’autunno dopo la formazione del secondo governo “balneare” di Giovanni Leone, Guido Quaranta e io rimanemmo sorpresi dalla vacanza ordinarissima dell’ex presidente del Consiglio. Che ogni mattina raggiungeva a piedi la famiglia sulla spiaggia vestito di tutto punto, in abito e cravatta, giocava con le bambine, sedeva sulla sdraio e passeggiava ogni tanto sul lungomare, seguito a piedi dalla scorta col fedelissimo Leonardi. Al quale non riuscimmo a strappare né un consenso ad avvicinarlo né una mezza parola di risposta alle nostre domande sulle abitudini del presidente.

Alla fine dovemmo tornarcene a Roma senza uno straccio di notizia e riferire ai nostri direttori che Moro se ne stava tranquillissimo con la famiglia, lasciandoci liberi solo di interpretare i suoi silenzi. Concorrenti ma anche amici, ci scambiammo le reazioni dei nostri giornali, ugualmente incredule. Intervennero in nostro soccorso dopo qualche giorno le foto di un reporter su Moro a Terracina, solo e sfidante il caldo con i suoi abiti. Ce ne fu anche una con lui in accappatoio accanto alla moglie: posa che c’era sfuggita, o cui Moro s’era concesso solo dopo non averci più visti a distanza, diavolo di un uomo.

Seppi che ebbe migliore fortuna di noi dopo qualche settimana Francesco Cossiga. Dal quale Moro si lasciò accompagnare in qualche passeggiata sul lungomare anticipandogli la decisione di uscire dalla corrente dorotea per formarne una tutta sua e passare all’opposizione interna del partito, dove aumentavano le cose su cui discutere: la contestazione giovanile, la rivolta comunista di Praga repressa dai carri armati sovietici, l’autunno sindacale.

 

 

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it  il 14 marzo

Lezioni di stile, ed altro ancora, di Sergio Mattarella a critici e avversari

         

            Di Sergio Mattarella, salvo altre sorprese che vorrà riservarci nell’ultimo anno del suo mandato di presidente della Repubblica, credo che rimarranno significative e famose quelle foto scattategli in mascherina antipandemica scendendo solitariamente le scale del Vittoriano, nel cimitero del primo Comune colpito al Nord dall’epidemia, nel Quirinale davanti alla porta del suo studio dopo le consultazioni per la crisi di governo, mentre spiega sobriamente e drammaticamente le ragioni del no allo scioglimento anticipato delle Camere e conseguenti elezioni a pandemia ancora in corso e, infine, almeno per ora, all’arrivo all’ospedale Spallanzani di Roma e poi seduto, in attesa come altri pazienti della sua età del proprio turno per la vaccinazione anti-Covid.

           Sono stati ripresi gesti e atteggiamenti che danno la misura di un uomo che pure, nelle funzioni che esercita, potrebbe comportarsi anche diversamente. Basti pensare che una corte di giustizia che lo volesse interrogare come teste o persona informata dei fatti, deve andare da lui e non convocarlo in tribunale, anche se ci sono pubblici ministeri che muoiono dalla voglia di ben altro spettacolo, magari sperando di potere trasformare in aula il teste in imputato. Ci andammo vicini col predecessore di Mattarella, durante il mandato presidenziale di Giorgio Napolitano nell’ambito di quel processo senza fine che si trascina incredibilmente a Palermo, ormai dimenticato e smentito in tante altre sedi giudiziarie, sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia delle stagioni stragiste.

