La continuità del governo Meloni contesa fra Berlusconi e Draghi

Dalla prima pagina del Corriere della Sera del 23 ottobre
Titolo del Dubbio

Tommaso Labate sul Corriere della Sera ha attributo a Silvio Berlusconi questo commento vedendo in televisione la cerimonia del giuramento dei ministri al Quirinale: “Mi sembra di rivedere la squadra giovanile del mio governo del 2008. Meloni, Fitto, Calderoli, Crosetto, Santanchè, Urso e poi Bernini, che arrivò dopo…Diciamo che quella era la Primavera e ora sono arrivati in prima squadra”. 

Franco Cardini al Fatto Quotidiano

E’ la stessa impressione, ma in negativo, avvertita da vecchi e nuovi avversari di Berlusconi. Che hanno rimproverato a Giorgia Meloni, appunto, di avere in gran parte ripescato ministri delle precedenti  edizioni del centrodestra invecchiati, magari passati nel frattempo da Forza Italia ai fratelli d’Italia subentrati alla destra di Gianfranco Fini. Anche il professore Franco Cardini, di destra, ha lamentato in una intervista al Fatto Quotidiano “uno scarso ricambio nella classe dirigente dei partiti”, dove in questi anni si sono “confusi semplicità e semplicismo”, come anche “in gran parte della nostra stampa”.

Silvio Berlusconi al Senato

Oltre a quel commento iniziale, con tanto di virgolette, Labate ha attribuito a Berlusconi la decisione di partecipare personalmente al dibattito sulla fiducia al Senato per ribadirlo. E al tempo stesso per reclamare, a suo modo, in vista delle nomine dei vice ministri e sottosegretari, compensazioni a ciò che al suo partito sarebbe stato sottratto a livello di ministri fra mancate nomine o postazioni minori rispetto a quelle richieste.

Valentino Valentini a Libero

Che ci siano d’altronde problemi nel centrodestra pur “continuo” rispetto a 14 anni fa, lo ha riconosciuto -parlandone a Libero– l’ormai ex deputato Valentino Valentini ma tuttora fidato consigliere di Berlusconi. “A ogni governo che parte -ha detto- si augura la massima durata. Così com’è composto, ha tutti i requisiti per poter lavorare per il Paese. La tenuta dipende dalla coesione che la Meloni riuscirà a creare con la sua compagine governativa e dalla rapida ricomposizione delle inevitabili fratture all’interno dei partiti che lo sostengono, provocate da aspirazioni frustrate che sono anch’esse effetti collaterali del processo di formazione, ma tendono poi a ricomporsi”. 

Non so, francamente, se in questo ragionamento del consigliere di Berlusconi ci sia più fiducia nella “ricomposizione” o più minaccia nel caso in cui la presidente del Consiglio -mi permetto di chiamarla così, anche se lei preferisce che se ne parli al maschile o neutro- non dovesse volere o riuscire a creare la “coesione” attesa ad Arcore e dintorni. Minacciosa, del resto, è anche la posizione assunta dalla Meloni quando, alle prime sortite a dir poco polemiche, o di disturbo, di Berlusconi ha reagito nei giorni scorsi chiedendosi abbastanza pubblicamente se qualcuno non volesse tornare al voto, con un altro turno ben più anticipato di elezioni rispetto a quello del 25 settembre scorso. 

Marco Tarchi al Quotidiano Nazionale

C’è qualcosa comunque che non torna nella continuità avvertita da Berlusconi, che la vorrebbe completata o rafforzata nel percorso del governo. Credo che non abbia torto il professore Marco Tarchi nel sostenere, come ha detto in una intervista al Giorno, Nazione e Resto del Carlino, che in Giorgia Meloni e nel suo governo ci sia “un mix di conservatorismo e nazionalismo che promette cambiamenti radicali del Paese, ma difficilmente” la premier “si scosterà dalle linee tracciate da Draghi”, puntando “a dare un’immagine rassicurante di fronte alla crisi”. 

Lo scambio dellle consegne a Palazzo Chigi

Chi ha seguito per televisione l’accoglienza ricevuta, e ricambiata, da Giorgia Meloni a Palazzo Chigi sino al passaggio della campanella del Consiglio dei Ministri dalle mani di Maio Draghi alle sue, dopo novanta minuti di colloquio per consegne ancora più consistenti, non può non avere rilevato una continuità di segno opposto a quello avvertito o attribuito a Berlusconi. La continuità, piuttosto, è rispetto al governo Draghi, cui pure la Meloni nella scorsa legislatura si era opposta, salvo sul versante tutt’altro che secondario della politica estera, e della guerra in Ucraina. Un governo, quello di Draghi, nel quale i tre ministri entrati in rappresentanza di Forza Italia sono usciti dal partito -e insultati come traditori e ingrati- quando Berlusconi e Salvini gli hanno negato l’ultima fiducia. 

