Quella ferocia di Hamas di nascondersi sotto gli ospedali e le case dei palestinesi

Altro che “alla cieca”, stampato dal manifesto sulle fiamme e sul fumo di Gaza bombardata dagli israeliani in preparazione dell’invasione di terra programmata dopo le stragi subite da quella direzione il  7 ottobre. E ritardata nel tentativo di ottenere nel frattempo la liberazione di più ostaggi possibili rapiti quel giorno dai terroristi palestinesi di Hamas e custoditi, si fa per dire, nei sotterranei della Striscia, con o negli arsenali e comandi militari. Il principale dei quali, o uno dei maggiori, è stato individuato dai noti mezzi sofisticati dell’esercito d’Israele, secondo le rivelazioni del portavoce, sotto il maggiore ospedale di Gaza, Al Shifa.

In quell’ospedale più ancora dei malati e dei feriti si trovano anche, come sardine, gli sfollati che hanno perduto le case e gli stessi miliziani di Hamas. I cui vertici naturalmente smentiscono perché non hnno ancora trovato la sfacciataggine di vantarsene, come di tante altre nefandezze compiute nella presunta lotta per la libertà della Palestina, a parole, e per il più reale e infame esercizio del diritto proclamato di sterminare gli ebrei. Come si era proposto di fare Hitler in una guerra interrotta dalla sconfitta militare e dal suo tardivo suicidio.

         Solo a raccontare il presente e a risalire al passato vengono brividi da raccapriccio. Che ho l’ingenuità di credere, o sperare, che prima o poi, tra una fiaccolata e l’altra, un comizio e una festa elettorale come quella celebrata di recente a Foggia per l’elezione della sua candidata a sindaco in un campo che lui ha preferito definire giusto anziché largo, anche Giuseppe Conte comincerà ad avvertire veramente. La speranza, si sa, à sempre l’ultima a morire.

         Prima o dopo anche l’ex premier, avvocato del popolo, Camaleonte e com’altro lo si voglia definire, non potendosi sottrarre quanto meno al dubbio, dovrà chiedersi se è più feroce, criminale, infame fare dei sotterranei di un ospedale una base militare, come un po’ tutto è diventato del resto il sottosuolo di Gaza amministrata e governata da Hamas, o doverlo colpire da parte di chi è costretto a difendersene.

Non sto chiedendo a Conte di infilarsi un elmetto al quale so quanto lui si senta allergico, vedendone un’infinità sulle teste degli altri, anche della segretaria del Pd Elly Schlein che frequenta fra piazze e bar, secondo le circostanze. Gli sto solo chiedendo di usare quel cervello custodito nella testa con la semplice protezione dei capelli per ragionare. Da umano, mi verrebbe voglia di aggiungere.

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Il Conte largo di Foggia si è ristretto nella fiaccolata della pace a Roma

Largo, larghissimo, enorme o soltanto “giusto” che sia, come ha voluto definirlo  con apparente sobrietà Giuseppe Conte sul posto intestandoselo accanto alla sindaca appena eletta -dopo averne imposto la candidatura ad un Pd che pure precede ancora i grillini nelle urne-  il campo di Foggia si è già ristretto. Ne rimane solo l’ombra, o il ricordo dei titoli altisonanti di qualche giorno fa nella fiaccolata romana della pace per il Medio Oriente. Dove la pace per essere vera dovrebbe soddisfare secondo i promotori della manifestazione le attese non di Israele, dopo le migliaia di ebrei morti e feriti negli assalti terroristici di sabato 7 ottobre, ma di Hamas. Che continua a tenere nei sotterranei di Gaza gli ostaggi catturati una ventina di giorni fa e in superficie i palestinesi. I quali perdono vite e case ogni giorno per i missili che Hamas continua a sparare contro Israele, qualche volta con traiettorie autolesioniste, e quelli che Israele lancia su Gaza per neutralizzarne i depositi.