            Le foto di Mattarella allo Spallanzani, le vignette e i titoli che le hanno accompagnate sulle prime pagine di molti giornali sono la proposta più appropriata e convincente a quella campagna subdola in corso dalla formazione del governo di Mario Draghi per rappresentare un tutt’altro presidente della Repubblica, non al di sopra ma al di sotto di tutti i livelli politici e istituzionali del Paese, refrattario al rispetto delle regole, impegnato a calare la “democrazia dall’alto”, come ha scritto in questi giorni uno dei costituzionalisti non so se più giustamente apprezzati per le cariche ricoperte in passato o avventatamente presuntuosi, ad aggirare la sovranità popolare smaniosa di esprimersi col pretesto, non con la ragione dei rischi da contagio durante la campagna elettorale e le operazioni di voto, e infine impostosi sui partiti chiudendo la crisi ultima di governo con il conferimento dell’incarico di presidente del Consiglio a Mario Draghi. Che, dal canto suo, avrebbe tradito la fiducia alimentata nel suo ansioso predecessore, Giuseppe Conte, apparendogli troppo stanco degli otto anni trascorsi alla guida della Banca Centrale Europea e, tutto sommato, indifferente ai problemi pur gravi del suo Paese.

            Di questo Draghi così sfrenatamente e improvvisamente ambizioso, caduto nella tentazione del diavolo Mattarella, cominciano ad uscire vignette dai tratti truci e obliqui, come quella offerta ai lettori proprio oggi dal Fatto Quotidiano -e da chi sennò- con l’accusa di essersi offerto o di essersi lasciato offrire come “salvatore della Patria” senza il consenso degli interessati più diretti al salvataggio. Che si sentivano invece così tranquilli, sicuri, rasserenati da un noto “avvocato del popolo” al quale generosamente e allegramente, per 

fortuna, un comico di professione  ha rimediato subito un altro posto o incarico degno delle sue qualità: la rifondazione di un manicomio politico.

 

 

 

 

 

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L’orribile assuefazione ai più di centomila morti di Covid in Italia

             Il vecchio sociologo Giuseppe De Rita, che ormai conosce per esperienza la società italiana come le sue tasche per tutte le volte in cui l’ha esaminata e ne ha misurata la febbre, negli anni felici e infelici, ha parlato di un Paese “in trance” di fronte alla “soglia psicologica” dei centomila morti di Covid ormai superata nel giro di poco più di un anno.

            Da profano quale sono temo che siamo anche altre, e di ragioni diverse, le condizioni di trance, cioè di astrazione da turbamento. Era chiaro già da tempo, con quelle centinaia di morti che ci venivano comunicati ogni giorno, tra il chiacchiericcio di virologi ed altri esperti, veri o presunti che fossero, che si stava marciando inesorabilmente verso e oltre i centomila morti, dopo averne contate a migliaia e poi a decine di migliaia.

            Eravamo riusciti a neutralizzare con sorpresente rapidità e assuefazione anche l’effetto originariamente shoccante delle chiese piene di bare, poi delle colonne di 

automezzi militari che le trasportavano verso cimiteri e forni crematori.E ci sono state per fortuna risparmiate le immagini, riferite da alcune cronache, di feretri sovrapposti e abbandonati in depositi neppure adatti allo scopo, in attesa del loro turno di cremazione, o di urne cinerarie sospette di contraffazione da caos.

            In questo quadro a dir poco raccapricciante, solo in parte mitigato delle notizie sull’arrivo anzitempo dei vaccini, poi smentite o ridotte da altre sui ritardi delle consegne e sulle complicazioni organizzative della campagna di immunizzazione, tali da avere imposto il  ricorso ad un generale di Corpo d’Armata, la politica si è permessa anche il lusso di impiegare due mesi abbondanti per capire che un governo – quello numero 2 di Giuseppe Conte- aveva sostanzialmente consumato tutte le sue cartucce e andava sostituito con uno più attrezzato, cioè più all’altezza della situazione di crisi, anzi di emergenza.

            Abbiamo per un bel po’ di giorni contato i morti da Covid in seconda battuta rispetto ad un altro conteggio: quello che si faceva tra le stanze di Palazzo Chigi e i corridoi del Senato per verificare quanti fossero i parlamentari disposti a passare dall’opposizione, o dintorni, alla maggioranza per permettere al presidente del Consiglio di turno di sostituire quelli che se n’erano andati ad un segno di Matteo Renzi. Che, dal canto suo, al netto di tutti gli errori, di metodo e di sostanza, che gli sono stati e gli sono ancora contestati, e che lui peraltro potrebbe risparmiarsi e risparmiarci con una condotta più accorta, aveva avvertito, fra le varie esigenze o opportunità, anche quella di aprire a tempo debito una commissione parlamentare d’inchiesta anche sugli errori degli altri: quelli preposti alla gestione dell’emergenza sanitaria. E di errori su quel versante ne sono stati commessi di certo, pur col riconoscimento dovuto della eccezionalità degli eventi.