Meloni e Macron a Roma

Segni visibili di continuità del nuovo governo rispetto al precedente si avvertono anche nella conferma, anzi nella promozione del leghista Giancarlo Giorgetti da ministro dello Sviluppo Economico a ministro dell’Economia e nel passaggio di Roberto Cingolani -Attila, secondo Il Fatto Quotidiano– da ministro della transizione ecologica a consigliere di Palazzo Chigi, con la Meloni, per la stessa materia comprensiva della crisi energetica. Non parliamo poi del lavoro svolto dietro le quinte da Draghi in persona, d’accordo con Sergio Mattarella, per consentire l’esordio della nuova premier sul versante internazionale incontrando a Roma il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. 

Pubblicato sul Dubbio

Giorgia Meloni esordisce alla guida del governo incontrando Macron a Roma

Titolo del Corriere della Sera

Non sono stati i novanta minuti dell’incontro di ieri mattina con Mario Draghi a Palazzo Chigi per lo scambio delle consegne, prima del festoso passaggio della campanella del Consiglio dei Ministri dall’uno all’altra, ma hanno avuto una forte consistenza politica anche i sessanta minuti  trascorsi  in serata da Giorgia Meloni col presidente francese Emmanuel Macron, sul terrazzo di un albergo affacciato su Trastevere. Non è stato insomma, per quanto definito “informale” da  entrambe le parti, un semplice incontro di cortesia, di rispetto della premier italiana verso un ospite illustre presente a Roma per un evento della Comunità di Sant’Egidio sulla pace. “Prime intese”, ha titolato il Corriere della Sera.

Titolo del Fatto Quotidiano
Titolo di Repubblica

“A lezione d’Europa”, ha preferito invece annunciare Repubblica con la solita allusione critica verso la leader della destra diventata la prima presidente del Consiglio nella storia d’Italia. Dello stesso tenore è stata la rappresentazione dell’incontro sul Fatto Quotidiano con quel Macron che “dà a Giorgia lezioni di sovranismo contro gli Usa sul gas”, venduto oltre Oceano agli europei a prezzi troppo alti lucrando sul rincaro dei rifornimenti energetici dalla Russia, che ne ricava il finanziamento della guerra all’Ucraina. 

Il tweet del Presidente francese

Questa storia o rappresentazione del governo Meloni “a lezione” è smentita dal tweet che lo stesso Macron ha diffuso sul colloquio avuto con la premier italiana. Esso dice: “E’ in quanto europei, paesi confinanti, per l’amicizia dei nostri popoli, che con l’Italia dobbiamo proseguire il lavoro intrapreso. Farcela insieme, con dialogo e ambizione, è ciò che doniamo ai giovani e ai nostri popoli. Questo incontro @GiorgiaMeloni, va in questa direzione”. 

Il “lavoro da proseguire” è quello condotto dallo stesso Macron e Mario Draghi anche al  recentissimo Consiglio Europeo in un duro braccio di ferro con i tedeschi  sul tetto al prezzo del gas. Un lavoro che la Meloni ha ereditato e intende continuare a tal punto da procurarsi, sempre sul Fatto Quotidiano, la definizione di “ostaggio” del l’ex presidente del Consiglio. Un ostaggio così  sottomesso da avere assunto come consulente -ha protestato il giornale di Marco Travaglio- l’ex ministro draghiano della transizione ecologica Cingolani. Che di nome si chiama Roberto, tradotto in “Attila” nel titolo del Fatto. 

Il segretario del Pd Enrico Letta

E’ proprio per la continuità prodottasi fra lui e la Meloni ex oppositrice che Draghi nei giorni scorsi, tenendone informato al Quirinale il consenziente Sergio Mattarella, ha lavorato dietro le quinte per creare le condizioni dell’incontro di ieri sera fra il presidente francese e la nuova premier italiana. Missione compiuta, direi. Altro che Meloni – ripeto- in grembiule “a lezione”, come fa comodo immaginare anche al segretario del Pd Enrico Letta per la concorrenza con un Giuseppe Conte convinto di essere lui il capo dell’opposizione, pur avendo  il suo MoVimento 5 Stelle raccolto nelle urne del 25 settembre meno voti, e portato alle Camere meno parlamentari, del partito del Nazareno.