         Originariamente tentata solo dall’idea di non aderirvi personalmente, e quindi di non unirsi a Conte vi aveva messo il cappello, la segretaria Elly Schlein ha deciso di negare l’adesione del Pd, declassando a personali tutte le presenze di esponenti del partito invitati dall’Unità di Piero Sansonetti a esserci per “battere un colpo”. Anche a costo di fare affogare il povero Corrado Augias nelle lacrime di dolore e di rabbia che sta versando in questi giorni, tra dichiarazioni, articoli e interviste, sulla sinistra tenera con Hamas come i turchi. Il cui presidente Erdogan ne ha lodato i miliziani come “liberatori”, non terroristi. E pensare, caro Augias, che la Turchia è la frontiera meridionale della Nato. Che dovrebbe stare a Israele politicamente come, più a nord, all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin.

         La decisione di non limitare alla sua assenza la distanza dalla fiaccolata della pace sospetta filo-Hamas, con la richiesta di una cessazione delle ostilità della sola Israele e non anche dei terroristi che l’attaccano con i loro missili, è stata presa dalla Schlein consultando tutti i componenti della segreteria e altri esponenti del partito, fra i quali l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini e la deputata Lia Quartapelle. Ne ha scritto dettagliatamente sul Corriere della Sera Maria Teresa Meli. Ciò conferma il clima di preoccupazione, quanto meno, esistente nel Pd sui delicatissini temi della politica internazionale e dei rapporti col Movimento 5 Stelle. Cui molti lamentano che la Schlein stia concedendo troppo anche sul piano locale per coltivare un progetto di improbabile ripresa dell’alleanza a livello nazionale.

         Consumatasi la partita di Foggia con la sostanziale cessione della carica di sindaco alla candidata di Giuseppe Conte, che ne ha decantato il carattere “tosto” in dialetto pugliese nella festa dell’elezione, se ne sta sviluppando una alquanto scabrosa in Sardegna. Dove l’ex presidente Renato Soru ha appena avvertito che non accetterà di subire l’anno prossimo la candidatura di una grillina alla quale a Roma sarebbero state fatte già delle promesse. O Conte accetterà quello che rifiuta altrove, cioè il ricorso alle primarie per designare il candidato comune di una eventuale alleanza con i pentastellati, o Soru si presenterà da solo, anche a costo di spaccare il partito e di far vincere il centrodestra. E’ un po’ quanto intende fare in Campania, quando sarà il momento, il governatore uscente Vincenzo De Luca notoriamente sgradito alla Schlein.

Pubblicato sul Dubbio

Matteo Salvini è ormai l’Erdogan di Giorgia Meloni nel governo

         Meno male che in questa nostra Repubblica delle Procure, che contano ben più del governo di turno e di tutti i patiti messi insieme, anche di quelli che le sostengono e ne amplificano le iniziative, non è ancora venuto in mente a nessun magistrato di considerare un falso in atto pubblico un titolo di giornale incomoleto. In fondo che cosa c’è di più pubblico di un titolo di giornale? Che spesso deforma la realtà semplicemente mutilandola. Come hanno fatto, per esempio, oggi il Corriere della Sera, il Giornale e Libero attribuendo alla premier il merito -presumo- di avere stoppato nella legge di bilancio, ancora a livello di “bozze” pur essendo passato un bel po’ di giorni dall’approvazione in Consiglio dei Ministri, il clamoroso diritto reclamato dal fisco di intervenire sui conti bancari risparmiandosi tutte le altre, più lunghe procedure per incassare quello che reclama dai contribuenti.                

         In realtà, la Meloni molto meno autonomamente e volentieri ha dovuto fare il “dietrofront” contestatole da Repubblica per l’altolà imposto dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini a lei e al suo ministro dell’Economia pur leghista Giancarlo Giorgetti. Un altolà che la premier, sempre secondo il racconto di Repubblica, avrebbe considerato un “agguato” sbottando nella promessa o minaccia, come preferite, di non lasciarsi più sorprendere e farsi “logorare”.