I danni procurati al Pd da Nicola Zingaretti …a sua insaputa

Pur mosso, per carità, dalle migliori intenzioni, addirittura da una spinta “d’amore”, come gli è capitato di dire, temo che il segretario dimissionario Nicola Zingaretti non stia facendo un buon servizio al suo partito continuando a rappresentarlo come un nido di vipere. O addirittura come un ammasso di rovine, una di quelle Chiese in mezzo alle cui rovine il Papa ha appena celebrato messa a Mosul. E non vorrei che proprio il Pontefice, di ritorno dall’Irak che ha dichiarato di voler portare nel cuore accomiatandosene, pur affaticato alla sua età, non dimentichiamolo, si facesse tentare dallo sforzo generoso di una visita di soccorso e rimpianto al Nazareno. Dove invece esiste la sede di un partito intatto nelle sue mura, dove peraltro il segretario, gridando “vergogna”, ha ritenuto di doversi dimettere nonostante disponga – almeno sulla carta, in base alle informazioni di collaudati cronisti che ne seguono abitualmente le vicende- del 70 per cento e forse anche più dell’Assemblea Nazionale. Che si riunirà a fine settimana, salvo rinvii naturalmente.

Il Pd è stato riproposto in condizioni francamente molto più critiche di quanto non siano anche nella intervista, diciamo così, di commiato di Zingaretti da Barbara D’Urso. La quale era tanto emozionata dagli apprezzamenti dell’ospite a distanza per l’unico salotto televisivo dove grazie alla sua conduzione, si potrebbe stare e ragionare “senza la puzza al naso” dei soliti “radical chic”, da confondere Zingaretti per il presidente, e non il segretario dimissionario, avendo lui come unica presidenza quella della regione Lazio.

Trovo, peraltro, alquanto esagerato lamentare che il pluralismo, il confronto e quant’altro siano stati “scambiati con la polemica”, come ha detto appunto Zingaretti a quanti lo hanno criticato nel partito, o con “un martellamento”, come lo stesso Zingaretti ha detto rispondendo ai giornalisti che, accorsi all’inaugurazione di un hab di vaccinazione alla Stazione Termini, da lui inaugurato nella veste già accennata di presidente della regione Lazio, hanno comprensibilmente cercato di farlo parlare delle dimissioni da segretario del Pd.

E’ vero, in questa occasione Zingaretti ha anche detto che il partito potrà “cavarsela”, come tutti noi dalla pandemia, secondo gli auspici, anzi la certezza espressa pure dal presidente della Repubblica nella stessa giornata accorrendo alla Nuvola di Massimiliano Fuksas felicemente trasformata in un centro di vaccinazione. Ma per cavarsela il Pd ha quanto meno bisogno che il suo segretario, per quanto uscente o dimissionario, come preferite, non ne parli peggio ancora dei più critici osservatori delle vicende politiche.

Penso, per esempio, al partito “labirinto” di cui ha scritto nel suo editoriale su Repubblica l’ex direttore Ezio Mauro. O al Pd “sfinito per volontà di governo” trattato nel suo editoriale sulla Stampa da Massimo Cacciari, che ha evidentemente preso alla lettera il “poltronismo” lamentato proprio da Zingaretti. O alla “missione impossibile” di una “rifondazione” del Pd, di cui ha scritto nel suo editoriale sul Mattino Mauro Calise. O addirittura al parricidio come misura liberatoria, alla sessantottina, cui ha accennato un’autorità della psicanalisi come Massimo Recalcati scrivendo anche del Pd dopo la formazione del governo di Mario Draghi.