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La campanella del Consiglio dei Ministri passata davvero di mano, e di genere

Giorgia Meloni ieri al Quirinale dopo il giuramento
Giorgia Meloni all’arrivo a Palazzo Chigi

La campanella del Consiglio dei Ministri è dunque passata davvero di mano, e di genere. Mario Draghi, che aveva ricevuto personalmente Giorgia Meloni aspettandola alla fine della scalinata di Palazzo Chigi, percorsa a piedi dall’interessata dopo avere ricevuto nel cortile gli onori militari, l’ha consegnata con aria soddisfatta e sollevata, orgogliosamente consapevole di avere fatto al meglio il suo lavoro con tutti i ministri che lo avevano affiancato. A cominciare naturalmente, ma direi anche significativamente, da Giancarlo Giorgetti, l’unico rimasto nella nuova compagine, e in un ruolo ancora più importante: da ministro dello Sviluppo Economico a ministro dell’Economia e Finanza, in qualche modo sponsorizzato pubblicamente, con dichiarazioni di apprezzamento, dal predecessore Daniele Franco. 

Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e Finanza

Questa conferma e insieme promozione di Giorgetti, vice segretario della Lega di Matteo Salvini, per suo conto vice presidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, è un pò emblematica della continuità sostanziale, se non addirittura, fondamentale fra i due governi. Il nuovo, cui pure Giorgia Meloni come leader della destra costituita dai fratelli d’Italia, si era opposta nella legislatura scorsa, ha ereditato dal vecchio la politica estera, sempre importante ma in modo particolare in questi tempi di guerra in Europa con l’aggressione della Russia all’Ucraina, e i conti custoditi da Draghi con la competenza riconosciutagli a livello mondiale, specialmente alla luce della sua esperienza al vertice della Banca Europea, a Francoforte. Solo certi sapientoni italiani nostalgici del doppio passaggio, a maggioranze opposte, di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi per conto del movimento grillino ora da lui stesso presieduto, glielo hanno ostinatamente contestato, sino ad irriderlo. La consistenza dell’eredità è stata d’altronde confermata dalla lunghezza del colloquio svoltosi fra i due presidenti prima dello scambio delle consegne con la campanella. 

Biden e Draghi un anno fa al G20

Il futuro di Draghi, sorridente e commosso da gran signore all’arrivo e alla partenza da Palazzo Chigi fra un lungo elenco di emergenze, ma anche da tutti gli appuntamenti internazionali di cui è stato padrone di casa o ospite, dal G20 di Roma l’anno scorso al Consiglio Europeo dei giorni scorsi; il futuro di Draghi, dicevo, peraltro cattolico praticante, è nelle mani di Dio. E non solo in quelle del presidente americano Joe Biden, di cui tutti ormai conoscono, al di qua e al di là dell’Atlantico, il desiderio di vederlo non più tardi dell’anno prossimo al vertice della Nato. 

Titolo di ieri di Repubblica
Giorgia Meloni

Anche il futuro di Giorgia Meloni, cattolica praticante pure lei, orgogliosa anche in piazza della sua fede religiosa, con tutte le prolunghe e cadute sociali e politiche tradotte da Repubblica nei giorni scorsi nel titolo di “Patria e famiglia” dedicatole in chiave vagamente critica, è nelle mani di Dio. Ma anche, naturalmente, delle sue per la capacità che saprà dimostrare di governare concretamente. Dovrà farlo peraltro dovendosi paradossalmente guardare -forse anche come potrà emergere dal dibattito parlamentare sulla fiducia nei prossimi giorni, fra Camera e Senato- più dagli alleati di centrodestra che dalle opposizioni già incapaci di  fronteggiare unite prima, durante e dopo la campagna elettorale la sua dichiarata scalata al vertice della classifica dei partiti e, conseguentemente, a Palazzo Chigi nella logica e nei meccanismi della legge  che porta il none maccheronicamente latino di Rosatellum. Una legge che proprio le opposizioni hanno voluto lasciare in vigore, neppure tentando davvero di modificarla, pur dichiarandosene ora vittime. Un altro dei paradossi della politica italiana. 

La sorpresa di un governo di continuità, non di ribaltamento

L’editoriale ieri del manifesto
Titolo del manifesto oggi

In attesa -mentre scrivo- di godermi lo spettacolo televisivo del passaggio della campanella d’argento del Consiglio dei Ministri dalle mani di Mario Draghi a quelle di Giorgia Meloni, succedutagli dopo avergli fatto opposizione per un anno e mezzo scoprendo alla fine di doverne più continuare l’azione che rovesciarla, mi chiedo perché mai i miei colleghi del manifesto, generalmente ed encomiabilmente capaci di rimanere brillanti nei titoli anche nella polemica, si siano abbandonati alle peggiori, becere abitudini della sinistra. Lo hanno fatto sparando quell’”arrivano i mostri” sulla foto istituzionalmente consueta e persino banale del nuovo governo in posa al Quirinale attorno al presidente della Repubblica dopo il giuramento del presidente del Consiglio e dei ministri. Mostri, addirittura. Ai quali, del resto, già il giorno prima, dopo averne appreso i nomi, la direttrice del manifesto Norma Rangeri aveva a suo modo gridato nel titolo del suo editoriale: “Adesso comincia l’incubo”. Un incubo uguale e contrario, direi, a quello dei dirigenti del Pci che nel 1969 espulsero i compagni del manifesto che la pensavano diversamente da loro.