         “Meloni cede, salta il prelievo dai conti degli evasori”, ha titolato impietosamente Il Secolo XIX accusando così Salvini di averli praticamente difesi, protetti, corteggiati e quant’altro. Un “veto” provvidenziale, a leggere anche i titoli comuni dei giornali del gruppo Riffeser Monti – Giorno, Resto del Carlino e Nazione- contro misure così invasive.

         Mai una copertina dell’Espresso, pubblicata oggi ma preparata qualche giorno fa, è stata così attuale, o tempestiva, con quel titolo e fotomontaggio sui “carissimi nemici” che sarebbero la premier e Salvini, appunto. Che è un po’ diventato nella maggioranza di governo quello che nella Nato è, sul caldissimo fronte sud, il presidente turco Erdogan, difensore dichiarato dei “liberatori”, non terroristi palestinesi di Hamas.

  Meloni e Salvini sono ormai ancora più nemici di quanto stiano o rischino di diventare la premier e il vice presidente forzista del Consiglio Antonio Tajani dopo che la televisione di riferimento del partito lasciato da Silvio Berlusconi ai suoi eredi ha quanto meno contribuito a sfasciarle la famiglia di fatto. Quei fuorionda rubati al pur imprudente Andrea Giambruno, facendogli perdere insieme la convivenza con la premier e la conduzione del suo diario televisivo, sono ormai dei paracarri nei rapporti tra la Meloni, Biscione e dintorni, comprensivi dell’onnipotente Antonio Ricci e del frigorifero in cui si è vantato di conservare la merce della sua “Striscia la notizia”.   

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Marina Berlusconi stima molto la Meloni, ma forse anche Antonio Ricci

La stima, la fiducia e quant’altro di cui Giorgia Meloni ha bisogno per realizzare il proposito ribadito ieri di governare almeno per altri quattro anni, quanti ne mancano alla fine della legislatura e alla verifica delle elezioni politiche, sono notoriamente quelle delle Camere. A meno che qualcuno prima o dopo non riesca a modificare l’articolo 94 della Costituzione, che ne tratta in cinque capoversi, o commi. Ma Marina Berlusconi, soppiantando il fratello Pier Silvio  che si occupa delle televisioni di Mediaset, e forse tradendo “le paure” attribuitele proprio oggi da un retroscena  in rigoroso giallo sulla prima della Stampa, ha voluto “scendere in campo”, come ha titolato Il Giornale ancora un po’ di famiglia, e annunciare la stima, anzi la molta stima, che ha della premier. Lo ha fatto cogliendo al volo l’occasione offertale da Bruno Vespa con una delle interviste che raccoglie per l’ormai solito libro di fine anno, E che  contribuiscono ad alimentare in questa stagione il dibattito politico grazie a tempestive anticipazioni.

         Molta stima Marina Berlusconi nutre probabilmente anche per Vespa, avendo ereditato quella che il padre manifestava partecipando alle presentazioni dei suoi libri-strenna e frequentando il suo salotto televisivo di Porta a Porta. Avrebbe scuramente onorato anche i suoi cinque minuti quotidiani dopo il Tg1 se la morte non ce l’avesse portato via il 12 giugno scorso.

         Una certa stima, nonostante qualche telefonata d’insofferenza dell’amico Fedele Confalonieri, che sopporta poco quelli che lui chiama “rompicoglioni”, Marina Berlusconi deve averla anche di Antonio Ricci. Che è l’autore, a contratto da sempre, prima alla Fininvest e poi a Mediaset, con quella “Striscia la notizia” che ha appena provocato, con la vecchia pratica del furto di fuorionda, la rottura di Giorgia Meloni dopo una decina d’anni di convivenza con Andrea Giambruno, padre della figlia Ginevra. Di questa rottura il Ricci non è per niente rammaricato, ma orgoglioso, visto che ha dichiarato ai quattro aventi di attendersi prima o poi i ringraziamenti della premier. Che  altrimenti non avrebbe mai scoperto l’inaffidabilità, a dir poco, del suo ingombrante e allupato compagno di vita a colloquio con le colleghe di redazione prima di andare in onda.