Mi chiedo tuttavia quale sia il padre vero di cui liberarsi in quel partito, fra i tanti segretari avvicendatisi nei suoi primi e soli tredici anni di vita: Walter Veltroni, Dario Franceschini per qualche mese, Pier Luigi Bersani, Guglielmo Epifani, anche lui per qualche mese, Matteo Renzi, Maurizio Martina, di nuovo per poco tempo, e infine Zingaretti. O bisogna andare ancora più indietro anagraficamente e arrivare ai sopravvissuti alla guida delle formazioni dalla cui confluenza nacque il Pd nel 2007? Bel problema. Sarebbe un’ecatombe. Dovrebbero temere il parricidio anche Massimo D’Alema, Piero Fassino, di cui pure è comparso il nome come un possibile reggente del Pd in questi giorni su parecchi giornali, e Achille Occhetto. Si salverebbe, per fortuna, solo Giorgio Napolitano per la fortuna di essere arrivato al Quirinale, peraltro rimanendovi per ben 9 anni, con un supplemento di mandato presidenziale unico nella storia della Presidenza della Repubblica, senza essere prima passato per la guida di nessuno dei partiti d’origine del Pd.

Insomma, Nicola Zingaretti farebbe forse bene a fermarsi, non dico a tornare indietro, e a riflettere sulle impietose analisi o diagnosi che emette direttamente sul Pd o finisce per suggerire ad altri. Senza rendersene conto, spero, egli sta un po’ facendo col pur “suo” Pd ciò che il mio amico Luca Giurato ha preso l’abitudine di fare nei salotti televisivi con le sue esagerate manifestazioni di affetto e cordialità, travolgendo padrone di casa e ospiti sino a mandarli in infermeria o  in ospedale. Proprio l’altro ieri mi sono gustato su Canale 5, dove mi ero affacciato con troppo anticipo pensando di trovarvi Zingaretti, la replica di una intervista a Luca Giurato fatta da una Barbara D’Urso terrorizzata vedendoselo seduto con la solita, festosa esuberanza su un bracciuolo della sua poltrona.

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Troppa o finta l’ingenuità del dimissionario Nicola Zingaretti

Più passano i giorni dell’annuncio delle dimissioni del segretario del Pd, più si avvicina l’appuntamento con l’Assemblea Nazionale di sabato prossimo e meno se ne capiscono, francamente, le ragioni di fronte alle spiegazioni che via via ne ha date e ne dà lo stesso Nicola Zingaretti. Che, diviso più o meno metaforicamente nelle ultime 24 ore fra Barbara D’Urso sulla Tv, le sardine di Santori al Nazareno e i vaccinandi alla stazione Termini di Roma,  è tornato sulle critiche ai dirigenti di partito che lo avrebbero costretto al clamoroso strappo, compiuto però a fin di bene, per dare al Pd la scossa necessaria e farlo magari rifondare. Non so francamente da chi, alla maniera di ciò sta accadendo nel MoVimento 5 Stelle fra Beppe Grillo e Giuseppe Conte, sorpresi insieme dal fotografo sulla sabbia di Bibbona

            Di un uomo cresciuto in politica mangiando pane e cicoria, come una volta disse Francesco Rutelli volendosi descrivere nel rapporto quotidiano con l’asprezza della politica, si può capire uno scatto d’ira con quella “vergogna” gridata contro il correntismo, il poltronismo e quant’altro del suo partito: frutto peraltro di una fusione a freddo fra i resti del Pci e della sinistra democristiana definita subito da Massimo D’Alema “un amalgama mal riuscito”. Si capisce meno però l’insistente confusione di Zingaretti, seguita a quello scatto, tra polemica e aggressione, critica e “martellamento”. Che è il termine da lui adoperato per descrivere il trattamento subìto nel partito dopo la chiusura della crisi con la formazione del governo di Mario Draghi.