Dalla prima pagina di Repubblica

Per fortuna la sinistra non era nel 1969, grazie anche al manifesto, tutta quella rappresentata dai vertici del partito comunista, così come oggi non è quella che lo stesso manifesto ha ritenuto di rappresentare mostrificando il governo appena nato. Su Repubblica, per esempio, che pure   non si è spesa dopo le elezioni anticipate del 25 settembre a favorire questo parto della politica, sino a temere o denunciarne la coincidenza col centenario della marcia fascista su Roma, l’ex direttrice dell’Unità Concita De Gregorio ha scritto un apprezzabile, condivisibilissimo commento al quale è stato negato nel titolo anche il punto interrogativo che io, magari, avrei messo: “E se fosse normale questa destra”.

Il giuramento personale di Giorgia Meloni al Quirinale

Mi scuso per le lunghe citazioni cui mi appresto ma credo che ne valga la pena in questo passaggio certamente importante della politica italiana, che si è guadagnata l’attenzione delle famose “cancellerie” internazionali. E che è destinato a riservarci chissà quante sorprese, oltre a quella iniziale di una continuazione, anziché di una contrapposizione fra l’uomo in uscita -anzi, diciamo pure uscito da Palazzo Chigi quando qualcuno mi leggerà -e la donna che ne ha preso il posto dopo un’opposizione parlamentare già spentasi, in verità, negli ultimi mesi sul versante non certo secondario della politica estera. 

Concita De Gregorio su Repubblica

Consapevole che spesso “è il nuovo che spaventa”, l’editorialista di Repubblica di fronte alla fotografia dei “mostri” denunciati dal manifesto ha osservato che “qui di nuovo non c’è niente”, perché “i volti fino a ieri ignoti che avrebbero dovuto suscitare massima vigilanza, allarme democratico, eia eia alalà, sono tutti già nell’album delle figurine da anni, i cronisti politici hanno i loro numeri in agenda e li chiamano per nome. Di tecnici, pochissimi e tutti con uso di mondo, gente che ha fatto pubbliche relazioni, che ha governato processi e atenei….”. Ce n’è uno, nemmeno tecnico, che -ha ricordato in un altro passaggio Concita De Gregorio- è addirittura passato dal governo Draghi al governo Meloni. E’ addirittura il ministro (leghista) dell’Economia Giancarlo Giorgetti. 

Ancora Concita De Gregorio su Repubblica

A chi non piace comunque il nuovo governo non resta naturalmente che  “la grande occasione” di “fare opposizione con la forza della ragione”. Si tratta di “rimettere in ordine questioni e principi, misurarsi alla prova dei fatti”. E non dimenticare “la sconfitta simbolica di una sinistra che è stata incapace di fare in vent’anni quello che Giorgia Meloni ha fatto negli ultimi due” portando il suo partito di destra in testa alla classifica del campionato politico, oltre che lei stessa – la prima donna- a Palazzo Chigi. Come dare torto a Concita De Gregorio?  

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Tutte le ragioni della sconfitta di Berlusconi nella partita di governo

Vignetta del Secolo XIX

Giocata tutta all’interno del centrodestra con sin troppa chiarezza ed evidenza -sia per la “nettezza dei risultati elettorali”, significativamente ricordata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al termine delle consultazioni, sia per la responsabilità di guastafeste che ha voluto assumersi personalmente l’interessato agitando con un bel pò di sortite clamorose l’avvio della legislatura- la partita del governo si è decisamente conclusa con la sconfitta di Silvio Berlusconi. Bastava guardarne la faccia ieri mattina all’uscita della folta delegazione del centrodestra dall’incontro con Mattarella, durato pochi minuti. Non occorre spingersi oltre quelle immagini arrivando magari al sarcasmo della vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX, in cui Giorgia Meloni rifiuta il brindisi offertole da Berlusconi brandendo una delle venti bottiglie di Vodka speditegli da Putin per il suo recente compleanno. 

Titolo del Foglio

Nè occorrerebbe addentrarsi nel mistero dell’”ultimo sgarro a FI” genericamente infilato nel titolo di prima pagina del Foglio. Che perfidamente ha attribuito, nel pezzo sottostante, alla vicinanza alla “quasi moglie” di Berlusconi, la deputata Marta Fascina, la esclusione della  forzista Gloria Saccani Jotti dalla lista dei ministri, dove era entrata con destinazione all’Università e alla ricerca scientifica. E’ un’esclusione della quale, sempre secondo Il Foglio, la presidente del Consiglio si sarebbe assunta la responsabilità, parlandone con Mattarella, al pari di un’altra decisione destinata a scontentare il vice presidente  leghista del Consiglio e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini: il passaggio della competenza sui porti, e sulla Guardia Costiera, al Ministero del Sud e del Mare affidato all’ex governatore della Sicilia Nello Musumeci, di fede politica meloniana..