         Chissà se la “molta stima” -ripeto- espressa dalla primogenita di Silvio Berlusconi basterà a placare la Meloni “concentrata -nel titolo odierno del Foglio, e non solo nel retroscena già ricordato della Stampa– sulla guerra ad Hamas e su quella a Mediaset”. Che ormai può ben essere considerata, per le dimensioni e le partecipazioni procuratele in tanti anni di lavoro dal fondatore, uno dei cosiddetti poteri forti di questo nostro Paese. Un potere forte, peraltro, che dispone davvero, e alla luce del sole, anche di un partito, Forza Italia, praticamente indebitato per una fideiussione di 100 milioni di euro con gli eredi di Berlusconi. Un debito di cui non sarà ceto Antonio Tajani a liberarlo.

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La crisi dell’Onu ha ora il volto del suo segretario generale Guterres

         Ora ha anche un volto -quello del suo segretario generale Antonio Manuel de Oliveira Guterres, portoghese di 74 anni, per un po’ esule in Italia negli anni della dittatura nel suo Paese- la crisi morale, e non solo politica, dell’Onu. Che è inerme di fronte ad ogni conflitto in cui sono in gioco gli interessi di qualcuno dei paesi che hanno il diritto di veto -o di vetro, come titola il manifesto- nel Consiglio di Sicurezza.

         Ciò che questo signore ormai imbolsito ha raccontato parlando della guerra in Israele provocata dall’ultimo eccidio dei terroristi palestinesi di Hamas appartiene al “mondo alla rovescia” non del generale Roberto Vannacci, ma di Paolo Mieli nel titolo del suo editoriale di oggi sul Corriere della Sera. Dove si considera giustamente “un’enormità dall’innegabile sottinteso giustificazionista” la lingua e il dito puntati da Guterres, dopo gli eccidi terroristi in terra israeliama del 7 ottobre scorso, contro “i 56 anni di soffocante occupazione israeliana” e di violazioni, sempre da quella parte, del diritto umanitario.

  Eppure, nonostante il sospetto che alla luce di questo giudizio possano “apparire insincere” le parole di rammarico e deplorazione degli eccidi -ripeto- del 7 ottobre, e dei duecento ostaggi portati dai terroristi nei tunnel di Gaza, Mieli ha trovato “un eccesso di precipitosità” la richiesta delle dimissioni di Guterres avanzata dal delegato d’Israele. Siamo quasi al “ripudio dell’Onu” gridato con disapprovazione da Piero Sansonetti sull’Unità, che sempre di meno merita quella specie di scomunica levatasi, al suo ritorno in edicola, dai figli di Enrico Berlinguer, infastiditi anche o soprattutto dalle fotografie del padre riproposte ai lettori dal direttore.

         Cos’altro poteva fare e dire il delegato d’Israele, caro Mieli, dopo avere visto e sentito il segretario generale delle Nazioni Unite “giustificare”, come tu stesso hai convenuto, il terrorismo di Hamas? Che peraltro nuoce ai palestinesi, con l’aria di volerli difendere, ancor più che agli israeliani.  La protesta e la  richiesta di dimissioni di Guterres erano il minimo, non il massimo che ci si potesse aspettare. E se non servirà a rimuoverlo o a convincerlo alla rinuncia peggio sarà per le costosissime Nazioni Unite. Che affondano nelle sabbie di Gaza come in Ucraina, da dove, grazie anche a ciò che il segretario generale dell’Onu dice d’Israele, lo sciagurato Putin è riuscito a distrarre l’attenzione pubblica.

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La resa a Foggia del Pd della Schlein a Giuseppe Conte

Come nei bollettini di guerra di Benito Mussolini, la cui sola evocazione dovrebbe impensierire la baldanzosa segretaria del Pd Elly Schlein, i sostenitori del cosiddetto campo largo, esteso dallo stesso Pd al Movimento 5 Stelle, alla sinistra gialloverde e cespugli vari, si sono attestati su una nuova linea difensiva dopo il turno elettorale di varia natura di domenica scorsa: dalle suppletive di Monza per il Senato alle provinciali di Trento e di Bolzano e alle comunali di Foggia.