            Se la stessa confusione l’avessero fatta, ai loro tempi, i segretari del Pci, da cui proviene Zingaretti, e della Dc, da cui proviene una buona parte dei suoi attuali compagni, forse anche di corrente, quei due partiti non avrebbero vissuto così a lungo. Nell’uno e nell’altra, per quanto nel Pci vigesse una disciplina che in qualche modo ne riduceva la trasparenza, la politica non è mai stata ciò che si chiama un pranzo di gala.

            Ebbene, Zingaretti ha avuto la disinvoltura, a dir poco, di lamentarsi di un “pluralismo” o di un “confronto” tradotto dai suoi critici nella “polemica” o nella “furbizia”. Neppure la polemica, allora, si può fare in un partito con un segretario di cui non si condivide la linea o, più in particolare, una scelta? E dov’è scritto che la furbizia sia incompatibile con la politica? Qui c’è troppa ingenuità per essere presa per buona.

            Il segretario dimissionario del Pd può lamentarsi a ragione delle critiche formulate alla sua gestione della crisi anche da quelli che nelle sedi opportune l’hanno a suo tempo approvata, tenendosi per sé le eventuali riserve per vigliaccheria o furbizia, appunto. Ma deve farne anche i nomi, come lo ha sfidato sul Mattino Umberto Ranieri pur chiamandolo amichevolmente Nicola. E non può francamente negare di avere drammatizzato il sostegno a Giuseppe Conte. Non ha detto “Conte o morte” -è vero, come ha osservato nel collegamento televisivo con la D’Urso- ma politicamente gli è molto assomigliato, quanto meno, quel “disastroso Conte o elezioni” rimproveratogli anche da Ranieri.

            Questo è tanto vero che il politologo Piero Ignazi su Domani, il nuovo quotidiano di Carlo De Benedetti, glielo ha rinfacciato, dal versante opposto, contestando la sua pronta adesione al governo Draghi. Cui egli avrebbe dovuto continuare a preferire le elezioni scontrandosi direttamente anche col presidente della Repubblica: l’unico a poter sciogliere anticipatamente le Camere.  

 

 

 

 

 

 

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Anche Giuseppe Conte si è affacciato in qualche modo a Sanremo

            Non per fare concorrenza ad un professionista come Beppe Grillo in comiche, spiritosaggini e simili, ma nella rinuncia preventiva di Amadeus ad una terza edizione consecutiva del festival canoro di Sanremo, appena concluso in conduzione doppia con Rosario Fiorello, ho avvertito l’ombra di Giuseppe Conte. Di cui forse Amedeo Umberto Rita Sebastiani, in arte Amadeus, ha avuto paura di imitare il tentativo clamorosamente fallito di fare un terzo consecutivo governo, prima di essere costretto a lasciare Palazzo Chigi a Mario Draghi.

            Sanremo, si sa, inteso come festival, è sempre stato lo specchio, nel bene e nel male, del nostro scaramantico Bel Paese, a volte persino precedendone le svolte, e non solo seguendole. La politica vi si è sempre in qualche modo affacciata. Anche questa volta, si potrebbe dire con quel teatro Ariston chiuso al pubblico ma al tempo stesso aperto a milioni di spettatori da casa, come ogni versione italiana di qualsiasi evenienza, drammatica o allegra che sia.  

A teatri chiusi per la pandemia Beppe Grillo continua a dare spettacoli

             Vedo che Beppe Grillo -purtroppo per lui, ma un po’ anche per tutti noi che in qualche modo ne subiamo le conseguenze per il suo ruolo nella politica- non è riuscito a risolvere i problemi dell’insonnia, che qualche tempo fa ne causarono un volontario e dichiarato distacco dalle vicende interne al suo movimento per farsi curare a dovere.

             Il comico genovese ha appena diffuso attraverso il suo blog personale un videomessaggio per raccontare di una notte difficile, trascorsa fra sogni e risvegli, pensando a “dieci, venti progetti contemporaneamente”, e tornare ad offrirsi al Pd, come già gli capitò di fare nell’estate del 2009. Allora, in vacanza ad Arzachena, egli corse a iscriversi alla sezione locale piddina con l’intenzione dichiarata di partecipare alle primarie per la successione a Walter Veltroni. Che si era dimesso da primo segretario del Pd protestando contro le correnti che gli avevano reso la vita troppo difficile, pur senza gridare alla “vergogna” appena avvertita dal dimissionario Nicola Zingaretti.