Il nuovo ministro degli Esteri Antonio Tajani

La sconfitta di Berlusconi sta paradossalmente perfino nella nomina pur da lui proposta di Antonio Tajiani a vice presidente del Consiglio e soprattutto ministro degli Esteri, avvenuta alla fine per la fiducia espressagli direttamente dal Partito Popolare Europeo in un summit dove sono approdate con una certa preoccupazione le sorprese per la comprensione appena  confermata da Berlusconi a Roma verso le ragioni di Putin nella guerra all’Ucraina. Che sarebbe cominciata per il solo proposito di Mosca di sostituire a Kiev uno Zelensky che un pò se l’era cercata  per certi  comportamenti antirussi.

Ora si spera che, sapendo quanto meno di compromettere la permanenza di Tajani alla Farnesina, e nella stessa Forza Italia diventata una mezza polveriera, Berlusconi si risparmi altre sortite a dir poco imbarazzanti, e persino orgogliose rivendicazioni di una leadership internazionale. 

Titolo del Giornale
Il nuovo ministro della Giustizia Carlo Nordio

Ma un altro, o addirittura il principale segno della sconfitta di Berlusconi in questa partita del governo -peraltro a guida femminile per la prima volta nella storia d’Italia, come ha finalmente scoperto con un titolo su tutta la prima pagina il Giornale di famiglia-  è la nomina di Carlo Nordio a ministro della Giustizia. Cui il Cavaliere di Arcore avrebbe preferito la “sua” ex presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, anche dopo avere fatto alla Meloni la cortesia di incontrarlo per meglio valutane le idee e intenzioni. A questo incontro-esame l’ex magistrato, di indiscussa competenza e di provata fede garantista anche nell’esercizio delle funzioni di pubblico ministero esercitate durante la carriera, si è pazientemente sottoposto senza riuscire a convincere cotanto giudice. 

Quella tentata contro Nordio finalmente e fortunatamente guardasigilli è francamente un’avventura politica che l’ex presidente del Consiglio poteva risparmiarsi, non foss’altro per non soccombere.

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Mattarella ha lasciato l’impronta nel governo di Giorgia Meloni

Giorgia Meloni, la prima donna alla guida di un governo in Italia
Titolo del Dubbio

Sergio Mattarella ha voluto ancora una volta lasciare la sua impronta -non solo formale ma anche sostanziale- nella formazione del nuovo governo. Nelle brevi comunicazioni finali davanti alle telecamere, dopo che Giorgia Meloni aveva letto la lista dei ministri da lui appena accettata, e forse anche un pò migliorata, il presidente della Repubblica ha voluto ricordare “la nettezza” dei risultati elettorali a chi, ascoltandolo, poteva non apprezzare la creatura appena nata. Rispetto  a quei risultati un capo dello Stato non può mettersi di traverso, come dimostrò lo stesso Mattarella all’inizio della scorsa legislatura accettando il rientro in gioco  un pò sbilenco di Giuseppe Conte, all’ultimo momento, dopo una prima rinuncia. L’avvocato aveva riaperto le trattative con i leghisti dopo che Mattarella aveva già conferito l’incarico ad un altro: il povero  Carlo Cottarelli.  

Mattarella inoltre un pò si è vantato della rapidità con la quale si è arrivati alla formazione del nuovo governo, meno di un mese dopo le elezioni, ma dall’altra se n’è in qualche modo scusato ricordando le urgenze ed emergenze insieme sul tappeto: interne, europee e mondiali. 

Fra le novità imposte, o comunque scaturite dai tempi necessariamente rapidi di questo avvio della nuova legislatura c’è il risparmio di tutti gli incontri, persino pleonastici, che per tanti anni i presidenti del Consiglio incaricati si concedevano e ci imponevano prima di accettare l’incarico. Ben fatto, direi. E grazie. 

Pubblicato sul Dubbio

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L’ultimo regalo di Mario Draghi a Giorgia Meloni prima di passarle la mano

Distratti, diciamo così, dai problemi creati a Roma da Silvio Berlusconi a Giorgia Meloni nell’ultimo tratto della lunga corsa a Palazzo Chigi, fra tregue violate, precisazioni, smentite e rischi reali o immaginari di chissà quali altre sorprese a incarico già conferito alla giovane leader della destra italiana per la formazione del nuovo governo, rischiamo di non valutare abbastanza o, addirittura, di non accorgerci dell’ultimo regalo che Mario Draghi ha fatto a chi gli sta per succedere: quasi una prenotazione della cerimonia dello scambio delle consegne attraverso la campanella d’argento del Consiglio dei Ministri. 