         E’ proprio a Foggia che si è attestata come in un fortino la linea difensiva del campo largo, anzi larghissimo: tanto largo, con le dieci liste di sostegno alla sindaca che è stata eletta al primo turno, da essere di improbabile riferimento altrove. Dove volete, per esempio, che potranno o vorranno trovarsi di nuovo insieme l’Azione di Carlo Calenda e l’Italia dei Valori di Matteo Renzi? Una coppia che più scoppiata non potrebbe essere. Non le terrebbe testa neppure quella di Giorgia Meloni e Andrea Giambruno asfaltata da Antonio Ricci con i fuorionda della sua “Striscia la notizia” fra lo stupore dei capi e sottocapi di Mediaset sempre più difficile da prendere sul serio. Cui chissà se riuscirà a mettere una pezza il solerte Adriano Galliani appena rimandato al Senato con 67.801 voti di brianzoli sottrattisi ad un astensionismo di circa l’ottanta per cento dell’elettorato. Voti fra i quali Galliani può vantarsi di aver potuto contare anche quello di Marta Fascina, una volta tanto uscita dal ritiro quasi vedovile di Arcore per contribuire alla successione parlamentare del suo Silvio Berlusconi.

         Oltre che troppo largo per essere esportabile o soltanto credibile, il campo sperimentato a Foggia è più di Giuseppe Conte che di ogni altro. Sua è stata la presenza più attiva nella campagna elettorale, da specialista della zona com’è per la sua provenienza dalla vicinissima Voltura Appula, che era una volta terra di avvoltoi, dal cui nome latino prese il nome. Sua, sempre di Conte, è la bollinatura della candidata a sindaco accettata da tutti gli altri, o a tutti gli altri imposta: la sessantenne dirigente scolastica Maria Aida Tatiana Episcopo.

 Non solo quindi, il Pd della Schlein nella capitale del tavoliere pugliese -13,66 per cento contro 12,32-  si è fatto quasi raggiungere dal Movimento 5 Stelle, che gli è indietro di solo un punto e qualcosa, ma ne ha subito la candidata senza alcun imbarazzo.

         Suo, sempre di Conte e del Movimento che presiede, è paradossalmente anche il contributo del Pd alla vittoria elettorale. Più ancora di Francesco Boccia, che guidò la campagna congressuale della Schlein ricavandone poi la carica di capogruppo al Senato, è contato nel Pd a favore della sindaca grillina il lavoro del governatore pugliese Michele Emiliano. Che a Bari – scusate la malizia- sta un po’ alla Schlein come a Napoli il governatore campano e compagno di partito Vincenzo De Luca. Di cui   è appena uscito un libro in cui il partito del Nazareno ha rimediato del “demente” e del “cafone”: un partito “nonostante” il quale De Luca ha scritto di riuscire a governare la sua regione.

         Di questo passo e in questo clima la Schlein si è attestata, ripeto, sulla sua nuova linea difensiva nella guerra che l’imprevista elezione a segretaria grazie all’apporto degli esterni, non ha spento ma inacidito.

Pubblicato sul Dubbio

Il lavoro che aspetta il….monaco di Monza Adriano Galliani

         Celebre per la monaca del Manzoni, “la sventurata” che “rispose” al suo corteggiatore, Monza ha ora un monaco del Berlusconismo, fedele come nessun altro alla buonanima del Cavaliere. Al cui solo ricordo Adirano Galliani si intenerisce. E gli passa la voglia anche di ridere della vignetta  di Stefano Rolli che lo rappresenta in attesa del “pullman di troie” una volta promesso da Berlusconi ai giocatori brianzoli se avessero vinto una certa partita. La sua, di candidato al Senato nelle elezioni suppletive indette per assegnare il seggio che fu di Berlusconi, il buon Galliani l’ha vinta sfidando non so se più il radicale Marco Cappato, sostenuto da quello che a sinistra si chiama “campo largo” mettendo insieme Pd, grillini e altro, o l’assenteismo. Che è stato non alto ma altissimo, avendo votato meno del 20 per cento degli elettori chiamati alle urne.