            Pur affdato allora alla reggenza di Dario Franceschini, che Veltroni all’esordio aveva scelto come vice segretario per equilibrare i rapporti fra le componenti post-comunista e post-democristiana del partito, il Pd respinse il comico per bocca -ricorda lo stesso Grillo- di Piero Fassino. Che, forte solo del fatto di essere stato l’ultimo segretario dei “Democratici di Sinistra” derivati dal Pci, sfidò il comico a farsi un partito per conto suo. E così avvenne -ahimè-  in  una tournée di “vaffanculo”. Ma ciò tuttavia non impedì poi a Fassino, anche se Grillo gli ha risparmiato di rinfacciarglielo, di ripetere l’errore da sindaco di Torino sfidando l’oppositrice pentastellata Chiara Appendino a contendergli elettoralmente il posto. Immagino con quale smorfia a questo punto Grillo fra un sonno e un risveglio dei suoi ha letto in questi giorni di Fassino -sempre lui- come possibile reggente del Pd, in alternativa ad una soluzione femminile, dopo le dimissioni di Zingaretti.

            Ma torniamo all’offerta del comico in questo tardo inverno del 2021, sulla soglia della primavera. Eccola, rivolta direttamente al popolo piddino sorpreso, a dir poco, dall’improvvisa rinuncia del fratello del commissario televisivo Montalbano: “Io vi invito, se mi invitate vengo, faccio il segretario del partito democratico elevato, ci mettiamo 2050 nel simbolo. Io ci sto un anno, un annetto. Conte sta di là un annetto, parliamo con tutti e facciamo dei progetti comuni. Questa è l’idea che mi è venuta stanotte! Ecco perché non dormo e quindi dovrò prendermi dei tranquillanti, grazie”. E’ tutto suo, di Beppe Grillo: maiuscole, minuscole, punti, virgole, esclamativo. Non gli ho tolto o aggiunto nulla, pur essendo stato tentato -lo confesso- di anticipargli di qualche parola quell’aggettivo “elevato” per applicarlo non al partito ma all’improbabile segretario, e di mettergli la maiuscola da lui stesso applicatasi all’interno del MoVimento. Che, sempre stremato -temo- dall’insonnia, egli ha appena affidato all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte perché lo rifondi, in verità senza dargli nell’albergo romano con vista sui fori imperiali solo l’anno o annetto assegnatogli poi nel video.

            Ora, io mi chiedo e vi chiedo se coi tempi che corrono, fra tutte le emergenze che hanno indotto anche lui a cambiare idea su Mario Draghi, riconoscendone “la personalità diciamo straordinaria”, sino ad aiutarlo a formare il governo in carica, se la politica italiana può ancora permettersi gli spettacoli di Beppe Grillo a teatri peraltro chiusi.

 

 

 

 

 

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La frittata nel Pd ormai è fatta: si cerca il successore di Nicola Zingaretti

           Neppure Goffredo Bettini, declassato impietosamente dalla matita di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera a palafreniere, sembra dunque riuscito a convincere il compagno ed amico Nicola Zingaretti a rimontare sul cavallo della segreteria del Pd dopo essersi disarcionato da solo con le dimissioni, come ha preferito rappresentarlo il vignettista Francesco Tullio Altan su Repubblica. L’assemblea nazionale, già convocata per il 14 marzo prima della clamorosa rinuncia di Zingaretti, dovrà dunque eleggere un successore. Che poi ciascuno vedrà o chiamerà secondo le preferenze: segretario, reggente o quant’altro. E magari, data la natura comunque precaria della carica per le circostanze in cui avviene il cambio, potrà essere la volta di una donna, visto anche che l’ultimo scontro nel Pd si è consumato, almeno a parole, proprio sul torto fatto loro da Zingaretti lasciandole escludere dalla delegazione dei ministri nel governo di Mario Draghi.