Titolo del Messaggero
Titolo di Giorno, Nazione e Resto del Carlino

Questa non è Europa, hanno fatto dire  a Draghi da Bruxelles con una sguardo fulminante e senza neppure le virgolette in un titolo vistoso e per niente forzato Il Giorno, la Nazione e il Resto del Carlino. Alle virgolette è invece ricorso Il Messaggero riproducendo la protesta di Draghi contro l’ennesima resistenza opposta dalla Germania e subordinati nel Consiglio Europeo alla fissazione di un prezzo del gas: “Senza il tetto vince Putin”, aveva avvertito Draghi prima di obbligare i tedeschi ad un altro compromesso, nella speranza che si finisca prima o poi di finanziare la guerra russa all’Ucraina, condotta da Mosca anche con l’uso speculativo del mercato energetico. 

Draghi e Macron a Bruxelles

Su questa analisi e, insieme, denuncia Draghi si è nuovamente trovato d’accordo col presidente francese Emmanuel Macron in arrivo a Roma per una visita ufficiale che potrebbe anche segnare l’esordio a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni: sì, proprio lei, quella che in campagna elettorale aveva gridato in piazza a Milano, facendo forse alzare a Roma le sopracciglia allo stesso Draghi, che doveva finire “la pacchia” di una Unione Europea a trazione sostanzialmente tedesca. 

Il caso -ma solo quello?- ha voluto che l’esperienza di Draghi a Palazzo Chigi e la staffetta con Giorgia Meloni fossero a sorpresa convergenti  -con la ciliegina sulla torta costituita, ripeto, dalla visita di Macron a Roma- in una valutazione così preoccupata sulla situazione in cui si trova l’Unione Europea alle prese con la guerra di Putin all’Ucraina.

Draghi al Consiglio Europeo

Proprio nel momento in cui molti a sinistra, ma anche al centro, per esempio dalle colonne del Foglio sino a certe interviste del senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti, attendono Giorgia Meloni alla prova di una capacità realistica, o camaleontica, di contraddire nell’azione di governo il  programma elettorale suo e della coalizione di centrodestra, la premier in pectore si ritrova sulla stessa traiettoria di europeisti come Draghi e Macron. E Berlusconi -poveretto, verrebbe da dire- si era offerto, proposto e quant’altro come “garante” della Meloni in Europa, pronto a indebolirla contestandone via via scelte, tendenze, tentazioni nel solito mercato delle vacche costituito, alla vigilia della formazione di un governo, dalle trattative sulla distribuzione dei Ministeri. 

Il titolo del Riformista
La copertina dell’Economist

Ma non è solo Berlusconi, a dire la verità, a trovarsi spiazzato di fronte a ciò che sta avvenendo a livello europeo. Lo sono pure gli inglesi del supponente Economist, per esempio, che hanno in qualche modo accomunato negativamente la Meloni in arrivo a Palazzo Chigi, a Roma, e la conservatrice Liz Truss appena schiantatasi in una quarantina di giorni contro le pareti di Dowing Street 10 a Londra. Anche Piero Sansonetti sul suo Riformista si è forse fatto prendere  troppo la mano titolando su “Giorgia” costretta o comunque destinata a “tremare” di fronte al fallimento della “Meloni inglese”: dichiaratamente conservatrici entrambe, ma la Truss fuori anche dall’Unione Europea e l’altra invece ben dentro, che può riconoscersi e contare su europeisti come Draghi e Macron. 

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Meloni rovescia i rapporti immaginati da Berlusconi: è lei la garante

Il fotomontaggo sfottente del Fattp Quotidiano

Per quanto affiancata sorridente in una immaginaria operetta sul Fatto Quotidiano ad un Silvio Berlusconi pluridecorato al servizio di Putin, Giorgia Meloni ha preso pubblicamente e nitidamente le distanze dalle sortite del suo curioso e ormai un pò troppo ingombrante alleato avvertendo che mettersi fuori dalla Nato di fronte alla guerra in Ucraina significa mettersi fuori dal governo che lei si è proposta di fare prima ancora di riceverne l’incarico dal capo dello Stato. “Anche a costo di non farlo”, ha aggiunto la Meloni pensando -suppongo- alle complicazioni che potrebbero derivare, per esempio, da una imbarazzante impossibilità di proporre o ottenere dal presidente della Repubblica la nomina reclamata da Berlusconi del suo vice in Forza Italia, Antonio Tajani, a ministro degli Esteri.  

Quest’ultimo, per carità, non sarà d’accordo con la interpretazione sostanzialmente giustificazionista della guerra di Putin all’Ucraina ribadita da Berlusconi – peraltro in una orgogliosa e sostanziale rivendicazione di leadership addirittura mondiale- ma è stato pur messo in  difficoltà dal suo referente politico. 