         Fra i 67.801 elettori che si sono mossi da casa per votarlo e farlo tornare al Senato, dove era già stato nella scorsa legislatura, Galliani è riuscito a smuovere persino Marta Fascina, la inconsolabile quasi vedova di Berlusconi. Che per lui ha fatto ciò che ha rifiutato a molti altri: uscire appunto dalla villa di Arcore, dove ha eletto domicilio anche politico, mettendo tanto di targa di segreteria dell’onorevole che è sulle porte di non so quante stanze diventate così inaccessibili, senza la dovuta autorizzazione della Camera, al malintenzionato magistrato che volesse metterci il naso.

         Fra i compiti che aspettano Galliani tra il Senato e tanti altri palazzi, romani e brianzoli, c’è quello di comporre, rimuovere e quant’altro i detriti del conflitto che molti giornali, a torto o a ragione, immaginano o raccontano tra il Biscione televisivo che lui conosce come le proprie tasche e la premier Giorgia Meloni. Che ha dovuto liberarsi del padre di sua figlia Ginevra, Andrea Giambruno, per gli imbarazzanti fuorionda praticamente rubatigli dalla “Striscia la notizia” di Antonio Ricci. Che ora reclama anche i ringraziamenti  per averle permesso di capire di che pasta fosse davvero l’uomo di cui così a lungo si era fidata.

         Proprio oggi, mentre la Repubblica di carta continua a titolare in prima pagina sulla Meloni che studia o esegue ritorsioni con uno “schiaffo all’uomo di Mediaset” e uno “stop” a un disegno di legge di un ministro di Forza Italia, un giornale come Il Foglio, non certo sospettabile di prevenzione verso le aziende che furono di Silvio Berlusconi, dà impietosamente dell’ipocrita al Biscione. Dove -ha scritto Salvatore Merlo, di cui ho perso il conto delle interviste concessegli da Fedele Confalonieri col cuore in mano- “sapevano delle parole di Giambruno” negli studi televisivi preparando le puntate della sua trasmissione, “lo hanno assecondato e ora lo processano” per violazione del codice etico dell’azienda. Ne ha da fare di lavoro di ricucitura, ripeto, il rieletto Galliani nel suo metaforico saio di monaco di Monza. Altro che attendere le  troie del vignettista del Secolo XIX.

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Il solito Donzelli sparacchia a suo modo contro la torre di Mediaset

         Grazie ad Antonio Ricci, alla sua “Striscia la notizia” di Mediaset e all’esibizionismo sconsiderato dell’ex compagno Andrea Giambruno, ora soltanto padre di sua figlia Ginevra, che non è poco, Gorgia Meloni può anche fare a meno di andare alle feste di partito e di governo, appena entrato nel suo secondo anno di vita, per conservare e aumentare il consenso. Non ci sono ancora sondaggi veri e propri, ma Il Giornale ha già lavorato sulle integrazioni di Facebook, come le ha chiamate, per sostenere che nel giro di un paio di giorni i giudizi sulla Meloni si sono rovesciati. Un inedito negativo del 59,3 per cento è diventato un verde positivo del 57,4.

         Sotto questo profilo non solo la Meloni, affacciatasi in video ieri al Brancaccio, ma tutto il clan dei suoi familiari e intimi dovrebbe ringraziare Ricci, che probabilmente aspetta al telefono, e tutta intera quell’azienda complessa e singolare che è Mediaset. Dove può accadere che un dipendente, nominato sul campo “imperatore dei rompicoglioni” da un Fedele Confalonieri tanto fuori dalla grazia di Dio da parlare solo in dialetto milanese stretto per dirgli tutto il resto, conti più dei proprietari, amministratori, dirigenti e via dicendo. E possa mettere nel suo frigorifero bustine di fuorionda imbarazzanti da prelevare e adoperare quando gli pare e piace, fregandosene altamente di tutti i guai, e simili, che può provocare.