          Per la reggenza al femminile, o come si preferirà chiamarla, ripeto, si fanno i nomi di Roberta Pinotti e di Anna Finocchiaro, entrambe già ministre in altri governi: la Finocchiaro addirittura convinta qualche anno fa di essere rimasta fuori da una corsa al Quirinale proprio in quanto donna, come prima di lei in una gara precedente si era sentita la post-democristiana Rosa Russo Jervolino, Rosetta per gli amici.

          La irreversibilità delle dimissioni di Zingaretti, per quanto messa in dubbio in un primo momento da qualcuno dei suoi avversari addirittura col sospetto di una manovra studiata apposta per uscire dall’angolo e cercare una conferma emotiva, era obiettivamente nelle cose. E’ difficile dissentire da Luca Ricolfi, uno studioso di sinistra da tempo inutilmente impegnato a stimolare la stessa sinistra a interrogarsi sulle ragioni per le quali è antipatica a tanta parte degli elettori, quando sottolinea sul Messaggero la stranezza di un commiato “d’amore” dalla guida del partito, come lo ha definito il medesimo  segretario dimissionario, dicendone tutto il male possibile, sino a “vergognarsene”.

          D’altronde, anche talune delle prime espressioni di solidarietà rivolte a Zingaretti dall’esterno del partito-  e già di per sé più nocive che utili, come quelle di Giuseppe Conte, appena diventato il concorrente elettorale più pericoloso per il Pd dopo la designazione a capo rifondatore del movimento grillino- sono andate rapidamente affievolendosi, se non rovesciandosi in commiserazione o sarcasmo. E’ il caso del solito Fatto Quotidiano, la cui “cattiveria” di giornata è stata dedicata proprio a Zingaretti per quella sua promessa, o minaccia, secondo i punti di vista, di “non scomparire”. “Se no rimaneva segretario del Pd”, lo ha sfottuto il giornale di Marco Travaglio, che forse si aspettava da lui il coraggio mancato a Grillo di impedire la formazione del governo Draghi e archiviare il sogno del terzo governo di Conte.

          Non sono infine riuscite a riaccendere ardori per Zingaretti neppure “le sardine” -ricordate quelle di Mattia Santori?- mobilitatesi a suo favore dopo l’annuncio delle dimissioni. “Zinga non torna”, ha titolato il manifesto aggravando il quadro con la previsione del “Pd a rischio default”, ora che sarebbe chiaro il controllo che ne hanno, secondo Achille Occhetto sul Riformista, “i signori della guerra”. Una volta se ne parlava solo discettando della Libia.

I partiti si ammalano, sino a morire, non di correnti ma di errori politici

Il correntismo è una vecchia piaga dei partiti, anche di quelli a basso tasso democratico, diciamo così. Ce ne sono, di correnti, persino nel movimento grillino, dove si può essere espulsi dalla mattina alla sera, o dalla sera alla mattina, anche con o per uno starnuto. Ce ne furono a iosa, di correnti, anche nella Democrazia Cristiana, la famosa “balena bianca” che il compianto Giampaolo Pansa scrutava nei congressi col binocolo. C’erano correnti, sotto la superficie di una disciplina non comune, anche nel Pci. Non parliamo poi di quelle socialiste, che spuntavano come funghi ad ogni pioggia. C’erano correnti, ai tempi lontani della prima Repubblica, anche in partiti dell’1 o zero e rotti per cento dei voti.

Eppure, diciamoci la verità, almeno fra noi meno giovani che ne abbiamo viste e scritte di tutti i colori, nessuno di quei partiti è davvero morto, o portato in camera di rianimazione, per le correnti che se ne contendevano il controllo. Tutti sono scomparsi, o si sono trasformati in altri, o hanno tentato di farlo dandosi nuovi nomi e nuovi simboli, per errori di linea e scelta politica. Che ancora si è soliti negare, o non ammettere, preferendo prendersela con concorrenti e avversari, spesso più interni che esterni.