Dalla prima pagina del Corriere della Sera

Si deve forse alla consapevolezza di questa obiettiva realtà se lo stesso Berlusconi ha avvertito all’ultimo momento la opportunità di una intervista al Corriere della Sera significativamente titolata in prima pagina così: “Dissidi? Voglio Giorgia premier. E condanno l’attacco russo”. Che però Berlusconi continua a considerare provocato anche dal comportamento del presidente ucraino Zelensky, per quanto sostenuto e aiutato militarmente dall’Italia con deliberazioni parlamentari approvate costantemente pure da Forza Italia. 

Antonio Polito sul Corriere della Sera

Se voleva essere una pezza questa intervista di Berlusconi, peraltro puntigliosa nel rivendicare la “diversità” delle forze che compongono il centrodestra, si è rivelata peggiore del buco a leggere l’editoriale dello stesso Corriere della Sera, affidato ad Antonio Polito, sulla “strada accidentata” della Meloni verso Palazzo Chigi. “Non basta l’età, né le compagnie, né l’indole da scorpione che punga anche chi se lo sta portando sulle spalle al governo, né un residuo maschilista che lo spinge a contestare l’autorità esercitata da una giovane donna, che lui non a caso chiama con sprezzo “signora”, e alla quale arriva a ricordare da dove viene il reddito del compagno”, cioè da Mediaset; “non basta tutto questo -ha scritto Polito- a sperare perché alla vigilia delle consultazioni il Cavaliere se ne vada ancora in giro depositando trappole sulla strada della futura premier”. 

Titolo della Stampa
Titolo di Repubblica

Si vedrà ora se la la “roulette russa” lamentata da Repubblica o quel Berlusconi che “sta con Putin” riproposto dalla Stampa saranno disinnescati dal tentativo di Giorgia Meloni di rovesciare praticamente i ruoli proposti da Silvio Berlusconi già in campagna elettorale, quando i sondaggi davano per scontata e netta la prevalenza della destra.  L’ex presidente del Consiglio rivendicò allora per sé il ruolo di “garante” -ricordate?- dell’europeismo, moderatismo, europeismo, atlantismo e altro ancora del futuro governo. 

Titolo di Libero
Titolo del Corriere della Sera

Ora è la Meloni che, in coincidenza con l’apertura delle consultazioni al Quirinale, garantisce in proprio tutti questi ismi contro un Berlusconi che si insegue tra dichiarazioni, precisazioni, smentite e tutto il repertorio di quello che una volta lui definiva con disprezzo “il teatrino della politica”. Sono parti rovesciate e, a dir poco, sorprendenti che hanno segnato l’avvio di questa legislatura e vedremo se e fino a quando destinate ad accompagnarne gli sviluppi. “Giorgia, vai avanti”, l’ha appena incoraggiato Libero dopo avere ieri gridato “Silvio, fermati”. 

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Berlusconi si traveste da Cossiga e piccona il centrodestra targato Meloni

Titolo del Dubbio

Le notizie da ma anche su Silvio Berlusconi arrivano ai e sui giornali come le picconate del compianto Francesco Cossiga nell’ultimo anno, all’incirca, del suo settennato al Quirinale: sempre in tempo per sfasciare le prime pagine, far deperire come frutta marcia un bel pò di articoli, aggiornarli più volte, farne cestinare irreparabilmente alcuni e improvvisarne altri in una rincorsa affannosa fra le redazioni e spesso il presidente della Repubblica in persona. Che si compiaceva ogni tanto a telefonare alle redazioni per verificare gli effetti delle sue sortite, fasi anticipare i titoli e quant’altro.

Alla fine eravamo davvero sfiniti lui e noi, rassegnati a replicare la sera o la notte successiva. Ogni tanto torno a sognarmele quelle notti come in un incubo. E temo che accada anche all’ambasciatore Ludovico Ortona, ottant’anni belli che compiuti, che dalla sua postazione quirinalizia di portavoce doveva paradossalmente assecondare ma al tempo stesso contenere quel fiume in piena che era diventato il capo dello Stato. 

Per sua e nostra fortuna Berlusconi è stato appena rieletto soltanto senatore della Repubblica, ma sta facendo una bella concorrenza, a suo modo, al compianto Cossiga in questo avventuroso avvio della nuova legislatura montando e smontando tregue più o meno armate, spiazzando persino gli amici, sino a farsi invitare da alcuni di provata fede come Alessandro Sallusti a smetterla per carità, perché -ha stampato Libero in rosso sulla prima pagina- “avanti così finisce male”.  Anche per Berlusconi, temo, e non solo per gli altri, a cominciare naturalmente dalla “signora Meloni”, come lui ha ripreso a chiamare con una certa distanza la sua ex ministra della Gioventù in attesa dell’incarico di presidente del Consiglio.