         Il deputato Giovanni Donzelli, un fratello d’Italia coetaneo della Meloni, già noto per una certa quale ribalderia mediatica e parlamentare, dal teatro romano dove è stata metaforicamente spenta la prima candelina del governo ha annunciato “nessun riguardo per Mediaset”. Che invece di riguardi ha bisogno dal governo di turno per quella cosa complicata che si chiama “conflitto d’interessi”. E di cui la buonanima del fondatore Silvio Berlusconi non volle liberarsi neppure quando Rupert Murdoch gli fece proposte di acquisto del Biscione a prezzi stratosferici, come ancora gli rimprovera alla memoria l’ex alleato Pier Ferdinando Casini, ora senatore quasi di diritto o a vita del Pd.

         Certo, Donzelli non è un ayatollah.  E il suo annuncio non ha la carica micidiale della minaccia dell’Iran di colpire persino direttamente Israele, che è pronta con gli americani a rispondere. Per fortuna le torri di Mediaset sono a Milano e non nella Striscia di Gaza.  Ha avuto ragione Il Foglio a dare una versione minimalista dell’annuncio del deputato meloniano titolando su Donzelli che “punzecchia Mediaset”. Dove chissà in quanti sono all’opera dietro le quinte per rimediare all’accaduto. A cominciare probabilmente dal povero Antonio Tajani, che si gioca in questa partita anche la leadership, guida, gestione, chiamatela come volete, del partito che fu fondato da Berlusconi, come le altre sue aziende, e vive appeso ai cento milioni di euro di debito che esso ha con gli eredi: un peso che potrebbe in qualsiasi momento schiacciare il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.

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Gli slalom di Gorgia Meloni fra le guerre degli altri e quelle personali

         Reduce dal Cairo per un summit di buona volontà fra tante, troppe guerre che si accavallano e s’intrecciano, Giorgia Meloni è corsa quindi da Nethanyau per unirsi alle raccomandazioni del presidente americano Joe Biden di trattenere la rabbia nelle risposte che pur meritano i terroristi palestinesi asserragliatisi nella Striscia di Gaza facendosi scudo, oltre che degli ostaggi rapiti il 7 ottobre negli attacchi in territorio israeliano, dell’intera popolazione palestinese. Una raccomandazione che nel suo piccolo la premier italiana, alle prese non con la Striscia di Gaza, come ha notato Marcello Veneziani sulla Verità, ma con la Striscia la notizia posseduta in Mediaset da Antonio Ricci, ha applicato a se stessa sottraendosi a tutte le domande impietosamente fattegli dai giornalisti sulla rottura col suo ex convivente, e padre di sua figlia Ginevra, dopo un po’ di furionda a dir poco sconvenienti. Che Ricci ha appena raccontato di avere messo “in frigo” quest’estate per consumarli in questo autunno che già si profilava caldo per la presidente del Consiglio sul piano sindacale e politico ma è diventato rovente pur tra piogge e temporali.

         Per quanta impegno ci possa mettere la Meloni ad archiviare davvero la sua vicenda familiare, bisogna dire che l’impresa le riuscirà difficile per il livello medio, a dir poco, dell’informazione e -quel che più conta- della lotta politica in Italia. Dove, per esempio, un giornale dalle ambizioni istituzionali come la Repubblica di carta è tornata oggi a mettere il cappello della politica, appunto, a questo titolo di prima pagina: “Meloni si blinda: “Di Giambruno non parlo più” e FI teme ritorsioni”. Intendendo per FI il partito Forza Italia fondato una trentina d’anni fa da Silvio Berlusconi e guidato per il momento, in attesa del congresso di fine febbraio, dal vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri  Antonio Tajani. Che Il Fatto quotidiano immagina, rappresenta e quant’altro “nei guai” per il rischio che prima o poi la Meloni si lasci tentare, nonostante le raccomandazioni al premier israeliano, dal piatto della vendetta. Che notoriamente si mangia freddo.