Temo, per lui, che ciò sia accaduto o stia accadendo anche al buon Nicola Zingaretti, improvvisamente dimessosi da segretario del Pd dicendo addirittura di “vergognarsi” delle correnti dalle quali si è sentito almeno ultimamente assediato, ma molto ultimamente: diciamo dalla formazione del governo di Mario Draghi in poi, quando si è sentito chiedere anche un congresso anticipato. Al quale sembrava, ad un certo punto, ch’egli fosse pure disponibile, consigliato anche in questo dal compagno ed amico Goffredo Bettini, salvo ripensarci e ricordare le scadenze statutarie di primarie e simili nel 2023.

Dio mio, come poteva Zingaretti pensare, pur con tutta la eccezionalità, anzi l’emergenza sanitaria, sociale ed economica della pandemia, che la sua segreteria potesse uscire indenne da una crisi di governo così lunga e così difficilmente gestita, a dir poco ? Una crisi che doveva pur essere messa nel conto nel momento in cui anche lui, e non solo il “reprobo” Matteo Renzi, pose a Giuseppe Conte che sembrava ancora ben saldo a Palazzo Chigi, protetto dai sondaggi o dalla popolarità, il problema di un “cambio di passo”. Eppure bastò che quella crisi si scorgesse all’orizzonte perché il segretario del Pd frenasse di botto e lasciasse proseguire da solo Renzi. Che, dal canto suo, si era ormai spinto tanto avanti da non potersi o non volersi fermare. Le rottamazioni, si sa, sono per Renzi una tentazione irresistibile, forse ereditata dalla sua esperienza di boy scout, anche se quei ragazzi in divisa allestiscono tende prima di smontarle o abbatterle.

Quel motto o grido, a verifica ormai iniziata ma complicatasi sempre di più per strada, di “Conte o elezioni”, o “Conte o morte”, lanciato da Goffredo Bettini e raccolto da Zingaretti, aveva l’inconveniente, fra gli altri, di una mancata verifica degli umori veri al Quirinale: non quelli attribuiti dai giornali. Sinceramente, non credo -al contrario di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, che è tornato ieri a scriverne- che Sergio Mattarella abbia cambiato parere all’ultimo momento dicendo e motivando il suo no allo scioglimento anticipato delle Camere e conseguenti elezioni in piena pandemia.

Più semplicemente, e giustamente, il presidente della Repubblica ha trovato nelle emergenze prodotte dalla pandemia una ragione in più per non assecondare il tentativo avviato tra Palazzo Chigi e il Nazareno di andare avanti, una  volta fallita l’operazione di aggancio di “volenterosi”, “responsabili” e quant’altro, con un governo Conte minoritario. Travaglio pensa ancora che la paura delle elezioni avrebbe portato nell’anticamera dell’allora presidente del Consiglio una folla di donatori di sangue, ma resta il fatto che la conta voluta così ostinatamente dallo stesso Conte al Senato, e permessagli da Mattarella, portò al risultato di una fiducia minoritaria. Che è un ossimoro, lo so, ma anche la realtà derivata dal combinato disposto dei numeri e dei regolamenti parlamentari.

Del resto già un altro segretario del Pd, Pier Luigi Bersani nel 2013, entrò in rotta di collisione col Quirinale, dove “regnava” Giorgio Napolitano, per il tentativo di fare un governo dichiaratamente “di minoranza e combattimento” scommettendo sull’aiuto che lungo la strada, una volta partito il convoglio ministeriale, avrebbero dovuto concedergli i grillini. Che pure lo avevano sbeffeggiato in streeming incontrandolo a Montecitorio come presidente neppure incaricato, ma solo “pre-incaricato”, come ad un certo punto Napolitano fu costretto a ricordare a Bersani. Al quale pertanto tolse praticamente il mandato, o glielo congelò per il tempo necessario, e perduto, alla ricerca di un nuovo presidente della Repubblica. Perduto, perché si sa che Bersani fallì anche in quel tentativo col naufragio delle candidature prima del povero Franco Marini e poi di Romano Prodi.

 

 

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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