Berlusconi festeggia Licia Ronzulli capogruppo di Forza Italia al Senato

L’attenuante che gli amici del Cavaliere non sufficientemente in confidenza come Alessandro Sallusti per invocarlo pubblicamente a fermarsi gli riconoscono in questa piena di sorprese e di rivelazioni, dalla lista  dei ministri alle lettere e ai doni di Putin, è che Forza Italia ha ancora bisogno del suo fondatore per non dissolversi. E che il centrodestra, a sua volta, avrebbe ancora bisogno di Forza Italia per non essere tutto e solo destra, costretto dalle circostanze a governare nel passaggio più difficile del Paese, fra emergenze di ogni tipo rispetto alle quali forse impallidiscono anche quelle gestite da Mario Draghi, purtroppo rimosso di fatto anzitempo.

In questa situazione “assicurare entro questa settimana un governo al Paese non è un’opzione, ma un obbligo, un dovere”, ha scritto sul Giornale di famiglia di Berlusconi il direttore Augusto Minzolini ripetendo un pò, se non ricordo male, le parole proprio di Draghi al suo esordio da presidente del Consiglio davanti alle Camere nel 2021. 

Giorgia Meloni

Ma il problema di Gorgia Meloni in questo avvio -ripeto- di legislatura è di formare appunto un governo, di solida e ben definita maggioranza, dopo un passaggio elettorale col quale si è voluto chiudere la stagione degli esecutivi di una certa anomalia. Il problema non è di formare un governo comunque e di lanciarlo come un oggetto misterioso su un Parlamento dove peraltro una delle due Camere non si è neppure attrezzata alle nuove, ridotte dimensioni con un regolamento aggiornato. Un simile governo – temo per chi lo volesse mettere nel conto derubricando magari a folclore quello che sta accadendo nel centrodestra- non sarebbe permesso da Mattarella, cui spetta di nominarlo, per quanto sollevato -come scrivevo ieri- dalla decisione dello stesso centrodestra di partecipare unito alle consultazioni di rito al Quirinale. 

Pubblicato sul Dubbio

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Silvio Berlusconi come lo scorpione dell’antica favola della rana di Esopo

L’editoriale di Marco Travaglio
Titolo del Fatto Quotidiano

A parte quel “Nano”, con la maiuscola, del repertorio neppure tanto originale di Beppe Grillo, almeno per chi ricorda le campagne del secolo scorso contro Amintore Fanfani, detto anche “il mezzo toscano” per alcuni centimetri negatigli da madre Natura, bisogna riconoscere che Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano non ha infierito con quelle “Berluscomiche” del titolo di copertina contro l’ex presidente del Consiglio. Che è stato accusato senza mezzi termini dal Corriere della Sera di “boicottaggio” del governo in formazione. “Berlusconi straparla”, ha titolato la Stampa, “la mina Berlusconi” la Gazzetta del Mezzogiorno.  

Titolo del Corriere della Sera
Titolo dell’editoriale di Domani

In fondo, sia pure molto in fondo, il giornale  geneticamente più antiberlusconiano come può essere considerato quello diretto da Travaglio non ha mostrato di voler prendere sul serio l’ex presidente del Consiglio con le anticipazioni sui ministri forzisti, le rivelazioni sui rapporti personali appena ripresi con Putin e la dipendenza del convivente della Meloni, e padre della loro figliola, da una televisione del Biscione, in um misto fritto di pessimo gusto, a dir poco. Il Fatto non si è spinto a quel Berlusconi “problema di sicurezza nazionale” avvertito, denunciato e quant’altro da Domani, il quotidiano col quale Carlo De Benedetti si consola di non essere più l’editore di Repubblica. 

Titolo della Verità
Titolo di Libero

“Silvio, fermati !” gli ha gridato dalle colonne di Libero il pur dichiaratamente amico ed elettore Alessandro Sallusti avvertendolo che “avanti così finisce male” davvero. Un altro ex direttore del Giornale di famiglia, Maurizio Belpietro, gli ha rimproverato dalla prima pagina della Verità di avere “ributtato tutto all’aria”. Più comprensivo, e soprattutto solidale, è stato eroicamente -direi- il direttore in carica del Giornale Augusto Minzolini scommettendo, nonostante tutto, sulla formazione del nuovo governo di centrodestra, il primo a guida femminile, già in questa settimana: “non un’opzione, ma un obbligo, un dovere”, ha scritto il mio carissimo amico Augusto. Che si aspetta evidentemente da Giorgia Meloni, per non parlare del presidente della Repubblica con le sue prerogative di nomina, più senso di responsabilità, o patriottismo, del Cavaliere, il nuovo scorpione -direi- della favola della rana di Esopo. Lo scorpione che punge il suo salvagente nell’attraversamento del fiume, anche a costo di annegare, perché “è nella mia natura”. 

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