         Personalmente non credo che Pier Silvio  o Marina Berlusconi, o entrambi, meritino il sospetto di avere fatto il doppio gioco col frigorifero di Antonio Ricci, provvisto di chissà quante serrature di sicurezza. O col telefono chiamando la premier per consolarla e al tempo stesso assicurarle di essere stati tenuti all’oscuro di tutto. Ma altrettanto personalmente riconosco a chi non ci crede il diritto di dubitare, essendo francamente difficile che in un’azienda -dove peraltro ho lavorato per un po’ di tempo- possa accadere ciò che è stato permesso ad Antonio Ricci. Un lusso, diciamo così, che forse si poteva permettere la buonanima di Silvio Berlusconi per la sua imprevedibilità quasi artistica, ma altri chissà….  

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L’affare politico procurato alla Meloni dalla “Striscia” di Ricci

Salvo errori e omissioni, solo L’Osservatore Romano dall’alto dei suoi 163 anni di vita protetti dalle guardie svizzere del Vaticano ha resistito al pur metaforico assalto di Antonio Ricci. Che ha difeso anche questa volta il possesso della sua “Striscia la notizia” dalla proprietà dei Berlusconi -prima il padre e poi i figli- facendo esplodere la coppia Meloni. E sfrattando, o quasi, dalle prime pagine dei giornali anche le guerre di Ucraina, di Israele e dei  migranti.  Sulle quali è prevalsa quella che Il Fatto Quotidiano ha chiamato “la guerra dei Melones” immaginando Pier Silvio Berlusconi schiacciato fra il suo dipendente “autosospeso” Andrea Giambruno e la premier che lo ha licenziato da convivente.

         Antonio Ricci, imperturbabile nella sua abitudine di infilarsi nei retrobottega del Biscione ricavandone imbarazzanti fuorionda, ha detto di aspettarsi i ringraziamenti della premier per averla aiutata a conoscere meglio il suo ex compagno.  Dal quale del resto la stessa Meloni ha scritto che “da tempo” aveva cominciato a prendere o aumentare le distanze. Non per niente, del resto, i due non si erano sposati.

         Non so se Ricci riceverà mai una telefonata o altro di ringraziamenti dalla premier. Che intanto per la reazione di “rabbia e orgoglio”, alla Oriana Fallaci, riconosciutagli su Libero dal suo ex capo ufficio stampa Mario Sechi, si è guadagnata elogi di giornali e giornalisti del palato difficile per una donna della sua storia politica tutta di destra.

         Il post-comunista Piero Sansonetti sulla sua rinverdita Unità si è tolto il cappello, che di solito non porta, avvertendo i lettori che se cercano solo gossip nella vicenda familiare della premier, senza fermarsi alla ferma e dignitosa reazione della Meloni al suo ex compagno un po’ troppo spaccone, debbono leggere “un altro giornale”.

         Un altro post, anzi ex comunista, Giuliano Ferrara in apertura del Foglio ha titolato in turchese sui “complimenti” spettanti alla premier e ha scritto nel suo incipit: “Altri si divertiranno a commentare la separazione tra Giorgia Meloni e Andrea Giambruno. E’ inevitabile divertirsi a spese delle coppie scoppiate in un quadro piuttosto sbrindellato e casuale di informazione gossippara. Qui non si ha tanta voglia di divertirsi, non è precisamente il momento della spensierata leggerezza. Il poco che si può dire, senza compunzione ma anche restando minimamente seri, è che quest’ultima botta di stile di Meloni era prevedibile per i molti che la stimano ma non per chi a fatica ha imparato in questo anno di governo a considerare le sue qualità con riserva”.

         A divertirsi naturalmente hanno provveduto i vignettisti. Come Stefano Rolli sul Secolo XIX mandando Giambruno, a calci della Meloni nel sedere, nella transumanza dei migranti da lui stessa coniata recentemente in televisione. Nico Pillinini sulla Gazzetta del Mezzogiorno lo ha impietosamente colpito in testa con un melone lanciatogli dalla mamma.  Domani -prometto- tornerò a occuparmi delle guerre vere.

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